di DAVIDE BELTRAME – In un precedente articolo ho esposto quelli che erano, secondo me, i motivi per cui aveva senso (e i motivi per cui NON ne aveva) che le attività cinofile rimanessero ancora ferme in questo avvio di Fase 2.
Alla luce di quanto emerso finora tra Governo e Regioni, temo che il principale motivo fosse davvero un’eccesiva confusione da parte delle istituzioni su “cosa sia” la cinofilia, o su come funzionino un centro cinofilo o una toelettatura… perchè sta davvero regnando la confusione.
La situazione al momento vede il Governo che non ha autorizzato le attività dei centri sportivi e vi include i centri cinofili (che del resto in grandissima parte sono configurati come Associazione Sportiva Dilettantistica), hanno dedicato una FAQ proprio a questo (se vogliamo trovare un piccolo lato positivo, è credo la prima volta dall’inizio dell’emergenza coronavirus che si parla esplicitamente di centri cinofili).

Al contempo però, alcune Regioni hanno deciso di concedere l’attività dei centri cinofili, anche grazie all’impegno profuso da alcune Associazioni nell’evidenziare la relativa semplicità con cui i centri cinofili e altre attività (principalmente le toelettature) avrebbero potuto seguire le norme di sicurezza che hanno consentito ad altre attività di riaprire già dal 4 Maggio (come ad esempio i circoli di tennis, per tornare al discorso ambito sportivo).

Qui sono nati però i problemi, che stanno creando non pochi grattacapi sia ai responsabili dei centri cinofili, sia ai clienti: come prima cosa, alcune Regioni hanno fatto distinzioni curiose (la Liguria autorizzava l’attività agli istruttori cinofili, ma non agli educatori cinofili), altre hanno comunicato la loro decisione in maniera confusionaria: per esempio il Piemonte ha pubblicato sia una FAQ che un comunicato in cui autorizza la riapertura, ma di fatto il decreto non parla di questa possibilità… e infatti diverse persone che hanno a quel punto giustamente optato per chiedere chiarimenti hanno ricevuto risposte constrastanti e incoerenti, tra chi ha ricevuto in risposta “l’attività non è autorizzata”, chi “la Regione non ha legiferato in merito” e chi invece una conferma alla possibilità di aprire con link al comunicato di cui sopra.
E già questo ha frenato, comprensibilmente, molte persone: aprire senza la sicurezza di essere in regola e quindi rischiare sanzioni non è certo il massimo.

Ulteriore punto di dubbio: le Assicurazioni come si comporteranno? Sono disposte a coprire eventuali incidenti o potrebbero appellarsi al decreto governativo? Nello sfortunato caso di un caso di contagio (ipotesi comunque decisamente remota se si adottano le previste misure di sicurezza) quali sarebbero le conseguenze?
E quindi, altro punto per molti centri cinofili hanno optato per rimanere ancora chiusi.
E’ abbastanza assurdo che per una mancata chiarezza comunicativa – data spesso dal voler usare il “burocratichese” nei decreti – si debbano chiedere chiarimenti… da cui si ottengono però risposte contrastanti: sono numerose le testimonianze di persone che nella stessa Regione e chiedendo la stessa cosa hanno ricevuto risposte diametralmente opposte.
Forse esporre più chiaramente le indicazioni, invece di usare frasi come “L’attività dovrà essere svolta singolarmente, unitamente ai cani da addestrare, secondo una turnazione di utilizzo delle Zone di addestramento e allenamento cani e senza il contatto diretto fra le persone” (che a molti ha fatto anche venire il dubbio che fosse autorizzato l’uso del centro cinofilo MA senza la presenza dell’educaddestristruttore a far lezione) avrebbe aiutato, e anche snellito il lavoro delle Regioni perchè penso che le richieste di chiarimento che arrivano (non solo per la cinfilia) siano molte e serva tempo per rispondere a tutti.

Ultimo ma tutt’altro che ultimo, “quanta sia” la libertà decisionale delle Regioni: in una discussione su Facebook è stata mostrata questa email, relativa alla regione Campania, ricevuta in risposta a una richiesta di chiarimento e che giustamente menziona il problema delle ordinanze “meno restrittive” rispetto alle misure statali, tema già oggetto di discussione a fine Marzo.
Ricordiamo che anche Conte aveva chiaramente detto che misure decise dale Regioni meno restrittive di quelle del governo sarebbero state considerate illegittime (in quel caso si parlava della riapertura di bar e ristoranti, se non erro).

