di COSTANZA SAVAIA – Mi fa molto sorridere la tipica battuta sugli appassionati di sheepdog che si barcamenano per svolgere una performance decente con il proprio cane da pastore e sui campagnoli che dal canto loro fischiano ad un qualsiasi meticcio ed ottengono quella stessa mossa in un attimo, senza avere neanche idea di che cosa sia lo sheepdog.
Ma nel caso dei miei genitori secondo me questa battuta andrebbe trascesa.
Non credo che i miei siano mai stati nemmeno consapevoli che quella cagnetta tutta matta che abbaiava intorno alle galline, le raggruppava e le riportava al pollaio stesse di fatto conducendo il bestiame – bestie piccoline, ma pur sempre bestie.
Semplicemente, questa sua strana mania faceva risparmiare molta fatica e andava bene così, che corresse pure intorno alle galline, l’importante era che alla fine del giorno la porta del pollaio venisse chiusa a chiave senza nessun disperso.

Il nostro pollaio era molto grande, era un vero e proprio edificio di cemento separato da casa nostra, spazioso quanto una sala, ed ospitava circa venti galline al suolo e qualche dozzina di piccioni all’interno di tane costruite appositamente poco più in basso del soffitto. Sia le galline sia i piccioni erano allevati amatorialmente da mio padre; praticava da dilettante la selezione di alcune razze americane di galline ovaiole, mentre per quanto riguardava i colombi a convincerlo ad allevarli fu un ragionamento di convenienza: siccome allo stato semi-selvatico infestavano i terreni e coprivano gli orti con quantità eccessive di guano, anziché cercare di combatterli offrì loro vitto e alloggio, e da quel giorno i piccioni smisero di infestare il terreno e nidificarono tutti insieme all’interno del pollaio, dove tornavano ogni sera.
I piccioni erano felici e gli orti tirarono un sospiro di sollievo.
Mio padre cercò anche di renderli più mansueti, domestici e puliti, assisteva la loro riproduzione e consultava molto spesso un libro sull’allevamento dei piccioni per capire come gestirli. Ne era molto affascinato.

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Venti galline non sono facili da tenere, soprattutto se sono allevate a terra nel senso più ampio del termine e trascorrono l’intera giornata a razzolare per svariati ettari di terreno, addentrandosi anche nei boschi. Un cane da pastore che le radunasse avrebbe fatto decisamente comodo.
Eppure, quando mio padre portò a casa Lalla, non aveva la più pallida idea di che cane si fosse trovato fra le mani né tanto meno si sarebbe immaginato che avrebbe potuto lavorare con le galline. Per lui era semplicemente una trovatella di tre anni che non voleva nessuno, noi la potevamo tenere e perché no, e poi tre cani sono meglio di due.
E così, un anno dopo l’approdo di Fluke e Attila in famiglia (le due vecchie meticce di Cirneco e simil-Pinscher erano mancate da molto tempo), apparve questa strana cagnetta, un incrocio di taglia medio-piccola dai tratti vagamente lupoidi, con le zampe corte, a pelo corto con abbondante sottopelo, con mantello prevalentemente arancio, chiazzato di bianco sul muso, sulla pancia, sui piedi e sulla punta della coda.
Nello stesso periodo i nostri vicini di casa avevano adottato un suo cugino, dalla testa simile ma dalle zampe più lunghe e con un manto color cioccolato uniforme.
Il cugino di Lalla aveva l’abitudine di uscire dal terreno dei vicini e vagare per la strada, per poi tornare a casa la sera. Aveva un’andatura particolare, trotterellava come una volpe, e non si lasciava mai avvicinare dagli sconosciuti. Anche Lalla aveva quella stessa andatura da volpe, soprattutto quando esplorava ambienti nuovi… e quando si avvicinava alle galline.

A mia madre Lalla non piaceva. Non la capiva. Non capiva quel continuo sventolare di coda e orecchie, quel continuo spanciarsi e approcciarsi rigorosamente di lato, offrendo la testa abbassata, ma soprattutto le dava un fastidio terribile il fatto che Lalla volesse decidere quando essere coccolata.
Per mia madre questo era un oltraggio. Da che mondo e mondo è l’uomo che decide quando coccolare il cane, non il contrario!
Eppure Lalla pareva seguire dei riti ben precisi per le coccole sui quali legiferava da sé, al punto da chiederle anche con una certa insistenza quando le sembrava giusto, mentre in altri momenti non ne voleva sapere di essere pacioccata e cercava di farsi da parte.
In queste ed altre caratteristiche un cinofilo esperto avrebbe riconosciuto immediatamente un pastore conduttore. Ma se c’era una categoria con la quale i miei genitori non avevano mai avuto a che fare, era proprio quella dei conduttori. Avevano sempre avuto cani da guardia, da difesa, da tana, da caccia. Per mia madre il Cane con la “c” maiuscola è il cane di tipo Pinscher, in qualunque taglia si presenti; per molti anni Chicca era stata la sua inseparabile compagna, una Zwergpinscher di alta selezione proveniente da un allevamento tedesco.
Chicca aveva le tre caratteristiche che mia madre ama nei cani: sapeva difendere, era talmente fedele “che potevi girare senza guinzaglio e non si distraeva mai da te”… ed era un’accattona di coccole.
Un cane-cozza di enorme sensibilità e con doti eccellenti di difensore, come solo i cani di tipo Pinscher sanno essere. Per mia madre il Cane dev’essere così: un angelo custode che desideri vivere spalmato su di te. Un carattere che peraltro somiglia molto al suo stesso modo di essere: è una persona molto attiva, intelligentissima, sensibilissima alle emozioni degli altri che tende ad assorbire e fare proprie, affettuosissima fino ad essere invadente, iperprotettiva fino alla ferocia nei confronti delle persone che ama.
Mi ricorderò per sempre il momento in cui, un giorno, mi guardò e, con tono serio e pensoso, mi disse queste parole: “Se qualcuno ti rapisse, gli farei esplodere la casa”.

