martedì 24 Novembre 2020

Il porco

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Valeria Rossi
Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

Valeria ci ha lasciato il 26 Maggio del 2016.
Dopo il suo ricovero in ospedale aveva iniziato a scrivere questo testo, con la volontà di pubblicarlo una volta dimessa e iniziata la lotta contro il Porco, come lo aveva chiamato lei. Non ne ha avuto la possibilità e questo testo è rimasto a lungo solo sul suo portatile, lo avevamo letto solo io e Fabiana.
Abbiamo aspettato a lungo per pubblicarlo, ancora oggi ero in dubbio: probabilmente ancora adesso, a distanza di 4 anni, ci sarà chi troverà qualche appiglio per fare polemica.
Valeria però avrebbe pubblicato questo pezzo, non avrebbe voluto lasciarlo a prendere polvere in un hard disk.
Pensiamo sia un modo per ricordarla, e anche per dire grazie anche a tutti coloro che ancora oggi la ricordano con affetto (e siete in tanti), e non solo nell’ambito cinofilo.

Non l’avrei mai detto, giuro.
Non avrei proprio mai pensato che la cosa che mi avrebbe preoccupata di più sarebbe stata il “come dirlo”.
No, perché il fatto che prima o poi me lo beccassi, il Porco, era abbastanza scontato.
Fumo come otto turchi; ho una storia familiare di pessimo auspicio (mio padre è morto di cancro al polmone, cosa che avrebbe dovuto indurmi a smettere di fumare – solo che lui è morto dopo quindici anni che aveva smesso, cosa che ovviamente mi ha indotto  a continuare); ho vissuto per troppi anni nelle strette vicinanze di una centrale elettrica a carbone che ha fatto fuori un numero spropositato di persone… e insomma, schivarmelo sarebbe stata una gran bella botta di culo. 
Che non ho avuto, amen.
Ma già sono arrivata a quasi 63 anni, la vita me la sono pure goduta e potrebbe anche andar bene così.

Quello che mi frega è pensare a chi altro ferirò, se ci lascio le piume.
E il problema inizia proprio dal “come dirlo”, perché a qualcuno fai già del male lì, senza neppure aver bisogno di schiattare prima.
Qualcuno lo fai già soffrire, e ti dispiace perché mediamente saranno persone a cui vuoi bene.
Qualcun altro  accoglierà la notizia, se non proprio con gioia (in fondo non sono mica Hitler, suvvia! Che stia sulle palle a qualcuno è certo ed è pure normale, ma ci sono dei limiti…), quantomeno senza strapparsi i capelli: e anche questo ti dispiace, perché non è mica bello dare soddisfazione a simili stronzi.
E poi c’è ancora un altro problema, nel “come dirlo”.
C’è che è dannatamente imbarazzante.
Anche questo non l’avrei mai pensato: pensavo che fosse molto più vero il contrario, cioè che imbarazzasse ricevere una notizia del genere da qualcuno a cui tieni.
Perché in quei casi resti brasato. Mi è successo e lo so.
Non ti sembra che esista un solo straccio di parola giusta da dire, di cosa giusta da fare.
Hai paura che qualsiasi tua reazione possa farti passare da insensibile menefreghista o da retorico commediante o che so io.
Ma non è tanto la figura che “tu” potresti fare, a metterti in imbarazzo: è il pensiero che questa tua figura possa far male all’altro.
Perché se pensa che tu stia recitando, si sentirà tradito e/o crederà che in realtà a nessuno freghi nulla di lui/lei. Se pensa che tu stia davvero male, sarà dispiaciuto perché è causa del tuo dolore.
  
