di VALERIA ROSSI – Se c’è una “storia infinita” in cinofilia, oltre alla diatriba collare-pettorina, è quella relativa all’uso di farmaci psicotropi nel cane.
Da un lato abbiamo infatti i “favorevolissimi”, quasi tutti veterinari comportamentalisti formati/forgiati da una scuola che tende a farne amplissimo uso, e dall’altro lato (che comprende anche molti veterinari) i “fieramente contrari”, secondo i quali utilizzare psicofarmaci è sempre e comunque una sconfitta.
In mezzo troviamo i “possibilisti” (assai meno numerosi degli altri due), che ritengono che sì, si debba cercare il più possibile di evitarne l’uso, ma che sia assolutamente corretto utilizzarli in caso di malattia psichiatrica conclamata.
L’ultima discussione riguarda un video che riporta l’intervista ad uno psichiatra umano al quale un istruttore cinofilo ha consigliato di utilizzare il Prozac sul suo cucciolo di beauceron “per aprire un canale di comunicazione”. Questa è l’intervista:

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Il video, che nei giorni scorsi è stato postato anche nei commenti all’articolo “Questa notte ho fatto un sogno” di Andrea Fagnon, ha sollevato un mare di polemiche. Si contesta il fatto che il dottor Antonio Parolin (Perito Psichiatra del tribunale di Verona e Ufficiale Medico del Corpo Militare della Croce Rossa) sostenga di “non sapere nulla dei neurotrasmettitori del cane” (ma lo sappiamo noi: sono gli stessi dell’uomo!), che la prescrizione sia stata fatta arbitrariamente da un istruttore cinofilo (che mai al mondo dovrebbe permettersi di prescrivere alcun tipo di farmaco) e che non ci sia stata alcuna visita comportamentale. Tutto vero, per carità: nel caso specifico sembrerebbe trattarsi solo di qualcuno che si è esibito in un clamoroso esempio di abuso di professione.
Peccato che proprio ieri – quando si dice la combinazione! – a me sia arrivato su FB, da parte di un amico “al di sopra di ogni sospetto” (cinofilo di lunghissima data, istruttore di Protezione civile e soprattutto persona serissima, che mai si sognerebbe di lanciar strali senza prove certe) il seguente, conciso messaggio:

Non mi dilungo troppo. Veterinaria comportamentalista: beagle di 18 mesi. Ansia da separazione, sporca in casa in due posti. Terapia: ANAFRANIL e di primo acchito, per “metterlo tranquillo e togliere lo stress”, 5 valium in una sola dose. Ovviamente non ha risolto un c….
Cane rincitrullito che ora, anche se sta con una persona che non sia la sua padrona, ulula …

psyco1Anche questo messaggio l’ho postato nei commenti, in risposta a chi obiettava che il caso dello psichiatra fosse del tutto avulso dalla medicina comportamentale.
Perché qui, invece, si tratta proprio di una veterinaria comportamentalista.
Ed è un veterinario comportamentalista anche quello che ha prescitto il Prozac al cucciolo di quattro mesi che tirava al guinzaglio (visto personalmente), così come è una veterinaria comportamentalista (famosa) quella che ha somministrato per anni – senza peraltro risolvere assolutamente nulla – fluoxetina e buspirone al simil-jack dominante e furbetto che aveva capito di poter gestire tutta la sua famiglia a suon di ringhi e morsi (risolto in un mese dopo l’intervento di un cinofilo competente… ma prima ci sono voluti tre mesi di svezzamento dal farmaco.
E tra casi visti personalmente e testimonianze altrui potrei andare avanti per una decina di pagine.
Ma non credo serva e credo che basti dire la pura – purtroppo – verità: e cioè che i comportamentalisti capaci di ricorrere al farmaco solo in caso di effettivo bisogno (ammesso e non concesso che questi casi esistano… ma su questo torneremo tra poco) sono un’esigua minoranza.
Per tutti gli altri lo psicofarmaco è la panacea capace di ridurre (almeno in qualche caso, non sempre) il sintomo (ma senza MAI curare la causa) e quindi di ripristinare l’omeostasi: dei proprietari, però.  Quella del cane… non si sa.
No, non è una battuta: non si sa in senso letterale, visto che non esiste, al momento, alcuna sperimentazione  mirata (tranne quella che si sta facendo proprio sui nostri cani!), né alcuno studio scientifico che possa provare al di là di ogni dubbio l’effetto del farmaco sulla mente del cane.
Proprio come in medicina umana, si ragiona per percentuali (solo che in umana la sperimentazione iniziale è stata fatta, e qui no): se ha funzionato tot volte, allora vale la pena di provare.
Nessuno, però, ci dice mai quello che succede nei casi in cui non funziona. Anche perché, nel cane, proprio NON SI SA.
In umana, invece, si sa: su Pharmamedix, per esempio (fonte tutt’altro che faziosa/fanatica), troviamo questa descrizione degli effetti collaterali da SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors, ovvero  Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina, come è appunto la fluoxetina, principio attivo del Prozac):

