di MATTIA CERUTI – Anni a lamentarmi che non ho fatto sufficienti esperienze “sul campo” in mezzo agli animali – a differenza che sui libri o al di là del recinto in uno zoo – ed accade quest’anno che in una sola estate (e soprattutto, in soli dieci giorni) mi ritrovo ad aver visto e fatto di tutto e di più!
A questo proposito, ecco a voi il racconto di oggi: “beato tra le bestie” o quasi, direi proprio che dopo l’estate scorsa non ho avuto più da invidiare il buon veterinario scrittore James Herriot (da cui la citazione, dal titolo di un suo libro, letto con piacere qualche anno fa), per lo meno sotto questo aspetto e sulla quantità e varietà di ciò che avrò da narrarvi.
Con alcuni “amici di penna” (o per meglio dire, “amici di tastiera”, sul computer o sul cellulare), ho tenuto anche dei bei contatti, e spesso mi sono trovato a dispiacermi che sia così difficile tramutarli in conoscenze vere, in amicizie reali.
Ma anche su questo fronte, quest’estate ha fatto miracoli!

In particolare, il ragazzo laziale che fa il pastore (o meglio il capraio, o come direbbe lui, il capraro), figura quasi mitologica, non da ultimo per avermi più volte tirato le orecchie via web – e a buon diritto – per certi tratti fantasiosi del mio scrivere su alcuni cani da lavoro e temi d’animali vari, ecco che si materializza per primo tra gli amici prima solo virtuali ed ora in carne ed ossa.
È già un po’ di tempo che gli manifesto per messaggio il mio interesse nel conoscere il suo mondo.
Ho un po’ di giorni liberi tra la fine di giugno e la prima metà di luglio: bene, presto ci si vedrà… non fosse che c’è qualche intoppo per quel che riguarda la prenotazione di un b&b in cui possa soggiornare; nessun problema, in men che non si dica sono suo ospite!

Guapa, la segugia dell’Appennino

Ecco… allora, io quasi quasi mi imbarazzo di fronte a tanta spontaneità e ospitalità, siccome, come forse sapete, sono un tipo abbastanza riservato… e che, in poche parole, sono uno che si fa un sacco di problemi! In ogni caso, è poi così che va: dopo un viaggio abbastanza interminabile sono in quel di Rieti.
Conosco Andrea in un’altra situazione ad alto potenziale d’imbarazzo, per lo meno per il mio standard: lui e famiglia stanno pranzando all’agriturismo vicino alla sua fattoria… e io, non sarò mica lì tra i piedi a disturbare, con i miei che stanno per ripartire per il Molise (perché, esiste davvero? Come vuole la vulgata), e Jimi che corre già a perdifiato? Niente affatto. Ci si conosce.
Bella esperienza, mi riesce già di chiacchierare e distendermi un po’, mentre Jimi… rivaleggia con il cagnetto Nano per una mandibola di capra (vera) da masticare!

