di PAOLA CANZONETTA – Abbiamo chiuso il primo episodio della Saga de “Le Avventure di Duccio” con un grosso interrogativo… L’unico interrogativo che avevamo, almeno fino a quel momento.
Poveri illusi!

Come avrebbe reagito Arale all’introduzione di un secondo cane?

Ebbene, questa volta parlerò poco di quanto sia devastante mettersi in casa un cane come Duccio (ce ne sarà modo in futuro… oh, eccome, se ce ne sarà modo!).
Stavolta voglio raccontare l’introduzione del secondo cane attraverso gli occhi della nostra psicopatica beniamina, della nostra dolcissima scorbutica Arale, che se incontra in passeggiata un altro cane o lo adora all’istante e sarà amore eterno, oppure vuole ucciderlo a morsi.
Comunque, dopo attenta osservazione e valutazione dei fatti, con l’aiuto di grafici inesistenti e del sempre utile ed illuminante “senno del poi”, mi sento di poter riassumere le reazioni di Arale in 5 fasi principali, e senza neanche troppe sfumature l’una fra l’altra. Analizziamole insieme:

1) Incomprensione

Eh già, perché Arale all’inizio non ci ha capito proprio niente.
Seguendo i consigli aurei di Ti Presento il Cane, elargiti in un accurato articolo della grande Valeria ‐ ma recepiti ed applicati da noi nel peggiore dei modi ‐ abbiamo fatto incontrare (in più occasioni) Arale e Duccio in un terreno neutro. Che poi proprio neutro non era, dato che ci trovavamo in prossimità della casa in cui era nato Duccio. Diciamoci la verità, più che altro è stato il caos…
Abbiamo portato Arale in campagna, dove vivono i genitori di Duccio, che prontamente ci sono venuti incontro con la loro miriade di cuccioli abbaianti e festanti e paurosi e rotolanti… il panico.
Arale annusava dove poteva, giocava con Rocco e Eva, scattava, faceva le finte, faceva la pipì, annusava, cacca, indifferenza, vabbeh andiamo a casa che mi inizia Montalbano, e intanto sti gomitolini ringhiottavano, ululavano, scappavano, cadevano, mordevano…

Non so, sarebbe più efficace far conoscere una potenziale coppia organizzando un appuntamento al buio e preparando una cena romantica dentro un vagone della metro all’ora di punta, disponendo magari il tavolo davanti le porte centrali del convoglio.
Comunque, nonostante i nostri maldestri tentativi di socializzazione, un giorno fra tanti prendiamo su il prescelto, Colui che un Giorno Tutti Avrebbero Chiamato Duccio, e saliamo in macchina con Arale.
Fin qui, per lei cambiava poco. Non è possessiva, non è come il Duccio adulto, che guai a chi si avvicina alla panda, che se mi entra la riserva del carburante devo scegliere fra il rimanere per strada e farmela a piedi o mandare in analisi l’ennesimo benzinaio che verrà aggredito da un Cujo sottovetro che minaccerà di spaccare il lunotto posteriore a zampate.

Oltretutto, a generare nella testa di Arale confusione e incomprensione, c’è il dettaglio non da poco che, prima di fermarci a casa nostra, siamo passati a casa dei miei, per fargli conoscere il cucciolino (“visto che bell’affare che abbiamo fatto? Non è adorabile? Non siamo geniali?”). Duccio ha quindi conosciuto il primo cane al di fuori della sua cerchia familiare (e di Arale, ovviamente): Tata, 35 chili di esasperata voglia di vivere, di eccessiva esuberanza e irrefrenabile follia.
Metterebbe di buon umore un Hannibal Lecter che ha appena ricevuto una raccomandata dall’Agenzia delle Entrate, e Duccio, prima un po’ timido e spaventato, poi incoraggiato dal gioco fra Arale e Tata, ha mosso con lei i primi passi verso la socializzazione interspecifica. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrebbe mandato anche lei, in analisi, dallo stesso psichiatra del benzinaio?
Dopo un ragionevole tempo dedicato alla loro socializzazione, si parte finalmente alla volta di casa. E forse qui Arale, vedendo che ‘sto cosetto non scendeva più e non veniva rispedito al mittente, ha iniziato
veramente a capire… e l’iniziale incomprensione ha lasciato spazio a…