Nei trial clinici gli effetti collaterali con un’incidenza >/= 2% e almeno doppia rispetto al gruppo placebo sono stati: diminuzione dell’appetito, tremore, sudorazione, ipercinesia, atteggiamento ostile, agitazione, labilità emotiva, incluso pianto, fluttuazioni dell’umore, autolesionismo, ideazioni suicidarie, queste ultime soprattutto in pazienti con depressione maggiore.
La sospensione degli SSRI, soprattutto se condotta in modo non graduale, può essere associata a sindrome da astinenza caratterizzata da sintomatologia gastrointestinale (nausea, vomito, disturbi della motilità intestinale), neurologica (parestesia, sensazione di instabilità, vertigini, cafalea, tremori, distonie, sensazione di diminuzione della forza, dolori muscolari) e psichica (ansia, disturbi del sonno, aggressività e irritabilità, tristezza, istabilità umorale, stanchezza, vampate di calore).

Ora, mi dite quanti esseri umani (proprietari, educatori o veterinari che siano) sono in grado di capire se il loro cane sta meditando il suicidio? La verità è che non sappiamo neppure se il cane abbia idea di cosa sia un suicidio!
Ma è indubbio che in lui può manifestarsi una depressione: quindi la sua forma mentale potrebbe diventare quella di un aspirante suicida, che però non sa come ci si suicida.
Vi viene in mente qualcosa di più aberrante? A me no.
Eppure la fluoxetina viene suggerita con inquietante regolarità da un numero veramente elevatissimo di veterinari comportamentalisti… per tacer di chi la suggerisce senza essere neppure veterinario: e se è vero che questi personaggi andrebbero denunciati, è anche vero – sicuramente vero, perché ne ho le prove certe – che c’è qualcuno che gli dà retta. Poi questo qualcuno, per ottenere il farmaco, dovrà pur passare per il veterinario (sempre che non trovi un farmacista altrettanto scorretto che glielo dà senza ricetta…): ma siccome la formazione dei vet comportamentalisti è tutta improntata alla farmacologia, sono assolutamente certa che la fluoxetina venga distribuita come se si trattasse di caramelle.
Comunque: avendo già scritto molti altri articoli sull’argomento “psicofarmaci”, e non intendendo ribadire per l’ennesima volta le stesse cose, preferisco passare alla domanda da cento milioni di euro.

Esistono davvero casi in cui la somministrazione di psicofarmaci si riveli indispensabile, tanto da poterne ignorare i possibili effetti collaterali perché il gioco vale comunque la candela?

Per rispondere prendo spunto da uno scritto in cui un veterinario descrive così la patologia comportamentale:

Il comportamento di un animale è la capacità di adattarsi alle modificazioni di un ambiente circostante che definiremo plasticità comportamentale. L’organismo riceve delle informazioni dall’ambiente esterno e le analizza attraverso i suoi sistemi emozionali e cognitivi, che possono variare al modificarsi dello stato neurofisiologico, metabolico ed endocrino. Il risultato è la produzione di una risposta comportamentale adeguata a quel contesto.
La patologia è quindi definita una perdita della plasticità comportamentale, legata all’installarsi di stati patologici mentali (fobia, ansia, depressioni, variazioni dell’umore, destrutturazione delle sequenze comportamentali) conseguenti a processi patologici mentali (sensibilizzazione, anticipazione emozionale, inibizione patologica, ecc.).
L’animale patologico è bloccato nelle sue capacità di adattamento, e di conseguenza la concentrazione, lo stoccaggio delle informazioni, cioè la memorizzazione, e l’apprendimento ne risultano diminuiti. L’animale ha quindi una difficoltà ad interagire con l’ambiente circostante, interferendo con le normali attività sociali e mettendo a repentaglio la conservazione propria e della sua specie. La sua patologia è responsabile di un irrigidimento comportamentale con l’ambiente circostante, una cristallizzazione delle risposte dove l’instabilità emozionale sovrasta le capacità cognitive: è la perdita dell’omeostasi sensoriale, cioè dello stato di equilibrio emozionale.

Avete letto bene? La perdita dell’omeostasi viene considerata tout court come patologica!
Ma l’omeostasi sensoriale/emozionale la perdiamo tutti (animali e umani) ogni volta che ci spaventiamo; ogni volta che litighiamo con qualcuno (anche su FB…) ; ogni volta che ci girano le palle.
Saremmo, quindi, tutti patologici? Lanciamo una nuova campagna elettorale al grido di “più Prozac per tutti?”
Ovviamente sarebbe pura follia.
Per ritrovare l’omeostasi ogni organismo ha i suoi mezzi, le sue armi di difesa, le sue capacità di recuperare autocontrollo e di concentrazione (il famoso coping!): e nel caso del cane, almeno in nove casi su dieci, è possibile aiutarlo semplicemente con tecniche di modificazione comportamentale (quali la desenbilizzazione, il controcondizionamento, l’abituazione ecc.) che non comportano alcun uso di farmaci. Più spesso ancora basta intervenire sul rapporto cane-padrone affinché tutto si risolva… certo, non “magicamente” e non in cinque minuti: ci vuole impegno, ci vuole fatica e ci vuole tempo.
Ed è proprio questo che rende il farmaco così appetibile per molti proprietari: il fatto che aggiri l’ostacolo dell’impegno e della fatica. Però si tratta di un’illusione, e per di più di un’illusione pericolosa.
Vado ancora oltre: esistono vere e proprie malattie psichiatriche, nel cane, che non si possano ricondurre ad una semplice alterazione dell’omeostasi?
La risposta è un chiaro e deciso NO.
Spesso vengono diagnosticate come “malattie” delle alterazioni non del comportamento normale del cane,   ma di quello che per i proprietari dovrebbe essere un “comportamento normale”!
Un altro dei casi che mi sono capitati sotto gli occhi è quello di un cucciolone di cane corso a cui è stata diagnosticata una sindrome da iperattività/deficit di attenzione (quella che viene chiamata ADHD nel bambino, e HS/HA – ipersensibilità e iperattività nel cane), con conseguente prescrizione di farmaci psicotropi.
Ma l’iperattività in un cane di sei mesi è una condizione assolutamente normale!
E chiunque abbia mai lavorato con un cane corso sa benissimo che la sua soglia di attenzione sta… nell’ordine dei nanosecondi (scherzo: ci manca solo che qualcuno mi prenda alla lettera).
Come per altri molossoidi, il segreto per ottenere qualcosa da lui è quello di fare tante brevissime sedute di educazione/addestramento, perché per più di qualche minuto il cane non riesce a mantenere alta l’attenzione. In altre parole: a questo cane era stato suggerito di utilizzare il (solito) Prozac per una “patologia” che si dovrebbe definire “sindrome dell’essere un cucciolo di cane corso“!