Si capisce quello che sto cercando di dire?
Boh, sono sotto quintalate di antidolorifici e non credo di essere al massimo della lucidità: però ci provo, a scrivere questo nonsocosa (perché non so bene cosa voglia essere: un racconto, un libro, uno sfogo… lo scopriremo solo vivendo), ora come ora perché mi fa passare il tempo. Poi si vedrà.
Sta di fatto che se il nonsocosa fosse un diario di bordo, potrebbe iniziare più o meno così: “Ospedale di Carmagnola, anno terrestre 2016, stanza 21 letto 9 – La neo-Porcheggiata non si sente disperata, né depressa, né sotto choc (a meno che non sia così tanto sotto choc da non capire di esserlo): si sente solo tremendamente imbarazzata ogni volta che deve spiegare a qualcuno che cos’ha”.
Sì, vabbe’: un incipit di merda, se pensiamo che si sta parlando di  una che si è beccata il cancro, mica un raffreddore.
Però è anche la verità, e cosa vuoi scrivere in un nonsocosa sul tuo cancro, se non la verità?
Ecco: la verità, o almeno la MIA prima verità, si chiama imbarazzo.
Il resto verrà dopo, forse. La paura, l’ansia, l’angoscia che davo per scontato di provare di fronte  a una notizia come questa, e che per ora non ci sono.

Sono incazzata, questo sì (e vorrei ben vedere): ma impaurita-angosciata-depressa no. E non perché “mi sforzi di essere forte”, o voglia fa’ l’eroina dei miei stivali. E’ proprio che mi sento così: con tanta voglia di prendermi a cazzottoni col Porco (e possibilmente di vincere), ma nessuna voglia di frignare, tagliarmi vene, darmi al mepovera, poverame.
L’unica cosa che mi mette in difficoltà è proprio il dannato comedirlo: così, alla fine, ho scelto di dirloebbasta. L’ho scritto su Facebook e buonanotte. Ho scritto tutto dall’inizio.

L’INIZIO

E sarà meglio che anche qua ci metta un po’ di anamnesi, altrimenti chi mai dovesse leggere ‘sta roba non ci capirebbe una mazza: dunque, è andata così.
A un certo punto di febbraio, quando avevo appena iniziato a collaborare con una trasmissione RAI che si registra a Napoli, quindi a sei ore di treno da casa mia, mi è venuto un dolore allucinante al fianco sinistro. Tipo dolore intercostale, ma che non passava mai.
Il primo medico che mi vede dice “o strappo muscolare o costola rotta”: solo che io non mi ero strappata niente, non avevo preso botte, non ero caduta…
Le possibilità erano due: o uno dei soliti assalti al treno della mia “cagnolina” Samba (che è una rottweiler e pesa 40 kg), che mi aveva fatto feste un po’ fuori controllo, oppure uno strappo infido e non identificato mentre trascinavo, spostavo, caricavo e scaricavo valigie e valigioni dai treni per/da Napoli.
Faccio una lastra, non c’è niente di rotto, quindi si opta per lo strappo.
Mi dicono “son cose lunghe, ci vorrà un mesetto prima che passi, abbi pazienza e intanto vai di antidolorifici e antinfiammatori”.
Così faccio, e in effetti dopo un mesetto il dolore se ne va.
Peccato che dopo due o tre giorni cominci a farmi male una gamba.
Prima “maluccio”, poi male, poi malissimissimo. Non riesco più a lavorare, non posso più viaggiare, non riesco a stare in piedi né seduta. La posizione sdraiata è la meno peggio, ma non esiste un “meglio”: ho un male boia in tutte le posizioni, in tutti i luoghi  e in tutti i laghi.
Vado due volte al Pronto soccorso, mi fanno antidolorifici e mi rispediscono a casa con la diagnosi di probabile sciatalgia.
Passa un altro mese, non ce la posso più fare: finalmente un medico mi dice di fare una risonanza magnetica. Obbedisco.
Quel che si vede non è bello, ci vuole anche una TAC per capirne di più. Fatta anche quella, dopo aver atteso e atteso e atteso la lettura, arriva la diagnosi, anzi una diagnosoide; è certo che mi sia beccata il Porco,  solo che tutte quelle che si vedono sono metastasi. Il Porco Principale, il Bastardone, il Peppo Pig Primario non si sa ancora dove si sia imboscato.
Serve ulteriore TAC, una “total body”, per andarlo a pescare e identificarlo una volta per tutte.
Solo a questo punto ci potremo guardare in faccia e cominciare a menarci. Perché io di menarlo ne ho una gran voglia, l’ho detto: però non posso neppure dare pugni all’aria sperando di beccarlo per caso.
Devo sapere chi è, ando’ sta, quanti punti di vantaggio ha. Quanto aggressivo è. Se io posso aggredire lui, e come.
Insomma, devo sape’ tutte le cose che si devono sapere quando si decide di mettersi a litigare con un cancro: ma per saperle ci vuole ‘sta total body, e sono tre giorni che mi dicono “domani” e l’indomani non succede niente.
Poco fa è arrivata la dottoressa con l’ennesimo “domani”. Ho ringhiato. Mi ha detto che stavolta è un “domani” sicuro al 100%.
Ho ringhiato di nuovo, non tanto perché servisse a qualcosa ma perché così mi sentivo più vicina al mio cane, che mi manca un casino. L’ho detto che non sono particolarmente triste, né depressa, né infelice e tutta quella roba lì?
Ecco, l’unica eccezione arriva quando penso a Samba.
Che sta da figlio e quasinuora, ovvero con i suoi amici cani e con la sua allevatrice e col fratellone umano… però quando il figlio viene a trovarmi e lei, al ritorno, sente il mio odore, le vengono i musi lunghi.
E questo è tristetristetriste e lì sì che mi viene da piangere, ecco.

