venerdì 24 Settembre 2021

Conoscere meglio i… vampiri (zanzare e flebotomi) per difendere meglio il cane

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Diversi insetti sono caratterizzati dalla necessità di succhiare il sangue di Vertebrati per nutrirsi; in alcune specie sono ematofagi sia i maschi che le femmine, mentre in altre presentano questa caratteristica solo le femmine mature e pronte a riprodursi.
Anche il cane non sfugge agli attacchi di questi parassiti, che, oltre a provocare molestie con la puntura, determinano l’insorgenza di malattie più o meno gravi.
In questo articolo  affronteremo il problema delle zanzare e dei flebotomi.
E’ di notevole utilità conoscere questi “nemici dei nostri amici” per poterli difendere al meglio in questa lotta alquanto impari.

ZANZARE
Le zanzare appartengono alla famiglia dei Culicidi, di cui si conoscono oltre 3500 specie; in Italia ne sono state segnalate 64, alcune delle quali rivestono un forte interesse sanitario.
Presentano un corpo sottile con lunghezza variabile da 2 a 10 mm, occhi prominenti, zampe esili, lunghe antenne (piumose nel maschio e con pochi peli nella femmina), due ali tenute appiattite allo stato di riposo, strette e trasparenti, ricoperte da scaglie.
L’apparato buccale è pungente-succhiante nella femmina ematofaga ed è più sviluppato che nel maschio, che si nutre di succhi vegetali e non è in grado di perforare la pelle dell’uomo e degli animali.
Il ciclo biologico delle zanzare comprende quattro stadi di sviluppo: uovo, larva, pupa e adulto, di cui i primi tre sono acquatici.
Dopo il pasto di sangue, le femmine gravide depongono da poche decine fino a più di un centinaio di uova sulla superficie dell’acqua oppure su substrati umidi in prossimità dell’acqua. Le uova deposte in acqua schiudono entro pochi giorni, mentre quelle in prossimità dell’acqua aspettano di essere sommerse, resistendo anche per parecchio tempo. Dalle uova nascono larve di forma allungata, senza zampe e coperte di setole, che vivranno esclusivamente sott’acqua spostandosi verso la superficie per respirare per mezzo di strutture particolari che si trovano nella parte terminale dell’addome.
Le larve si nutrono di microrganismi e particelle organiche che convogliano verso la bocca grazie ai movimenti circolari delle spazzole boccali. Lo sviluppo delle larve può richiedere tempi diversi a seconda della temperatura e delle risorse trofiche disponibili. Il comportamento delle larve è molto differente a seconda della specie; in alcuni casi sono sufficienti piccole raccolte temporanee di acqua, mentre in altri casi sono necessarie ampie raccolte, come acquitrini o stagni. Le larve si nutrono di microrganismi e particelle organiche che convogliano verso la bocca grazie ai movimenti circolari delle spazzole boccali. Anche le pupe sono acquatiche e mobili ed hanno il corpo a forma di virgola con un cefalotorace distinto munito di appendici respiratorie.
In genere lo stadio di pupa è di breve durata.
Non si conosce con esattezza la durata della vita di una zanzara adulta in natura, comunque metodi indiretti consentono una stima di 3- 4 settimane, anche se adulti ibernanti di alcune specie possono sopravvivere anche più di sei mesi.
In Italia, dopo l’eradicazione della malaria negli anni quaranta, era fortemente diminuito l’interesse per questi insetti: interesse che oggi si è riacceso per l’importanza che hanno assunto nuove problematiche quali l’adattamento di alcune specie ad ambienti fortemente antropizzati (prevalentemente Culex pipiens), la diffusione di abitazioni a ridosso di vasti focolai naturali di zanzare, la progressiva ricolonizzazione di specie del genere Anopheles in aree in passato bonificate dalla malaria, l’ingresso di specie esotiche quale Aedes albopictus, conosciuta con il nome di “zanzara tigre”, ed il crescente numero di casi di malattie esotiche trasmissibili con le zanzare a seguito della forte immigrazione che si è avuta in questi anni. Mentre le comuni zanzare tendono a pungere nelle ore crepuscolari e notturne, la zanzara tigre punge in particolare di giorno, soprattutto nella tarda mattinata.
Le zanzare sono dotate di una struttura alquanto delicata e quindi poco adatta a penetrare nel mantello del cane; tendono quindi a focalizzare la loro attenzione sulle regioni cutanee prive di pelo come il naso, i padiglioni auricolari e la parte ventrale dell’addome. Oltre al fastidio provocato dalle punture, le zanzare sono vettori di una importante malattia del cane, la filariasi o filariosi,  responsabile di gravi insufficienze cardio-vascolari e di morte.
La lotta adulticida dimostra una discreta efficacia nei periodi in cui la popolazione di zanzare adulte raggiunge il massimo valore.
Gli interventi possono essere eseguiti mediante l’irrorazione di idonei insetticidi. Questi interventi vengono realizzati mediante l’impiego di opportune attrezzature, atomizzatori o nebulizzatori, per mezzo dei quali è possibile indirizzare verso l’area trattata un elevato numero di goccioline d’acqua in cui è emulsionato l’insetticida.
L’acqua evapora e l’insetticida si deposita a formare una pellicola che risulta tossica per le zanzare che si appoggiano sulla vegetazione
trattata. Di gran lunga più importante è la lotta antilarvale, con cui è possibile eliminare un elevato numero di larve mediante l’impiego ridotto di sostanze larvicide.
Queste sostanze sono in grado di uccidere le larve e di impedire lo sviluppo di quelle che nasceranno in seguito per un periodo di tempo di solito variabile tra i 5 ed i 12 giorni (se non intervengono piogge od altri fenomeni di dilavamento) in funzione dell’insetticida in esso contenuto.
E’ doveroso ricordare che tra i prodotti ad azione antilarvale disponibili sul mercato ve ne sono alcuni che contengono insetticidi di sintesi (solitamente temephos, clorpyriphos, diflubenzuron, etc) e biologici (un complesso proteico prodotto da un batterio, Bacillus thuringiensis). Questo ultimo prodotto è totalmente innocuo nei confronti dell’uomo, dei pesci e di altri insetti che non siano ditteri; la sua attività larvicida, però, è di breve durata, per cui le larve nate a circa 20 ore dal trattamento possono sviluppare indisturbate.

