pavlov_expdi VALERIA ROSSI – Aneddoto numero uno: parlavo, tempo fa, con un collega fieramente appartenente alla scuola CZ (cognitivo-zooantropologica). Ad un certo punto mi  scappò un sorrisetto ironico di fronte ad una sua affermazione sulla facoltà del cane di autodeterminarsi (non ricordo in quale contesto, ma si trattava di qualcosa decisamente al di sopra e al di fuori delle capacità di un cane). Immediatamente lui scattò indignato: “AH! Ma allora sei behaviorista!”. E da quel momento cominciò a trattarmi come una povera demente con la quale non valeva la pena di dialogare oltre.
Aneddoto numero due: una lettrice mi ha raccontato su FB di aver consultato un veterinario comportamentalista perché aveva un problema con il suo cane. Fece però l’errore di chiamarlo “comportamentista”, e quello andò su tutte le furie. “Comportamentalista, prego! – le ringhiò – O vuole per caso accusarmi di behaviorismo?”
Notare che la signora mi scriveva per chiedermi cosa cavolo fosse il behaviorismo e perché mai quel vet l’avesse presa per un’offesa mortale.

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John Watson

Di fronte a situazioni come queste, scusatemi tanto, a me scappa sempre da ridere: perché ci si scanna, ci si offende, addirittura ci si sente insultati per qualcosa che ha già poco senso quando si parla di psicologia umana (che è l’unica alla quale si riferiscono, in realtà, i termini di behaviorismo – o comportamentismo: sono sinonimi, da qui l’incazzatura del vet – e cognitivismo), visto che della mente umana si conosce ancora ben poco, anche se gli appartenenti alle diverse scuole di pensiero sono convinti di aver capito tutto (peccato che ne siano convinti gli appartenenti a scuole  diametralmente opposte).
Figuriamoci quanto può essere sensato scannarsi quando si parla di cani, esseri appartenenti ad una specie diversa e dotati di una mente della quale – ma confessiamolo, una buona volta! – non sappiamo praticamente nulla.
Prima di continuare, però, faccio un piccolo specchietto sui termini, per coloro che ancora non si fossero addentrati nei meandri della psicologia e dei relativi scanni: altrimenti non si capirebbe dove voglio andare a parare.

Behaviourismo o comportamentismo: dall’americano behavior (che in inglese si scrive behaviour), comportamento.
Concezione secondo cui la psicologia deve studiare solo il comportamento, in quanto direttamente osservabile e quindi passibile di studio scientifico valido, e non i processi psichici, la coscienza, ecc., che sono esperienze individuali e quindi non possono essere oggetto di scienza (fonte: Sapere.it).
La mente è considerata una “black box”, una scatola nera di cui non si possono conoscere i meccanismi interni, che comunque non interessano perché l’unica cosa che si può studiare sono le relazioni tra stimolo e risposta. Padre del behaviorismo è considerato John Watson (1878-1958)… che tra l’altro era americano: per questo io scrivo “behaviorismo” e non “behaviourismo” (che comunque si pronunciano nello stesso modo).
Cognitivismo: concezione che considera la mente come un elaboratore di informazioni provenienti dall’ambiente. Il principale oggetto di studi del cognitivismo è, quindi, proprio la mente come sistema complesso di regole, indipendente dai fattori biologici, sociali, culturali, emozionali ecc.
Il movimento cognitivista nasce nel 1967, quando viene pubblicato “Psicologia cognitivista” di U. Neisser (1928-2012): ma le critiche al comportamentismo erano già in atto almeno da una decina d’anni (fonte: Sapere.it)