2) l’incredulità

Ma che siamo matti? Questo cammina per il piazzale come se niente fosse, guarda, sta annusando… NO NO! NOOOO STA FACENDO PIPIII! E fermatelo per l’amor del cielo… nooo ha distrutto tutte le mie tracce odorose… mi tocca prendere lo spazzolone… sentite, ce l’avete portato voi, gestitelo voi, io non voglio saperne niente.
Adesso vado a fare l’aperitivo che sono le sette, quando esco di casa non voglio trovarlo. E fortuna che è rimasto fuori in giardino, pensare se fosse entrato dentro cas…

3) lo sbigottimento

È entrato dentro casa. Annusa dappertutto, le gatte gli sono intorno, gli umani con le loro vocine stridule ed eccitate accompagnano ed incoraggiano ogni suo stupidissimo passo, ogni iniziativa, ogni annusata.
Dunque è vero, questo essere lanuginoso che fino a qualche ora fa se ne stava a casa sua, a quanto pare, stazionerà qua da noi per un po’. Ah, ma io non faccio da baby sitter a nessuno, cari miei.

4) il rammarico

Qui, e una volta tanto sono seria, è iniziata la fase più dolorosa per tutti.
Per Arale, destabilizzata in tutte le sue certezze, e per noi, attanagliati dal senso di colpa, manco la avessimo abbandonata sul raccordo anulare. L’unico come sempre che continuava a spassarsela, dopo una iniziale diffidenza verso il nuovo ambiente durata sì e no mezza giornata, era Duccio.
Lei, la principessa indiscussa di casa, iniziò a guardarci con sguardo grave e accusatorio, con l’espressione di chi risponde “niente” alla domanda “cosa hai?”.
Spesso, se eravamo in casa, si piantava davanti la porta.
Allora la facevamo uscire, e lei entrava in modalità “avvistamento animale selvatico”.
Insomma, si comportava come un cervo dietro le lenti di un binocolo. Si metteva nel punto più distante di tutto il giardino, immobile, di fianco, e ti fissava, la cornea esposta ad incorniciare il suo sguardo sfuggente.
Come a dire “mi sono bloccata qui solo perché ho trovato una rete di confine”. Ci osservava, silenziosa, mentre portavamo avanti le mansioni di casa, da dietro una colonna.

Dopo cena saliva di sopra, e ci capitava spesso di scoprirla ad osservarci, anche un po’ inquietante, nascosta nella penombra delle scale. Questo fu il suo pacato modo di dirci che avevamo sbagliato di brutto, fu il suo composto rifiuto, la sua lotta non violenta contro un esserino idrofobo che mordeva, vocalizzava, spisciettava in casa, mordeva le nostre gambe con quegli aghetti che aveva al posto dei denti, insomma, quell’esserino che era (e faceva) il cucciolo.
Ricordo quelle settimane con rinnovata angoscia e senso di colpa. Per quanto cercassimo di rispettare gli spazi che Arale si prendeva, di non forzarla a stare con noi, e non dare eccessive attenzioni a Duccio, di preferire e coccolare sempre lei, era un dato di fatto: lui ormai era fra noi, e rompeva le balle.
E lei non ce lo avrebbe mai perdonato.
Fino improvvisamente a lasciare spazio a…

5) l’accettazione!

Ebbene sì, signore e signori, i miracoli esistono!
E avvengono quando meno te li aspetti, quando ti distrai, forse proprio perché non stai caricando l’aria di tensione, aspettativa e angoscia, chi lo sa.
E così, in un caldo pomeriggio di ottobre, mentre accatastavamo la legna dietro casa, sudavamo e maledicevamo il primordiale concetto di riscaldamento col fuoco, succede l’impensabile.
Arale si avvicina a Duccio, solleva verso di lui una zampa, lo schiaccia. Come a dire “allora ragazzino, vuoi giocare? Vediamo quello che sai fare”.
Inizia una timida corsa al trotto, che presto lascia spazio a un galoppo forsennato.
Morsi, ringhi, finte, inseguimenti. È fatta.
E così, sarà stata la stanchezza per quei 20 quintali di legna accatastati nemmeno per metà, o la gioia di vederli finalmente amici, mi si sono inumiditi gli occhi.
Arale adesso ha un branco, Arale adesso è un capobranco.

Quello che ancora non sapevo è che quelle lacrimucce di gioia, grazie al giovane Duccio, avrebbero lasciato presto spazio ai pianti inconsolabili della disperazione…