Infatti il decreto legge menzionato cita chiaramente:

1. Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del
Consiglio dei ministri di cui all’articolo 2, comma 1, e con
efficacia limitata fino a tale momento, le regioni, in relazione a
specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio
sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso,
possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di
cui all’articolo 1, comma 2, esclusivamente nell’ambito delle
attivita’ di loro competenza e senza incisione delle attivita’
produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia
nazionale.
2. I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, ne’ eccedendo i limiti di oggetto cui al comma 1.

Insomma… è davvero difficile capirci qualcosa, nel consueto marasma burocratico italiano.
Ad esempio il decreto “letto così” metterebbe direttamente fuorilegge tutte le ordinanze regionali meno restrittive di quelle governative… però, in realtà finchè non vengono impugnate dal Governo in realtà possono rimanere in vigore, perchè sarebbe il Governo a dover fare ricorso contro le ordinanze (e poi i giudici della Corte Costituzionale a decidere l’esito dei ricorsi); se vi appassionano i cavilli burocratici, questo aspetto è spiegato abbastanza bene (per quanto possibile…) in questo articolo.
Sull’incoerenza tra FAQ del Governo, normative regionali e sulla legittimità e validità di tali normative ha provato a fare chiarezza AIPC con il post che riporto qui sotto (e dai cui commenti ho tratto un paio delle testimonianze di cui parlavo nelle precedenti righe sull’incoerenza di risposte di fronte a richieste di chiarimento):

E’ evidente però che anche di fronte ad alcuni (graditissimi dai più, immagino!) tentativi di spiegazione, con così tanta incertezza di fondo anche da parte delle stesse istituzioni che non danno una comunicazione chiara e non offrono chiarimenti coerenti, molti si sentano smarriti.
Che le Regioni possano scegliere diversamente l’una dall’altra, lo trovo comprensibile: la situazione a livello di contagi è diversa tra le varie zone d’Italia, così come lo è il numero di centri cinofili, una Regione puà optare per una linea più prudente, eccetera.
Però non trovo invece comprensibile non riuscire a spiegare con chiarezza cosa si è deciso… ma tutto ciò alla base penso nasca da una scarsa conoscenza del mondo cinofilo da parte delle istituzioni, del resto sin dall’inizio dell’emergenza coronavirus anche il comune proprietario di cane è stato un po’ snobbato (ricordiamo che a inizio Marzo i dubbi erano “Posso portare il cane a fare i bisogni? Fin dove posso andare? Posso andarci in auto?” e simili…), e ora che si parla più del lato “addetto ai lavori” sembra evidente come i centri cinofili siano stati equiparati più alle palestre che ad altre attività – anche sportive – sicuramente più affini come possibilità di introdurre misure di sicurezza e rispettare il distanziamento sociale.
Insomma, si sente particolarmente – secondo me – la mancanza di un riferimento per il settore, che rappresenti anchei professionisti che operano nella cinofilia e che oggi, come anche altre volte, si sentono snobbati o incompresi dalle istituzioni. Perchè anche stavolta comunque ci sono state iniziative frammentarie, tra chi ha seguito maggiormente i canali ufficiali, chi ha inviato praticamente al “mail bombing” di regioni e prefetture, chi ha adottato la via delle raccolta firme con la petizione… tutto questo però probabilmente ha solo frammentato le cose e diminuito la “forza comunicativa” del settore.
Vedremo se in futuro si riuscirà a fare qualcosa in tal senso.. per ora, confidiamo in spiegazioni e scelte più chiare da parte delle varie Regioni, perchè già la chiusura fozata ha creato problemi a tanti professionisti (e a tanti proprietari), ma trovarsi anche anche con dei permessi di tornare al lavoro nei fatti poi più teorici che pratici, aggiungerebbe al danno la proverbiale beffa.

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Figlio di Valeria Rossi dalla nascita, creatura mitologica a metà tra uomo e cane, con tratti bestiali dello yeti. Solitamente preferisce esprimersi a rutti, ma ogni tanto scrive su "Ti presento il cane" (di cui è il webmaster, quando e se ne ha voglia). La sua razza preferita è lo staffordshire bull terrier, perché è un cane babbeo che pensa solo a mangiare e a dormire. Esattamente come lui.