Ulrich Neisser
Ulrich Neisser

Ripeto e sottolineo: si parla di psicologia umana.
Per quanto riguarda l’etologia, l’unica contrapposizione è riferita agli istinti, che non vengono presi in considerazione dal comportamentismo perché non sono frutto di apprendimento. Al comportamentismo non interessa neppure il ruolo della selezione naturale nel determinare il valore adattativo e quindi il controllo genetico del comportamento (fonte: Sapere.it).
Stando così le cose, io non potrei essere behaviorista perché dò grande importanza sia ai comportamenti istintivi del cane (che ritengo genetici e fortemente influenzati dalla selezione sia naturale che umana). Ma dò importanza anche agli impulsi, o pulsioni, che invece mirano al soddisfacimento di bisogni primari (fame, sete, sonno, sesso) basandosi su schemi appresi: quindi non potrei neppure definirmi cognitivista.
Il fatto è che io mi ritengo una sana (sì, sana: e tra poco vi spiegherò il perché) via di mezzo, ovvero una cinofila che non si fissa su un’unica scuola di pensiero, ma che osserva e trae conclusioni che, di volta in volta, possono adattarsi all’una o all’altra scuola di pensiero.
E sapete una cosa? Non me ne frega un accidenti di niente se un giorno il cane mi sembra cognitivo e il giorno dopo capace solo di apprendere per prove ed errori.
A me frega soltanto di due cose:
a) che il cane impari a comportarsi in modo consono alle regole della nostra società (un po’ perché di questa società fa parte, che gli piaccia o meno… e un po’ perché se facesse diversamente verrebbe messo ai margini della società stessa);
b) che il cane sia felice, o almeno sereno, e che i comportamenti di cui sopra (che si tratti di camminare correttamente al guinzaglio, di fare un percorso di agility o una prova di IPO) gli diano la maggiore soddisfazione possibile.
Per ottenere questi risultati, è davvero utile sapere come funziona la sua mente? E’ davvero utile sapere se la sua mente è un computer o una black box?

Mechanical Thinking Process in HeadLa mia risposta è “NI”.
Sarebbe sicuramente utilissimo, se fosse davvero la mente del cane quella che studiamo: ma il fatto è che fino ad oggi si è sempre e solo studiata la mente umana (che è indiscutibilmente diversa da quella canina).
Per dirla tutta, io ho poca fiducia anche nella psicologia umana proprio perché tutti gli esperimenti che hanno portato alla nascita delle diverse scuole di psicologia umana sono stati condotti sugli animali.
Pavlov utilizzò i cani per studiare i riflessi condizionati, Skinner i topi per scoprire il condizionamento operante, Köhler  gli scimpanzé per elaborare la teoria dell’insight e così via.
La cosa buffa è che ormai c’è uno sproposito di scienziati che contesta la sperimentazione animale (leggi: vivisezione e dintorni) adducendo la motivazione che uomini e cani, cavie, topi sono organismi diversi che spesso reagiscono in modo opposto, per esempio, alla somministrazione di uno stesso medicinale: ma nessuno – almeno che io sappia – si è mai messo a discutere sul fatto che la psicologia umana sia stata studiata su animali diversi dall’uomo.
Certo, si potrebbe pensare che alla fin fine sia più normale considerare questi esperimenti probanti per i cani che per l’uomo… ma anche qui ci sarebbe da discutere, visto che l’esperimento di Pavlov sui riflessi condizionati, per esempio, ha dato risultati molto diversi quando è stato ripetuto su cani liberi e non legati ad un tavolo con una cannula piantata nell’esofago.
La sperimentazione in laboratorio ha di buono (si fa per dire, visto che è un “buono” puramente accademico) la possibilità di essere misurabile, quantificabile e quindi pubblicabile: però non è sempre così attendibile come cercano di farci credere. E tutte le scuole di pensiero psicologiche, che ci piaccia o meno, sono basate su esperimenti condotti in laboratorio: quindi sono tutte potenzialmente fallaci, e dovremmo prenderle per buone solo fino a prova contraria,  con ampio beneficio di inventario e non certo pensando che siano la Verità assoluta infusa dal cielo.

