domenica 17 Ottobre 2021

Cinofilia…quella vera (forse l’unica che vale ancora la pena di seguire?)

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Valeria Rossi
Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

cartellonedi VALERIA ROSSI – Qualche settimana fa, come qualcuno forse ricorderà, abbiamo pubblicato un articolo di Vittorino Meneghetti sull’associazione da lui fondata e presieduta, l’A.C.A.M.P. (Associazione  Culturale Antichi Mestieri Pastorali).
E secondo voi, io potevo resistere alla tentazione di andare a “vedere da vicino” cosa stava combinando questo vero e proprio pilastro della cinofilia italiana?
Parlane con tizio, stuzzica caio, lusinga sempronio… alla fine è saltata fuori la promessa di una riunione informale presso la nuova abitazione di Vittorino (in realtà una seconda casa, perché quella di Milano ce l’ha sempre… però ho idea che la veda più poco), ovvero in mezzo a un bosco della Lunigiana dove lui si è ritirato a coltivare il suo sogno di salvaguardare, tutelare e far conoscere appunto “gli antichi mestieri pastorali”, ovviamente con i cani in primissimo piano e con una razza (il pastore apuano, sul quale lo stesso Meneghetti aveva scritto per noi un articolo molto esplicativo) ancor più in evidenza.

pecoreInsomma, sono andata.
Anzi, siamo andati, perché c’erano anche Andrea Schiavon, istruttore di cani per il soccorso nautico, Claudio Mangini, animal trainer (…o quel che ne resta: comunque, anche con una gamba sfracellata e sulle stampelle, si è arrampicato per boschi più agilmente di me con due gambe buone. Invidia), Luca Meneghetti, che ancora non aveva visto suo papà in “versione pastorale” e che quando ha visto il posto ha fatto all’incirca due occhi così: O______________________O , più amici e compagni vari.
Un bel gruppone che ha seguito entusiasticamente il camper di Schiavon (l’unico che in teoria “sapeva la strada”…) per monti e colline, finché Andrea non ci ha portati tutti a perderci in un paesino sperduterrimo (Vittorino ci ha poi spiegato che ci sono DODICI residenti!) al quale si accedeva per una strada mooooolto disastrata.
Morale: la mia macchina – anzi, quella del marito, visto che io mi dissocio da cotanta bruttura (sembra Christine, quella di Stephen King) – è rimasta a Brugnato, a uno sputo da La Spezia. Sta dal meccanico che deve cambiare il radiatore bucato (probabilmente a causa di una sassata),  mentre io sono tornata a casa con una macchina sostitutiva.
Del buco nel radiatore, però, mi sono resa conto solo sulla strada del ritorno: prima (una volta identificata finalmente la strada giusta) ho passato una giornata interessantissima e divertente, in compagnia cinofila piacevole e compentente, in un posto bellissimo.

terrenoOddio, ora come ora – come potete notare dalle foto – non è proprio bellissimissimo: ma siamo in inverno e ci ha appena nevicato… bisogna immaginarlo in primavera, con l’erba e le foglie e tutto quanto.
Sono sicura che allora sarà davvero uno spettacolo (l’omino solitario che cammina di schiena nella foto è Luca Meneghetti, che è andato in esplorazione di tutto il terreno del babbo scuotendo la testa e ripetendo millemila volte “non ci posso credere”).
Anche ieri, comunque, lo spettacolo c’era alla grande: spettacolo fornito dagli animali di cui Meneghetti si è circondato. Cani, ovviamente, ma anche oche, pecore, capre e perfino asini.
Tutti di una simpatia travolgente: ma come gli asini, per me, non ce n’è!

due_asiniAnche la colonna sonora non è niente male: le oche, in quanto oche, quando arriva qualcuno fanno la guardia (ricordate quelle del Campidoglio?) e starnazzano felici.
I cani, ovviamente, abbaiano.
Gli asini ti guardano con il faccino dolce, perché il muso di un asinello è qualcosa di irresistibile, e per un po’ stanno zitti: se però non te li fili per dieci minuti ti chiamano… e come ben sa chiunque abbia avuto modo di sentirne uno almeno una volta, col cavolo che l’asino fa “IH-OH”, che sembrerebbe un versetto corto e appena appena udibile.
L’asino, in realtà, fa una cosa tipo:

          BAHHHHHHHHHHHHIIIIIIII- IIHOOOOAAA!

