di ANGELA MEINI – In un periodo storico come questo, caratterizzato dalla sempre maggior diffusione degli animali d’affezione, in cui la cronaca, intesa come analisi dei fatti, è sempre più sottoposta alle continue pressioni della informazione finalizzata, anche in ambito cinofilo,  il libro di Carlo Fagioli, giunge come un fulmine a ciel sereno.
No, giunge come un ululato, questo è Carlo.
Conobbi Carlo Fagioli più di una decina di anni fa, quando frequentavo l’Utilità’ e Difesa solo da bordo campo, il mio attuale marito aveva all’attivo solo un Esordienti col suo Boxer di 5 anni, mentre io mi affannavo con la mia meticcia, mezza Malinois mezza grigiona, di 8 anni sui campi di Agility, dato che non aveva pedigree.
Un po’ come oggi, di fatti ne avevo combinati ben pochi, nessuno per la verità, ma avevo già all’attivo idee ben chiare e una buona cultura cinofila generale.
Seguii due stage con Carlo e rimasi fortemente colpita dal fatto che finalmente qualcuno, in quel quadrato erboso e secco, dimostrasse una metodica ben precisa e una volontà di far comprendere che la tecnica di per sé stessa ha un valore fittizio e che nulla può essere fatto se non si hanno delle minime competenze di etologia, di osservazione della Natura. Era giunto con appunti e videocassette, di cani, ma anche di leoni, che stupore! Finalmente qualcuno che “condivideva”!
Oggi Carlo non ha più le sembianze del lupo (sic!) e sulle sue due zampe si è fatto carico di un lavoro che ha totalmente a che fare con la Cultura e l’elaborazione intellettuale.
Al giorno d’oggi ci si riempie molto la bocca con la parola “rispetto”, con l’aggettivo “gentile”, ci si sbrodola (perdonatemi il toscanismo) il cervello con finezze intellettual-culturali che scandagliano lo scibile cinognostico, sposiamo la zooantropologia e festeggiamo al grido di impronunciabili classificazioni degli istinti: “Noi due insieme”, invece,  parla cane, mette d’accordo Natura e Cultura e lo fa bene.
E’ un libro scorrevole, ben scritto, che vola via in soffio e ti fa venir voglia di rileggerlo per approfondire i concetti. Per le tematiche in esso trattate è adatto sia agli addetti ai lavori che ai neofiti che si accingono ad intraprendere il cammino degli sport cinofili o anche solo ad approfondire il rapporto con il proprio cane.
Anzitutto Fagioli ha il fegato di dire apertamente e senza ipocrisie che per lui non esiste addestramento senza “dovere”.
Beh questa è la sacrosanta verità, questa è la vita di tutti i giorni; chi vive sul serio i propri cani a tutto tondo e non solo una mezzora ogni tanto in uno spazio neutro, non può non condividere.
Personalmente ho un bambino di 3 anni e mai mi sognerei di pensare ad una educazione di tipo roussoiana.
Quanno ce vo’ ce vo’, c’e’ il dovere, la libertà, il rispetto, la punizione, la correzione. Ogni cosa a suo tempo, per una ragione, con una finalità, ma soprattutto qualsiasi forma d’intervento deve essere eseguita nei modi e nei tempi giusti, commisurata al soggetto, equilibrata, ma soprattutto essere efficace.
Il libro è diviso in due sezioni.
La prima tratta di argomenti generali, fa riflettere sul modo di pensare cane, getta le fondamenta di un metodo analitico che si basa sulla osservazione diretta. Dopo tanti manuali e manualetti che parlano solo di tecniche (“per far sedere il cane fate così” ) questo testo evidenzia come, per riuscire a far eseguire qualcosa al nostro cane, foss’anche dare la zampa, dobbiamo prima imparare a comunicare con lui.
Nel far questo Fagioli tende una mano al lettore, fa chiarezza sui termini di comune utilizzo nell’ambiente dell’addestramento e sui concetti basilari dell’etologia senza perdersi in astratte elucubrazioni che possano far perdere di vista l’obiettivo finale: l’addestramento come collaborazione.
Alcuni potrebbero obbiettare che buona parte del libro non è altro che un uovo di Colombo: beh, a questi signori risponderei che i contenuti solo talmente semplici da chiedersi come mai nessuno li ha messi così apertamente nero su bianco.
“Noi due insieme” ci fa capire cosa vuol dire addestrare, ci indirizza all’osservazione dei nostri soggetti, imprime a chiare lettere l’importanza della vita quotidiana col cane, offre un triplice punto di vista “cane-proprietario-addestratore” e non sorvola sul fatto che tanto ogni soggetto è diverso da un altro, quanto ogni conduttore ha le sue particolarità, tanto da generare infinite combinazioni (binomi) momentanee, che non ci devono confondere, perché se impariamo a pensare cane, tutto diverrà più semplice e sarà o bianco o nero.
La seconda parte è più precisamente dedicata all’addestramento da Utilità e Difesa, alla disciplina IPO, e tratta sinteticamente le modalità di approccio  al lavoro di Pista, Obbedienza, Difesa.
Se devo fare un appunto in questa seconda parte c’è  troppo Carlo Fagioli, questo il suo metodo e le sue tecniche d’impostazione, ma è anche vero che è più che lecito che l’autore parli in modo chiaro principalmente delle sue esperienze e delle sue modalità di intervento.
Sulla parte dedicata al lavoro di ricerca ho avuto difficoltà, non a capire, ma a “comprendere” il tipo di lavoro tipicamente “sportivo” o da “punti”, che dir si voglia, poiché provengo da una formazione in cui il cane in Pista regna sovrano.
Difficilmente gli interventi del conduttore possono essere equilibrati in un momento in cui il cane utilizza il suo principale organo di senso in un modo che noi umani non comprenderemo mai.
Questo non vuol dire che il conduttore non debba mai intervenire, ma che in questa sezione di lavoro, per non intervenire in modo errato, è necessaria molta esperienza e moltissima cognizione di causa, onde evitare danni quasi irreparabili (in altri casi è sempre possibile decondizionare senza grandi difficoltà).
Mi potrei dilungare su questo punto, ma non è questo l’intento della mia recensione: di certo posso dire che “Noi due insieme” non dovrebbe mancare nella biblioteca cinofila di addetti ai lavori e non.
E’ un libro da consigliare. Bravo Carlo!

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1 commento

  1. ho letto diversi articoli di Fagioli, in rete, e mi sono fatto l’idea di uno che parla per esperienza.

    in questa recensione, però, vedo diverse volte citare il “modo di pensare cane” e mi pare doveroso mettere un gigantesco punto interrogativo: in troppi affermano come pensa il cane e lo affermano in modo diverso.

    siccome ancora non disponiamo di sufficienti certezze su COME PENSA L’UOMO, dato che il pensiero non è fisicamente prevedibile ed il cervello non è un mero apparato elettrico, trovo preferibile ragionare per ipotesi e non certezze a proposito del cane, anche perchè neppure possiamo dire in assoluto che sia corretto qualificare il suo come “pensiero”

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