Nonsocosa di bordo, 17 maggio verso sera

No, non è vero. Non c’è solo la mancanza della mia cucciolona a buttarmi giù. 
C’è anche il fatto che il cellulare impazzisca e rifiuti di caricarsi.
Adesso abbiamo risolto il problema attaccandolo ad una presa diversa (trovarne una disponibile in questa camera ospedaliera? Un’avventura che manco Indiana Jones!), ma sono stata sull’orlo della crisi isterica e la cosa mi ha fatto pensare.
Un pensiero banale, niente de che: già visto e rivisto, sentito e risentito, letto e riletto.
La solita constatazione di come le cose minime possano diventare immense in casi particolari (come quello di essere piantato appunto in un letto d’ospedale, tanto per dirne uno a caso).
Sì, è banalissimo. Deja vu, deja sentu.
Però lo dicono tutti e tu ci fai caso davvero solo quando succede  a te: quindi ti viene di scriverlo come se fosse chissà quale Grande e Rivoluzionaria scoperta.

Cambiano le prospettive, ecco tutto. Nel bene e nel male.
Dopo mesi passati a cercare di non urlare come un mandrillo in calore ogni volta che aprivo gli occhi e iniziava il dolore, adesso mi godo un sacco il solo fatto di svegliarmi e di non sentire male da nessuna parte.
Chi è che si gode una cosa simile, normalmente?
Nessuno. E guarda cosa vai a perderti, visto che  di queste non-meraviglie che diventano cose grandiose potresti averne millemila al giorno, se solo riuscissi a pensare a loro come tali.
Poi, ovviamente, c’è la controparte:  iper-stupidaggini che diventano tragedie greche, come quella del caricabatterie in tilt.
La morale della favola, ammesso e non concesso che di morale si tratti, è che in giornate come quelle che sto vivendo io, e che dovrebbero essere all’insegna della noia mortale visto che posso solo stare qui immobile ad attendere, possono rivelarsi giornate iperboliche, cariche di emozioni e di sensazioni che in realtà potrebbero essere sempre lì. E invece non le vedi, non le senti, non le provi.
Curioso, no?