psyco2Per onestà devo dire che in letteratura si parla anche di casi di iperattività effettivamente patologici: cani caratterizzati da una vera e propria ipertrofia dell’attività motoria e dalla totale mancanza di freni inibitori e di processi di abituazione. Questi cani non riescono a terminare spontaneamente un’azione, salvo per sfinimento, e sembrano incapaci di acquisire i normali metodi di apprendimento.
La stessa letteratura, però, parla anche di possibili soluzioni esclusivamente comportamentali, solitamente (e ci risiamo!) di lunga durata: quindi il farmaco è quasi immancabilmente superfluo e può avere solo la funziona di “coaduivante”… ma per chi?
Come sempre, per i proprietari e/o gli istruttori: infatti non risolve il problema del cane, ma si limita ad attenuare i sintomi. E a questo punto mi sembra giusto aggiungere che in 40 anni di cinofilia, personalmente, ho incontrato UN solo caso che si potesse ricondurre davvero ad una sindrome HS/HA, contro una decina di casi nei quali essa era stata diagnosticata in cani normalissimi, come il cucciolone sopracitato.
Infine (poi smetto, giuro: ho scritto un papiro) esistono i casi in cui la patologia comportamentale è legata a malattie organiche che però non sono direttamente collegate alla psiche: affezioni endocrine, dermatologiche, algogene possono scatenare reazioni anomale (soprattutto aggressività) che richiedono sicuramente una terapia… ma non a base di psicofarmaci, bensì di farmaci mirati a risolvere il vero problema. Tra l’altro questo problema dovrebbe poter essere individuato ed affrontato dal “normale” veterinario, senza neppure bisogno di ricorrere al comportamentalista.
Con questo sto forse dicendo che la figura del veterinario comportamentalista è inutile o superflua?
No, assolutamente no: pur essendo presente praticamente solo in Italia, questa figura potrebbe essere davvero un riferimento importante, qualora:
a) i relativi gli studi comprendessero ANCHE l’analisi delle doti (e dei “difetti”, se così vogliamo chiamarli) caratteriali di ogni razza, senza limitarsi a parlare di un “cane” generico che in realtà non esiste (o non esiste più);
b) si tenesse maggiormente conto delle caratteristiche individuali (di cani… e proprietari!), anziché fiondarsi sulla panacea generica;
c) venissero studiate a fondo le possibili terapie comportamentali alternative al farmaco, mentre a quanto mi risulta (e vi assicuro che ho letto e analizzato decine e decine di prescrizioni) i vet comportamentalisti non vanno quasi mai oltre le solite regolette della RSG;
d) ci fosse più collaborazione tra vet comportamentalisti ed addestratori/istruttori, mentre oggi sembra che il rapporto esista soltanto tra vet ed educatori. Posso infilarci la malignata? Sì, ce la infilo perché purtroppo sembra avere basi piuttosto realistiche: l’impressione è questa collaborazione manchi perché addestratori e istruttori riescono quasi sempre a risolvere il problema senza ricorrere al supporto medico. Però qui devo anche dare un colpo alla botte, dopo averlo dato al cerchio: ci sono casi in cui l’addestratore/istruttore manca dell’umiltà necessaria a capire che la sua tecnica da sola non basta e che un supporto medico (o almeno un consulto in più!) potrebbe essere di grande aiuto;
e) avessimo tutti, ma proprio TUTTI, meno pregiudizi, competenze più ampie e soprattutto più desiderio di aiutare i cani, anziché quello di “far bella figura” (per tacer del lato economico, eh… ) con i proprietari.

E adesso… si aprano le danze: ovvero, diamo pure via alle discussioni, che saranno probabilmente molto accese. Ma solo con il confronto (e magari con un po’ di autocritica, quando è il caso) è possibile crescere!

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22 Commenti

  1. Non posso che condividere in toto il pensiero di Valeria, che riflette in modo più completo ed esaustivo il mio pensiero riassunto nel mio articolo.
    Come detto nella mia risposta alla veterinaria comportamentalista che aveva commentato il mio intervento, ad oggi non ho visto – nella mia esperienza – un cane che sia uno per cui fosse INDISPENSABILE il ricorso a psicofarmaci.
    Al contrario ho visto molti cani che invece hanno richiesto lavoro e tempo proprio per “disintossicarsi” e recuperare i danni causati dai farmaci.
    Ma troppo spesso questa è diventata una scorciatoia troppo diffusa e peggio ancora giustificata.

