di VALERIA ROSSI – PREMESSA: “vista da me” non significa, ovviamente, che questa sia una storia inventata o “interpretata” solo dal mio punto di vista. Significa  che è il modo in cui l’ho vissuta e in cui l’ho “sentita” io:  perché, oltre alla cronistoria dei fatti, scriverò anche quelle che sono state le mie personali sensazioni in merito.
Significa anche che è la storia della cinofilia “delle mie parti” e cioè del Nord. Ho amici cinofili al Sud che ne racconterebbero una completamente diversa: ma preferisco non parlare per sentito dire, riferendo solo il mio vissuto.

La prima parte di questa “storia a puntate” ha parlato di un passato abbastanza lontano: in questa puntata e nella prossima, invece, parlerò di persone e strutture tuttora in attività. Ne parlerò con la massima sincerità possibile, criticando anche ciò che non mi piaceva/non mi piace senza giri di parole, senza nascondermi dietro a un dito e facendo anche alcuni nomi particolarmente rappresentativi di un periodo o di particolari avvenimenti. Tutti, nominati e non, hanno ampio diritto di replica
.

 

Anni ’90
Nasce, in Inghilterra, il “gentle training” – inizialmente applicato al cavallo e subito dopo al cane – che già nella parola stessa (e ancor più nella traduzione italiana di “metodo gentile”) ha una forza di marketing dirompente.
Contemporaneamente arriva in Italia l’Agility dog, che sarebbe stata man mano seguita da altre discipline (obedience, fly ball e più tardi disc dog, dog dance eccetera) tutte improntate – almeno sulla carta – alla totale negazione di qualsiasi coercizione.
Il mondo sportivo, per la prima volta, si apre anche ai meticci: ed è una vera rivoluzione (a mio avviso non solo positiva… DI PIU’!) che avvicina alla cinofilia una marea di persone  provenienti da “correnti di pensiero”, se mi passate il termine, diversissime da quelle precedenti.
La cinofilia sportiva, infatti, fino a quel momento era stata appannaggio quasi esclusivo di allevatori e addestratori professionisti: anche perché lo sport era visto esclusivamente in senso cinotecnico, e cioè come “banco di prova” per le doti caratteriali del cane. Lo sport come divertimento fine a se stesso quasi non esisteva.
Con l’arrivo di discipline più ludiche, e con l’avvento dei meticci, si riversarono sui campi migliaia di Sciuremarie che vedevano nel  cane il loro “bambino peloso”, che l’avevano magari salvato dal canile e ora si preoccupavano di dargli tutta la felicità possibile… insomma, personaggi totalmente nuovi, che sicuramente ebbero un forte influsso su quello che accadde in seguito.
Inizialmente, quello che accadde fu che ci interessammo praticamente tutti  (perfino i macellai!) a questo nuovo metodo, che in Italia arrivò a metà circa degli anni ’90 (le prime scuole vere e proprie, però, sarebbero nate tra la fine dello stesso decennio e l’inizio del successivo, e cioè del terzo millennio).

Che succede, dunque?
Che qualcuno si “innamora” e  sposa immediatamente il metodo gentile. Qualcun altro lo adotta solo parzialmente (anche qualche ex-coercitivo spinto, se non proprio macellaio).
Qualcuno resta perplesso, non lo ritiene molto valido o non lo ritiene valido affatto.
Personalmente, avendo un figlio nato nell’’86 e avendo quindi letto – come tutte le mamme – tutto il leggibile nel campo della “pedagogia for dummies”, mi ero imbattuta da poco nelle tragicomiche conseguenze del totale permissivismo targato dottor Spock, in auge negli anni ‘50:  il metodo “non si punisce mai, non si corregge mai, gli errori vanno semplicemente ignorati”, applicato ai bambini umani, aveva prodotto quella che lo stesso Spock, proprio negli anni ’80, aveva definito “una generazione di delinquenti”, rimangiandosi quindi tutto ciò che aveva predicato fino ad allora.
Confesso che ci trovai tali e tante concomitanze con il “gentle training” da farmelo guardare con immenso sospetto fin dal suo apparire. Quindi: a) ero prevenuta, e lo ammetto; b) anche cercando di superare i pregiudizi, questo metodo mi pareva poco naturale, visto che passavo intere giornate ad osservare i miei cani quando vivevano liberi in “branco” e che ciò che vedevo era  lontanissimo dai dictat del gentle training ; c) non avevo alcun bisogno di “redimermi”, visto che non avendo mai maltrattato alcun cane in vita mia non trovavo niente di nuovo, per me, nel concetto di “gentilezza”. Quanto al lato “training”, non mi piaceva perché vedeva l’applicazione pedissequa del condizionamento operante di Skinner (studiato in laboratorio e mirato esclusivamente allo studio della psicologia umana) alla specie canina, quando a mio avviso il paragone non stava assolutamente in piedi.

