Quelli che fanno sleddog, all’inizio del loro percorso sportivo, si dividono in due categorie: quelli che pensano di essere Babbo Natale (però con gli husky al posto delle renne) e quelli che hanno letto Jack London.
Quelli che pensano di essere Babbo Natale si immaginano comodamente seduti su una slitta che corre allegramente sulla neve, a gridare ordini ai cani (magari facendo ogni tanto “OH-OH-OH” ) senza fare un briciolo di fatica.

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Quelli che hanno letto Jack London sognano di incontrare il Buck della loro vita (non proprio uno che alla fine va a vivere con i lupi, ma magari una versione che senta più  “il richiamo della ciotola” che non quello della foresta), comunque un cane eccezionale capace di sconfiggere rivali potentissimi e di salvarti la vita tre o quattro volte alla settimana, tra una corsa in slitta e l’altra.

Quelli che hanno letto Jack London, invece di un Buck, incontrano quasi sempre sul loro cammino un signore che racconta loro di essere un famoso musher e di avere un cane da vendere.
Quelli che hanno letto Jack London non conoscono nessunissimo musher, quindi gli credono sulla parola perché è abbronzato anche a gennaio (in realtà è stato a correre con la slitta: nel giro guidato sull’ovale di una scuola di sleddog), porta il berrettone con il copriorecchie (li vendono all’Esselunga) e ha una vecchia slitta in garage (è del nipotino, ma quello che ha letto Jack London non ha la minima idea di come sia fatta una slitta da sleddog e quindi si entusiasma anche per quella).
Il sedicente musher racconta di aver sottratto a un bieco maltrattatore un cane dalle doti eccezionali, che al momento non è proprio al massimo della forma (sembra un attacapanni peloso dallo sguardo apatico), ma che si rivelerà sicuramente un grande leader non appena rimesso in sesto, curato e allenato a dovere. Purtroppo lui deve partire per il Grande Nord (in effetti è di Frosinone e ha prenotato una settimana ai Bagni Pinuccia di Varazze), quindi è costretto a cedere il cane per la modica cifra di euro… (inserire un numero a caso, purché alto).

Quelli che hanno letto Jack London comprano immediatamente il cane, lo chiamano Buck e per qualche settimana si dedicano esclusivamente a rimetterlo in forma nutrendolo a filet mignon, facendolo dormire nel loro letto e leggendogli tutte le sere Zanna Bianca.
Al termine di questo periodo (durante il quale quello che ha letto Jack London ha comprato anche due slitte, un’imbragatura tirolese, una fluorescente e una con gli swarovsky e due cappelli col copriorecchie, oltre ad essersi semiustionato a forza di lampade), Buck somiglia davvero a un incrocio tra collie e san Bernardo, proprio come l’originale.
Allora quello che ha letto Jack London gli mette l’imbragatura (misura XXL, visto che somiglia a un San Bernardo soprattutto perché è diventato grasso come un maiale) e lo attacca alla slitta (nel cortile di casa, perché sta alla periferia di Milano) “per vedere come si comporta”.

In quel momento passa un gatto sul cornicione di fronte e Buck parte pancia a terra, convincendo il suo umano di avere uno spropositato desire to run.
A questo punto quello che ha letto Jack London imbarca moglie, figli, cani, slitta e accessori vari e parte anche lui alla volta del Grande Nord  (Sestriere o Cortina), dove incontra per la prima volta un vero musher che:
a) fa due occhi così vedendo il cane;
b) fa due occhi COOOOOSI’ vedendo la sua attrezzatura;
c) riesce (faticosamente) a rimanere serio perché ha sentito profumo di cliente, ma nel giro di un quarto d’ora gli rifila una nuova parure completa di slitta-imbragatura-capi di vestiariomuta di siberian husky.

Ovviamente Buck (definito da allora “quel simpatico bastardone”,  che è poi la pura verità) non viene venduto e tantomeno abbandonato, ma passa al ruolo di “cane di casa”, anche perché è assolutamente incapace di tirare una slitta (la prima volta che ne ha visto una senza gatti nei dintorni ha guardato l’umano col fumetto che diceva: “Che è sta roba? Una ciotola nuova?”). Però, siccome è viziatissimo e gelosissimo, passerà il resto della sua vita a litigare con tutti gli altri cani (tanti) che il neo-musher acquisterà, costringendolo a disumani routine di “metti dentro questo/portafuoriquello/non far  incrociare i due maschi/tieni lontano Buck dalle femmine che altrimenti se le tromba” eccetera.