Ma ancora più forte di così.
E anche le oche, non è che facciano esattamente “qua qua”: quando si sono messe a litigare col cane per un pezzo di pane, il numero di decibel è salito a tal punto che noi umani non ci sentivamo più l’un l’altro.

ochePerò c’è anche da dire che il casino era in gran parte provocato proprio dalla nostra presenza: e comunque non è come trovarsi in mezzo a un ingorgo con tutti che strombazzano e ti fanno venire le bolle. Il casino fatto dagli animali è simpatico. Fa sorridere. Ti fa sentire parte della stessa loro natura.
In mezzo al traffico io divento isterica in un nanosecondo: in mezzo a tutto ‘sto zoo che ci dava dentro a far casino avevo un sorrisone beato da un’orecchia all’altra. E anche i miei compagni di avventura, devo dire. Perfino Luca sembrava che cominciasse a capire e ad apprezzare la “pazza idea” paterna.

guardianoOkay… adesso però parliamo di cani.
Ieri non è che abbiamo potuto vedere nulla di particolare, anche perché al momento i soggetti con cui sta lavorando Vittorino sono tutti cuccioloni: ha una splendida pastoressa apuana di nove mesi, un kelpie arrivato direttamente dall’Australia e il cane da guardiania, cucciolone anche lui (13 mesi), un incrocio caucaso-maremmano/abruzzese che si sbaciucchia le oche, fa lo scemo con gli asini (che infatti rispondono a calcioni, vedi foto più in basso) ed è dolcissimo con le pecore.
Quando è insieme al suo umano è dolcissimo anche con le persone, mentre quando entra in “modalità guardiano” non ce n’è per nessuno.
Equilibratissimo, altissimo, bellissimo, levissimo. “Purissimo” magari no, visto che è un meticcio: però è ugualmente un cane della madonna.

apuanaOvviamente l’interesse maggiore, però, io ce l’avevo per l’apuana (di nome e di fatto: cioè, è un pastore apuano e si chiama proprio Apuana): che vista così è una cagna dall’aspetto molto rustico, un po’ simile a un misto border/aussie ma con un’ossatura più robusta e con orecchie erette che le danno un’aria più lupina rispetto agli altri due.

due_caniLa caratteristica più interessante, però, è il modo in cui lavora: infatti Meneghetti ci ha spiegato che se le pecore si infilano nel bosco, i cani geneticamente programmati per lavorare sui grandi spazi aperti (come appunto border e kelpie) vanno un po’ in confusione. Per esempio, il kelpie (che si chiama Marino, come il vento) fa tuuutto il giro largo intorno al bosco, pensando così di recuperare le pecore: invece l’apuana si infila dritta in mezzo agli alberi e le va a prendere dentro al bosco.
Viste le caratteristiche dei nostri territori (almeno dei nostri Appennini), è decisamente più proficuo avere un cane che ci si sa muovere dentro, perché la sua memoria di razza comprende anche alberi, rupi, saliscendi e non solo sterminate distese di erba senza neanche l’idea di un cespuglio.

calcioEcco, adesso sarebbe bello anche riportare i divertentissimi racconti di un milanese che finisce in campagna e si scontra con una realtà che sembra riportare il mondo indietro di almeno un secolo: tipo i pastori che, quando lui va in giro a cercare i cani per fotografarli e catalogarli (perché vuole scriverci sopra un libro) gli voltano la schiena e si allontanano facendo finta di non vederlo (e dopo che è riuscito a farci – faticosamente – amicizia gli spiegano che pensavano che fosse “uno di quelli dell’ENPA che vanno a rompere le scatole coi microchip”); o tipo il prezzo di un cucciolo, che è “Cosa mi dai in cambio?”: perché venderli non esiste proprio, lì si va a baratti (Apuana è “costata” due agnelli!); e vogliamo parlare della faccia che ha fatto il pastore, dopo che Vittorino gli aveva detto che la sua professione era quella di addestrare cani, quando gli ha spiegato che voleva scrivere un libro sul pastore apuano? Addestrare cani e scrivere libri gli sembrano due cose totalmente inconciliabili!
E potrei andare ancora avanti,  ma mi devo fermare: perché altrimenti  scriverei per altre otto ore e non arriverei mai al dunque. Invece il “dunque” è una cosa molto interessante, che voglio farvi assolutamente leggere. Sono i progetti dell’A.C.A.M.P., che sono stati riuniti pochissimi giorni fa in un documento, anzi un manifesto chiamato “Manifesto neoclassico della cinofilia”.
La dicitura, a prima vista, potrebbe sembrare un po’ pomposa: ma vedrete che ci sono molti validi motivi per definirlo proprio così.