DOASIDO_CLAUDIAFUGAZZA_978-84-940419-3-8Volete un esempio pratico? Io ho un libro del 1974, dal titolo “Come capire il cane e farsi capire da lui”, di Ferdinand Brunner (behaviorista per forza, visto che di  cognitivismo animale non si parlava neppure, a quei tempi), nel quale viene spiegato e dimostrato in modo assolutamente scientifico – ovvero attraverso esperimenti condotti in laboratorio – che il cane è incapace di apprendere per imitazione.
Oggi credo che tutti conoscano il “do as I do” di Claudia Fugazza, mentre Matteo Pittavino sta presentando da qualche giorno il suo “Progetto Mirror” basato proprio sull’apprendimento sociale (ovvero per imitazione).
E a proposito, presumo che abbiate sentito tutti parlare dei “neuroni specchio”, quelli che si attivano quando un animale vede compiere una determinata azione da un altro animale e che starebbero alla base non solo dell’imitazione, ma anche dell’empatia. Qualche tempo fa si sono sprecate le conferenze sul tema, in cinofilia, e sembrava che i neuroni specchio fossero la risposta a tutto (o quasi)… almeno finché qualche scienziato non ha fatto notare che il cane, i neuroni specchio, probabilmente non li ha. O se li ha, non si sa ancora di preciso dove siano e come funzionino.
Ce li hanno sicuramente le scimmie, ce li ha l’uomo e ce li hanno alcuni uccelli: ma il cane, non si sa.
Quindi, di cosa stiamo parlando?
Qualsiasi siano le nostre convinzioni e i nostri studi, stiamo sempre parlando di ciò che si ritiene valido oggi e che magari potrebbe essere completamente rivoluzionato domani.
Quindi è importante – anzi, importantissimo – conoscere, studiare, sapere: ma fissarsi su una sola teoria o scuola di pensiero, e addirittura offendersi se veniamo tacciati di aver pensato qualcosa che non le appartiene, è stupido.
E’, come dicevo poc’anzi, poco sano e porta più a fanatismi accademici che ad una vera comprensione del cane, che invece è l’unica cosa che dovrebbe interessarci davvero.
Quando io lavoro con i miei cani, o con i cani altrui, io “faccio” qualcosa, ma soprattutto “osservo” molto: e quello che vedo si sposa a volte con una teoria, a volte con quella diametralmente opposta, a volte con nessuna teoria finora formulata.
Se negassi di aver visto una cosa solo perché non si accorda con la mia scuola di pensiero, mi sentirei un’emerita pirla.
Preferisco dirmi: “Questa non l’ho capita”, e magari provare a ragionare su ciò che ho visto avvalendomi, sì, di tutte le attuali conoscenze, ma anche accettando il fatto che quel particolare comportamento, o manifestazione, o decisione del cane possa andare in una direzione diversa (e magari del tutto sconosciuta).

etologiaQuella che tendo a tenere in maggiore considerazione è sempre l’etologia, perché questa si basa sull’osservazione degli animali liberi e non sugli esperimenti di laboratorio: ma anche in etologia non è detto che ciò che si osserva una volta sia valido sempre… proprio perché gli animali sono cognitivi, ovvero capaci di acquisire informazioni, elaborarle e cercare di controllarle. Ma sono anche condizionabili, e anche istintivi; sono anche capaci del sopracitato “insight”, ovvero di arrivare a risolvere un problema mettendo insieme gli elementi che lo compongono con un’intuizione improvvisa, senza passare per le behavioristiche prove ed errori.
Domandona finale: è lecito essere capaci di accettare tutto questo?
O meglio ancora: è lecito accettare che della mente canina abbiamo ancora capito ben poco, e tener buono tutto ciò che abbiamo studiato restando però sempre pronti ad ammettere che a volte non funziona esattamente così?
Per me non è soltanto lecito, ma è (aridaje) molto più sano che fissarsi su una singola “etichetta”. Secondo me, per definirsi cinofili, è quasi obbligatorio levarsele di dosso, queste dannatissime etichette… e ovviamente è del tutto folle commettere l’erroraccio di segnare sulla lavagna e “buoni” e i “cattivi”  basandosi sulla loro scuola di pensiero.
Su Facebook leggo sempre più spesso commenti in cui si grida allo scandalo se qualcuno parla di condizionamento: “Ahhhh! Sei behaviorista, al rogo subito! Il condizionamento non esiste, non  si deve neppure più nominare!” (dopodiché la stessa persona va a fare la spesa al supermercato e si riempie beatamente il carrello di tutto ciò che è stato condizionato a comprare dalla pubblicità televisiva).