Quello che crede di essere Babbo Natale, a sua volta, inizia con un solo cane, sempre convinto di potersi sedere sulla slitta, gridare MUSH! e partire col vento che gli scompiglia la barba.
Purtroppo per lui, scopre ben presto che c’è una sola cosa fattibile con un cane singolo: la pulka, che consiste nell’inseguire arrancando sugli sci il cane che traina uno slittino vuoto.
Assodato che con la pulka si fa una fatica della madonna, quello che si crede Babbo Natale acquista anche lui una mutarella di almeno tre cani, solo per scoprire che neanche così potrà sdraiarsi comodamente sulla slitta (al massimo potrà salire sugli sci, dietro alla slitta) e che per l’ottanta per cento del percorso dovrà correre, arrancare, spingere (in salita) e fare una fatica della madonna.

Sia quelli che hanno letto Jack London che quelli che si credono Babbo Natale, a questo punto, sono passati al grado di  “quelli che iniziano a fare sleddog”:  quindi smettono di sognare nuvole e corse all’oro, MA invece di lasciar perdere (che per loro sarebbe mooolto più salutare) cominciano a sognare di iscriversi all’Iditarod (che – per chi non lo sapesse – è una corsa di 1800 chilometri, la più famosa ma anche la più  impegnativa del mondo).
Per il momento quelli che iniziano a fare sleddog non riescono neppure a superare i 200 metri, perché alla prima curva si spetasciano clamorosamente nella neve, cadendo dalla slitta: ma col tempo e l’impegno, ce la faranno (a superare i 200 metri: all’Iditarod ci arriva un musher su millemila, dopo millemila anni di esperienza).

Alla prima facciata nella neve, quelli che fanno sleddog imparano un’altra cosettina fondamentale: che i cani vanno addestrati. E lo scoprono dopo averli inseguiti, loro e la slitta, per un percorso appena inferiore a quello dell’Iditarod.
Quelli che pensavano di avere già un cane addestratissimo, perché sapeva fare seduto e dare la zampa, ora si rendono conto che chiedere a un cane da slitta di dare la zampa non è di grande utilità, e che più del “seduto” sarebbe opportuno insegnargli  l'”alzati e cammina”.
Perché, ovviamente, ai cani da slitta piace moltissimo trainare: sono nati per quello, vivono per quello, non vedono l’ora, ululano di pura gioia DOC quando vedono apparire un’imbragatura.
I cani degli altri, però.

Infatti quelli che iniziano a fare sleddog hanno comprato tutti gli scarti di canile dei musher (stavolta verissimi musher, ma ancor più smaliziati di quelli finti di fronte a un novellino bramoso di spender soldi): quindi si ritrovano cani che tirano per  7-800 metri e poi si svaccano, pisciano sugli alberi, si grattano e/o litigano tra loro.
Solitamente quelli che fanno sleddog rientrano dalle prime spedizioni (leggi: giretto della pista) con la slitta trainata da loro stessi, con due cani sopra e il terzo portato in spalla, sudati persi (ma con il sudore che gli si ghiaccia immediatamente su naso e orecchie, inducendo sinistri principi di congelamento) e stravolti dalla fatica; e una volta rientrati alla base incontrano una delegazione di animalisti che li accusa di essere biechi maltrattatori di cani e sfruttatori di animaletti indifesi.
Quelli che iniziano a fare sleddog vorrebbero tanto mandarli affanculo: ma siccome gli si è congelata anche la saliva hanno la bocca cucita e non possono rispondere.
Tornano quindi in albergo (perché tutto questo, normalmente, avviene nel corso di una singola settimana bianca), dove trovano la moglie furiosa che lancia l’ultimatum: “O ME O I CANI DA SLITTA!”.
Quelli che iniziano a fare sleddog di solito ci pensano un po’ su, chiudono gli occhi, si immaginano trionfanti con la coppa all’arrivo dell’Iditarod e scelgono i cani.

Da quel momento in poi è un’escalation di totale follia: c’è chi, oltre alla moglie, molla anche tutto il resto della sua vita e si trasferisce a tremila metri di quota (e magari, se non proprio l’Iditarod, qualche garetta prima o poi riesce a vincerla); c’è chi decide che “con i siberian husky son capaci tutti” (tutti meno loro, ovviamente…) e si fa una muta di Malamute (che mangiano otto chili di carne al giorno l’uno) o di Samoiedo (che hanno il pelo lunghissimo e capace di raccattarsi un quintale di neve, che poi si scioglierà felicemente sui pavimenti di casa).

