di ELIA CRIVELLI – Finn è il nostro amstaff. L’abbiamo scelto circa 1 anno e mezzo fa, da un piccolo allevamento amatoriale che sembra lavorare proprio bene, noi volevamo un maschio e seguendo il consiglio dell’allevatore abbiamo preso il più piccolo della cucciolata.
“Mi sembra anche il più tranquillo” ci disse al momento della scelta, “se è un semplice cane da compagnia quello che cercate, e visto che avete anche un bambino piccolo, questo mi sembra il cucciolo più adatto”.
E in effetti il consiglio si rivelò corretto, con tutto che “tranquillo” e “cucciolo di amstaff” nella stessa frase ci stanno a fatica, Finn si è dimostrato esattamente quello che speravamo fosse: un pomiciatore seriale, pazzo per i bambini, abbastanza atletico da seguirci volentieri nelle passeggiate in bicicletta durante l’estate, abbastanza pigro da farci compagnia nelle lunghissime ore di televisione e divano durante l’inverno.
Un perfetto cane di famiglia, insomma.

“Pitbull killer? Ma chi, io?”

Che la mattina del 25 dicembre di quest’anno, si è (quasi) trasformato in uno di quei pitbull killer di cui si legge sui giornali.
Eravamo andati a trovare i miei genitori a casa loro, tutta la famiglia insieme per il pranzo di Natale, in un paesino umbro di quelli che sembrano usciti ieri dal Medioevo: vicoli acciottolati, casette in pietra e ovviamente la piazza centrale, con bar farmacia edicola chiesa e palazzo del Comune uno accanto all’altro.
Finn da cane abitudinario qual è, non ama particolarmente i cambiamenti, e i troppi odori nuovi e il troppo cibo da rubare a portata di muso lo avevano decisamente sovreccitato, ma poco male, pensavo: presto sarebbero arrivati i parenti e sarebbe andato in overdose di coccole.
Ma quello che non avevo considerato, colpa mia, è che quando i parenti vengono a pranzo il 25 dicembre di solito hanno i regali in mano e pesanti cappotti addosso, insomma non sono proprio agili e veloci a entrare e uscire dalle porte, così può capitare che la porta di casa resti aperta troppo a lungo e può capitare che un amstaff che non sa nemmeno bene dove si trovi e che sente un milione di odori sconosciuti decida di approfittarne e uscire a fare un giro.
Così, mentre ero seduto davanti al camino con un bicchiere di vino in mano, deciso a non alzarmi da lì per nessun motivo al mondo, sento mia madre che dice “Elia, Finn è appena scappato”.

Ora, il concetto in sè di “fuga” mi preoccupava zero: Finn è un cane-cozza, ha un bisogno patologico di contatto fisico con noi del branco e sapevo che tra esplorare la campagna intorno al paese e pomiciare sul divano al caldo con noi non c’erano dubbi su cosa il cane volesse davvero fare.
Quello che invece mi preoccupava, e così tanto mi preoccupava da farmi schizzare fuori di casa senza perdere tempo, era la sua memoria di razza.
In parole povere, all’amstaff Finn piace fare a botte con gli altri cani, molto più di quanto non gli piaccia rincorrere una pallina, molto più di quanto non gli piaccia giocare a tira e molla, forse molto più di qualunque altra cosa.

Facevo bene a preoccuparmi. Appena sono fuori di casa sento urlare fortissimo dalla piazza centrale, una voce maschile che grida “NO! NO!” più altre voci che cercano aiuto, accelero la mia corsa, per fortuna sono vicino, giro l’angolo e vedo un uomo adulto caduto per terra, che si agita e urla, con un piccolo cagnetto giallo stretto al petto e Finn – il mio Finn – sopra di loro ormai in presa sull’altro cane. Intorno a loro una decina di persone immobili, spaventati a morte.
Urlo anche io: “Non tirare il tuo cane, è peggio! Non tirare!”, e stranamente l’uomo mi ascolta, lascia il suo cane in bocca a Finn e si alza in piedi, io ormai sono arrivato, tocco il collo di Finn, non devo nè stringere nè dare un comando, lo tocco e basta e Finn apre la bocca (ci speravo, ma in effetti ero pronto a misure più energiche), lasciando libero l’altro cane, un maschio adulto di circa 5 kg che ha una espressione spaventata che voi non ve la immaginate nemmeno.
Per fortuna non vedo sangue. Nel frattempo Finn si è seduto tranquillo accanto a me.

