di ROSA MANZI – I miei passi affondavano nella neve fresca. La prima nevicata di quell’inverno era stata impietosa sulla montagna, ricoprendo il paesaggio con un’immensa coltre bianca e spezzando sotto il proprio peso i rami e le piante più giovani. Il cielo era grigio, non faceva troppo freddo, ma sprofondare nello strato bianco mi gelava le articolazioni. Dovevo iniziare ad ammettere di non essere più nel fiore degli anni.
Scavalcai un albero caduto, arrancando, e notai le impronte del Dimenticato. Lo chiamavo così perché lo avevo avvistato più volte solo, probabilmente abbandonato da tutti, a vagare per la montagna forse a caccia di qualche coniglio. Trovavo che fossimo molto simili. Anche io non avevo più famiglia e vivevo su quella montagna solitario, passando ogni inverno a cercare di sopravvivere.
Continuai ad avanzare sul versante esposto ad ovest; avevo ancora qualche ora di luce, sperai di avvistare un capriolo solitario o qualche grosso uccello prima di dover tornare al riparo. Abitavo in un rifugio che avevo realizzato da solo: non era grande o elaborato, ma lo trovavo caldo e confortevole, perfetto per tornare a scaldarmi e rifocillarmi dopo una lunga permanenza all’esterno.
Decisi di tentare la sorte uscendo dal bosco più fitto ed avvicinandomi al fiume, e proprio lungo la riva lo avvistai: ingrigito dall’età, con quella sua andatura un po’ zoppa lo riconobbi subito. Il Dimenticato era lì, solitario come sempre. Alzò lo sguardo e mi vide per la prima volta. Mi aspettai che fuggisse spaventato, ma rimase semplicemente a guardarmi. Forse ero davvero diventato vecchio, non facevo più paura a nessuno. Notai che aveva cacciato il capriolo che avevo sperato di trovare io, era a terra accanto a lui. Decisi di avviarmi verso il mio rifugio. Per quella sera mi sarei accontentato di un pezzo di coniglio che avevo conservato per giornate simili.
Quella notte fece freddo. Mi rannicchiavo nel mio pagliericcio, ma gli spifferi mi trafiggevano le articolazioni ormai malandate. Tutti quegli anni di vita semiselvaggia mi avevano temprato il carattere, ma logorato il fisico. Mi tornò in mente il Dimenticato. Chissà perché era rimasto solo. Era davvero insolito per quelli come lui. Sbuffai emettendo sagome astratte di condensa, poi chiusi gli occhi.
La mattina del giorno dopo mi alzai indolenzito, provai a stiracchiarmi nella speranza di sciogliere un po’ i miei arti dolenti e mi affacciai sull’uscio, trovandomi di fronte una scena davvero inaspettata. Proprio di fronte a me, pochi metri più avanti, c’era una coscia di capriolo fresca di caccia. Non dovetti percorrere molta strada col mio sguardo per vederlo: il Dimenticato era lì, accucciato tra i cespugli, e mi guardava. Probabilmente pensava di non essere individuabile, perché sembrava intenzionato ad osservare la scena senza muoversi. Come avrei dovuto interpretare quel gesto? Segno di pace? O forse, sofisticata strategia di caccia per farmi uscire allo scoperto ed aggredirmi?
Rimasi a lungo all’entrata del rifugio per decidere il da farsi. Una parte di me voleva correre dentro, ma avevo davvero molta fame. Il Dimenticato restava lì, in attesa che facessi la mia mossa. Non ne avevo mai visti di strani come lui, era un atteggiamento davvero insolito per la sua specie; immaginai che avesse scoperto il mio rifugio seguendo le mie tracce fresche sulla neve. Avanzai lentamente nella neve indurita dal gelo notturno. Pochi passi, per verificare la sua reazione. Restava immobile. Avanzai ancora, pronto a fare dietrofront nel caso attaccasse. Arrivato sul brandello di capriolo mi fermai per guardarlo: mi stava osservando. Afferrai la carne ed iniziai a trascinarla all’indietro, pronto a lasciarla nel caso avessi dovuto fuggire, ma nulla. Mi osservò tutto il tempo, ma mi permise di portare il cibo fin dentro. A quel punto, dall’ingresso, lo vidi sparire tra gli alberi.

