di GIULIA NERI – Li aveva sentiti. Il loro odore impregnava l’aria gelida d’inverno mentre grosse nubi scure soffocavano il cielo.
Seguì goffamente la pista facendosi strada tra la neve e giunse davanti alla porta di una piccola baita isolata. Non c’era dubbio: erano là dentro. Abbaiò.
– Li ha trovati! Tu chiama i soccorsi, io cerco di liberare la porta dal cumulo di neve.-
L’uomo vestito di rosso si avvicinò alla baita e iniziò a scavare.
Uscirono tante persone e il cane le accolse scodinzolando, sapendo di aver fatto un buon lavoro.
Si trattava di un gruppo di sciatori, composto da nove bambini, e un maestro, che si erano fermati alla baita per pranzare quando una valanga aveva bloccato loro ogni via d’uscita. Ora il gruppo si stava lentamente riprendendo dal grande spavento nel locale del pronto soccorso.

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Il signore vestito di rosso si avvicinò al cane e gli accarezzò l’enorme testa.
– Oh Berna, ad ogni uscita mi sorprendi sempre di più.-
Ma la gioia di quel momento non durò a lungo.
Giunse una signora per ricongiungersi al figlio, ma il bambino non c’era. Lui adorava far spaventare gli adulti, nascondendosi quando lo cercavano e nessuno dei presenti, troppo scossi dall’accaduto, si era accorto della sua reale assenza.
La donna uscì per chiamare il figlio, sperando con tutto il cuore che stesse facendo quel terribile gioco, ma la sua disperazione cresceva ogni secondo di più mentre candidi fiocchi di neve le si posavano sulle guance mescolandosi alle sue lacrime.
I due uomini e il cane tornarono in pochi minuti sul luogo del ritrovamento. La visuale era scarsissima: a quella quota, le nubi di qualche ora prima circondavano la vetta e il vento e la neve formavano una cortina bianco-grigia che rendeva impossibile vedere ad oltre due metri di distanza.

Berna si mise subito in cerca di qualche odore familiare, scrollandosi sempre dopo qualche metro per togliere la neve dal mantello. Ogni tanto gli uomini ricevevano la chiamata che imponeva loro il rientro a valle e l’annullamento della missione per troppo pericolo.
Dopo un tempo che sembrò interminabile, Berna captò qualcosa ed iniziò a seguire la traccia, allontanandosi dagli uomini vestiti di rosso. Sparì dalla loro vista, incurante del loro richiamo e del ghiaccio che le congelava il pelo delle zampe.
La squadra di ricerca chiamò ancora:
– Rapporto.-
– La situazione é pessima: la visuale é ridottissima e Berna é sparita. Pensiamo abbia sentito qualcosa.-
– Tornate indietro.-
Risposero dopo qualche secondo.
– Ma..-
– Non ci sono obiezioni. Avete già perso un cane e un bambino. Ritornerete tra un paio d’ore, quando si sarà calmata la bufera; nel frattempo abbiamo inviato altre unità  cinofile.-Obbedirono.

Sotto i diversi strati del suo folto mantello, Berna iniziava a sentire il freddo e la fatica. Camminava da tempo, seguendo una flebile scia di odore che a tratti spariva sotto la neve appena caduta. I cuscinetti delle sue zampe erano ustionati dal ghiaccio e le procuravano dolore ad ogni passo.
Si fermò, stanca. Si guardò attorno e si accorse che era sola: nessun umano la stava seguendo. Pur essendo consapevole della propria mole, si fece prendere dal panico ed iniziò a correre per sfuggire al mostro terrificante della solitudine.
Mentre correva nel sottobosco di pini imbiancati, a testa bassa e con la coda fra le gambe, sentì quell’odore che fino a qualche minuto prima stava seguendo; era più forte delle alle volte e portava ad una vecchia tana di tasso abbandonata da tempo.
Vi entrò. La tana non era molto grande e si estendeva per circa un metro sotto il ghiaccio, mentre l’entrata era larga abbastanza da entrarci facilmente. L’odore, lì dentro, era estremamente forte.
Qualcuno urlò e Berna si appiattì al terreno spaventata. Poco dopo, però, riconobbe nell’altro corpo nella tana l’immagine di un bambino, tutto tremante, che piangeva silenziosamente abbracciato ai suoi piccoli sci. Il cane d’istinto si avvicinò pian piano e con delicatezza si accucciò intorno al bambino per riscaldarlo, bloccando contemporaneamente l’entrata della tana con il suo corpo immenso. Poi, esausta, cadde in un sonno profondo.

Un debole filo di luce penetrava nella tana. Berna aprì gli occhi e lentamente prese coscienza di ciò che era accaduto: aveva trovato il bambino disperso e l’aveva protetto, facendo il suo dovere. Il bambino stava bene; dormiva sereno, appoggiato a lei, godendosi il calore emanato dal suo corpo.
Rumori familiari provenivano dall’esterno e Berna mise la testa fuori dalla tana, all’erta. Apparvero in lontananza i signori vestiti di rosso con un giovane cane da ricerca. Sopra di loro brillava un limpido cielo azzurro e senza nuvole, caratteristico dell’inverno alpino.
Euforica, Berna corse loro incontro tuffandosi nella neve fresca, rotolandosi e giocando come un cucciolo di lupo quando rivede la mamma tornare dalla caccia.
“San Bernardo salva bambino dal pericolo di ipotermia”.
“Cane eroe veglia sul bambino per tredici ore nell’attesa di ricongiungersi con la Squadra di Ricerca Dispersi e Soccorso Alpino.”
La notizia era in prima pagina, accompagnata dalla foto di Berna con la medaglia d’onore. L’umano vestito di rosso lesse l’articolo seduto in cucina mentre preparava pane e marmellata per la colazione. Berna intanto aspettava sotto al tavolo il suo turno per mangiare.
-Berna, cos’ho fatto io per meritarmi un cane strepitoso come te? Però promettimi che non ti allontanerai mai più durante le ricerche, mi hai fatto perdere dieci anni di vita.-
Lei si alzò scodinzolante e appoggiò la sua testa pesante sulle gambe dell’uomo, sperando che qualche briciola cadesse accidentalmente vicino al suo muso.

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