condizionamento_pallinaMa a parte questo, è davvero allucinante pensare che se utilizzo su un cane il condizionamento classico io diventi automaticamente un maltrattatore.  Cioè: se mostro al cane una pallina, e gliela tiro soltanto se si siede (metodo pavloviano al 100%), lo sto maltrattando?
Non facciamo ridere i polli, per favore. E non facciamo i talebani.
Non passiamo le ore a scannarci sui social network per stabilire se il cane ha fatto così o cosà per insight o per imitazione sociale.
Tutto questo serve solo a soddisfare il nostro ego, a far sapere agli altri (ma poi, agli altri “chi”??? Alle Sciuramarie che ci stanno chiedendo aiuto perché il loro cane insegue il gatto del vicino?) quanto siamo colti e quanto siamo fighi… salvo poi non sapere cosa rispondere a chi vuole soluzioni reali e pratiche. O rispondere cose folli come quella che ho sentito soltanto ieri: ad una sciura che aveva proprio il problema di un cane con altissimo predatorio è stato consigliato “di dargli più da mangiare, così non avrà più voglia di inseguire nessuno”.
Eh, sì: siamo a questi livelli.
Anzi, peggio: perché, oltre a sentir consigliare assurdità che non funzioneranno mai, leggo anche millemila critiche severissime alle soluzioni che invece hanno funzionato.
Ancora oggi, a distanza di mesi, trovo su FB gente che mi accusa di essere una maltrattatrice solo perché ho prima appoggiato e poi personalmente replicato (con successo) la soluzione trovata da un collega per tirar fuori dal box una cagna deprivata, che sarebbe rimasta in canile a vita.
Le è stato messo un guinzaglio da retriever (in altre parole, un collare a strangolo) ed è stata tirata – gentilmente, ma ovviamente con un po’ di forzatura – fuori dal box, nel mondo che rifiutava di conoscere.
Risultato? La cagna si è apera al mondo, è stata adottata e oggi vive una vita serena in famiglia… ma no, non va bene! Non si perdona quel collare a strangolo e si ripete, ogni santa volta, “c’erano altri sistemi, c’erano altri mezzi”.
Ma di sistemi e di mezzi ne erano stati provati  a bizzeffe, senza ottenere un bel nulla, prima di arrivare alla forzatura: quindi, ogni volta che leggo frasi di questo genere, io chiedo: “Ok, ditemi quali!”.
Risposte, zero.
C’era “altro”. Ma un “altro” teorico, non quantificabile, non praticabile.
E allora, a che serve?
Quella cagna doveva restare in canile finché non fosse arrivata una nuova soluzione che nessuno, però, è in grado di proporre?
La risposta fanatica è “sì”. La mia, perdonatemi, è  “proprio no”: e me ne sbatto altamente se la soluzione del collega si scontra con la teoria X o con la scuola Y.
Io sono behaviorista o cognitivista a seconda dei casi: dipende da quello che mi trovo di fronte e dal risultato che voglio ottenere. A me interessa che il cane faccia le cose giuste e che si diverta a farle, badando sempre a rispettarlo e a non fargli mai del male: il resto lo lascio agli accademici incalliti.
Parafrasando De Andrè, probabilmente “io son di un’altra razza”: sono cinofila.

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32 Commenti

  1. Condivido tutto, ma proprio tutto! Finalmente uno scritto equilibrato e comprensibile, che fa giustizia di troppe stupidaggini che ottenebrano la mente degli amanti dei cani. Da leggere e diffondere.

  2. Se ti può interessare ricordo benissimo la situazione della canetta del canile, e 9 volte su 10 che la porto come esempio (spiegando tutti i dettagli e del come ci si e’ arrivati, che ovviamente viene sostituito nel cervello con delle belle x) ricevo le stese risposte.
    Però, quella volta su 10 che viene ascoltata, o che perlomeno si riesce a intavolare un discorso sensato vale le 9 a vuoto ^^.
    Sui vari facebook o simili internettiani oramai mi limito a dire la mia spiegando, tanto eventuali esseri intelligenti che leggono difficilmente commenteranno li, ma spesso mi ricontattano privatamente e si riesce a parlare senza fanatici in mezzo.

  3. Francamente, mi chiedo perché ci si debba perdere a definire mille cose e situazioni con termini astrusi, quando si potrebbe parlare semplicemente di addestramento ( che la parola piaccia o no, il concetto è questo). Mi è capitato di leggere pubblicazioni sia on line che cartacee, e prima di capirci qualcosa ho dovuto consultare un dizionario. Non che sia esattamente una zoticona, ma per la maggior parte delle persone i testo proposti sono lontani in quanto a chiarezza e semplicità. Non parliamo poi dei veterinari che filosofeggiano sul termine esatto piuttosto che. Pensiero ironico, ma non troppo

    • Se non piace addestramento si può usare educazione…anche un figlio va educato (visto che dire addestrato in questo caso pare veramente brutto…) a stare seduto composto a tavola, a non urlare, a non picchiare gli amichetti, a tornare a casa dal cortile quando lo chiamiamo…non vedo nessuna differenza…

  4. C’e’ chi dice che su questi argomenti io abbia la tendenza a sorridere con sufficienza. In realta’ si tratta di sintomatologia da paralisi di Bell ma siccome le persone che si sentono offese dal mio sorrisetto forzato hanno pochissimo senso pratico di solito assumono l’aria di chi la sa lunga e mi dicono “lei fa cosi’ perche’ e’ scettico!”.