A tutto questo si aggiunse – immediatamente dopo – il dirompente successo del clicker (lanciato da Karen Pryor), la cui meccanicità contrastava però pesantemente con la mia concezione di “rapporto col cane”.
Ciò non mi impedì (né a me, né ad altri addestratori), di sperimentare almeno in parte metodo e strumenti: anche perché ho sempre ritenuto che ampliare le possibilità di lavoro e il “parco strumenti” (oltre alla propria mente…) fosse una cosa positiva.
Ricordo come se fosse oggi il giorno in cui andai sul campo di un amico addestratore (tradizionalista, ma anche assolutamente “gentile” e tutt’altro che macellaio), con il quale avevo discusso qualche mese prima di clicker. Entrambi avevamo concluso che non ci piaceva. Poiché in quel periodo stavo lavorando con un dobermann che aveva difficoltà a mantenere la posizione corretta nel terra, avevo provato (molto clandestinamente) la “scatoletta magica”, ottenendo effettivamente qualche apprezzabile risultato.
Siccome mi pareva giusto condividere l’esperienza dissi al mio amico, scherzando, a testa bassa e con l’aria della penitente: “Padre…confesso che ho clickato”.
E lui, con aria altrettanto mortificata: “Anch’io, figliola…anch’io!”
Dopodiché scoppiamo a ridere, ci scambiammo le reciproche esperienze…e un clicker, sul mio campo, ci rimase sempre, ad “eventuale” disposizione e a completamento degli strumenti che già possedevo (anche se non mi capitò più l’occasione di usarlo).
Mentre però il comparto cinotecnico di “vecchia scuola” guardava ai gentilisti con un misto tra interesse (per alcune metodologie e strumenti, vedi appunto il clicker) e vaga preoccupazione (perché il metodo presentava – e a mio avviso presenta – alcune vistose lacune ), il comparto gentilista faceva partire, per la prima volta nella storia italiana, un vero e proprio attacco all’arma bianca contro chi continuava ad utilizzare il metodo tradizionale.
Il che fece, ovviamente, girare le palle a tutti. Infatti “tradizionalista” e “macellaio” venivano considerati sinonimi, e come tali presentati ai clienti.