    • Non sono una veterinaria comportamentalista. Non ho le competenze per entrare nei dettagli, ho espresso un mio pensiero derivato da studi ed esperienze che sto facendo. Ho spiegato bene come ho recuperato i miei cani in altri commenti, non sto a ripetermi…

      Ho solo cercato di far conoscere altri risvolti dell’argomento, ma il muro è troppo alto e quest’articolo temo che lasci poco spazio al confronto perchè le posizioni prese sono ferree..stimo Valeria e la seguo da anni, stavolta sono solo in parte d’accordo con lei.
      I comportamentalisti comunque sono in tutto il mondo (es ACVB, ZOOPSY)

      • Mi scusi allora, avevo capito che fosse una veterinaria (non che sia un insulto eh 🙂 )… Avevo replicato a un suo commento in coda al mio articolo, lo riporto qui per facilità.
        Al contrario, mi fa piacere confrontarmi, proprio come ho scritto ritengo che una cinofilia sana sia quella in cui il confronto si cerca ed è fonte di arricchimento, e non di scontro.
        ————

        Cara Denise,
        Valeria generosamente parla di un 20% circa di cani che forse, visto che non possiamo saperlo con certezza, richiedono effettivamente un intervento farmacologico.
        Essendo Valeria una persona buona credo abbia abbondantemente esagerato, ma diamo pure per buona questa percentuale.

        Sono totalmente d’accordo con lei su alcune cose che dice in qualche post più sotto, ovvero quando dice che si dovrebbe sempre tenere come riferimento l’eccellenza o come dice lei “quelli bravi”, soprattutto quando si ha a che fare con scienze molto inesatte e ancora oscure come il comportamento e la mente del cane.
        Ma purtroppo la realtà ci mostra quotidianamente che “quelli bravi” se ci sono – e ci saranno pure per carità – sono talmente pochi rispetto alla mandria di cialtroni da purtroppo incidere in maniera marginale nella correzione di questa deriva malefica e dannosa.

        Quindi sì, mi assumo le mie responsabilità dicendo che paradossalmente preferisco rischiare di vedere 1 cane su 10 non “risolto” perché non si è ricorso a psicofarmaci quando magari ne avrebbe tratto un reale beneficio piuttosto che vedere gli altri 9 rovinati perché si divulgano, diffondono e giustificano pratiche da incompetenti e ciarlatani.
        Ecco il perché del mio “sempre e comunque”.

        Poi, sul fatto che ci siano troppo pochi professionisti seri coscienziosi e capaci, e che questi pochi poi non facciano notizia, siamo d’accordo.
        Ma questo è il problema di questo strano e malato mondo in cui ci ostiniamo a vivere, dentro e fuori la cinofilia.

        A presto.

  2. @Redazione: non ho Facebook e quindi non so che riscontro ha avuto lì l’articolo “Questa notte ho fatto un sogno” di Andrea Fagnoni, ma spero vivamente di non essere stata io quel “mare di polemiche” che sono state sollevate, perchè mi sentirei fortemente a disagio!!! Io ho solo voluto esprimere un pensiero perchè qui su TPIC mi sento davvero libera di farlo, ma non amo le guerriglie e non intendo certo iniziarne una…

    • e spero che tu continui a sentirti libera di esprimere i tuoi pensieri perchè l’importante non è che il commento sia condivisibile, bensì che sia stimolante. Ed i tuoi lo sono sicuramente, poi a volte ci si infervora perchè l’argomento ci tocca da vicino e soprattutto si possono fraintendere i toni, che in un discorso parlato contribuiscono di molto alla buona comprensione del nostro interlocutore. (naturalmente mi permetto di esprimere il mio parere, non di rispondere da parte della redazione alla quale era indirizzato questo post)

    • Tranquilla, nessuna polemica, o almeno non legata al mio articolo o al suo commento.
      Le polemiche su questo tema sono annose e frequenti, un po’ ovunque si parli di cani.
      Come già detto, per quanto mi riguarda, ben venga il confronto.