Lo capisco già in qualche modo: sono in un altro mondo, soprattutto rispetto a quello a cui sono abituato. Non ho altra scelta che prendermela più comoda: cosa utile che, almeno un pochino, ho imparato e portato a casa!
Già da subito poi, conosco la socia di Andrea, Martina, che arriva seguita in particolare da una segugetta sfrecciante: ci riconosciamo per esserci già letti e scritti in qualche contesto, si capisce che si va in gran parte d’accordo, si parla già di cani da caccia e di addestramento e di carne per i cani. E poi di cavalli, e poi – ovviamente – di capre: “sei nel tuo mondo”, è il primo pensiero di mio padre.
E forse non del tutto, ma in buona sostanza ha ragione.
Verso sera, dopo che già io e Jimi abbiamo fatto un po’ di giretti di ricognizione tra oliveti e sentieri, Andrea mi avvisa che si va a trovar le bestie, insomma a controllare le capre: mi accompagna lui, sul suo… variegato – benché bianco – furgoncino da lavoro. Sento l’odore del formaggio e delle capre, e qualche mosca, forse di troppo, ronzarmi attorno, e poggio i piedi tra collari, guinzagli, campani.
“Molto caratteristico come mezzo di trasporto”, dico tra me, un po’ rigido, sulle prime. Ma in fretta, sia io che Jimi (che non ama troppo i viaggi su ruote, a differenza del vecchio Clint) ci abituiamo.
Arriviamo all’Azienda agricola “La Badiola”.
Oltre un enorme tiglio pienamente in fiore, un campo sterminato circondato da colline in lontananza, a cespugli di cardi taglienti e di favino dai bei fiori lilla, sassi sparsi, ora polvere e ora fango, oggetti tra i più vari e ossa per i cani che non immaginerebbe nemmeno il più integralista dei cino-crudisti. Una vecchia stalla di pietra tutta buchi e rattoppi tra muri e finestre… e ancora una volta, il mio standard cittadino viene scosso un poco. Ma nulla di che: la costruzione in realtà è bella e caratteristica. Se solo ci fossero i fondi per ristrutturarla (e magari un pizzico di ordine generale in più), si trasformerebbe in un gran posto, sia per allevare, che per attirar turismo nella zona…

Bruma in pausa pranzo

Ma bando alle fantasie: non faccio in tempo a metter piede sul terreno, che una torma disomogenea di cani salta fuori dai canili.
Non so se temere o meno, visto che sono proprio un intruso giunto lì letteralmente di colpo, ma sto tranquillo e li osservo tutti: le imponenti cagne Corso di Martina, con la loro gran bocca latrante, che mi squadrano un po’ male ma neanche troppo, cani da caccia di quasi ogni forma e tipo, i pastori conduttori, i pastori guardiani…
Momento tenerezza, poi: un’allegra cucciolata di piccolissimi segugi dell’Appennino (passione cinofila di Andrea e Martina), per non parlare dei neonati canini di Bruma, la Lupetta abruzzese (o “cane da tocca” che dir si voglia), prima aiutante di Andrea col gregge, che praticamente ho visto crescere giorno per giorno. E poi, i giovanissimi, schivi Pastori della Sila, già in disparte ad aspettare gli erbivori su cui vegliare.

Un piccolo di Bruma

Coi segugetti il giovane Jimi fa in fretta la parte dello zio, condividendo con un inaspettato equilibrio ossa e momenti di gioco in egual misura, nonostante qualche perplessità sul loro stato gerarchico e sessuale, genere di domanda posta con alterne fortune anche a tutti gli altri membri del grande branco, inclusi – ahinoi – i Cani corso e i Pastori della Sila adulti, grossi e sicuri di sé due volte più di lui: e vi lascio ora solo immaginare certe rumorose, guaiolanti fughe di salvezza da parte sua, dopo che ha provato a montarne qualcuno con un po’ troppa insistenza!
Presto però, ha imparato a trovare nel branco il suo posto di ospite, a farsi voler bene dai piccoli, addirittura rispettare dai grandi: ho scoperto in lui perfino un quasi-lupo, capace di ritualizzare ogni scontro e incontro, di proteggere ossa e zampetti di maiale e costolette d’agnello (come rifiutare un simile banchetto servito appena sotto il naso?) col ringhio (perché, i Labrador sanno ringhiare?!), ma senza far danno a nessuno né farsi davvero male.
Abbiamo imparato a vivere, sia io che il mio cane, sostengono i miei.
La barf-casalinga? La valuteremo, pian piano. Chissà mai, non sarebbe una cattiva idea: bisogna solo organizzarsi, soprattutto coi macellai vicini, e vincere le resistenze di mia madre… Per ora però, rientrati a pieno titolo in città, si torna ancora per un po’ alle ormai classiche crocchette pronte. E andiamo sul sicuro.