E’ all’incirca il 2000, direi, quando parte la vera e propria crociata contro il collare a strangolo promossa da Alexa Capra, la quale  afferma  che “per anni lei stessa aveva seguito metodi brutali con i quali il cane si faceva lavorare utilizzando il dolore”, dopodiché “aveva visto la luce”  scoprendo il gentle training.
La mia prima obiezione – che rimane valida tutt’oggi –  fu la seguente: “Ma sei eri capitata sul campo di un macellaio, e se quei metodi non ti piacevano, perché ci sei rimasta per anni?”
L’unica risposta che ho ottenuto da Alexa è che “lavoravano tutti così”.
Il che, semplicemente,  non è vero.
Io, per esempio, non ho MAI lavorato così in vita mia: ma lei sul mio campo non si è mai presentata. E non l’hanno mai vista neppure altri colleghi altrettanto rispettosi dei cani.
Poi, per carità: che di macellai ce ne  fossero diversi, è un dato di fatto.
Ci sono ancora oggi, e ovviamente li avevo conosciuti anch’io (e ne conosco tuttora) .
Il primo “guru” (all’epoca si definivano “quelli bravi” e si identificavano con “quelli che vincevano le prove di lavoro”) da cui mi consigliarono di andare “ad imparare” quando ero alle prime armi, era un macellaio. “Bravissimo”, se si guardava ai risultati (aveva vinto tutto il vincibile in campo agonistico, nazionale e internazionale), ma indubbiamente macellaio. Non ne faccio il nome perché non è più tra noi: lasciamo in pace i morti. Dico solo che con lui feci una lezione, e stop. Non mi vide mai più.
Per questo non sono mai riuscita a capacitarmi del motivo per cui una persona dovesse seguire un metodo che contrastava con la sua sensibilità e con la sua etica: non me ne capacito tuttora.
Anche se avessero davvero “fatto tutti così” (e, ripeto, NON era vero), si poteva comunque lasciar perdere. O inventarsi qualcosa per conto proprio (io mi ero inventata anche troppo…a volte tirando clamorosamente a indovinare e sbagliando alla grande. Ma almeno ci avevo provato).
Ritengo, quindi, che i gentilisti (tutti, perché alla Capra ne seguirono moltissimi altri, stranamente tutti accomunati da un passato “barbaro” fino al giorno in cui avevano incontrato la Verità proveniente dall’Inghilterra) siano stati, almeno parzialmente, in buona fede; ma nessuno mi leva dalla testa che abbiano anche promosso il loro metodo facendo leva sui buoni sentimenti e sull’ingenuità dei neofiti.
Comunque, il “metodo gentile” (come era presumibile, sia grazie al nome che incantava a prima vista le Sciuremarie, sia grazie all’attacco – in parte giustificato dall’esistenza dei macellai, ma in grandissima parte gratuito – rivolto all’addestramento tradizionale) ebbe un successo strepitoso.
Nacquero un po’ dovunque campi gentilisti, che immediatamente scoprirono il business collegato: quello delle scuole per “educatori cinofili”. Fu in quel periodo, infatti, che nascque la dicotomia tra “educatore” e “addestratore”, laddove il primo era il gentilista e il secondo veniva dipinto come un torturatore di cani armato di fruste, collari a punte, collari elettrici e affini (con ulteriore giramento di pelotas deigli addestratori che amavano i cani e che non torturavano proprio nessuno).
A me –  Pura Boccalona DOC – questa storia arrivò con netto ritardo: avendo sempre ritenuto che l'”educazione” fosse quella che si dava ai cuccioli (o comunque ai cani non ancora ben inseriti nella società umana) e che l’addestramento fosse l’applicazione del cane a discipline più complesse, sportive o utilitaristiche (infatti dicevo che l’educazione era la scuola elementare, mentre l’addestramento era il liceo), per un po’ diedi per scontato che tutti la pensassero come me e che tutti ‘sti “educatori” che saltavano fuori come i funghi fossero persone che si dedicavano esclusivamente ai “primi passi” – appunto – del cane in società.
Quando mi resi conto del giochetto che si stava facendo ai nostri danni diventati una jena, ma decisamente tardiva: cercai infatti la collaborazione di alcuni addestratori che conoscevo e che MAI al mondo erano stati macellai… ma mi resi conto che erano passati tutti – o quasi – sull'”altra sponda”: molti di loro erano diventati istruttori di aspiranti educatori gentilisti!

Il primo centro a lanciarsi a capofitto nella nuova avventura della “formazione” di nuovi educatori fu il Biancospino, che inizialmente teneva corsi di uno-due week end e distribuiva allegramente “diplomi” con i quali diversi ragazzotti che pensavano di “sapere tutto sui cani” (in due giorni!!!) si lanciarono ad aprire altrettanto allegramente campi. Molti di essi, ovviamente, scomparvero alla velocità della luce (anche perché questi espertissimi educatori formati in un week end, una volta presa la prima sgagnata, ci ripensavano un attimo); altri sopravvisero e qualcuno diventò anche bravo (con l’esperienza si rimedia anche alla formazione lacunosa: posso ben dirlo io, che di formazione teorica non ne ho avuta affatto. Neanche mezza giornata, altro che week end).
In seguito il Biancospino cambiò rotta: inizialmente facendo sparire diplomi ed attestati (che avevano suscitato l’indignazione e i giustificati ringhi di chi si sbatteva sui campi da decine di anni e che ancora non si sentiva “diplomato” in nulla), poi creando corsi via via più seri e professionali.
Ancora oggi si tengono corsi al Biancospino e per i miei gusti sono ancora troppo brevi… ma almeno si parte con un corso teorico di una settimana e poi si può proseguire con livelli successivi: insomma, tutta un’altra storia rispetto agli inizi.
Il Biancospino ebbe comunque l’accortezza di scegliere (prima) e di formare (poi) docenti di ottimo livello.
Ed ebbe anche il merito (perché “è” un merito, e sia chiaro che non lo sto dicendo in tono ironico: saper fare soldi, se si lavora onestamente, non è certo un delitto!) di dare ai suoi affiliati una solidissima base sui temi “marketing & business”.