RISTORANTE 5 STELLE

Diciamoche non lo pretendi, quando sei in ospedale.
Almeno, io no di certo. Mi basterebbe una cucina normale, leggerina per forza di cose ma familiare, casalinga, toh. E con un minimo di sapori dentro, anche proprio il minimo sindacale.
La prima sera qui ho pensato di aver trovato esattamente questo, anzi forse anche qualcosina in più. Era tutto buonissimo: minestra di farro, frittata al formaggio, purea di patate, budino.  Al telefono con l’orko ho profferito la Frase Storica: “Si mangia bene!”.
Parafrasando  De Andrè, il seguito prova che avevo torto.
Qualche esempio spicciolo, così a caso, tenendo presente che ogni sera passano le infermiere a chiedere cosa vuoi mangiare il giorno dopo.
a) Prenoto: riso in bianco,  pollo arrosto e  spinaci.
Arriva: pasta in bianco scotta, pollo bollito, purea.

b) Prenoto:  minestrone di verdura, arrosto e zucchine.
Arriva: minestrina (credo: trattasi di apparenti pezzettini di plastica che galleggiano in acqua tiepida senzza traccia di sale né di altri aromi), purea e stop.
Chiedo: e l’arrosto?
Risposta: “Finito… non c’è più niente, posso darle solo questi”.
E mi lancia (giuro) due formaggini.

c) Prenoto: passato di verdura, pollo al rosmarino, budino
Arriva: apparente vomito di cane che però sa di purea, con contorno di purea. Il pollo è nuovamente disperso. Ho visioni del topo Ratatouille, o del granchio Sebastian, inseguiti dai relativi cuochi nei relativi film: mi sa che i polli in questa cucina vivono tutti avventure simili. E riescono SEMPRE a scappare.
Taccio e resto serafica solo perché mi sono fatta portare di straforo una frittata preparata dall’orko, quindi mangerò.
In compenso sento le dispensatrici di (teorico) cibo che passano alla camera successiva e declamano:  “La 12 ha il semolino… che non c’è”.
“E la 14?”
“Eh, aveva il pollo… ma siamo senza…”
Prendo mentalmente nota di quello che ordinerò domani. All’orko, però.

18 maggio, quasi ora di pranzo

Fatta.
La TAC,  dico. La Tac-cona “total body”. Ho taccheggiato.
E altre cazzate varie per dire che adesso sono in attesa della diagnosi.
Che mi viene da chiamare “sentenza”.
La TAC non è minimamente dolorosa, in condizioni normali: al massimo questa col contrasto è leggermente fastidiosa all’inizio, quando ti iniettano il liquido e senti una specie di mega-caldana (ma per chi è già stato in menopausa so’ bazzecole), oltre a un gustaccio schifoso in bocca.
Per me son stati incubi e deliri (cit.) solo perché devi stare steso sul lettino metallico con le gambe belle allungate, e a me tenere le gambe allungate fa un male della madonna: comunque bon, andata, fatta.
Son scesi un po’ di santi a dirmi di moderare il linguaggio, ho risposto che per farlo avrei dovuto essere santa anch’io e proprio se lo possono scordare, siccome son santi mi hanno perdonato e se ne sono andati. 
Ora dovrei aver paura. E non ce l’ho.
Ho più curiosità: di sapere, ovviamente, e poi di capire come programmerò questa battaglia, e quanto durerà, e se non mi cagherò addosso tutto insieme anche se adesso son tranquilla come una pasqua.
E nel caso non fosse possibile alcuna battaglia, perché i Porci incurabili ci sono ancora, cazzarola… allora sono curiosa della morte. Di sapere com’è, se c’è davvero qualcosa dopo, se ci sarà modo e maniera di fantasmeggiare un po’ in giro e di interagire ancora con chi resta di qua.
Sto persino chiedendomi se sarà possibile possedere un cane e addestrarmi Samba in stile Ghost.
So’ scema, eh? Oppure son fatta di brutto a forza di antidolorifici e non me ne accorgo.
Vabbe’, aspettiamo di scoprire qualcosa.
Qui sta finendo tutto in attese e attese e attese, ma in fondo l’attesa è “qualcosa”.
Il guaio grosso sarebbe il niente.