C’è chi non prova gusto a correre con i cani di razza pura, che vanno troppo piano, e si lancia nel variopinto mondo degli Alaskan Husky, ovvero incroci tra le razze più disparate che però, in mano a un musher bravo, sono invincibili.
Al musher principiante, ovviamente, vengono nuovamente rifilati tutti gli scarti di canile, però stavolta pure brutti: e  lui arriva mezz’ora dopo l’ultimo.
C’è quello che fa la spola da Milano a Cortina ad ogni week end e che durante la settimana, in ufficio, pedina tutti i colleghi raccontando loro che “al GO Inuk è partito come un freccia, ahhh quel cane, doveste vedere il desire to run di quel cane! Solo che avevo agganciato male la neck line alle harness, e al primo GEE! Inuk è andato sì, a sinistra, ma tutti gli altri sono andati dritti come fusi… (pausa ad effetto)…ma, ci credereste? Appena ho detto  WHOA si sono fermati!“.
E qui si aspetterebbe gli applausi, ma trova solo sguardi persi nel vuoto: perché i colleghi non hanno capito una parola (il linguaggio dei musher è incomprensibile anche agli altri cinofili, figuriamoci a chi cinofilo non è).

Le prime volte i colleghi accennano almeno a qualche sorrisetto di cortesia (solitamente al momento sbagliato, perché non capiscono quando bisogna ridere e quando fare la faccia preoccupata o ansiosa); poi cominciano ad annoiarsi a morte;  infine si irritano al solo apparire di quello che fa sleddog e cominciano ad evitarlo platealmente.
Allora, ad ogni rientro a casa, lui si attacca al telefono e comincia a raccontare le stesse identiche avventure al musher canadese che ha  incontrato all’ultimo (imperdibile) stage sulle scioline.
Il musher canadese lo capisce, ride quando c’è da ridere, si rattrista quando c’è da rattristarsi e così via:  una vera goduria per quello che fa sleddog, che però diluisce vistosamente i contatti con l’estero non appena gli arriva la prima bolletta e scopre che la Telecom ha goduto moooolto più di lui.

Ovviamente, oltre a telefonare in Canada, dopo l’ufficio quello che fa sleddog deve andare anche ad allenare i cani: col carrello e non con la slitta, perché continua ad abitare alla periferia di Milano e la neve continua a non esserci.
Poiché il carrello da allenamento è una bestia immonda che pesa millantamila chili, che puoi usare solo su strade sterrate (altrimenti i cani si rovinano i piedi),  ma lisce come l’olio (altrimenti nelle buche si rovescia e tu ti spetasci, non nella neve che non c’è, ma quasi sempre sull’unico macigno presente a bordo strada), tocca mettere il carrello sul tetto della macchina, i cani nel bagagliaio, il resto dell’attrezzatura sui sedili…e alla fine in macchina non ci stai più tu.
Inoltre, quando arrivi finalmente a destinazione, nel tempo che impieghi a imbragare  tre cani e ad attaccarli correttamente, il sole è tramontato, la notte avanza,  non vedi più una mazza e cominci a pensare che lo sleddog, da soli, non si possa fare.
Questo è il momento in cui quello che fa sleddog:
a) si compra il  SUV (rigorosamente SUV, notoriamente costosissimo e inutilissimo per andare davvero fuoristrada: ragion per cui, dopo un annetto, lo venderà –  a prezzo stracciato perché i SUV si deprezzano alla velocità della luce – per acquistare finalmente un fuoristrada vero); b) ricomincia a corteggiare ferocemente la moglie, a mandarle mazzi di rosse rosse da centomila euro e a sussurrarle che non può vivere senza di lei (in effetti non può: gli serve qualcuno che lo aiuti a tenere i cani quando li imbraga).
Alla fine la poveraccia capitola per pietà: ma dopo un mesetto di vita da assistente-musher-di mezza tacca, costantemente morta di freddo, ricomincia a dare segni di nervosismo.
Allora quello che fa sleddog ha l’IDEONA: la appassionerà al suo sport coinvolgendola nell’attività di un Club, che si può fare anche stando sedute al calduccio.