Fu proprio al Biancospino che vidi per la prima volta personaggi che allora erano lì a scoprire “cos’era ‘sto gentilismo”, poi destinati a diventare quelli che oggi chiamo scherzosamente “i guru”: Luca Rossi e Roberto Marchesini, tanto per fare due esempi molto noti.
Ovviamente, al Biancospino come in ogni altro centro gentilista, i docenti erano tutti professionisti “d’annata” che fino al giorno prima avevano lavorato col metodo tradizionale (anche perché solo quello c’era!).
Come dicevo prima, rimasi sorpresa e anche un po’ seccata nel vedere tanti rovesciamenti di fronte, specie da quelli che ritenevo i colleghi più bravi e preparati (e non macellai). Mi seccò, soprattutto, scoprire che anche questi signori sposavano la “crociata anti-addestratori” e che si spacciavano anch’essi per illuminati sulla via di Damasco: perché mentivano sapendo di mentire.
Con alcuni di essi feci, ai tempi,  clamorose litigate (evito i nomi perché il mio scopo è quello di raccontare una storia, ma non di far fare figuracce a chicchessia).
Alcuni di quelli con cui avevo più confidenza (anche per questo non faccio nomi: le confidenze non si tradiscono) mi confessarono che “per lavorare (inserite pure il nome del centro gentilista che preferite, tanto la storia era uguale dappertutto) bisognava per forza dire così“.
Bisognava, insomma, fare i “pentiti”, anche quando non c’era nessuna “colpa” da espiare, perché non si era mai maltrattato nessun cane.
Bisognava attaccare il collare a strangolo anche se lo si era usato fino al giorno prima senza strangolare nessuno, ma considerandolo solo uno strumento più sicuro del collare fisso (il boom delle pettorine era ancora lontano).
Bisognava dire che gli addestratori erano “domatori di cani” e che appartenevano al passato.
Era, evidentemente, una pura e semplice operazione di marketing: e c’è da dire che funzionò alla grande.
Personalmente non mi rimase che prendere atto. E confesso che, per un breve periodo, fui quasi tentata di cavalcare a mia volta quell’onda, che mi avrebbe probabilmente permesso di “vivere di cani” (cosa che non sono mai riuscita a fare in vita mia, perché l’addestramento mi è sempre servito soprattutto a coprire le  spese dell’allevamento… che se lo fai con coscienza e serietà, allevando “pochi ma buoni” cuccioli,  è un COSTO pauroso e non certo un “arricchimento sulla pelle dei cani” come piacerebbe credere agli animalisti).
Però, alla fin fine, rimasi quello che ero stata fino a quel momento: un’addestratrice. Perché  il metodo gentile a me continuava a non piacere: non lo trovavo naturale e continuavo a prevedere che avrebbe avuto un temibile “effetto dottor Spock”.
Il che, puntualmente, avvenne… ma senza risultati particolari, perché in realtà la medaglia aveva due facce.
Da un lato, gli educatori gridavano ai quattro venti di vedersi arrivare al loro campo tutti i poveri cani massacrati dai macellai, che gli toccava “recuperare” dopo anni di maltrattamenti. Dall’altro, agli addestratori arrivavano i cani rovinati non tanto dal “gentle training” in se stesso, quanto dalle Sciuremarie che del metodo non avevano capito un’acca e che avevano colto solo la parte “gentle”, dimenticando completamente che esisteva anche un  “training”.

