Cani Pariah Sri Lanka

di MATTIA CERUTI – Qualche mese fa, mentre cercavo di dare un ordine alle mie ricerche sui cani dell’Asia, mi sono imbattuto nel Sinhala hound: Segugio singalese, se vogliamo proprio tradurre alla lettera, oppure semplicemente, Cane dello Sri Lanka. Un generico cane paria (o pariah, se siamo più anglofili), di cui sul web non esistono quasi fotografie, e sul cui conto a malapena si trova un articolo chiaro. Eppure, dovrebbe essere la “razza nazionale” dello Sri Lanka: strano davvero che nessuno o quasi ne scriva in maniera esaustiva, no?

Mistero svelato, almeno all’apparenza, quando l’unico testo attendibile che trovo spiega, con pochi giri di parole, che il vero Sinhala hound si è estinto almeno 4000 anni fa assieme agli uomini primitivi di Balangoda (che prendono il nome da una località nel centro-sud dello Sri Lanka, indicata sulla cartina in foto), i primi abitanti Homo sapiens dell’isola, cacciatori-raccoglitori che si avvantaggiavano della presenza dei cani da villaggio come guardiani-spazzini e cacciatori a vista.
Ormai quindi, il cane “indigeno” che si può trovare lì, secondo questo studio sarebbe solo un derivato dei più classici Cani paria dell’India. La questione è forse complicata, più che da reali differenze genetiche tra popolazioni canine, dal fatto che fin da tempi storici in Sri Lanka è ben distinta la cultura singalese da quella tamil, composta quest’ultima da gente proveniente dal sud dell’India a seguito di conflitti e migrazioni. Comunque, vera o meno che fosse l’estinzione del Sinhala hound, io mi sono inizialmente fermato a questi dati, e ho rimandato i miei studi.

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Capita poi che, proprio in queste ultime vacanze estive, i miei decidano che si debba andare alle Maldive, meta marina da sempre ambita da mia madre in particolare, e a me, che il mare lo guardo sempre con piacere, ma ben vestito e a una debita distanza… decisamente no! Ecco allora che troviamo un buon compromesso per la nostra avventura condivisa: per la prima settimana, anziché alle Maldive si va in Sri Lanka. Ammetto che sulle prime non ci ho neanche pensato che, oltre a vedere il Paese, avrei potuto portare a termine sul campo la mia ricerca sui cani locali; alla fine però così è stato, e infatti proprio lì ho avuto le piacevoli sorprese cinofile che qui di seguito vi voglio raccontare.
Sta di fatto che la popolazione canina dello Sri Lanka si rivela presto interessantissima: c’è un’omogeneità impressionante tra questi cani, ed esclusa qualche minima differenza nel colore del pelo e nella sua lunghezza, nella taglia e nel portamento delle orecchie, tutti sono più o meno sovrapponibili. In definitiva, la Natura pare aver fatto un lavoro molto preciso con questi simpatici canidi, e direi, molto più sorprendente di quello fatto sui cani indigeni del Vietnam, decisamente meno “autentici”!

STANDARD
Cane paria dello Sri Lanka

Cane di tipo primitivo, pressoché inalterato dalla selezione umana, nativo dell’isola di Sri Lanka e somigliante al Cane paria indiano, di cui probabilmente rappresenta una derivazione.

TAGLIA: 45-55 cm circa.

PELO: corto ma non raso, con leggero sottopelo, tipicamente senza frange evidenti.

COLORI: fulvo o nero, in tutte le gradazioni e combinazioni incluso il tricolore, con o senza macchie bianche e pezzature, focature, carbonature; meno frequenti il manto bruno, bianco integrale, tigrato; non presenti il manto grigio e il merle.

CORPO: inscrivibile nel rettangolo, dunque con tronco leggermente più lungo dell’altezza al garrese, con dorso dritto, struttura leggera, torace non troppo ampio, arti lunghi, piedi piuttosto piccoli e compatti.

CODA: lunga, tipicamente a sciabola, di solito non arriva a toccare il dorso; occasionalmente può presentarsi mozza.

TESTA: da lupoide mesocefalo, piuttosto piccola, con assi cranio-facciali paralleli o leggermente divergenti; chiusura tipicamente a forbice.

OCCHI: di media grandezza, a mandorla, sempre scuri.

ORECCHIE: attaccate lateralmente sulla testa, tipicamente erette, occasionalmente con le punte ripiegate di lato, di forma triangolare, piuttosto ampie e molto mobili; mai totalmente pendenti lungo i lati del cranio.

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Considerando struttura fisica, colori e abitudini da spazzini, mi è sorto spontaneamente il dubbio che siano dei derivati domestici dello Sciacallo dorato più che del Lupo grigio, ma forse è meglio lasciar perdere le mie strane elucubrazioni, ed evitare di scomodare le vecchie teorie di Konrad Lorenz, da lui stesso riconosciute come non vere appena quarant’anni fa! Quel che è certo, è che si tratta di autentici proto-cani, non incrociati con nessuna razza occidentale (anche grazie al fatto che vivono su un’isola), e facenti parte di una vera e propria razza. Ebbene sì, razza: non riconosciuta dalla cinofilia ufficiale, ma così omogenea, da poterci stilare uno standard… come prontamente ho fatto, almeno a livello amatoriale (e ancora sicuramente incompleto).