Peccato che di Club ce ne siano millemilaventitrè e che si odino tutti ferocemente l’un l’altro. Spesso si odiano l’un l’altro anche i membri dello stesso Club (non che succeda solo nello sleddog, eh…questa è la cinofilia italiana!), tanto che partecipando alle riunioni vien da pensare alle più feroci risse tra cani come a ridicole scaramucce.
Allora quello che aveva iniziato come aspirante Babbo Natale, o come fan di Jack London, crea un nuovo Club e ne diventa Presidente.
Ormai ha venticinque cani, vive in alta montagna, ha un camion attrezzato, ha una moglie che un tempo non sopportava i cani e che adesso organizza circuiti di gare in mezza Europa: gli mancava solo il suo Club, ma adesso ha anche quello.
A volte, di notte, fa sogni strani: si immagina sdraiato mollemente in un prato, sotto un bel sole tiepido, con un unico cane che gli scodinzola tenendo in bocca un frisbee…e appena si sveglia, per un breve attimo, pensa: “Ma non potevo fare disc dog?”.
Poi, però, apre la finestra. Sente i suoi cani che ululano di gioia al pensiero di una nuova corsa sulla neve.
E allora capisce di essere un uomo perfettamente realizzato e felice.

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13 Commenti

  1. sei di una bravura incredibile! Ho riso di cuore, hai la capacità di “visualizzare” con lo scritto! GRANDE VALEEEEEE!!!

  2. Ehehehehe xD mamma mia che ridere! menomale che qua sotto non si può fare sleddog…altrimenti credo che mi sarei ridotta peggio dei peggiori sleddoggari! XD (mi immagino già in una casetta di legno sull’etna…attorniata da millemila husky *_*)

  3. riesci ad essere esilarante , realistica e acida, come tu ti definici ma non certo noi che condividiamo in pieno il tuo pensiero !!!
    troppo forte.. come sempre, del resto !!!!!

    • Grazie, Marisa… e se sei la Marisa che penso io… (ovvero quella che alleva appunto pelosastri atti allo sleddog)…MACIAO! Come stai? 🙂

  4. Da amante di jack london ho sempre sognato di avere un siberian, per fortuna mi conosco abbastanza da sapere che sarei finita con almeno 25 cani in cima ad una montagna a fare simil sleedog (e già ora con i cani che abbiamo potremmo gareggiare tranquillamente, quindi immagina tu davvero come finiva, forse 25 è una quota ottimistica).
    Comunque ancora adesso quando vedo un siberian mi vengono gli occhi a cuoricino… per non parlare di quando i proprietari di un negozio mi raccontavano delle loro vacanze con i loro siberian in lapponia e simili, però poi vedendo il loro furgone enorme (rigorosamente con gabbie con apertura come sopra) e il numero dei cani mi si raffreddava l’entusiasmo.

  5. Articolo penoso scritto da una persona che non conosce lo sleddog e tanto meno i cani da slitta ed il suo mondo …..farebbe meglio ad occuparsi di cucina cosi’ se sbaglia cottura della pasta puo’ usare la colla per affiggere i suoi necrologi.

    • Uhm…direi che i casi sono due. O è sfuggito il fatto che l’articolo fosse satirico (ed inserito infatti nella categoria “umorismo”)… o siamo in presenza di qualcuno a cui brucia il sederino. Nardelli…Nardelli…così a naso, mi suona CIS. Magari sbaglio, eh…non sapendone nulla di sleddog, tiro a indovinare. L’antipatia potrebbe dunque derivare dal fatto che io abbia collaborato a lungo con la FIMSS…ma sempre se non sbaglio, quest’anno CIS e FIMSS fanno cose insieme.
      Quindi, forse, lei non ha semplicemente capito lo scherzo. Forse.

  6. Penosi sono certi commenti fuori luogo palesemente mirati non al contenuto ma all’autore….il che forse rende l’articolo molto più veritiero di quanto doveva essere

  7. Porcapaletta ma é tutta questa fatica lo sleddog?!
    Ma non sarebbe più facile se a fare sleddog fossero solo le persone che già vivono in luoghi nevosi…? XD

  8. L’articolo e’ soggetivamente illuminante!!!!! Credo che tra Babbo Natale e Jack London sarei stato Jack!!! Inoltre leggendo questo articolo ho capito che nonostante adori il mio Husky, Ary, sleddog lo faro’…..pagando un istruttore e con i suoi cani gia’ addestrati!!!!!! Al mio gli dedichero’ tutto l’amore che ho!!!!!!

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.