Perché una cosa, forse, non è mai stata abbastanza chiara:  il gentle training è difficilissimo da applicare in modo corretto e diventa una vera impresa con determinati cani (mentre con altri funziona senza troppi problemi).
Il problema di base è sempre quello che me l’aveva fatto scartare all’inizio: i cani NON sono “programmati” dalla natura per essere ignorati quando sbagliano. Il loro linguaggio non è quello, i loro rapporti intraspecifici non funzionano così.
E’ vero – e lo riconosco – che un addestrat… pardon, un educatore davvero bravo (e intendo proprio con quattro palle!) può arrivare a risultati ottimali (specie se comincia col cucciolo in tenerissima età)… ma è anche vero che se non hai quelle quattro palle lì rischi di finire impastoiato in problemi difficilissimi da gestire.
Ora, mi pare facile intuire che in quella marea di ragazzotti usciti da un corso di due giorni non potesse esserci tutta ‘sta overdose di quadripalluti.
Ed è vero che il gentle training (fatto bene) NON significa “lascia fare sempre al cane quello che vuole, non negargli mai nulla, corcalo di bocconcini qualsiasi cosa faccia”…ma è innegabile che moltissime persone (compresi molti educatori) lo intendessero esattamente così.
Il risultato fu una vera marea di cani che pensarono: “Yahuuuu!!! Qui comando io e posso fare quello che mi pare””.
Solo che, essendo cani, non si fermarono lì, ma passarono anche a pensieri tipo: “Non devo? Come osi dirmi che non DEVO sbrindellarti il divano in mille pezzi? Questa è casa mia, questo è il mio branco e faccio quello che mi pare!” (traduzione dall’italiano al canese: GRRRRRRRR).
E se l’umano insisteva, ignorando il GRRRR,  a volte si passava al CHOMP.
Ricordo una Sciuramaria che mi si presentò al campo col dobermann museruolato e con due collari, di cui uno a punte (rivolte all’interno), che cominciò a spiegarmi: “Sa, l’ho educato con il metodo gentile…”
Ovviamente la interruppi subito, con due occhi così: “Il metodo gentile richiede museruola e collare a punte?!?”
Lei fece la faccina contrita: “No – disse – il metodo gentile no. E’ questo che mi è sembrato che li richiedesse…” e si svoltolò una manica, mostrandomi una fasciatura che prendeva tutto l’avambraccio (quaranta punti, mi spiegò in seguito).
E se volete, di esempi come questo ve ne posso portare a decine: anche se non ho alcun dubbio che i gentilisti potrebbero raccontarne altrettanti a proposito di cani rovinati dai macellai.
Sta di fatto che esistevano anche i non-gentilisti-non-macellai (come la sottoscritta)… ma quelli non li considerava proprio più nessuno. Eravamo diventati invisibili.

I risultati dell’addestramento macellaio (da una parte) e del metodo gentile tramutato in permissivismo totale (dall’altra) acuirono sempre più le distanze tra i due poli: ognuno andava sempre più convincendosi che “gli altri” fossero dei criminali o, nella migliore delle ipotesi, dei cretini.
In pratica: litigavamo tutti, in continuazione.
Ricordo mitici scanni con la stessa Alexa Capra e con altri gentilisti su un newsgroup (Facebook non esisteva ancora: noi ci scannavamo su it.discussioni.animali.cani) in cui ci lanciavamo reciproche accuse roventi: “Mi è arrivato un cane rincoglionito dai vostri metodi!” / “Mi è arrivato un cane che come vede il guinzaglio si mette a piangere dalla paura!”
Quando chiedevo se quei cani terrorizzati arrivassero dal campo mio, o da quelli degli altri “invisibili”, la risposta era ovviamente “no”: però non cambiava nulla, perché per loro eravamo comunque “tutti uguali”.
Erano le prime avvisaglie di quello che oggi chiamo “talebanesimo cinofilo”.
In realtà  – e lo confesso senza remore – io ero dispostissima ad ammettere che alcuni gentilisti lavorassero anche bene: continuava a non essere il metodo del mio cuore, ma non mi dava nessun fastidio (nè a me, nè agli altri invisibili). Ma sono certissima che anche sull’altro “versante” ci fosse qualcuno che, sotto sotto, si rendeva conto che pure alcuni “invisibili” lavorassero bene e nel pieno rispetto del cane, senza far danni di sorta e senza maltrattare nessuno: solo che nessuno poteva/voleva più ammetterlo, perché  ormai era guerra aperta.