Manifesto neo-classico della cinofilia

La degenerazione della cinofilia ufficiale

II rapporto tra uomo e cane si perde nella notte dei tempi, da quando i canidi che hanno dato origine alla specie hanno cominciato ad avvicinarsi spontaneamente agli insediamenti umani. Questo processo ha avuto un inizio databile in epoca mesolitica e si è concretamente completato con la domesticazione, in epoca neolitica, oltre 8.000 anni fa.
Come ausiliario dell’uomo (principalmente per la caccia e per la pastorizia) o come semplice compagnia, il cane è stato, nella storia, selezionato in base alle caratteristiche morfologiche ed attitudinali funzionali all’impiego cui doveva essere destinato.
Negli ultimi cinquant’anni anni abbiamo assistito alla concomitanza di diversi fattori, quali:

– progressivo abbandono delle campagne nelle “economie più sviluppate”, introduzione di modelli e stili di vita edonistici;

– condizionamento mediatico dei bisogni primari e secondari di consumo, sostituzione delle tecnologie a scapito delle abilita umane;

– dispersione delle tradizioni e delle culture locali; – introduzione di ideologie “animaliste” che hanno distorto l’immagine della natura.

Tutto ciò ha provocato profondi mutamenti nella definizione delle linee guida di allevamento ed addestramento dei cani, specialmente quelli appartenenti alle razze da lavoro.
I criteri di selezione sono stati orientati sempre più a soddisfare un mercato di massa, fatto di acquirenti non professionali e non competenti, tanto che:

– per un numero sempre minore di razze vengono richieste prove attitudinali di selezione;

– le “prove di lavoro” assumono sempre più contorni di competizione sportiva tra addestratori (e tecnologie), anziché di dimostrazione delle reali funzionalità del cane e abilità lavorative.

L’effetto più drammatico è la nascita di numerosi soggetti con svariati problemi di salute: i più diffusi ed eclatanti sono la displasia dell’anca e del gomito, l’elevata incidenza di neoplasie precoci, varie cardiopatie, problemi oculari e cutanei. Inoltre, la perdita delle qualità naturali ha prodotto una serie di problemi comportamentali (cani troppo timidi ed insicuri o troppo aggressivi e mordaci), che comportano difficoltà persino nella semplice gestione quotidiana cittadina.
L’ambiente pastorale ha invece prodotto da sempre cani esteticamente di bell’aspetto, funzionali, sani, esenti da displasia, temprati nel carattere e nella memoria di razza con elevate attitudini nello svolgere il proprio lavoro; un concentrato di agilità, forza, resistenza, tempra e salute, per la conduzione del gregge, per la protezione degli armenti, per la difesa del territorio, della casa, della famiglia, che ha accompagnato l’uomo attraverso i secoli.

La nuova cinofilia classica

Le ricerche condotte e le esperienze maturate negli ambienti in cui ancora oggi il cane è insostituibile risorsa, impiegato per i mestieri tradizionali dell’uomo, ci convincono sempre più della necessità di tornare a guardare al passato, con gli occhi dell’uomo di oggi. Salvaguardare e tutelare gli antichi mestieri svolti dai cani è il tramite per una cultura cinofila più attenta, corretta e rispettosa nei confronti del migliore amico dell’uomo.
Ciò significa indirizzare la selezione e l’allevamento del cane in base alle mansioni di utilità tipiche della razza, per ottenere:

– la morfologia più funzionale, improntata a solida costituzione e salute;

– l’equilibrio caratteriale, la stabilità nervosa, le attitudini specifiche per lavorare nel contesto naturale (condizioni oro-geografiche, climatiche, faunistiche, ecc.) di impiego.

Non di meno, l’educazione e l’addestramento devono essere orientati a sviluppare la sicurezza del cane in ogni situazione;  la fiducia nelle proprie possibilità di successo e nel “nucleo famigliare” nel quale viene inserito; l’abilità nello svolgimento delle mansioni, in coerenza con le naturali attitudini lavorative, per le quali è stato selezionato.

Riteniamo che la preziosa tradizione della cinofilia classica debba essere salvaguardata ed interpretata alla luce delle più approfondite conoscenze zootecniche ed etologiche, mettendo al bando qualunque ipotesi di maltrattamento, tanto in fase di selezione e allevamento (es. soppressione dei cuccioli meno dotati) quanto nella fase di educazione e addestramento (es. utilizzo del dolore o della paura come elementi motivazionali).
Per ottenere ciò, propugnamo la stretta cooperazione tra autentici professionisti, con il coinvolgimento diretto delle diverse categorie di utilizzatori (esponenti del mondo rurale, pastorale e venatorio) per le decisioni riguardanti:

• la definizione dei requisiti funzionali d’impiego, cui debbano essere indirizzate le diverse razze da lavoro;

• la valutazione del possesso di detti requisiti da parte dei soggetti da selezionare ai fini riproduttivi. Dalla cooperazione tra le categorie di allevatori ed utilizzatori professionali, dovrà scaturire un nuovo Albo delle Razze Canine da Lavoro, cosi organizzato:

• classificazione dei Gruppi in base alle mansioni di ciascuna razza (specialisticheo polifunzionali)

• definizione di nuovi Standard che privilegino:

– le condizioni di impiego ottimali (oro-geografiche, climatiche, faunistiche ecc.)