  3. Articolo molto interessante e impegnativo da commentare, eh..mi ci provo. Credo che la frase da sottolineare, perchè corretta, sia ” la patologia è quindi definita una perdita della PLASTICITA’ comportamentale”. Della capacità, cioè, di RIPRISTINARE l’omeostasi/equilibrio emozionale, e questo vale senza dubbio per noi umani. Mi pare di capire, da quanto scrive Valeria, che non si può utilizzare lo stesso metro di misura per il cane, cioè se tale definizione identifica una persona sicuramente affetta da patologia psichica e che quindi verosimilmente può aver necessità e trarre beneficio da supportino farmacologico, lo stesso non si può dire per il cane che può manifestare disturbi di comportamento dovuti in realtà a carenze o errori appartenenti alla sfera educazione/addestramento. Il veterinario di cui Valeria ha inserito lo scritto ha concluso con una frase scorretta e condivido quanto scritto da Valeria a seguito. Ciò detto, io che sono proprietaria di cane e non addetta ai lavori mi chiedo e chiedo ai miei “colleghi” proprietari: quanto siamo noi disponibili, in tempo ed energia, ad approfondire ed eventualmente rifiutare un’ipotesi di intervento farmacologico? Lo psichiatra illuminato di cui sopra ha competenze e conoscenze che gli hanno permesso subito di dire “marameo” al prozac, la maggior parte di noi non ne ha. Temo però che molte persone, non necessariamente desiderose di cane ameba, si buttino a capofitto sulla prima e più facile soluzione semplicemente per ignoranza – nel senso di non conoscenza – ma soprattutto poca propensione ad approfondire l’argomento cercando più pareri e ipotesi di intervento, non su internet dove si trovano raramente filtri che ci indirizzino verso la competenza bensì sul campo, macinando strada alla ricerca di qualcosa e qualcuno che convinca per le proprie capacità non solo millantate. Non so, mi sa che se da un lato oramai “nasciamo tutti già imparati”, d’altro lato stiamo perdendo la capacità critica. Così come fa assai figo dire chef stellato, anche se paghi un patrimonio e mangi quello che ti farebbe la nonna, nello stesso modo ci si butta su un “ista” senza manco sapere cosa significa. Credo molto nella legge economica che regola l’offerta alla domanda, siamo quindi anche noi che ci rivolgiamo allo specialista a dover affinare le nostre capacità di scelta e di giudizio, per il bene dei nostri cani. In questo modo forse potremmo contribuire con la nostra domanda a quell’alleanza e collaborazione che Valeria e noi tutti auspichiamo

  4. Ma io non sono un’esperta di nulla nè di cani, nè di veterinaria, men che meno di medicina però oltre ad avere un cane ho anche due figli. Bene il mio ragazzo è sempre stato vivace e dinamico. Non ha mai amato trascorrere ore davanti alla TV insomma ha sempre scelto lo sport e le attvità che gli permettono di muoversi. In quarta elementare a colloquio periodico con la maestra mi sono sentita dire che avevo/ho un figlio iperattivo con deficit da attenzione e che il fatto che i risultati scolastici fossero ottimi era solo legato al fatto che non era stupido per così dire. Grande spavento e preoccupazione per me! Ne ho parlato con un’ amica psicologa che mi ha tranquillizzata e quindi è finite lì. Purtroppo in questioni simili ho visto/sentito dare psicofarmaci a bimbi di 7/8 anni o meno solo perchè vivaci. Oggi il figlio ha quasi 16 anni frequenta il liceo e non fa più fatica a stare seduto fermo e zitto al banco per diverse ore……è cresciuto, maturato senza bisogno di farmaci. Continua però a fare sport……l’energia quella è rimasta. Ergo trovo che in tutti i campi si ricorra al farmaco e alle diagnosi fai da te un po’ troppo facilmente.