DISQUISIZIONI SUINE

Devo dare una spiegazione al fatto che il cancro lo chiami “Il Porco”. Cioè, devo chiarire che i maiali non c’entrano nulla, porelli.
I maiali sono animali intelligenti, puliti, simpaticissimi: si possono educare e addestrare, si affezionano come i cani e soprattutto non hanno intenzione di fare del male  a nessuno.
Quando penso “porco”, dunque, io non penso assolutamente a un maiale.
Penso a qualcosa di umano e di viscido, penso al classico “vecchio porco” che tutte le donne prima o poi incontrano nella vita e che ha proprio quegli occhietti piccoli e infossati, quello sguardo un po’ di traverso che purtroppo somiglia davvero a quello di Peppa Pig (non per niente le hanno fatto tutti e due gli occhi dalla stessa parte!).
Ma è Peppa Pig ad assomigliare a un porco umano, non il contrario.
Il maiale è un animale nobile a cui è toccata in sorte una faccia che non lo lascia capire troppo bene.
Il Porco è un essere schifoso che può manifestarsi come un uomo o come una malattia, ma la cui faccia conta poco perché lui è Porco inside: il marciume ce l’ha dentro, non fuori.
Io i maiali li mangio. Sono onnivora, anche se non sono una sbranatrice coatta di carne, quindi il panino con la salsiccia o col prosciutto me lo posso anche fare: la mia visione dell’alimentazione è che l’uomo sia onnivoro e che possa mangiare carne di altri animali, purché non ottenuta tramite sfruttamenti intensivi, violenza e  dolore inutile.
Però, anche se posso mettermi il maiale in mezzo a un panino, non posso offendere la sua dignità: quindi ci tengo a specificare bene che il mio personale Porco è qualcosa di diverso.
E’ qualcosa di cattivo, e un animale, semplicemente, non può essere cattivo. Non con la volontà di nuocere, almeno. Può aggredire, può uccidere, ma lo fa per autodifesa, o per fame, o per altre motivazioni più che valide. Non lo fa mai per divertimento: quella è una prerogativa tutta umana.
Quindi il mio Porco, che si sta divertendo a farmi scapocciare nei muri dal male, a prospettarmi momenti ancora peggiori con la simpatica alternativa di “nessun momento”… be’, di fondo deve avere qualcosa di umano. Se fossi religiosa probabilmente ci starebbe bene l’immagine di qualche demone cornuto e con la coda, ma io religiosa non sono. In più, queste raffigurazioni del diavolo mi hanno sempre fatto ridere. Anche da piccola. A scuola si faceva religione e continuavano a sbatterti sotto il naso questi cornutoni con gli zoccoli e la coda a punta di freccia, disegnati in tutte le salse. Ricordo che molti bambini si spaventavano o addirittura piangevano (poi qualcuno dovrebbe spiegarmi lo scopo: a che serve terrorizzare dei piccoletti per far capire loro la differenza tra il bene e il male? Terrorizzarli è GIA’ male: quindi il diavolo a me sembrano quelli che utilizzano metodi del genere). Comunque, a me il cornutone zoccoluto faceva ridere.
Il Porco no: quello lo odio con tutto il cuore, ma lo rispetto… nel senso che non credo di poterlo prendere sottogamba.
Concludendo: il mio Porco non è un maiale, non è un umano vero e proprio, non è un diavolo buffo. E allora che è?
A volte credo di dovermi impegnare a classificarlo nel modo giusto, per potermici scannare meglio: altre volte penso che in fondo non sia importante, che si debba combattere a testa bassa e senza farsi troppe menate.
Boh, vedremo. In fondo questa è solo accademia, in attesa di sapere quando e come potrò iniziare a fare qualcosa.
Mi dicessero cosa è saltato fuori da sta TAC, per esempio… sarebbe già una bella cosa, mannaggia.