– le proporzioni morfologiche fondamentali, essenziali all’impiego (a scapito delle misurazioni di precisione analitiche);

– le doti naturali necessarie per assolvere a ciascuna delle mansioni (anziché le generiche locuzioni attualmente utilizzate);

• sottoscrizione di un Regolamento che preveda l’obbligatorio deposito del DNA di tutti i riproduttori, conseguentemente al superamento delle prove di selezione fisica e attitudinale

• valutazione del possesso dei requisiti funzionali in condizioni di lavoro anziché in competizioni sportive.

Ecco, questo è ciò che intende fare questa associazione: oltre, ovviamente, ad organizzare eventi che facciano conoscere il lavoro dei cani da pastore (è previsto anche di utilizzare il campo di Vittorino come fattoria didattica per i ragazzi delle scuole: tra l’altro, non so se si capisce abbastanza dalle foto, questo terreno è una sorta di anfiteatro naturale, con tanto di “gradinate” pronte all’uso!) e ad organizzare anche test attitudinali, come accadrà per esempio il 23-24 marzo (vedi locandina qui sotto).
Insomma, una vera fucina di idee tutte tese verso un nuovo (anzi, no: un “antico”, ma rimodernato) modo di vedere la cinofilia.
Il passato visto con gli occhi dell’uomo moderno, proprio come si legge nel manifesto. Un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria, che potrebbe davvero cambiare un mondo cinofilo di cui tutti, in un modo o nell’altro, ci lamentiamo, ma contro il quale a volte ci sembra di non poter più fare nulla.
Invece… si può. Basta avere il coraggio di provarci.
E se l’ha avuto un uomo di 63 anni, vissuto fino a ieri – parole sue –  a “pane ed ENCI”… allora potrebbero veramente farlo tutti.
O almeno, tutti coloro a cui stanno davvero a cuore il benessere e il futuro dei cani.

locandina


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30 Commenti

  1. Vorrei fare una domanda: premetto che da un anno seguo costantemente questo sito, come fosse la mia bibbia cinofila;

    Ho notato spesso in diversi articoli commenti sarcastici riferiti all’ENPA (sguardo da cane enpa ecc..) che inizialmente mi facevano sorridere, ma alla lunga mi sono domandata se non ci fosse qualche attrito verso l’ente.
    Io sono volontaria Enpa, di una città in cui i nostri animali vengono affidati con controlli pre/post affido solo in provincia e zone limitrofe, proprio per facilitare questi ultimi.
    Durante i controlli post affido verifichiamo che effettivamente il numero seriale del microchip del cane corrisponda a quello che è stato trascritto sulle schede in nostro possesso, per due motivi:

    1) capita che la ASL faccia pasticci e vengano trascritti in modo errato (per cui riportiamo il numero corretto)
    2) alcuni cani sono stati affidati prima che alcuni volontari potessero conoscerli, in quanto magari hanno iniziato da poco, e la lettura del microchip rende identificabile il cane.

    Non saprei, a me non sembra di fare qualcosa di sbagliato nel controllo dei microchip.

    Proprio recentemente ci siamo ripresi un cane che era stato adottato da due anni, in quanto i proprietari lo hanno relegato in un box in cortile perchè è nata la bambina e avevano paura che lui le facesse del male.
    Il box era pieno di escrementi anche incrostati al pelo del cane.
    I proprietari ce lo hanno restituito senza fare una piega, il che rende l’idea di quanto ci tenessero.
    In sostanza, il messaggio che vorrei far passare, è che a noi importa dei nostri cani anche dopo che sono andati in adozione.. cosa c’è di sbagliato?
    Perchè questo odio nei confronti dell’associazione?

  2. Ma sul difendersi dai cagnari non credo ci sia neppure da discutere, sull’intento penso che siamo proprio tutti d’accordo! (Che poi non sia facile è un altro discorso.)
    Sul ruolo conservativo o adattativo delle razze invece credo che ci siano tante cose ancora da dire. Certo che Meneghetti sta facendo una cosa interessantissima.
    Però… la disoccupazione, attuale, futura, reale o immaginata, continua a preoccuparmi un po’.

  3. Quello che sarà il futuro delle razze canine non lo possiamo sapere.
    Il dato di fatto inconfutabile è che il cane da più di 5.000 anni vive con gli uomini e si adatta via via alle nostre esigenze. Sicuramente la grande adattabilità del cane e la grande abilità dell’uomo nel plasmarlo, rendendolo adatto al bisogno del momento, continueranno a proporci nuove varianti dello splendido animale che abbiamo visto finora nelle sue diverse forme.