    Allora lascio perdere la paralisi di Bell e ammetto che effettivamente non sono un uono di grandissima fede e quindi sono poco interessato a querelle sui dogmi della fede, qualunque essa sia. Generalmente chi mi sta di fronte assume un’espressione offesa e rivendica l’estremo rigore scientifico della sua disciplina e la cosa finisce li’. E’ inutile ricordare che su base statistica il rigore scientifico di una disciplina e’ inversamente proporzionale al numero di scuole di pensiero nella quale e’ divisa, la fede e’ fede e non si discute.

  5. A proposito di neuroni specchio, non sono scienziata né psicologa né altro, l’altro giorno stavo facendo grooming alla cagnolina mentre in TV davano un documentario. Ebbene, si vedeva un cane selvatico africano, forse uno sciacallo intento alla caccia al fenicottero. Emetteva guaiti ed ululati, brevi e ritmici, dopodiché lo si vedeva correre attraverso la palude, non ho mai visto il cane osservare con tanta attenzione l’apparecchio TV, che solitamente ignora. La bulla è assolutamente da divano, non ha mai dato la caccia a nulla eppure sembrava perfettamente conscia di cosa avveniva sullo schermo – uso il condizionale perché io di cosa avviene dentro quel cranio di acciaio inox non so quasi nulla ma posso scientificamente osservare i cambiamenti dalla norma

  6. Il motivo per cui cerco di rimanere il più possibile fuori da questo mondo di cultura e sguazzo beatamente nella mia ignoranza è proprio che ogni persona con cui parlo,indipendentemente dal suo “credo cinofilo”,esprime alcuni concetti che condivido e altri meno ma sono tutti d’accordissimo nel dire che gli altri non capiscono un cavolo.
    Non posso quindi dire “ma ho sentito dire da x questo” oppure “anche y la pensa così” perchè ti fanno sentire un mostro per il solo fatto di aver preso in considerazione qualcosa di diverso da quello che dicono loro.
    Io sono arrivata alla conclusione che il mio cane deve essere un buon cittadino,per esserlo deve correggere alcuni comportamenti non socialmente accettati e non mi interessa minimamente in che modo si arrivi al risultato purchè non comporti l’uso della violenza o maltrattamenti.
    Per dirla in altre parole…non è che a me piace troppo andare a lavoro tutti i giorni ma mi danno lo stipendio e con quei soldi posso fare cose interessangi allo stesso modo magari al mio cane non piace troppo farsi ore di seduto terra o lascia il calzino a suon di wurstel (ma non ne sono proprio convinta..) ma il risultato è poter stare insieme ovunque serenamente.

  7. valeria… non ho capito una cosa…
    tu credi nel do as i do?
    credi che il cane possa apprendere per imitazione o no?
    curiosità mia…

    • Per esperienza, ho notato che l’apprendimento per imitazione esiste, però:
      – il cane tende a guardare e a imitare prima gli altri cani che l’uomo, a meno che non sia stato socializzato estremamente bene e/o abbia un ottima intesa con quella persona e/o la persona sia estremamente abile con il linguaggio del corpo
      – il cane tende a guardare e a imitare prima cani (o persone) appartenenti al suo gruppo sociale, e di ordine gerarchico superiore
      – cani più indipendenti o cani poco socializzati tendono a imitare meno; cani più “da branco” tendono a imitare di più
      cmq sono solo osservazioni personali, ma che so magari potevano interessare 🙂

      • Ovvio che cani più sociali tendono di più a guardare quello che fanno gli altri …ma non significa che imitano. spesso si interessano a quello a cui ti interessi tu per esempio vanno a vedere quello che guardi tu e provano qualvosa.possono far sembrare abbiano appreso per imitazione ma non è così. PParliamo sempre di apprendimento sociale ma non imitazione.il do ad i do
        Serve proprio per far apprendere in teoria sl cane qualcosa per imitazione vers. il problema è che io ci ho provato con il mio cane che è parecchio intelligente ma l’unica impressione che ho avuto praticamente e che prenda un doppio comando. in poche parole ed il terra anziché farlo su richiesta vocale lo fa vedendolo fare a me ma non sono convinta che abbia capito che mi sta imitando.non so se rendo. Ovvio che non basta un solo comportamento. il processo per cui gli si fa capire che ci deve imitare è un po’ più lungo ma era per far capire a chi sa cos’è cosa intendo.del resto l’esame per diventare diciamo referenti per il do as i do consiste nel far compiere al cane un certo numero di comportamenti su imitazione dall’esaminatore. il problema è che li scegli tu quei comportamenti quindi comunque possono essere benissimo state messe sotto comando con un comando gestuale che è fare una cosa simile a quella che deve fare il cane mi sono spiegata?…forse no.ma non è facile