In realtà lo scanno finì per accentrarsi soprattutto sugli strumenti: e lì noi “invisibili” commettemmo probabilmente un errore “tattico”, accanendoci nella difesa del collare a strangolo.
Se avessimo detto “ma sì, dài, usiamo tutti quello fisso e piantiamola lì”, avremmo sicuramente spuntato l’arma principale del “nemico”.
Il fatto è che il collare a strangolo (a cui avremmo forse dovuto dare un altro nome: se l’avessimo chiamato “collare a scorrimento”, l’impatto sulle Sciuremarie sarebbe stato sicuramente diverso) è dannatamente comodo (si infila e sfila in un nanosecondo), dannatamente utile (ti permette di mantenere il controllo anche qualora il cane decida che sarebbe un’idea carina quella di sbranarti un braccio) e dannatamente sicuro (se il cane salta indietro, o di lato, non se lo sfila come avviene invece regolarmente con quelli fissi, a meno che non li stringi al punto di strozzare “davvero” il cane).
Visto che nessuno di noi si era mai sognato di usarlo per strozzare o impiccare chicchessia, da un lato le accuse di “maltrattamento” ci facevano ridere…e dall’altro le molte caratteristiche positive rendevano davvero difficile rinunciare a uno strumento che ci aveva fedelmente servito per tanti anni senza tradirci mai, poveretto.
Ovviamente i gentilisti si precipitarono a dire che a noi piaceva troppo strozzare i cani e che quindi non avremmo mai rinunciato allo strumento d’elezione per lo strangolamento coatto.
Purtroppo, le Sciuremarie ci credettero in massa.

A questo punto devo raccontare due aneddoti che ricordo con un misto di divertimento (sono passati tanti anni…) e di rabbia (sono passati tanti anni, ma certe cose non si digeriscono mai del tutto): il primo riguarda un tipo che arrivò sul mio campo, chiedendomi di fare una lezione “per vedere se si trovava bene”. Ovviamente accettai la proposta, che mi sembrava del tutto legittima.
Mi chiese espressamente di fare una lezione “di condotta al guinzaglio”, perché il suo cane gli dava qualche problema con quell’esercizio, ed io dissi quello che dicevo a tutti i clienti:  “Va bene. Leva collare e guinzaglio al cane”.
E lui: “Ma…come sarebbe?”
“Sarebbe che io insegno prima la condotta senza guinzaglio e POI quella col guinzaglio. Perché prima di avere un cane che ti sta appiccicato alla gamba, devi pensare ad avere un cane che si interessa a te”.
“Ma… la condotta non si fa col collare a strozzo, con gli strattoni, con…?”
“NO!  A parte il fatto che gli “strattoni” non li ho mai usati in vita mia…è vero, un tempo si iniziava col cane al guinzaglio, dando “colpetti” per richiamarne l’attenzione: e lo si può ancora fare, ma è un metodo che non utilizzo più da anni. Adesso insegno prima la condotta senza guinzaglio, così non può mai succedere, neppure per sbaglio, che il cane si faccia del male tirando: perché al piede ci sa già stare”.
“Ma… ma a me avevano detto che…” balbettò lui a quel punto, in evidente difficoltà. Tanto evidente che (nonostante la mia ingenuità di fondo) cominciai a mangiare la foglia e gli chiesi alla bruttaeva, in perfetto stile “Leggenda di Al, John e Jack”: “Scusa…ma tu, chi minchia sei?”
Risposta: “No, è che… vabbe’, boh, scusi, magari torno un’altra volta, ora devo andare”.
Rimontarono in macchina lui, il cane, il collare e il guinzaglio, e non ne seppi mai più nulla (ancora oggi non ho idea di chi me l’avesse mandato…ma qualcuno me l’aveva mandato. Ne fui convinta allora e ne resto convinta ancora adesso).
Secondo aneddoto: anziana (parecchio anziana) signora che arrivò al campo con simil-bolognese (lei lo definiva “bolognese” e basta…ma insomma…aveva, sì, il pelo ricciolino e bianco, ma era poco più grande di un chihuahua) letteralmente APPESO al collare a strangolo, tanto che camminava con gli anteriori staccati da terra.
“Signora, ma che fa? Lasci respirare quel cane!” esclamai, allibita, appena vidi ‘sta “strana coppia”.
Lei mi affrontò con piglio deciso: “No, eh? Non mi dica anche lei che è contraria al collare a strangolo, perché me ne vado subito!
Tale affermazione, proveniente dalla più classica delle Sciuremarie che avrei visto come cliente ideale del gentilista più spinto di questa terra, mi lasciò del tutto senza parole, a bocca aperta come un pesce lesso.
Allora lei mi spiegò: “Col cane che avevo prima… mia figlia mi aveva fatto una testa così perché il collare a strangolo non si doveva usare, perché era un maltrattamento, perché su e perché giù. Così gli ho messo il collare di cuoio, lui se l’è sfilato e mi è finito sotto una macchina!”.
E mi scoppiò in lacrime lì davanti, col cagnetto che ancora strabuzzava gli occhi, impiccato per troppo amore e per paura di perderlo.
Ripeto: sono arcisicura che i gentilisti abbiano altrettanti aneddoti da portare. Ma questo sta solo a significare che la confusione era alle stelle. I fraintendimenti e gli eccessi (dall’una e dall’altra parte) erano all’ordine del giorno, i cani venivano sballottati dal campo in cui si menava alla grande a quello in cui si biscottinava a tutto spiano (e viceversa) e gli umani non ci capivano più niente.
Pensai, a quei tempi, che peggio di così non sarebbe mai potuta andare.
Mi sbagliavo di grosso.