    • brava, era proprio questo il genere di esperienza che volevo sollecitare: “noi che non sappiamo” non ci dobbiamo fermare alla prima soluzione buttata là ma approfondire. Ci saranno sempre facili diagnosi fatte da finti specialisti, sta a noi non restare vittime del risolvitutto di turno

  5. Giustissimo Valeria! Hi, hi, hi…pensa se dovessero vedere me in macchina come mi “trasformo” (così dice mia sorella), altro che il Prozac! XD

    • …sì, vabbe’, se mi vedessero alla playstation più che gli psicofarmaci mi metterebbero direttamente la camicia di forza!! E parlando di finti specialisti, mi ricorderò sempre il questionario che ci fecero compilare anni fa, quando mio figlio era ancora all’asilo, per diagnosticare l’iperattività…una delle domande era questa: “Il bambino quando è seduto tende a muovere le gambe?” Eh, sì, sa com’è, respira ancora…^^

      • Ecco anche la maestro di mio figlio sosteneva che muoveva troppo le gambe ma soprattutto faceva su e giù con il piede e quindi disturbava. Dai 6 anni fino ai 10 l’orario scolastico era 8.15-12.45 e poi rientro 14.00-16.30. Lui tutte quelle ore fermo faceva fatica!

      • Sì ormai l’iperattività viene diagnosticata al pari dell’influenza -.- mi chiedo se chi compone i questionari sia mai entrato in un asilo…..per come la vedo io il discorso vale per cani e bimbi:se li tieni tutti i ppomeriggi chiusi dentro casa è normale che diano di matto….

  6. Potrei copia incollare il mio commento in calce al post ho fatto un sogno. Ma mi limito a riassumere il tutto con… la parola chiave è serietà e competenza professionale. Un professionista serio e competente sa l’importanza della sinergia e la pochezza delle suluzioni preconfezionate in special modo per quello di cui stiamo parlando. Il problema è che i professionisti seri e competenti così come i proprietari disposti a sudare l’anima… ecco non sono proprio la maggioranza della popolazione.

  7. Arrivo buon ultimo (per il momento) pero’ due righe le scriviamo ugualmente.

    Io ho un giudizio molto critico sui comportamentalisti, a partire dall’indeterminatezza della definizione. Credo che il massimo che si possa fare, senza voli pindarici, sia limitarsi a dire che un comportamentalista e’ un esperto in comportamento – nel caso animale – cioe’ una persona con esperienza. Il suo contrario sarebbe inesperto. Se usciamo dalle mistificazioni del linguaggio comune dove i termini sono spesso usati in modo improprio, esperto e inesperto sono una cosa, professionista e dilettante sono un’altra.

    L’esperto e’ una persona che ha maturato una certa esperienza di derivazione empirica in una particolare attività, l’inesperto e’ una persona che non l’ha fatto. Invece il professionista e’ una persona che esegue una particolare attivita’ per lucro mentre il dilettante e’ una persona che esegue un’attivita’, magari la stessa, senza scopo di lucro, cioe’ per puro diletto.

    Ora, e’ vero che si presume che una persona che esercita un’attivita’ per professione le dedichi maggior tempo e costanza di un dilettante e quindi abbia la possibilita’ di maturare una maggiore esperienza, cioe’ di essere piu’ esperto del dilettante, ma questa e’ la teoria. Nella pratica quotidiana si rivendica l’esperienza quando non c’e’ altro modo per dare credito al parere espresso. E’ quello che succede quando si dice “E’ vero perche’ lo ha detto l’esperto”. In questo senso, dal mio punto di vista, e’ assai probabile che un allevatore di cani sia piu’ esperto di comportamento dei cani di quanto lo possa essere un veterinario e che un veterinario sia piu’ esperto di immunodeficienza felina di quanto lo possa essere un allevatore di cani.

    Se cosi’ e’, allora ci deve essere qualcosa che non va. Quello che non va e’ che la qualifica di qualcos-ista (per esempio comportamentali-sta) dovrebbe derivare dall’essere esperto (aver maturato l’esperienza) e non il contrario. Quando qualcuno ti dice che siccome e’ -ista di qualcosa allora ipso facto e’ un esperto io comincio a controllare se ho ancora il portafoglio. Se poi scopro che a qualunque problema l’espertone di turno da’ sempre la stessa soluzione controllo anche se ho ancora l’orologio.

    Battute a parte, questo tipo di persone ha uno spiccato senso del business e quindi se si vende come risolutore di problemi promette di risolvere i problemi di chi paga. Nel caso chi paga non e’ il cane.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.