Testa di flebotomo

Femmina di flebotomo ingorgata

FLEBOTOMI
I flebotomi, noti anche come pappataci per il loro volo silenzioso durante la ricerca del pasto di sangue, sono responsabili di importanti patogeni quali virus, batteri, rickettsie per animali e uomo e nemici pericolosi per i nostri amici a quattro zampe, in quanto responsabili della trasmissione della temibile e ben conosciuta leishmaniosi.
Vediamo di conoscere bene il vettore e quali modi possibili esistono per proteggere i nostri amici, specialmente ora che stiamo andando verso l’estate in cui l’insetto è attivo.
I flebotomi non sono zanzare, come da molti creduto, ma fanno parte della famiglia Psychodidae. Sono insetti molto piccoli, ad abitudini prevalentemente notturne, lunghi 2-3 mm, caratterizzati da un aspetto “peloso”, con occhi grandi e neri situati ai lati della testa, due antenne composte da sedici articoli, sei arti simili a trampoli, un apparato pungente corto e tozzo; le ali a margine arrotondato sono tenute, a riposo, in posizione verticale rispetto al corpo.
Solo le femmine sono ematofaghe e presentano mandibole con margini apicali fittamente dentellati che, insieme alle mascelle, sono preposte ad incidere la cute dell’ospite per pungerlo.
Le specie italiane di flebotomi appartengono a due generi, Phlebotomus e Sergentomya.
Quest’ultimo è rappresentato dalla sola specie S. minuta che punge animali a sangue freddo e non riveste importanza sanitaria; le altre specie del genere Phlebotomus sono: P. perniciosus, P. perfiliewi, P. neglectus, P. ariasi, P. mascitti, P. papatasi, P. sergenti.
P. perniciosus è la specie presente nella maggior parte delle nostre regioni, con maggiore densità nelle aree della costa tirrenica e ionica, in Sicilia e Sardegna; P. perfiliewi, sebbene abbondante solo in ambiente rurale, ha ampia diffusione e raggiunge alte densità nel versante adriatico degli Appennini, con focolai anche in Toscana, Calabria e Sicilia; P. neglectus si trova specialmente in Italia meridionale anche se recentemente è stata segnalata in Veneto e Piemonte; P. papatasi, specie che aveva subito forte diminuzione in seguito a campagne antimalariche, è ricomparsa in varie regioni con alta prevalenza in ambiente urbano; P. ariasi risulta presente al confine con la Francia; P. sergenti si ritrova solo nella Sicilia orientale; P. mascitti è specie rarissima.