        • Dopo aver letto il libro di Claudia Fugazza sul Do as i Do io ed un altro amico istruttore stiamo provando ad applicarlo proprio in questi giorni con i nostri cani con risultati direi molto buoni e raggiunti molto rapidamente. I miei cani sono un segugio meticcio maschio ed un bovaro bernese femmina entrambi di otto anni e mezzo, mentre il cane dell’altro istruttore è un australian sheperd maschio red merle di 2 anni e mezzo. Sono cani con caratteristiche molto diverse tra loro ma la caratteristica comune è che noi 2 umani siamo molto accreditati (come leader benevoli) ai loro occhi. I nostri cani sono abituati a guardarci spesso nell’attesa che noi li coinvolgiamo in qualche attività (coccole gioco addestramento passeggiata) e credo che questo faccia una grande differenza nell’applicazione del protocollo che la Fugazza propone. Avendo provato l’attività nella pratica mi è sembrato che l’apprendimento avvenga in questo modo : il cane (che deve già avere 3 comportamenti su segnale vocale) osserva un nostro comportamento cui segue dopo pochissmio tempo uno stimolo per lui neutro (ripeti o do it), seguito a sua volta dal segnale vocale che lui già conosce. Inizialmente il cane risponde al segnale finale che è quello che comprende ma poi inizia a capire che esiste un legame tra il segnale finale, il segnale neutro ed il comportamento iniziale che il proprietario mette in atto per stimolare l’imitazione. Dopo qualche ripetizione sembra proprio che il cane, tramite l’osservazione del proprietario, sia in grado di imitarne il comportamento utilizzando, come input per ripetere, lo stimolo non più neutro “Do it”. Nei video su youtube degli esami che fa la Fugazza presso il suo centro si nota che addirittura molti cani non aspettano il segnale “Do it” ma imitano non appena il proprietario propone il comportamento da riprodurre. Tornando al mio caso sia con il segugio che con il bovaro sono bastate alcune ripetizioni per far capir loro il trucchetto ed in due giorni sono riuscito a far ripetere con pochissimi errori il terra, il gira ed il prendi l’oggetto da terra comportamenti che i miei cani hanno già su base vocale. Con loro non ho ancora iniziato ad insegnare comportamenti nuovi utilizzando questo metodo di istruzione. Con il pastore australiano invece qualcosina abbiamo fatto. L’altro giorno al campo il mio amico istruttore senza averlo mai provato prima è entrato nella ruota di agility ed ha chiesto al suo cane di ripetere. Esecuzione perfetta ed ovazione dei presenti. Siamo ancora agli inizi ma se il buongiorno si vede dal mattino sembra che questo metodo apra nuovi orizzonti all’istruzione dei cani. Per finire, sempre parlando di imitazione, ho iniziato a risolvere un problema di un cane che si sta perfezionando sulla ricerca dispersi con il metodo whitney (il cane ricerca il disperso fiutando l’odore di un suo indumento). Questo cane è un fenomeno nella ricerca (non sbaglia praticamente mai) ma fa fatica a fiutare l’indumento e bisogna attendere parecchio tempo prima che decida di interessarsi ad esso. Ho provato a far fiutare l’indumento posto a terra al proprietario ed il cane si è magicamente sbloccato imitando il comportamento osservato. Ovviamente gli abbiamo dato subito il cerca sganciandolo dal guinzaglio dato che andare in ricerca per lui costituiva il premio più ambito in quel momento (ama tantissimo praticare questa attività).

    • Be’, non è che sia una religione 🙂 …in che senso “credo”? Il do as I do è una realtà. Se poi sia apprendimento sociale, imitazione o condizionamento… secondo me è ancora tutto da chiarire: però è certo che il cane è in grado di ripetere il comportamento osservato e quindi di “imitare”.