Questo è infatti uno dei primi interrogativi (seri) che mi sono nati in testa, che condivido a questo punto con i Coppinger, e che propongo qui anche a voi lettori: da quali caratteristiche, prima ancora di un riconoscimento ufficiale, del relativo standard, e del registro dei pedigree e degli allevatori riconosciuti, si può considerare “razza” una determinata popolazione canina? Dovrei aver risposto appena nelle righe precedenti, con la mia quasi-conclusione da “naturalista dilettante”.

In definitiva, per quanto riguarda i cani paria di cui oramai ammetto di avere il pallino, la domesticazione spontanea del lupo ha aperto loro la strada, i rifiuti umani li hanno fatti sostentare, le migrazioni dell’uomo che hanno sempre seguito hanno favorito la loro diffusione intorno al mondo, e quindi… esistono, punto e basta, da migliaia e migliaia di anni ormai.
E siccome sono sempre quello delle “considerazioni cinofile inattuali”, ricordo a tutti coloro che sostengono che il cane sia solo un prodotto artificiale dell’uomo, che non è così, almeno nel caso dei Paesi più “primitivi” del mondo, che ancora oggi ci mostrano questa realtà: basta infatti guardare un piccolo branco di cani paria attorno a un villaggio, per capire che nessuno li ha selezionati e allevati volutamente, ma che la Natura ha fatto la gran parte del suo corso. Certo, che poi da noi, nel “mondo occidentale”, debbano idealmente esistere solo cani padronali, allevati, curati, selezionati per una funzione, e soprattutto tenuti sotto controllo per evitare danni all’ambiente, al prossimo e agli animali stessi, direi che si tratta di un’affermazione condivisibilissima. Peccato che, con l’ignoranza che c’è in giro, resti un’utopia…

Più osservo i cani e gli umani in diverse parti del mondo, più mi rendo conto che alla fine, non c’è stato sodalizio più spontaneo e azzeccato tra due specie animali: avete mai notato quanto siamo simili, noi e i cani, soprattutto per quanto riguarda le strutture sociali?
Meno timoroso, rigido e gerarchico del lupo, ma pur sempre animale sociale, un tipico cane paria trotterella per conto suo, poi incontra un altro cane. Un suo parente? Un potenziale rivale, o un potenziale partner? Comunque sia, iniziano tutte le cerimonie di saluto, il famoso assessment, la revisione delle gerarchie, un’eventuale monta di dominanza, una leccatina, un balletto o una spanciata all’occorrenza: niente di tanto diverso da un veloce saluto, da una stretta di mano, no?
In alternativa, un piccolo gruppo di cani (tre sembra essere il “numero magico”), si riposa in compagnia, per far fronte al clima tropicale, poi, quando comincia a calare il sole e a far meno caldo, si avvia alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti: che siano granchi o pesci morti sulle sponde di un lago, o immondizia sul bordo delle strade, “meglio spazzini che cacciatori” sembra essere il motto di questi cani, votati al massimo risparmio delle energie.
Non predano se non minimamente ed è per questo che non sembrano proprio essere la causa di razzie di selvaggina né di bestiame. Branchi più uniti poi, a volte si radunano – strano ma vero – divisi per sessi, e pure con i loro ordini gerarchici separati: tutto molto simile, a mio modesto avviso, ai vari gruppetti di umani miei più-o-meno-coetanei che osservo spesso mentre passeggio col vecchio Clint in centro Monza (con la mia solita prospettiva da solitario cronico).

A questa brulicante vita canina, gli umani del posto sembrano solitamente indifferenti: quasi nessuno ha un cane di proprietà, e non si tratta di cani utili a qualcosa, specie da quando – qualche migliaio di anni fa – l’uomo ha smesso di cacciare per sussistenza con archi, frecce e lance. Non servono neanche a fare da provvista carnea d’emergenza, come invece quelli del Vietnam. Semplicemente, fanno parte della fauna locale, non diversamente dalle scimmie e dagli elefanti. Qualcuno porta il collare, ma sembra più che altro un vezzo per i cani “simbolo” di una certa zona o residenti presso alcuni siti archeologici. Molti, moltissimi sono pieni di parassiti, alcuni sono addirittura mangiati dalla rogna tanto da far quasi impressione. Altri ancora, nonostante siano abili a schivare auto e simili, giacciono morti a bordo strada, o zoppicano a causa di incidenti. Molti sono anche un tantino denutriti.
E qui aggiungo una nuova e ultima “considerazione inattuale”: meglio liberi e selvaggi, senza collare né guinzaglio, né tantomeno “coercitivo” addestramento, ma azzoppati dal prossimo camion di passaggio?
Curati “secondo Natura”, senza mangimi industriali né antiparassitari chimici, ma spesso pelle e ossa e con chiazze senza pelo dal tanto grattarsi?
Io credo di essermi fatto la mia idea anche su questi temi: a voi lettori, le vostre conclusioni.

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1 commento

  1. Ciao,
    io ho un cane femmina adottato, proveniente dallo Srilanka, trovato su una spiaggia insieme ad altri 7 cuccioli.
    L’abbiamo cresciuta li per un anno e poi portata in Italia.
    Nessuno mi ha mai definito la sua razza, dicendomi che è un incrocio di molti cani… ha il muso di un pastore tedesco e il corpo di un levriero….
    Vi scrivo solo per curiosità…

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