Il dottor Macchioni raccoglie flobotomi in trappole oleose

Gli adulti hanno un’attività crepuscolare e notturna; durante il giorno si nascondono in zone ombreggiate, in vicinanza delle abitazioni, ricoveri di animali, all’interno delle cantine, lungo la riva degli stagni, fra l’erba, sotto le foglie, nelle tane degli animali per poi uscire di notte in cerca di cibo (per le femmine il sangue degli animali o dell’uomo, necessario per portare a maturazione le uova; per il maschio succhi vegetali).
Il pasto di sangue è rapido e consiste nel creare una piccola pozza, che successivamente viene succhiata dagli insetti (denominati per questo insetti telmofagi).
Pur essendo insetti ematofagi, alcune specie di flebotomi in condizioni sfavorevoli, possono svilupparsi con fenomeni di autogenia, cioè presentano la capacità di produrre uova anche senza il pasto di sangue.
Le femmine depongono fino a 100 uova ciascuna, che schiudono dopo circa 8-9 giorni, ma questo periodo può prolungarsi sensibilmente; le uova sono lunghe 0,3-0,4 mm, di colore bruno o nero.
Le larve, che sono terricole (al contrario delle zanzare i cui stadi immaturi si sviluppano in ambiente acquatico), assomigliano a piccoli bruchi con corpo segmentato, di color grigio, coperto di setole, lungo 4-6 mm.
L’habitat è rappresentato da substrati ricchi di materiale organico in decomposizione, addirittura anche da sterco di alcuni mammiferi (conigli, volpi, cani).
Gli stadi larvali sono quattro più uno di pupa; il loro sviluppo dura da circa tre settimane ad alcuni mesi a seconda della specie, della temperatura e della disponibilità di cibo. In Italia, per esempio, lo sviluppo viene fortemente rallentato dalla stagione fredda e le larve attraversano l’inverno in diapausa (processo di rallentamento della attività fisiologiche durante la metamorfosi) nel passaggio dallo stadio larvale a quello di adulto.
L’intero ciclo dura 30-100 giorni o anche più a lungo nei climi freddi.
L’impossibilità di individuare aree circoscritte sfocia nella difficoltà d’intervenire con mezzi di lotta chimica, in quanto dovrebbero essere sottoposte ad interventi insetticidi intere regioni, con l’alto rischio di provocare danni ecologici da inquinamento ambientale, non tralasciando le ripercussioni che tali interventi avrebbero sulla salute umana e degli animali in genere.
Quindi, oltre che l’ adozione di misure igieniche generali che tendano ad impedire la costituzione di nuovi focolai dove è possibile lo sviluppo dei flebotomi (raccolte statiche di immondizie, discariche, ecc.), un intervento raccomandabile consiste nel difendere il nostro cane dalla possibilità di puntura da parte dell’insetto.
Nella protezione contro la puntura dell’insetto, oltre all’uso di repellenti chimici, va ricordato anche l’utilizzo di zanzariere a maglie molto fitte ed impregnate di permetrina (insetticida sintetico) in modo tale da evitare l’ingresso dei flebotomi all’interno delle abitazioni e ridurre il numero dei flebotomi che pungono dopo essere venuti a contatto con l’insetticida.
Molto importante: deve essere evitato di far soggiornare all’esterno il cane durante le ore notturne nella stagione calda, specie in quelle zone dove la malattia risulta endemica.
Particolare attenzione deve essere rivolta ai cani che vivono in zone a rischio, specialmente quando sono maggiormente esposti alle punture dei flebotomi per ricovero notturno all’aperto.
Per tali animali sarebbero opportuni controlli sierologici annuali nel periodo febbraio-maggio, per evidenziare eventuale infezioni verificatesi nella precedente stagione di trasmissione, prima che si manifestino i sintomi clinici della malattia.

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