Jimi a guardia dei maiali

Grande soddisfazione è stata anche scoprire che il mio socio Labrador non teme alcun animale da fattoria, come fosse vissuto in mezzo ad ogni bestia fin da piccolo: s’infervora a veder le capre, quasi quasi vuol fare anche lui il conduttore, va dietro ai maialetti col resto del branco ad un sol fischio di Andrea, beve dal trogolo assieme ad anatre e maiali… ma – chissà come mai – impara a girar largo dalle oche!
Credeteci o no, anche il Labrador, pur tornando indietro dopo due minuti netti a portata della mia presenza protettiva, è partito per il bosco qualche volta, a cercar cinghiali, insieme agli amici segugi (pur senza latrati né “canizza”, ovviamente).
Ha sentito il lupo allarmandosi coi pastori guardiani. Ha fatto la guardia in piena regola, abbaiando a cresta alzata e col vocione sulla spinta delle compagne molossoidi. Da buon Retriever poi – ma nello stile di un animale quasi inselvatichito – non mancava di farsi autonome gite alla roggia poco oltre il terreno, tornando tutto bagnato dopo qualche richiamo sgolato da parte mia, riportandomi poi gli oggetti più vari e meno identificabili, dagli innocui bastoni a più insoliti, inquietanti zoccoli e corna.

Jimi… attento alle oche!

“Di che ti preoccupi? Non può perdersi qui”, mi diceva Andrea quando mi vedeva allarmato per Jimi che s’imboscava o che tardava a tornare al richiamo. In effetti aveva ragione: andava e tornava tranquillamente, e non era poi nemmeno troppo irrispettoso verso i miei ordini. Ma si sa, in città non si può nemmeno pensare una situazione simile: e quanto mi rasserenava il solo pensiero che almeno, fissa sul collare, portava una vistosa targhetta col mio numero di telefono!
Dal canto mio, per certi aspetti ho ripreso contatto con il cosiddetto “cerchio della vita”, che ormai il web e le filosofie più di moda ci fanno spesso dimenticare: ho visto prede e predatori, domestici e selvatici, tutti all’opera nel loro mondo, ho sollevato pezzi vari di animali come mai mi sarei immaginato di saper fare.
Ho riflettuto, conosciuto animali e persone d’ogni sorta, per la gran parte del tempo mi sono pure divertito: la gentilezza che mi ha dimostrato Andrea è stata davvero ammirevole, nonostante l’ambiente duro, qualche imprecazione di troppo che mi faceva saltar sulla sedia le prime volte, qualche scena non proprio idilliaca tra uomini e bestie.

Jimi aspirante pastore… con tanto di bastone!

Abbiamo parlato, visto tante cose, mi ha spiegato della caccia coi segugi, ho preso nota, ho visto i segugi lavorare sul cinghiale tanto che non mi vien più d’essere pienamente contrario alla caccia, contrario al fatto che qualche animale debba morire, anche per mano dell’uomo. E che qualche animale debba lavorare a modo suo, in quanto domestico. Sta tutto, appunto, nel “cerchio della vita”. E siccome con il poco-più-che-coetaneo Andrea si è condivisa anche qualche divertente canzoncina di memoria disneyana (oltre ovviamente a quelle, lo stesso spassose, locali e dialettali) approfitto per ricordare che questo concetto del “cerchio della vita”, forse un po’ crudo, è richiamato proprio, tra le varie fonti, anche da Il re leone della Disney!

Certamente poi, non mi sono mancati i momenti di riflessione più malinconica: mi sono fatto amico dei Pastori della Sila, cani che ammiro profondamente, belli e sicuri, rustici e fedeli, molto più cordiali del cane guardiano comunemente immaginato. Eppure, guardandoli negli occhi scuri ed espressivi, questi fieri, imponenti cagnoni di non meno che trenta chili, mi duole sempre pensare che alcuni di essi – così vanno le cose – facciano una fine decisamente brutta solo per essersela presa troppo con qualche altro animale domestico, o per non avercela a sufficienza contro qualche selvatico. Un po’ come accade a certi cani da caccia poco dotati, o a certi cuccioli venuti al mondo per sbaglio. Ecco, su questo aspetto resto inamovibile: sarebbe davvero bello incoraggiare una maggior cura preventiva, migliori piani di allevamento, più attenzione verso i cani, verso il contenimento delle nascite indesiderate, del randagismo e del vagabondaggio canino, per il bene tanto nostro di umani quanto dei cani e di tutti gli altri animali, limitando così violenza e facili morti, magari anche solo evitando vite sprecate. Ma forse fantastico troppo. O forse no. Del resto, non tutti fanno così, e non da ultimo proprio Andrea è un esempio positivo in questo senso: come al solito, mai fare di tutta l’erba un fascio!