    Ciò che sta facendo il sig. Meneghetti, in fondo, non è altro che cercare un capace collaboratore che lo aiuti a gestire il suo allevamento, nel farlo prova a recuperare un ceppo antico e funzionale allo scopo. Così potrebbe ottenere due importanti risultati con una sola operazione: risolvere i suoi problemi e salvare una razza dal progressivo imbastardimento e dalla conseguente estinzione. Tra il semplice cercare sul mercato il “prodotto” adatto e il provare a lavorare sul recupero di una genetica antica, entra in gioco la passione e la voglia di mettersi alla prova.

    Il Pastore Apuano è un cane che, al pari di tante altre razze da pastore, ha la capacità di adattarsi a svolgere svariate attività, oltre ad essere piuttosto bello e rusticamente elegante. Non è detto che possa avere un futuro anche tra la gente che non ha greggi da gestire. Se si dovesse concretizzare un fatto simile, sarebbe accaduto senza la necessità di snaturare un bel niente, anzi!

    Così si torna al domandone iniziale: preservare o adattare?

    Probabilmente non c’è tutta questa grande differenza. La vera differenza c’è tra il rovinare una razza, mirando solo alle vendite, e il lavorarci su per ottenere qualche cosa, a volte può essere un adattamento, a volte una conservazione, ma sempre con la grande attenzione alla salute e al carattere, l’attenzione che distingue i cagnari dai seri allevatori.

    Quindi non mi preoccuperei tanto di quale futuro avranno le razze “disoccupate”, piuttosto mi preoccuperei di escludere dal mercato i “furbacchioni” che trattano gli animali come oggetti da sfruttare a fini di lucro senza preoccuparsi di nient’altro.

  4. Riflessione di mezzanotte passata. Siamo partiti da un articolo che parla di recuperare le antiche professionalità del cane (perdonate la sintesi) e finiamo col dire che di questi cani non c’è (o tra breve non ci sarà) praticamente più bisogno e quindi come surrogato bisogna usare attività sportive (o comunque alternative alla specifica selezione di determinate razze). Di recente su questo sito, in una discussione sui cani da guardia, era opinione diffusa che bisognasse tenerli in camera da letto. I cani da caccia non cacciano. I cani toccatori fanno agility e affini. In generale, i grandi campioni, per conquistarsi il titolo di riproduttori, devono dimostrare di saper fare cose che in vita non faranno mai, o quasi. Di che parliamo allora?

  5. ma perchè dite che i cacciatori stanno sparendo? nella mia zona (abito in riva al Po) ce ne sono tantissimi. in tutti i paesi di campagna della zona è pieno di cani da caccia che svolgono il loro lavoro almeno una volta alla settimana. sì la condizioni dei cani non sono ideali (molti vivono nel serraglio) ma la loro funzione la svolgono

  6. In effetti la vita di oggi prevalentemente da compagnia non significa per tutti i cani vita d’appartamento. Ci sono comunque stili di vita e proprietari completamente diversi. Alcuni possono far praticare ai cani attività molto simili se non proprio del tutto identiche a quelle per cui è stata creata la razza. Quando però si va nei dettagli cinotecnici (per es si studia come deve cacciare il pointer secondo lo standard di razza) ci si rende conto che preservare totalmente l’ortodossia originaria diventa difficile: persino per chi fa attività venatoria sta diventando necessario addestrare i cani all’estero dove ci sono selvaggina e terreni più adatti. Fra un po’? Boh? Vorrei che tutte le razze fossero salvate, senza snaturarle troppo e nel contempo senza farle diventare rarissime.

  7. scusate ma per me tra i due estremi “cane da lavoro” e “cane da compagnia” ci sono molte sfumature. Il mio ex ragazzo ha un segugio che porta spesso a sgambare nei boschi e lui è convinto di essere a caccia. IL suo “lavoro” lo fa anche se non ufficialmente ma x lui è uguale. Una volta (a 8 mesi!) ci ha “lanciato addosso un capriolo e abbiamo dovuto buttarci di lato x non essere “investiti”. Poi ci ha guardati male della serie perchè ca– non l’avete preso!! Dispiace x il capriolo spaventato.
    Cmq sono convinta che non è necessario snaturare una razza e la sua funzione per trasformarlo in un inutile (nel senso letterale della parola) cane da compagnia ma basterebbe farsi un esame di coscienza ed evitare una razza se non siamo in grado di garantirgli un attivita adeguata alla sua selezione. E comunque le attività per sfruttare le capacità innate del proprio cane esistono (prove per retrievers, caccia simulata in tana per terriers e bassotti ecc.). Se più persone prestassero attenzione più al cane e meno alla moda sarebbero più diffuse e accessibili.