Cercate di immaginare l’incontro fra una persona con l’anima di un Pinscher ed un pastore conduttore. L’impatto fra l’ideale del cane-cozza accattone di amore ventiquattr’ore su ventiquattro e la realtà di una cagnetta per la quale – oltraggio! – le coccole sono un rito che può svolgersi solo in determinate circostanze, ed in quelle circostanze le vuole con insistenza ma poi per il resto della giornata nisba, ha da lavorare. “Giuseppe, ma che belin di cane che hai preso”. “Ma no, è un po’ pazza ma è simpatica; vedessi come si diverte quando la porto dalle galline!”
Intendiamoci: per quanto l’attitudine fosse quella del pastore, Lalla non era un esemplare dalle doti eccelse. Ne aveva le caratteristiche di base ma era lontana anni luce dall’intelligenza strepitosa e dalle doti atletiche di Border Collie e affini. E la convivenza con Fluke e Attila portò ad evoluzioni inaspettate nel suo carattere.
Il suo approccio rimase naturalmente quello che le era proprio, ma l’interazione continua con i due ruvidi barbari anarchici le trasmise effettivamente un che di sopra le righe, ed il suo adattamento al linguaggio tutto spintoni e caccia alle lucertole dei due fratelli si compì come una trasformazione buffonesca.
Divenne una vera e propria pagliaccia, una “cagnetta tutta matta”, appunto, che al contempo assunse tuttavia un importante ruolo di mediazione fra i due piccoli Chewbecca. Era divertente vederla intraprendere giochi che non erano nella sua natura ma che cominciarono ad intrigarla, come inseguire le lucertole in mezzo ai cespugli.

Ad insegnarglielo fu Fluke, per la quale inseguire le lucertole era pressoché l’unico gioco concepibile. Per il resto, Fluke era una cagnetta serissima. Uno spirito severo, sprezzante verso gli estranei, amante del freddo, quasi offeso dalle proposte di trascorrere una notte in casa. Preferiva la sua cuccia esterna, dove si assopiva nelle amate, gelide notti invernali, sferzate dal vento impietoso delle colline liguri. Fluke prendeva tutto maledettamente sul serio; né lei né Attila capivano i riti di Lalla, e se Lalla per qualche ragione ragione rituale ringhiava ad Attila, lui semplicemente si scansava e si allontanava flemmatico, come a dire: “Va be’, hai la luna storta, ci rivediamo dopo”… Ma per Fluke questi gesti erano un affronto! “COME OSI?! VUOI FARE A BOTTE?!!”. Per fortuna non si fecero mai seriamente del male, ma capimmo che in determinate circostanze che imparammo ad intuire Fluke e Lalla andavano separate, perché quelle che per Lalla erano sceneggiate rituali agli occhi di Fluke, incapace di concepire la gestualità “teatrale” lupoide, apparivano come vere e proprie aggressioni.
La spiccata diversità di Lalla appariva quindi come stranezza ai miei genitori e come irriverenza a Fluke, mentre per me e per Attila era molto interessante (anche se non riuscivo ad instaurare con lei un rapporto profondo a causa dei suoi filtri sociali che mi affaticavano nella comunicazione emotiva).
Lalla era una cagnetta intelligente, versatile, con un’ottima capacità di rendere il branco più coeso, anche se nessuno gliene rendeva merito.
Aiutò Attila ad essere più tollerante nei confronti dei linguaggi gerarchici equivocabili da parte di un cane anarchico; anche se le sceneggiate lupoidi non rientravano nel suo modo di essere, imparò che non erano nulla di drammatico, che andavano al limite fatte cadere. Questa sua reazione tranquilla ai riti di Lalla portò quiete anche nella pastorella stessa, rassicurata dalla placidità di Attila e sempre meno tesa nei rapporti nascenti.
Dal canto suo, Lalla insegnò ad Attila a tenere a bada il predatorio (lucertole escluse): nonostante sin da quando era cucciolo gli proponessi lunghi esercizi di concentrazione, era ancora molto difficile richiamare la sua attenzione quando aveva l’occasione di inseguire un animale. Per fortuna, le frequenti visite dei miei compagni di classe gli avevano insegnato a distinguere i bambini che corrono dalle potenziali prede: aveva imparato ad amarli e a giocare con loro senza esagerare con inseguimenti e morsi; era amatissimo da tutti i miei compagni! Ma sugli animali c’era ancora da lavorare.
Si trattava peraltro di un aspetto fondamentale della sua natura, era un cane da tana, non certo un assistente per animali selvatici. Ma sarebbe stato meglio trovare un modo perché imparasse a contestualizzare le situazioni e a capire che a volte è meglio non inseguire tutto ciò che si muove. Lalla, con i propri raduni di galline, lo aiutò molto in questo senso.