Visualizzate la scena, e se per questo Natale vi siete regalati un cucciolo di pit o di amstaff, cercate di non dimenticarla: lo stesso identico cane che 10 secondi prima stava provando a ucciderne un altro, incurante delle urla e dei colpi ricevuti, ora è lì seduto tranquillo, ha l’altro cane ancora a non più di 50 cm dalla bocca, eppure non gliene frega più nulla, gli spettatori della scena si stanno avvicinando e io noto che Finn sta cominciando a scodinzolare come fa sempre quando pensa che uno sconosciuto stia per accarezzarlo.

È lo stesso cane: non è che il primo cane, quello “cattivo” sia stato cresciuto a botte e tenuto alla catena, mentre il secondo, quello “buono” sia stato riempito di coccole e premietti. È lo stesso cane.
Non c’entra niente come lo cresci, mettetevelo in testa.
Ovviamente mi sento una merda. Comincio a scusarmi con tutti, sento qualcuno intorno a me dire “eh ma quei cani lì…”, io continuo a scusarmi, mi avvicino al padrone del cane aggredito che lo sta controllando e per fortuna non sembrano esserci ferite, ma solo un grandissimo spavento. Gli lascio il mio nome e cognome, il mio numero di telefono, gli spiego dove abitiamo nel paese e aggiungo che ovviamente pagherò io qualunque spesa veterinaria fosse necessaria, continuo a scusarmi, poi mi rendo conto che la presenza mia e di Finn non è affatto gradita e me ne vado a casa.
La mattina dopo sono in giro con Finn per le viuzze del paese, e in lontananza li vedo, il padrone e il suo cagnolino biondo. Ci vedono anche loro, e prontamente cambiano strada. A parte aver peggiorato la già pessima reputazione dei pit, non abbiamo fatto altri danni per fortuna.

Ma poi non è stata TUTTA fortuna, in realtà. Se le cose non sono andate male come potevano, se Finn ha immediatamente aperto la bocca, credo dipenda anche dal fatto che alla storia del “dipende come lo cresci, da quanto amore gli dai” non ci ho mai creduto nemmeno per un secondo, nonostante le sue mille facce buffe e le slinguate elargite a destra e manca.
Dal primo giorno che lo abbiamo avuto in casa, oltre a coccolarlo, gli abbiamo dato delle regole, poche (pochissime, a dire il vero) ma chiare, abbiamo costruito un rapporto in cui fosse chiaro che il cane obbediva all’umano e non viceversa, ci siamo fidati di chi conosce davvero la razza e l’alleva coscienziosamente, abbiamo usato il gioco per preparaci all’eventualità che un giorno tra le mascelle di Finn ci sarebbe potuto essere un cane e non uno straccetto o un pezzo di corda.

In effetti alla fine dipende da come lo cresci: se lo fai senza avere la consapevolezza di cosa sia esattamente un terrier di tipo bull, lo stai crescendo male.
Sinceramente io credo che l’aggressività intraspecifica dei TTB sia una palla al piede della razza, ormai anacronistica da quando i combattimenti tra cani sono illegali, ma quella stessa selezione che ne ha fatto il cane da combattimento per eccellenza, ha reso il pit/amstaff un cane praticamente privo di aggressività verso l’uomo.
Questa caratteristica, unita alla sua tempra altissima, ne fanno forse la razza più indicata per chi ha figli un po’ irruenti: così ogni volta che vedo Finn impazzire di gioia giocando in casa con mio figlio e i suoi amici, mi chiedo quante sacrosante pinzate gli avrebbe già dato un labrador, a quelle bestie di Satana con due gambe che sono i bambini maschi di 8 anni

Non sarebbe dovuto accadere, ma poiché un errore può capitare l’importante è essere in grado di rimediare.
Se avete ricevuto in regalo un cucciolo di pit o di amstaff, avete in casa un cane eccezionale: siatene padroni responsabili.

PS: 3 giorni dopo l’accaduto, il proprietario dell’altro cane mi ha contattato rassicurandomi che non c’erano state conseguenze, il cane stava bene. Io ho rinnovato nuovamente le scuse, e lui mi ha salutato con un “tranquillo, con i cani può capitare”.

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