  8. @Nico
    Per cani da pastorizia intendo tutti quei cani collegati appunto al mondo della pastorizia, e che potrebbero trovare lavoro in quelle che aziende che praticano l’allevamento all’aperto, quindi entrambi i tipi di cane non sono al momento a rischio.
    Per i cani da caccia (in Italia) il discorso è MOLTO diverso, probabilmente da qua a qualche decennio la caccia avrà numeri insignificanti (basta vedere l’età media dei cacciatori). E a quel punto che si fa? Smettiamo di allevare cani da caccia? O si cercano attività alternative in cui specializzare ogni razza in base alle propensioni naturali che già possiede?

    @Fabio

    “Detto questo ritengo che le centinaia di razze riconosciute a nostra disposizione offrano una possibilità di scelta talmente vasta da soddisfare ogni esigenza. ”

    Io non credo che siano così tante le razze veramente adatte alla vita moderna, visto che la maggior parte sono razze destinate ad un lavoro che non praticano più, o che smetteranno di praticarlo in un futuro non troppo lontano. Al di là della selezione quindi dobbiamo capire a CHI vogliamo destinare questi cani: solo a chi li fa lavorare? a tutti come cane da compagnia? etc etc..
    Ad un certo punto ci toccherà scegliere o l’estinzione della razza X o il suo adattamento alla vita moderna, o per me ancora peggio lasciarlo per com’è e fargli praticare attività inadatte . Detto questo vorrei chiarire che per me le caratteristiche del cane da lavoro vanno preservate con sacro rispetto, ma andrebbero indirizzate anche verso attività contemporanee (ovvero tutti quei lavori o anche sport che il cane moderno può svolgere)

    @Cristina, secondo me hai centrato abbastanza bene il punto.

    • @ Simone
      Se per allevamento all’aperto intendi il pascolo vagante, la situazione non è per niente rosea, vuoi per gli infiniti problemi legati al transito e alla concessione dei pascoli e degli alpeggi, vuoi per i vincoli burocratici di ogni genere messi sulla produzione di carne, latte e derivati. La maggior parte delle grosse aziende ormai alleva in stalla e lì il cane non serve…

  9. Concordo pienamente con Simone perché l’antico è bello ma…. deve convivere col mondo moderno. Possiedo un pointer ed un setter e mi chiedo che ne sarà di queste razze se la caccia dovesse essere abbandonata.
    Ma anche per i cani da pastore: ridurli alla sola pastorizia significa ridurne enormemente il numero. E’ auspicabile? Non ritengo giusto che migliaia di persone si prendano il border solo perché è di moda, sia chiaro, ma se li lasciassimo solo a chi fa una scelta di vita come quella di Meneghetti… quanti sarebbero?
    In compenso dovrebbe aumentare il numero dei cani da compagnia e forse anche il numero di razze, perché a non tutti piace il cagnolino picciono piccino, anche se non vuole cacciare o tenere un gregge. Allora si dovrebbero creare nuove razze? Eresia. Riconvertirne di già esistenti? Sì ma quali? per alcuni pare concesso, per altri no, ma in base all’etologia, alle mode o ad un compromesso tra entrambe? Mi spiego:
    Il pastore tedesco è forse il cane da lavoro per eccellenza: fa il poliziotto, il guardiano, l’antidroga e per molto tempo ha fatto anche il cane per non vedenti. Eppure se un sciurmario qualcunque si compra un pt la cosa è considerata normalissima. Se una sciuramaria si pr4ende un pointer (la sottoscritta) apriti cielo da parte di tutti: cacciatori, perché il cane deve per forza cacciare, cinofili perché un cane da lavoro non deve andare in mano alle sciuremarie, animalisti perché vorrebbero che il pointer fosse trattato come un carlino (ho scelto un cagnetto da compagnia a caso) e non capiscono che ha tutt’altro temperamento e tutt’altre necessità. Vabbè, l’ho un po’ esagerata. Però ci si va vicino, credo.
    Spero che la mia polemica classico-romantica non sia presa troppo come “polemica” e venga recepita come stimolo per ulteriori discussioni sul destino del rapporto cane-uomo moderno. D’altra parte in Italia il miglior poeta neoclassico (Foscolo) aveva molti tratti romantici e il più noto poeta “romantico” (Leopardi) era un convinto classicista. Non me ne vogliate per la dissertazione letteraria, fuor di metafora vorrei capire se è possibile un compromesso a partire da un elemento comune che desiderano proprio tutti (sportivi, cinoclassicisti, sciuremarie, animalisti): la sana e robusta costituzione, insomma la buona salute dei cani.