Vedendo Lalla lavorare con le galline, Attila aveva imparato a considerare i pennuti come parte della nostra comunità e aveva smesso di dar loro la caccia. Aveva persino cominciato a far loro la guardia. In generale, sembrava che fosse a modo suo in grado di osservare il comportamento di Lalla e di assorbire lentamente lezioni di mediazione e di autocontrollo, nelle quali la pastorella eccelleva; ed una volta appreso il beneficio che poteva trarre da questa osservazione, lo faceva proprio, integrandolo con il proprio modo di essere.
Attila era insomma un cane molto più intelligente di quanto potesse sembrare ad un primo impatto con la sua scorza di pelo ruvido. Era indocile, sì, ma stimolandone la capacità di concentrazione e di riflessione si poteva ottenere da lui una capacità di apprendere spontaneamente concetti molto vasti, addirittura interi linguaggi nuovi. Di lì a poco sarebbe diventato un grinning dog – un cane che imita il sorriso umano per suscitare reazioni positive nei propri compagni bipedi – e avrebbe cominciato a produrre vocalizzi ad imitazione del nostro modo di parlare per attirare la nostra attenzione, tanto che si sarebbe guadagnato la fama di “cane parlante” o addirittura di “cane-uomo” (espressione coniata dalla mia madrina) presso i nostri conoscenti.
Ciò non significa che si fosse effettivamente “umanizzato”, ma semplicemente che era molto bravo a riprodurre la comunicazione umana per farsi capire meglio… e per mandarci in brodo di giuggiole!

Queste capacità eccezionali di eclettismo comunicativo solitamente vengono attribuite ai cani con brillanti capacità esecutive e con un certo senso della gerarchia – molti lupoidi sviluppano l’abilità di imitare il sorriso per salutare gli umani, un gesto analogo allo scodinzolare (l’ho osservato nella Border Collie di mia zia), oppure, ancora più spesso, impiegano il sorriso come segnale di pacificazione e distensione se vedono il proprio padrone arrabbiato, insomma lo trasformano ancora una volta in un rito gerarchico.
Attila invece aveva appreso questi linguaggi non per mettere in atto riti che gli erano sconosciuti, ma per migliorare costantemente il proprio equilibrio e la propria capacità di valutare obiettivamente le situazioni: “Più lingue conosco, meglio capisco cosa succede”. Così, sorridendo e producendo vocalizzi analoghi ai nostri, entrava molto più facilmente in sintonia con il linguaggio del corpo umano e comprendeva meglio le intenzioni delle persone. Interagendo con Lalla, capiva che i riti lupoidi non dovevano allarmarlo ma erano “danze” senza reali fini violenti, e dal canto suo Lalla, vedendo che Attila non reagiva ai riti, imparava a rispettare la sua diversità, la sua essenza non-gerarchica.
Da questo plurilinguismo Attila avrebbe tratto una eccezionale sicurezza di sé, perché nessun mondo gli fu più veramente estraneo.

Questo significava che molte situazioni che ad altri cani sarebbero parse incomprensibili ed inquietanti per lui non erano affatto spaventose; ciò concorse a renderlo sempre più equilibrato e a restringere costantemente la probabilità di reazioni aggressive di fronte ad imprevisti equivocabili. Imparò a parlare con i lupoidi, con gli umani, con gli altri animali che aveva imparato non essere sempre il caso di inseguire, soprattutto se erano galline e cavalli (per quanto qualche vittima piumata gli scappasse ogni tanto, rigorosamente pennuti stranieri perché sui nostri vegliava; dei cavalli cominciò invece persino a diffidare, e d’altronde il nostro Pony Shetland, un robusto stallone pezzato, era un tipo caratteriale con il calcio facile, non proprio il soggetto adatto per un cane che debba imparare a fidarsi dei cavalli).
In compenso i gatti ai suoi occhi restarono per sempre dei veri e propri diavoli a quattro zampe da scacciare con ogni mezzo. Questo mi dispiaceva perché, prima che adottassimo Fluke e Attila, avevo avuto molti amici gatti che provenivano da tutto il vicinato per giocare e farsi coccolare.
Con Fluke e Attila in giardino, purtroppo non vidi mai più nessun gatto presentarsi alla nostra porta.

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Sono nata a Savona nel 1998. Mi occupo di ambiente, ecologia e diversità - ho scritto un articolo per "L'Espresso" in occasione del Fridayforfuture del 19 aprile 2019. I cani mi accompagnano nel mio viaggio da quando sono nata e sono i miei più grandi maestri di comunicazione fra esseri diversi.