Purtroppo, da queste ultime righe le cose si sono aggravate rapidamente: la TAC aveva evidenziato metastasi diffuse, il Porco principale era probablmente al fegato.
Le condizioni di Valeria sono peggiorate la notte tra il 19 e il 20, e non ha più ripreso conoscenza, lasciando questo scritto così incompiuto.
Il Porco però non ha affatto vinto: Valeria è ancora considerata un punto di riferimento per la cinofilia, i suoi testi continuano a essere consigliati, è ricordata con affetto dalla stragrande maggioranza delle persone e solo pochi personaggi a cui non vale nemmeno la pena dedicare più di queste poche parole ne parlano male… e molti lo fanno proprio perchè sanno che ora non può rispondere, il che basta a qualificarli.
Noi abbiamo deciso fin da subito di portare avanti “Ti presento il cane”, non con l’arroganza di crederci al suo livello (saremmo stati veramente degli illusi) ma per rispetto nei suoi confronti, perchè far cadere il progetto che portava avanti da tanti anni sarebbe stato un enorme torto… e avrebbe probabilmente fatto felici alcuni dei personaggi di cui sopra. Ringraziamo quindi di cuore tutti coloro che continuano a parlarne con affetto, chi a ogni anniversario di questa data triste la ricorda, chi consiglia i suoi testi e i suoi libri. E’ il miglior modo per far capire al Porco che sta continuando a perdere: potrà anche aver preso il corpo di Valeria, ma lei ha lasciato a tutti noi molto, molto di più.

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21 Commenti

  1. Grazie a lei ho acquistato una delle cose più belle della mia vita, una convivenza con un meraviglioso Bullo francese arrivato dopo avere letto il suo standard. Quello vero. Ancora oggi se ho bisogno di qualche informazione cerco prima le sue e poi le confronto. E’ stata una perdita enorme, enorme, ma mi conforta sapere che da qualche parte lei c’è ancora, anche se non ci credeva, e sta giocando con tutti i cani che ha allevato e che ha contribuito a fare allevare. Oltre il ponte dell’arcobaleno.

  2. Valeria una persona meravigliosa, le sue indicazioni su come convivere serenamente con un cane rimangono per me le più vere, come solo chi ama i cani può capire a fondo.

  3. Non vi conoscevo e non conoscevo Valeria. Questo scritto postumo è di una intensità e umanità straordinarie. Avrei voluto conoscerla. Resterò con voi per condividere il suo patrimonio di amore per la natura e gli esseri cani. Un’eredità da non disperdere e da tramandare. Grazie.

  4. Non ho mai conosciuto Valeria, se non tramite i suoi scritti. Non ho nemmeno in realtà mai preso parte attiva nemmeno su Ti Presento Il Cane. Sono tra i lettori silenziosi, quelli che ridono alle sue battute nascosti dietro il monitor e imparano quanto più possibile dalla sua intelligenza, dalla sua esperienza. Valeria mi ha dato tantissimo, ogni singola volta che incrocio un cane io penso a Valeria, ai suoi veri standard, alla sua passione. E credo che questo abbia un significato. Grazie. Sempre.

  5. Cara,preziosa Valeria. Ho la fortuna di trovare sempre cose che hai scritto e che non ho ancora letto…e ti voglio tanto bene

  6. Stasera dopo aver letto un altro utile e splendido articolo dei tanti che solo Valeria riusciva a scrivere, ho cliccato su questa simpatica immagine di lei sulla scopa con scritto “il porco”, tutto pensavo ma non di finire a piangere un po’ per tristezza, ma anche per rabbia,
    perche penso che i migliori se ne vanno sempre troppo presto.
    Io non l’ho mai conosciuta personalmente, ma l’ho sempre apprezzata e consigliata perché penso che nel mondo della cinofilia ci sia bisogno di gente come lei,
    spero che tra i suoi “discepoli “ci possa essere qualcuno vicino alla sua altezza.
    Grazie Valeria per tutto quello che mi hai insegnato