    • Quanto mi piace questo discorso! Un dato di fatto è che l’uomo ha selezionato cani con determinate caratteristiche perché gli servivano per il lavoro e la sopravvivenza. Se cambia lo stile generale di vita, quelle caratteristiche non servono più: e se la maggioranza dei cani è destinata a far vita da appartamento (o simile), e in buona sostanza a fare compagnia, allora avremo (e già abbiamo) razze snaturate per adattarle alla nuova vita che li aspetta. Oppure cani “straniti”, che tentano di estrinsecare le loro caratteristiche in contesti del tutto assurdi. Faccio l’esempio di una briard che incontro al parco, la quale impegna tutta “l’ora d’aria” a radunare cani anziché pecore e sfiora la crisi di nervi visto che i cani, non essendo pecore, non ci pensano proprio a “giocare al gregge”. Dopo un’ora a girare inutilmente in circolo come una pazza, la cagna è stanchissima ma non è per niente felice perché il suo lavoro è inutile.
      Il paradosso al quale rischiamo di andare incontro è quello di avere cani morfologicamente diversi ma tutti con lo stesso carattere, e cioè resi gestibili per fare vita da salotto e da bar del corso, come dice Fabio. Un’estinzione camuffata, in pratica
      Io poi, che sono de coccio, non capisco nemmeno perché un kelpie o un border dovrebbero lavorare in un territorio che non è il loro, quando in Italia abbiamo cani toccatori di prima qualità che sanno per istinto come muoversi in mezzo a boschi e montagne (e la lettura di questo articolo lo conferma).

    • Perche mai eresia? Se fatte con criterio ovviamente. Razze come pastore tedesco, dogo, dobermann, bulldog americani sono piuttosto recenti e sono ottimi nel loro campo, gli ideatori sapevano cosa volevano e come ottenerlo. Certo che creare una razza nuova per avere un cane che si intona alle tende fiordaliso è tutt’altra cosa(a meno che oltre a intonarsi il cane venga selezionato anche per vivere con agio in appartamento)

  10. “- la morfologia più funzionale, improntata a solida costituzione e salute;”
    Pura poesia.

    Sono d’accordo nel selezionare i cani nel modo più possibile rispettoso della loro storia, con quello che ne consegue: un buon cane da pastore o da caccia non è esattamente un cane che può vivere come un cane da compagnia indipendentemente dalle attività ludiche che svolge. E quindi mi sorge un dubbio se si iniziasse a dare certe razze solo a chi veramente potrebbe far praticare il lavoro per cui sono stati selezionati (come in Germania), non si rischierebbe l’estinzione se quel lavoro si riducesse in modo significativo? Il problema secondo me riguarda soprattutto i cani da caccia, quelli da pastorizia potrebbero vivere un forte momento di crescita con l’agricoltura biologica e l’aumento della popolazione lupina.
    Non sarebbe magari il caso di riconvertire alcune razze in cani più poliedrici e più adatti alla vita contemporanea? O selezionare cani specialisti in attività (sportive o di utilità) oggi molto più necessarie?

    • Mi sembra che si sia intervenuti abbastanza nella “riconversione” di alcune razze…
      Secondo me, per quanto riguarda i cani da caccia il problema ancora non si pone in modo pesante, vista la sostanziale tenuta del numero di cacciatori. Tu per cani da pastorizia che intendi? I cani toccatori o i cani da guardiania? Perché l’aumento della popolazione lupina favorisce i guardiani; in Piemonte, ad esempio, dove i lupi sono tornati dopo oltre un secolo di assenza, stanno cominciando a prendere maremmani per scortare le greggi, perché i toccatori hanno tutta un’altra funzione e semmai del lupo sono vittime.

    • Capisco la tua domanda, se posso esprimerei il mio pensiero in proposito. Il dilemma è: adattare i cani alla vita moderna (salotto, parchetto, bar del corso ecc..), oppure preservare la crudezza che spesso caratterizza, o meglio dovrebbe caratterizzare, le razze da lavoro?

      Non è certo un quesito da poco. Una cosa è certa: non è più possibile proseguire nella selezione estetica fine a sè stessa, dimenticando o mettendo in secondo piano la salute degli animali.
      Detto questo ritengo che le centinaia di razze riconosciute a nostra disposizione offrano una possibilità di scelta talmente vasta da soddisfare ogni esigenza. Quindi perchè modificare, rischiando di snaturlarla, una razza con secoli di storia alle spalle, con lo scopo di specializzarla in attività che non le calzano? Basta informarsi e optare per una razza che abbia già in sè tutte le caratterisitiche che ricerchiamo.

      Sono d’accordo con una selezione molto attenta dal punto di vista caratteriale, non tanto per smussare gli spigoli al carattere dei cani da utilità, senza reattività e decisione molti di loro sarebbero del tutto inutili, quanto per escludere dalla riproduzione tutti i soggetti timidi, paurosi , nervosi e in generale poco equilibrati; in fondo sono questi cani poco stabili a riempire le cronache dei giornali con le loro “malefatte”.

      Seguendo questa linea è vero che per alcune razze usate in passato per attività ora scomparse, o peggio divenute illegali, potrebbe delinearsi un inesorabile declino, a volte è inevitabile.