  8. Ecco, ci mancava solo questo!
    Cara Valeria, lei crea dipendenza con la sua chiarezza e schiettezza.
    Mi piacerebbe poter venire al suo centro, ma siamo decisamente troppo lontane.
    Ci vorrebbero dei “cloni” delle Valerine sparse in tutta Italia.
    Non è che potrebbe indicarmi qualche addestratore/educatore, “della sua razza”, nella zona tra Piacenza e Parma?
    Gravi problemi con i miei cani, non ne ho. Vorrei solo viverli un po’ più a pieno, comunicando meglio e divertendomi con loro.
    Non è che non rida a crepa pelle quando fanno certe facce è!
    E’ solo che tra teoria e pratica ce ne passa, quindi mi piacerebbe essere seguita per un periodo da qualcuno con reale esperienza.
    Perchè guardi, la nostra storia è piuttosto travagliata, ma una cosa è certa: io senza cani non ci sto! Tanto vale provare a migliorare le cose con le mie due vecchiette (7 e 9 anni, ma portati benissimo).
    Perchè un giorno comincerà tutto da capo.

    Ecco volevo scrivere 2 righe e invece…..

    D’altro canto, una scrittrice prolissa non pretenderà dei lettori col dono della sintesi, no?

  9. Per la parte sul collare a strangolo: ragionando così si dovrebbe anche chiedere gentilmente il consenso firmato al proprio cane per le operazioni…temo che anche una flebo possa essere una coercizione…e anche aprire la bocca per i farmaci da somministrare per via orale….aspettiamo allora che la bestiola crepi o peggiori..tanto non voleva mica farsi ficcare aghi su per il corpo…

  10. beh non conosco personalmente Valeria Rossi ma credo di aver una minima affinità con Lei: ho preso un diploma nel 2009 di educatore con approccio cognitivo…nel 2013 ho voluto seguire un corso enci e ho preso il diploma di addestratore enci…ahahhah il diavolo e l’acqua santa , insomma un’eretica praticamente. No, non mi bastava il primo senza l’altro, non mi basterebbe il secondo senza il primo e ancora seguo seminari di varie tipologie, teorie opposte per capire qualcosina..nel frattempo ho salvato qualche cane dalla soppressione, dall’isolamento e dalla catena o dall’abbandono in canile…uso il collare a maglia anche a strangolo, la pettorina, ma anche un filo di lana o uno spago se serve a caricarmi in macchina 3 labrador scappati da casa da riportare alla padrona disperata. Uso il guinzaglio classico ma anche la lunghina. Uso il premio alimentare, un semplice bravo! ma anche pallina, bastoncino e condizionamento con alcuni cane mentre con altri tutta la mia creatività e quella dei proprietari.A volte i proprietari si scompisciano dalle risate per le mie trovate fuori schema ,,insomma uso io tutto quello che mi può essere utile sfruttando chiunque, purchè l’animale in questione sia soddisfatto ed il proprietario in grado di gestirlo. Mi sono letteralmente rotta le palle di chi monta sul piedistallo per dirmi che il cane va strattonato ed elettrizzato come di chi mette sponsorizza le pettorine e poi non sa insegnare al cane senza condizionamento ad andare al guinzaglio, mi sono rotta l’anima di chi parla di rispetto per la mente del cane, dell’animale cognitivo e poi mette foto di una giornata per sposnsorizzare la scuola cognitiva zooantropologica dove vedo tutti con i wurstel a far saltare dieci cm ai cani, dove vedo i super educatori cognitivi seguire i proprietari con le mani piene di cibo per eseguire un richiamo…ma di che stiamo parlando???

  11. Buongiorno, mi complimento innanziatutto per la chiarezza dell’articolo. Lavoro da oltre 20 anni come psicologo con soggetti con problemi di dipendenza e le assicuro che anche in questo campo non esiste una scuola di riferimento che possa essere unica, ma varie teorie e metodi che funzionano a seconda del caso. Non si può essere solo comportamentisti o cognitivisti o dinamici o quant’altro, nella pratica si può essere solo pratici (nel senso anglosassone) “It work” = “funziona” conoscendo bene le diverse teorie arricchite dalla giusta esperienza.
    Mi sembra che in ambito cinofilo si mutui come lei ben spiega dalla psicologia umana (per forza di cose) e la si vogliia trasferire tout court a quella animale. Purtroppo per alcuni tra uomo e cane le differenze sono incolmabili e quindi è impossibile e intelletualmente scorretto qualsiasi paragone.
    Vorrei però spezzare una lancia a favore del comportamentismo che è tanto biasimato sia in ambito cinofilo che umano perchè le assicuro che i concetti di stimolo risposta, apprendimento, modellamento operante, classico, piacere ed evitamento della punizione sono concetti molto reali e sperimentabili nella vita quotidiana di qualsiasi umano e di qualsiasi animale.
    Ancora complimenti per gli sforzi da lei fatti per riportare un pò di buon senso nel mondo della cinofilia e sopratutto credo che gli stessi cani, vittima di mode e di teorie guru di turno le saranno molto grati.
    Alberto A.