  7. C’ ero per l’ultimo saluto , grazie Davide per aver condiviso queste sue parole. È vero. Lei vive dentro chi l’ha conosciuta e le ha voluto bene ed apprezzata. E le sue parole divertono e insegnano ancora a molti. Un abbraccione voi

  8. Grazie di cuore per aver condiviso questo scritto. Ho conosciuto (virtualmente) Valeria e ti presento il cane nel 2016, pochi mesi prima che se ne andasse. Avevamo intenzione di prendere un cane e volevamo essere pronti. Cosi ci siamo appoggiati a lei attraverso i suoi scritti,
    i suoi consigli, umanità, umorismo, preparazione. Ho continuato e continuo a leggerla, è e sarà sempre un punto di riferimento. Grazie figlio e ora nuora per il lavoro che fate.

  9. Non so davvero se é stato più il dolore o la gioia di risentire la sua voce in questi scritti. Che turbinio di tristezza, nostalgia, gioia, dolore e gratitudine.
    E quanto rinnovato stupore per provare sentimenti tanto intensi per chi, probabilmente, non si ricordava neppure di te e della tua esistenza, ma ti accompagnava con le sue parole e un caffè, dal lunedì al venerdì tutti gli inizio giornata lavorativa.
    Che nostalgia.
    Davide, Fabiana, non so se odiarvi o ringraziarvi per questa pubblicazione.

  10. Ho letto col fiato sospeso, una gran bella persona. Grande la sua ironia, l ammiro.
    Grazie di avermi dato la possibilità di poterla conoscere.
    Tanto di cui parlare forse ancora tutto da vivere.
    Grazie
    Isi

  11. Bè non ho terminato ancora la lettura,non ho avuto modo (purtroppo) di conoscerla e sinceramente c’è poco da commentare.Si è detto tanto su di lei.Ho perso mio padre a 65 anni e solo chi ci è passato può capire.Davide e Fabiana è dura ma bisogna andare avanti a testa alta.Ora ho i brividi e non mi sento di fare commenti o quant’altro. Grande persona e avrebbe potuto dire tanto altro ancora ma ancora una volta il tempo ha remato contro.Forse in tanti avranno pensieri negativi,ma a tutte le persone dico che tanto prima o poi tutti la andiamo a finire, quindi alle persone invidiose,cattiva,gelose dico solo una cosa.A cosa serve tutto questo?

    • Da un anno, per la prima volta, a quasi settant’anni, un cane, Ciccio, è entrato a far parte della mia famiglia. Amore è la parola giusta. E adesso leggere di Valeria e del suo mondo non mi sembra affatto un caso. Ti cercherò da subito, cara sconosciuta stregaccia. Grazie Davide e Fabiana per avermi presentato la vostra mamma

  12. Grazie Davide per aver condiviso questo diario. Valeria manca tanto e rileggerla oggi è stato un bel regalo.
    L’ho conosciuta tramite questo sito, e sono partita da Bologna solo per venire a conoscerla. Ne è valsa la pena. È stato affascinante vederla con la mia cana, che lei chiamava “il cavallo”.
    Vi abbraccio
    Silvia

  13. Grazie della condivisione, mi piacciono sempre molto le parole di Valeria. Mi dispiace non averla conosciuta perché condivido molto del suo sentire. Buon lavoro e un abbraccio,
    Sara

  14. Nonostante la tristezza, mi fa sorridere che l’ultima parola che ci ha lasciato, pur non volendo, sia un MANNAGGIA.
    Molto da lei.
    Ciao Valeria

  15. Grande grandissima Valeria, sono una lettrice accanita dei suoi libri e seguo tipresentoilcane. Leggendo questi suoi ultimi scritti mi sono commossa..mi manca molto la sua ironia e la sua intelligenza.
    Grazie per aver condiviso questi suoi pensieri.
    Ciao
    Elena

  16. … ancora piango quando la penso non credo di aver mai conosciuto una persona come lei è impensabile non innamorarsene!

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