      Pensando però agli Staffordshire bull terrier, razza alla quale appartiene il mio cane, sono spinto a riflettere sul fatto che da quando non combattono più, pur mantenendo il loro carattere piuttosto rissoso, sono stati valorizzati come eccezionali cani da famiglia. Non si è dovuto cambiarli, il loro carattere era già stato plasmato per essere assolutamente dipendenti dal proprietario, e per essere maneggiati anche nei momenti di massima eccitazione senza il rischio di rimetterci qualche dito. Certo sono rimasti dei peperini un po’ difficli da gestire in alcune situazioni, ma nulla che non si possa controllare con una buona educazione.

      Pertanto in ogni razza c’è sempre un “lato B” che potrebbe renderla interessante anche per i tempi moderni. Non è necessario trasformare, basta valorizzare le peculiarità che già sono presenti, ma che forse non sono così evidenti, per salvare i cani da lavoro che oggi si potrebbero definire “disoccupati”.

    • Secondo me l’unico modo vero di conservare le caratteristiche di una razza è mantenere intatto il suo ambiente naturale. Se l’ambiente del cane da pasotre sparisce anche il cane da pastore sparisce. Convertirlo significherebbe snaturarlo, e sinceramente credo che sarebbe piu fruttuoso creare cani da compagnia, guardia, salvataggio e tutto quel che ci serve di piu partendo da ex novo piuttosto che cercando di mantenere entro standard non funzionali per un determinato ruolo. Per esempio Nonostante siano attività simili, credo che la protezione di un gregge sia faccenda diversa dalla protezione di una casa…come dire, puoi rendere un maggiolino un auto da corsa, ma se probabilmente è piu dispendioso e faticoso di progettare una da zero

  11. Valeria che bell’articolo,complimenti! mi e’ venuta voglia di mollare tutto ed andare a vivere in campagna!
    (ahime’ per lavoro sono un topo di laboratorio!!)
    condivido al 100% l’idea dietro questo progetto e spero che possa avere seriamente successo!

  12. da proprietaria di una bovara dell’appenzell….sempre pronta al lavoro,non dico altro…veramente un articolo commuovente x me..sarebbe felice,sarebbe veramente felice a fare quello x cui è stata selezionata x centinaia di anni,non abbiamo le possibilità e lo so…e se ci sono,sono lontane e oggigiorno non tutti posso permetterselo,ma il vero cane da pastore..o bovaro,se selezionato a dovere,da il meglio di se la…in mezzo al bestiame…a me piacerebbe veramente vederla in mezzo alle mucche…a fare quello che i suoi antenati hanno sempre fatto,quello che a lei sembra il più naturale possibile…ma purtroppo x motivi logistici devo accontentarmi di farle fare i classici sport cinofili più comuni….col malincuore cmq….

  13. Come ho già commentato quando lessi il primo articolo pubblicato sul Pastore Apuano, anche dopo aver letto quanto scritto qui sopra ribadisco che trovo più che lodevole l’iniziativa di rivalutare e selezionare una razza che, a mio modesto parere, potrebbe dare enormi soddisfazioni.

    Le premesse sono delle migliori, non c’è proprio nulla da eccepire. Sono quelle premesse che un appassionato di cinofilia vorrebbe sempre vedere applicate alla gestione dell’allevamento e della selezione.

    Tra l’altro ora mi spiego anche perchè non conoscevo nessun “Meneghetti”: non è di Bagnone.
    Con questo stupendo paese delle colline lunigianesi ho una frequentazione ormai trentennale, conosco tantissima gente (anche perchè con molta sono imparentato) e non avevo mai sentito il cognome in questione. Ora apprendo che è di origini milanesi e quindi si spiega tutto.

    Devo dire che sono parecchio incuriosito e attirato dalla manifestazione in programma, è sempre un piacere per occhi e anima vedere dei cani al lavoro, non è detto che decida di concedermi un week-end di riposo, così che mi possa godere qualche ora di sana e appagante “cinofilia applicata” se così si può definire.

  14. @mczook: ma sei tu quello del “vero standard” del kelpie?

    comunque posso dire una cosa? QUANTO MI PIACE VALERIA IN VERSIONE BUCOLICA!!!!! in questo articolo si sente tutto l’amore che provi per gli animali…e si sente che l’hai scritto col sorriso…lo stesso sorriso che mi è venuto leggendolo 🙂

  15. Una boccata di vero ossigeno! Complimenti a chi ama e rispetta il cane (e tutte le altre specie) in questa maniera. Mi auguro che questi pochi ‘grandi saggi’ riescano a fare scuola e ridiano alla cinofilia quella dignità sempre più spesso perduta.

  16. Bella l’idea di prendere direttamente dall’Australia un kelpie … mi rincuora il fatto che a casa non siamo gli unici matti 🙂

    ed è una fortuna che lavori largo …

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