  12. Sig.ra Rossi,
    Due appunti se mi è permesso:

    1- si limiti a parlare di Cani e non si addentri in argomenti che non le appartengono come quello della psicologia umana in cui da prova di grande ignoranza.

    2- Non parlando di cinofilia di cui poco mi intendo, una differenza sostanziale tra comportamentismo e cognitivismo che Lei si dimentica di menzionare è la ricerca della motivazione di quel particolare comportamento, o meglio, nel comportamentismo si agisce sulla modificazione di un comportamento, nel cognitivismo il comportamento è visto come conseguenza (o sintomo).

    • Uhm… allora: Alberto (psicologo umano) si complimenta per la chiarezza del mio articolo, Franco (competenze e campo di lavoro non pervenuti) mi dà dell’ignorante. Qualcosa non torna! 🙂
      Io posso dire solo una cosa: non mi sono mai sognata di parlare di psicologia umana senza citare le fonti, proprio perché nulla ne so e poco mi interessa saperne (anche perché quando sono stata costretta ad averci a che fare, avendo mia madre problemi mentali, ne ho potuto verificare i grandi limiti).
      Quindi non credo proprio di aver abusato di conoscenze che non ho.

  13. Non mi sembra che la sig.ra Rossi abbia ecceduto nella divulgazione della psicologia umana. Direi che ha fatto es. inerenti la psicologia umana ma è sempre rimasta in ambito cinofilo ed ha chiarito in modo semplice alcune trasposizioni eccessive della psicologia umana al cane. Tutto qui! Non voglio infilarmi in una discussione sterile, ma dire che il comportamento è inteso come sintomo (di che cosa, un processo di elaborazione mentale credo) è quantomeno riduttivo.

  14. Bellissima e illuminante la diatriba tra “professionisti” della mente umana (Franco ed Alberto) . Lo trovo, in estrema sintesi, il succo dell’articolo. Soffermarsi troppo sulle peculiarità toglie la visione dell’insieme che, nel caso specifico, è il bene del cane. In filosofia il bene è tale solo in funzione di sé stesso. O è bene o non lo è. Il cane impara o non impara e se impara ed è felice questo è bene. Nessuna teoria filosofica sul cane? 😉

  15. Se ti soffermassi un po’ di più sulla lettura capiresti che il mio commento non si schiera da nessuna parte e non si sofferma sulle peculiarità che tolgono la visione di insieme. Magari se togliessi le virgolette da professionisti della mente umana sembreresti un po’ meno schierato.
    Infine se introduci i concetti di bene e male sei tu che entri in campi talmente ampi che ci si perderebbe sicuramente e non credo che faresti necessariamente il bene del cane.
    Alberto A.

    • Condivido l’articolo e, per le mie competenze e le mie esperienze, lo colloco nell’ambito dell’eccellenza. Bravissima! Concordo con Alberto nel trovare non eccessivo il riferimento alla psicologia umana, anche perché
      non era l’obiettivo dell’autrice.
      Ho solo qualche perplessità sul fatto che l’osservazione in natura sia un riferimento migliore rispetto al dato di laboratorio. L’osservazione degli animali liberi è indubbiamente fondamentale, ma talvolta è difficile controllare tutte le variabili ambientali, che invece possono essere riprodotte e ben controllate in laboratorio (quando il test è strutturato in maniera efficace).

      Biagio D’Aniello
      Docente di zoologia e istruttore cinofilo della Scuola Italiana Cani da Salvataggio
      Web istituzionale: http://www.biagiodaniello.com
      Web personale: http://www.biagiodanielloflash.com

  16. Ottimo articolo.
    Mi ha fatto riflettere molto su quanto, questi studi assopiscano l’identità di un educatore. La formazione e l’informazione sono importanti ma non possono essere gli unici “ingredienti” nell educazione di un cane. La fiducia, l’amore, la comunicazione, hanno meno importanza di una teoria?

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.