Anni 2000
L’ultimo decennio, ahimé, devo raccontarlo in parte dall’ “esterno”: perché  – a causa dei problemi di salute di mia madre – dovetti chiudere sia l’allevamento che il campo.
Per un paio d’anni rimasi proprio fuori dal mondo cinofilo, perché solo “parlare” di cani mi causava crisi di nostalgia furibonda con altissimo rischio di attacco isterico: però non poteva mica durare.
Un po’ perché la cinofilia ce l’ho nel DNA, un po’ perchè un paio di cani in casa comunque ce li avevo…ma soprattutto perché il 90% dei miei amici era composto proprio da cinofili. Quindi … o mi mettevo in eremitaggio totale, o almeno a “parlare” di cani dovevo ricominciare per forza.
Quando lo feci, scoprii l’avvento delle nuove teorie & filosofie varie, che sulla carta mi sembrarono assai curiose (anche perché erano tutte mutuate dalla psicologia umana), ma anche interessanti: solo che, quando manifestai il mio interesse, ricevetti ringhi furiosi dagli amici di cui sopra, che mi spiegarono come ci fosse in atto un vero e proprio “complotto” per distruggere il comparto cinotecnico a favore della dilagante filosofia zooantropologica (di “cognitivismo” ancora non si parlava).
Io che, per mia natura, tendo a sorridere di fronte a tutte le ipotesi complottistiche, inizialmente la presi in ridere. Maddai! Mica poteva esserci qualcosa di peggio della guerra gentilisti/tradizionalisti!
Poiché, tra l’altro, la cosa non mi toccava più personalmente, visto che ormai mi dedicavo a tutt’altro, non diedi molto peso alle preoccupazioni di cui sentivo parlare: ma siccome sono curiosa come un gatto  – sempre per natura – andai a comprarmi un libro di Roberto Marchesini,  giusto per capire cosa fosse ‘sta zooantropologia.
Confessione ufficiale: lo mollai lì dopo dieci pagine. E sia chiaro: non è una critica, non è un attacco, non è una sfottitura.
E’ semplicemente il “mio” personale punto di vista. Io ho sempre predicato al mondo intero l’importanza del “farsi capire” dalle persone a cui si parla – e ho sempre cercato di mettere in pratica questo concetto parlando e scrivendo nel modo più comprensibile e più colloquiale possibile – perché  ho una vera idiosincrasia per il linguaggio troppo forbito, ricercato o addirittura arcano.
Lo reggo (sbuffando) in ambito scientifico, lo subisco (sbuffando ancora più forte) quando si tratta di materia di studio: ma se leggo per diletto, non lo sopporto proprio.
Siccome  l’argomento  “zooantropologia”  l’avevo affrontato solo per il piacere di scoprire “cosa si dicesse di nuovo”, confesso apertamente che  il “marchesinese” mi fece passare la voglia di andare oltre.