Più tardi, a stomaco pieno come non era mai stato negli ultimi inverni, iniziai a pensare al Dimenticato. Quel gesto doveva significare qualcosa. Era chiaro che non volesse attaccarmi, altrimenti lo avrebbe fatto. Ma si trattava davvero di un’offerta di amicizia? Una creatura così schiva e solitaria poteva davvero desiderare di interagire con me?
Decisi di indagare subito. Uscii fuori e mi feci coraggio, e di coraggio me ne serviva parecchio per affrontare il gelo nonostante non ne avessi bisogno per cacciare. Invece di restarmene al riparo risparmiando le energie, stavo decidendo qualcosa di estremamente illogico; eppure sentivo di volerlo fare a tutti i costi.
Iniziai a seguire le tracce a partire dal punto in cui si era nascosto poco prima. Si inoltravano nel fitto del bosco, così, passo dopo passo nel freddo pungente, andai avanti facendomi guidare da quei ritmici solchi nel terreno.
Non passò molto che iniziarono a cadere i primi fiocchi di neve, ed in breve tempo mi ritrovai in mezzo ad una fitta nevicata che mi rallentava ulteriormente. Il cielo era sempre più scuro: ne dedussi che il sole, nascosto dalla coltre di nubi, dovesse essere ormai al termine del proprio tragitto. Le orme si affievolivano ogni minuto che passava, ma mi convinsi che non dovesse mancare molto a scoprire qualcosa di più sul Dimenticato e proseguii stringendo i denti. Le articolazioni mi dolevano sempre di più e facevo fatica a vedere oltre pochi metri. Arrancavo con lo sguardo fisso a terra cercando di cogliere ogni segno per non perdere la pista. Passarono le ore, e quella traccia mi portò oltre il bosco, oltre il fiume, sul versante opposto della montagna. Quanto distante poteva essere la tana di quella creatura solitaria? Stavo seguendo una vera pista, o ormai i miei occhi stanchi si stavano lasciando ingannare dai dislivelli del terreno?

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Faceva freddo, davvero freddo. O forse ero io ad essere davvero vecchio. Mi accorsi che le orme erano sparite del tutto. Cominciai a pensare di tornare indietro, ma il mio corpo non rispondeva più. Ero ricoperto di neve come ogni elemento del paesaggio attorno a me, perdevo le forze. Provai a fare qualche passo, ma rovinai a terra come un cumulo di rami secchi. Mi accorsi di aver provato a fare qualcosa che ormai superava le mie possibilità. Il mio rifugio era lontano, il gelo mi penetrava le ossa, il buio stava avvolgendo ogni cosa; ma chissà, magari era la mia vista che mi stava abbandonando. D’altronde, tutti mi avevano abbandonato. Probabilmente era quello il mio destino, ero fatto per restare solo, e stavo anche morendo da solo. Ero totalmente inerme, il gelo si stava impossessando di me. Mi guardai attorno dal punto in cui mi ero accasciato e vidi poco più avanti ciò che stavo cercando. La tana del Dimenticato. Era proprio lì, a poche decine di passi da me. E adesso? Cosa avevo sperato di trovare? Cosa stavo cercando, in realtà? Davvero stavo assiderando solo per aver voluto scoprire dove viveva? Ero stanco, troppo stanco. Ero solo. Chiusi gli occhi e tutto divenne nero.

La prima sensazione che percepii fu il calore. Un accogliente tepore che riscaldava le mie membra. Ero così debole da non poter aprire gli occhi, ma sentivo che qualcuno era coricato accanto a me. Non so quanto tempo passai in quel limbo, ma quando il gelo sparì del tutto dalle mie ossa mi mossi. Il mio corpo rispondeva. Annusai l’aria: c’era odore di cibo. Lentamente, con uno sforzo immane, sollevai le palpebre e per un momento mi chiesi se non stessi sognando. Davanti a me c’era il Dimenticato che mi fissava.
“Coraggio. Ora starai meglio. Non avere paura.”
Stava parlando a me? Stava proprio parlando a me?
“Sai, io e te ci somigliamo. Tutti e due soli, costretti a vivere con le nostre sole forze. Non abbiamo più una famiglia.”
Lo guardai intensamente. Ero ancora molto debole, ma potevo provare a fuggire. Solo che non volevo fuggire. Quel suono… il suono della sua voce mi riscaldava il cuore. Mi faceva sentire davvero a casa per la prima volta dopo tanti anni.
“Sei un cane forte”, mi disse poggiandomi una coperta sul dorso. Una coperta. Quasi non ricordavo più che aspetto avesse una coperta. Quasi non ricordavo più che gli uomini una volta si prendevano cura di me.
“Ma non devi dimostrarlo per forza gironzolando per le montagne durante una bufera.” Ridacchiò affondando le dita nella mia pelliccia logora e mi offrì una ciotola di latte. In quel momento capii che avevo di nuovo una famiglia.

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