Io (stravolto) e il mio aiutante Lagotto

Altro miracolo del web – uno dei pochi a parer mio, in verità – è che proprio passando per il Lazio, approfitto per conoscere anche Nicoletta Conte, la tartufaia che avrete già letto qui su Ti presento il cane, che ho seguito con curiosità sempre e solo grazie al computer, ma che si è offerta di passare a prendermi con sé e il suo collega Gabriele, in occasione di un’uscita reatina.
Non che per seguire Andrea e le capre ci si alzasse con calma, ma quel giorno ricordo che la levataccia è stata terribile, tanto che mi rivedo ancora un po’ imbarazzato quel pomeriggio dopo l’impresa, preso da inevitabili colpi di sonno, tra una mangiata e una chiacchierata cinofila post-escursione!
Inerpicandomi comunque, tutto un’occhiaia in viso e con la grazia di uno gnomo sciancato tra rocce e saltelli, pungenti conifere e ginestre splendenti (e meravigliandomi della mia tempra), armato di vanghetto e con l’immancabile aiuto degli astuti Lagotti Grifo e Nebbio, riesco pure a cavare dei piccoli tartufi: bella soddisfazione, sforzi ripagati, meraviglia per gli occhi sia i tuberi che, ovviamente, i cani da vedere al lavoro!
Ammetto che mi spiace di non averne assaggiato nemmeno uno, di tartufo, ma per tutti quei giorni mi sono regolarmente consolato – e quale consolazione, tutt’altro che magra – con le ottime ricotte e caciotte di capra di Andrea, che mi sento senza dubbio di pubblicizzare: naturali e quanto mai artigianali, frutto di una lavorazione semplice ed attenta, da latte di capre davvero figlie dei pascoli più impenetrabili, dove si nutrono dei vegetali più diversi, rendendo unico il sapore dei prodotti caseari che contribuiscono a creare.

Un tartufo, che soddisfazione!

Giunti a questo punto, credo proprio che la vita del pastore però, e quello vero intendo, “duro e puro” come si dice, non faccia per me: nonostante ciò, mi è piaciuto mungere un paio di capre (ma non ne gestirei di certo centocinquanta!) e conservo sicuramente ancora il desiderio di fondare un piccolo allevamento e quindi di andarmene in campagna, più assieme alle bestie che con tanta gente umana.
Magari poi, cercherò di ricavarmi anche qualche sentiero sulla via dei tartufi, in compagnia del mio nuovo amico a quattro zampe Jimi (che – badate bene – vi presenterò prossimamente molto meglio).
In conclusione, mi preme rendere chiaro quello che ho apprezzato forse più di tutto in questa particolarissima estate tanto pastorale e un po’ tartufaia, di certo del tutto campagnola, in questo mondo al limite del primitivo, ad un passo dal selvaggio: il fatto che mai una volta mi sono sentito un “povero handicappato”.
Non che facessi chissà che di lavoro, da ospite quale ero, ma non Andrea e non Martina (e nemmeno Nicoletta) hanno mai denigrato i miei progetti in mezzo agli animali solo per via della mia disabilità motoria, a differenza di quanto spesso ho subito in campi cinofili tutti ordine, tecnica e praticelli tosati: mi hanno, più che altro, incoraggiato e aiutato a trovare la mia giusta dimensione a riguardo, e questo mi basta a riconoscerne senza riserve il loro alto valore umano e a mantenere orgogliosamente vivi i nostri contatti (e il relativo mondo).

Jimi il cane-balia (e un osso per tre)