Passarono così alcuni anni prima che sentissi parlare di “approccio CZ”: ovvero, “cognitivismo  zooantropologico”. E quando ne sentii parlare pensai (testualmente): “Eh, la madonna!” .
Le cose mi stavano sfuggendo troppo di mano: restavo troppissimo indietro!
E anche se non lavoravo più con i cani, non potevo vedermi come una che restava abbarbicata alla preistoria mentre il mondo cinofilo volava verso chissà quali nuovi orizzonti.
Mi rimboccai così le maniche mentali e ricominciai dall’inizio: ripresi in mano il Marchesini e mi impegnai a fondo nella lettura del primo testo. Non solo! Un po’ masochisticamente, vista l’idiosincrasia di cui sopra,  mi comprai altri due libri dello stesso Autore e mi lessi tutto, ma proprio tutto, parola per parola… accorgendomi però, con una certa sorpresa, che in quei libri si dicevano le stesse identiche cose che io andavo ripetendo ai miei clienti a partire dagli anni ’80 o giù di lì (e, dal 1990 in poi, anche scrivendo nei miei primi libri).
Però si dicevano in modo mooolto più forbito. Questo sì.
Io, più o meno, spiegavo cose come: “Il cane pensa, ragiona e a modo suo parla: noi non dobbiamo limitarci a farci capire da lui, bensì cercare di capire anche quello che ha da dirci lui. E se riusciamo ad instaurare una bella collaborazione fatta di affetto, di stima e di assoluta fiducia nelle doti di quello che per il cane è la versione umana del “capobranco”  lupino,  alla fine scopriremo che il cane ha insegnato a noi nella stessa misura in cui noi abbiamo insegnato a lui. Questo è quello che chiamo rapporto col cane: ovvero collaborazione tra due specie diverse, ma che vivono insieme da così tanto tempo che tra loro c’è un continuo scambio non soltanto emozionale ma, in una certa misura, perfino culturale”.
Marchesini diceva (sorry, questa la prendo di peso dal suo sito, perché i suoi libri non so più dove cavolo li ho infilati):
Fondamento della ricerca zooantropologica è il ritenere che non sia possibile comprendere l’uomo nelle sue caratteristiche ontogenetiche e culturali prescindendo dal contributo referenziale offerto dall’alterità animale. Con la zooantropologia si iniziano infatti a studiare i fattori che guidano il rapporto dell’uomo con le altre specie – e in particolare:a) le direttrici orientative e affiliative verso l’alterità animale; b) i piani e i significati della relazione interspecifica; c) le dimensioni di interscambio e transazione che si vengono ad attivare in tale rapporto; d) le conseguenze antropo-poietiche (ovvero di costruzione dell’identità umana) dell’incontro-confronto con l’eterospecifico”.
Che più o meno vuol dire la stessa cosa. Però vuoi mettere l’effettone che fa, se la dici così?
Dopo l’attenta lettura dei marchesiniani testi – nei quali, comunque, qualche spunto interessante l’ho trovato: d’altronde non ho mai incontrato un libro o un autore che non mi arricchissero in qualcosa  – ari-confesso che pensai:  “Vabbe’,  questo è un furbacchione che ha trovato una strada alternativa a quella di sputare addosso all’addestramento tradizionale: lui l’ha buttata sullo scientifico-filosofico-arcano. Però, se scrive così, andrà poco lontano perché nessuno capirà una parola”.
Mai valutazione fu più clamorosamente errata: ma di questo (e del cognitivismo, e di tante altre cose…) parleremo nella prossima puntata.

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5 Commenti

  1. Hai ragione, come al solito, Valeria, ho letto le prime due righe ed ho lasciato perdere, mi sono dovuto sforzare ed auto convincere per leggere tutte le sei righe e mezza e cmq, non ch’ho capito niente, se non leggendo la tua traduzione!!!!!!!!!!!
    Penso che abbia avuto tutto quel successo che tu dici, proprio perchè chi lo ha letto non ch’ha capito nulla, come o peggio di me, ma leggendo uno scritto con questo linguaggio così forbito, li ha frastornati, facendogli pensare che se scrive in questo modo così intellettuale non può essere che un guru!!!!!!

  2. chissà se c’è qualche cinofilo laureato in pedagogia e che si è letto “il bambino competente”, “i cento linguaggi del bambino”, gli scritti di Loris Malaguzzi e tutti i testi “sacri” del metodo Reggio Children…

  3. Sto facendo un corso per educatori e devo DEVO leggere il Marchesini… Confesso che mantenere l’attenzione risulta difficilerrimo!!!
    Comunque, anche se ovviamente sto studiando secondo il principio del gentle training, io per me sono lontana da certi estremismi. Ammetto che in certi casi lo strangolo ci vuole. E ritengo, e ho sempre ritenuto, che con i cani (così come con le persone), ci voglia non solo gentilezza, ma anche una buona dose di fermezza e coerenza. Altrimenti ci si ritrova le zampe in testa (o quaranta punti sul braccio…). In buona sostanza, bisogna essere dei bravi genitori anche con i propri cani 🙂

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.