giovedì 26 Novembre 2020

I meccanismi d’azione degli Interventi Assistiti dal cane applicati all’autismo – Prima parte

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Martina Aresu
Nata nel 1995 a Lanusei (NU). Possiede una grande passione per gli animali, e soprattutto per i cani, che coltiva occupandosi sia di quelli della famiglia che svolgendo attività di pet sitter. Questa inclinazione la spinge a conseguire con la massima votazione la laurea nel corso "Tecniche di allevamento animale ed educazione cinofila" dell'Università di Pisa, con una tesi sugli Interventi Assistiti con gli Animali rivolti ai pazienti autistici; nel frattempo diviene Commissario di ring Enci e partecipa a diverse esposizioni. Ha come obbiettivo futuro quello di rendere la sua zona più pet friendly e di diventare un importante punto di riferimento per la corretta gestione del rapporto uomo-cane.

Per quanto riguarda i disturbi dello spettro autistico, gli IAA non sono un tipo di terapia invasiva ed esclusiva, ma si inseriscono all’interno di un più ampio progetto psicoeducativo già in atto, come uno strumento complementare, secondo un’ottica di integrazione delle diverse strategie.
Le finalità di tali interventi sono tante: ad esempio, possono essere orientate a stimolare l’attenzione o a stabilire un’interazione sia dal punto di vista comunicativo che emozionale, a favorire il rilassamento o a controllare ansia ed eccitazione, ad esercitare la manualità e la motricità in generale, ecc. In ogni caso, il segreto è proprio la creazione, in maniera flessibile e spontanea, del rapporto speciale utente-animale, che riesce a facilitare anche quello con il terapeuta e a produrre effetti benefici riscontrabili sotto diversi aspetti, che analizzeremo di seguito nel dettaglio.

La comunicazione

La comunicazione è la condizione che sancisce l’interesse tra due esseri viventi a costruire una relazione, presupposto fondamentale per l’attivazione di sentimenti e di un attaccamento reciproco. In generale, l’osservazione di esseri umani nelle relazioni con i loro animali da compagnia ha evidenziato come i primi parlino ai secondi quotidianamente: il 98% crede che gli animali capiscano e siano sensibili ai sentimenti umani, e confidano loro segreti che non manifestano nemmeno al partner (Voith, 1985), spinti dal senso di sicurezza che gli amici a quattro zampe generano in loro.

Ancora più forte perciò può essere il valore di questo tipo di legame in chi presenta delle difficoltà: numerose ricerche hanno avvalorato infatti il ruolo di supporto dell’animale nel trattamento terapeutico grazie l’uso della comunicazione non verbale. Tale aspetto, spesso dato per scontato nel rapporto umano, diviene invece il canale prediletto di espressione del cane anche nel suo relazionarsi con l’uomo, attraverso gesti, posture, mimiche ed atteggiamenti (Ballarini, 1995), contribuendo a migliorare le abilità comunicative non verbali degli utenti (Serpell, 1986; Beck et al., 1989). Inoltre, come dichiara l’entomologo Wilson, e confermano diverse ricerche di etologia umana, l’animale è per il bambino il modello pulsionale per eccellenza e assume un ruolo totalizzante nell’interpretazione della realtà, essendo accreditato come mediatore di coscienza.
Per questo, in un mondo dove il linguaggio ha sempre il sopravvento, il contatto con un essere animato che non parla insegna al bambino autistico a servirsi di uno spazio relazionale diverso dal consueto, una specie di zona svincolata dalla parola, mediata dalla presenza del cane. L’animale non viene vissuto come una minaccia, come può essere invece una persona, e favorisce un fluire più libero delle emozioni, vincendo l’isolamento del paziente. Si viene a creare così una comunicazione spontanea e istintuale, che porta alla formazione di rapporti diretti, lineari e sinceri, dove l’animale stesso è un rinforzo che spinge all’interazione. Tutto ciò stimola l’ascolto e l’empatia, rafforza l’intenzione comunicativa e la comprensione. Dato che il comportamento del cane esige delle risposte, viene facilitata anche l’acquisizione del linguaggio (Salomon, 1981; Condoret, 1983) e la produzione di nomi di oggetti, di azioni specifiche e anche di comandi semplici.

Il gioco

Il gioco raffigura uno straordinario canale di interazione: stimola il contatto fisico, rinsalda il legame, offre la possibilità di scarico psicofisico al bambino, provoca un utile senso di rilassamento, ed è un mezzo attraverso il quale è possibile acquisire delle conoscenze in maniera piacevole e positiva. Facilita inoltre il ricordo, la tenerezza e il sorriso.

I cani amano giocare, sostenendo nel paziente la riscoperta della vivacità e delle relative sensazioni benefiche, oltre alla dimensione della socialità. Infatti, la relazione che si stabilisce con l’animale e il rapporto con esso, soprattutto durante il gioco, possono contribuire a favorire anche in un bambino molto chiuso i comportamenti sociali e l’interazione tanto con gli altri coetanei quanto con gli adulti (Marchesini e Tonutti, 2007).
Inoltre, rappresenta un’occasione di ilarità: l’animale spesso è molto buffo e divertente nelle sue manifestazioni, e con la sua gestualità ha la capacità di far ridere, abbassando le difese della persona che si relaziona con lui. Da un punto di vista fisiologico, la risata genera anche dei meccanismi positivi di rilascio ormonale, che aumentano l’efficienza del sistema immunitario del corpo.
Il cane poi, se correttamente approcciato, gode del contatto fisico e lo manifesta in maniera esplicita con il suo corpo, contribuendo a stabilire una forte sintonia senza parole tra utente e animale.

Area relazionale

La presenza del cane agisce come un “rompighiaccio”: non ha paura di relazionarsi, è spontaneo, vero, non ha pregiudizi; alle carezze risponde con affetto sincero, senza un doppio fine; non avanza resistenze derivate da disabilità, patologie o difficoltà, per cui crea una condizione di accettazione incondizionata che mette a proprio agio la persona, abbattendo gli atteggiamenti di difesa e i meccanismi di autoprotezione.
Già Levinson si accorse dell’effetto dell’animale nei pazienti autistici, sviluppando la teoria della «pet oriented child psychoterapy»: secondo quest’idea, il bambino si identifica frequentemente con l’animale (che diventa così un oggetto transazionale), e grazie a tale proiezione riesce a parlare più facilmente della sua vita e delle sue inquietudini. Infatti, la presenza del coterapeuta non umano diminuisce il senso di frustrazione, favorisce il rilassamento e la riduzione dello stress, benefica l’umore e incrementa l’autostima, portando a sviluppare interesse verso il mondo circostante e spostare l’attenzione da sé verso l’esterno, incoraggiando la fuoriuscita da situazioni di isolamento e ritrosia da contatto, tipiche delle persone affette da ASD (Byström e Lundqvist Persson, 2015).

In questa cornice il cane svolge la funzione di “catalizzatore” dei processi sociali (Levinson, 1969; Corson, 1975, 1978; Beck e Katcher, 2006), facilitando il contatto fisico, i comportamenti pro-sociali, l’instaurarsi di una relazione e la frequenza delle interazioni non solo verso l’animale ma anche verso i propri simili. Grazie alle sue doti di somiglianza e diversità, è ritenuto un interlocutore prezioso, in grado di creare un dialogo e allontanare il soggetto dalla sua condizione.

Si chiude qui la prima parte.
Nella seconda parte analizzeremo le altre aree (sensoriale, emozionale, cognitivo-intellettiva, psicomotoria ed etica) e quale sia l’influenza del cane su ognuna di esse negli IAA.

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