di VALERIA ROSSI – Cani che non obbediscono al richiamo, cani che se ne vanno per gli affari loro appena liberati dal guinzaglio, cani che “scappano di casa”: purtroppo sono situazioni molto frequenti, anche se in realtà contrastano proprio con l’etologia del cane, che dovrebbe essere un animale: a) sociale e di branco (quindi tendenzialmente portato a rimanere proprio dove sta il suo branco, che nei cani domestici è rappresentato dalla famiglia), b) docile (ovvero: disposto ad obbedire all’uomo); c) territoriale (ovvero, poco propenso ad allontanarsi da casa propria e – di solito – interessato a difenderla).
Un cane che scappa, insomma, sembrerebbe… non essere neppure un cane!
Ma siccome la cosa succede molto più spesso di quanto non vorremmo, i casi sono due: o ci hanno riempito le case di misteriosi alieni pelosi, oppure qualcuno sbaglia qualcosa.
E di solito – c’è bisogno di dirlo? – a sbagliare qualcosa siamo noi.
Proviamo, dunque, ad esaminare il problema, iniziando col distinguere i due casi: quello del cane semplicemente disobbediente, che non risponde al richiamo ma resta nei dintorni, e quello del cane che invece se ne va proprio per gli affari suoi e percorre distanze ragguardevoli. Il classico cane, insomma, che “scappa di casa” (caso decisamente più complesso del primo e solitamente assai più difficile da risolvere).
Fermo restando che – come al solito – non esistono “ricette magiche” valide per tutti, e che ogni volta bisognerebbe conoscere il singolo cane e la singola situazione prima di dare consigli, ci sono alcuni errori molto diffusi e molto generalizzati che possono stare alla base di questi comportamenti.
Vediamoli uno per uno.
IL CANE CHE NON RISPONDE AL RICHIAMO
Alla base della mancata risposta al richiamo, anche se potrebbe sembrare strano, c’è spesso un errore lapalissiano: nessuno ha mai insegnato al cane a rispondere!
Il richiamo non è una cosa “che viene in automatico”: è un vero e proprio esercizio di obbedienza, che come tale va insegnato. Ce ne siamo già occupati diverse volte, quindi non ripeto cose già dette ma mi limito ad indicarvi qualche link: in questo articolo potete trovare alcuni consigli su come impostare l’esercizio.
In quest’altro articolo trovate un altro metodo, utilizzabile sul campo di educazione/addestramento. Infine, questo articolo parla in particolare del problema del mancato richiamo nei cani adottati.
I metodi possono essere diversissimi l’uno dall’altro: l’importante, però, è che se ne applichi uno! Ovvero, che si spieghi al cane cosa significa “richiamo” e cosa deve fare quando lo sente.
Altrimenti non dovrete stupirvi se lo ignorerà!
Qualsiasi metodo si scelga, ricordate sempre la regola fondamentale del richiamo, che è questa: MAI PUNIRE IL CANE se non torna o (peggio ancora) se torna in ritardo.
Mai, per nessuno motivo al mondo. Che siate gentilisti sfegatati o macellai accaniti e convinti che i cani imparino solo a calcioni, se punite un cane perché non è tornato al richiamo sarete sempre e solo degli incompetenti totali. Senza se e senza ma.
Le motivazioni sono già scritte nel primo articolo che vi ho linkato: non le ripeto, ma sottolineo il fatto che quello di punire il cane in fase di richiamo è il modo migliore per ottenere la sua eterna disobbedienza.
Altra possibilità: il cane conosce benissimo il richiamo e di solito arriva… ma non sempre.
Molto frequenti i casi di cani che al campo eseguono un richiamo impeccabile, proprio “da gara”, ma quando vengono liberati in occasioni/situazioni diverse sembrano diventati completamente (o parzialmente) sordi.
In questo caso c’è qualcosa che non funziona nel vostro rapporto e nella vostra leadership, che evidentemente è sentita come tale soltanto sul campo, col cane che pensa qualcosa come: “Siamo sul posto di lavoro, qui conviene obbedire”, mentre in altre situazioni pensa: “Qui non ci sono regole e posso farmi gli affaracci miei”.
Se succede così, è perché spesso gli umani assumono un atteggiamento dominante (sempre inteso come “da figura-guida, da leader” e NON “da soverchiatore-coercitivo”) solo quando sono sul campo. Insomma, sono loro i primi a pensare “qui siamo sul lavoro” (sentendosi forse a loro volta “sotto esame” da parte dell’istruttore!) e a cambiare completamente atteggiamenti, posture, tono di voce e perfino faccia quando invece ci si trova in situazioni diverse.
Piccolo problema collaterale: anche quando il cane ha imparato e conosce benissimo il significato di ordini come “Vieni!” o “Qui!”, lui leggerà sempre PRIMA il nostro linguaggio del corpo, e POI ascolterà le parole. E anche se badasse alle due cose contemporaneamente, darebbe sempre più importanza al linguaggio del corpo, perché quello è il suo modo normale di comunicare.
E’ un po’ come una persona di madrelingua italiana, che parli perfettamente il tedesco: se gli capita di ascoltare contemporaneamente un conferenziere tedesco e una traduzione simultanea in italiano, baderà maggiormente a quest’ultima (anche se magari non è perfettissima), perché la lingua madre è quella a cui prestiamo spontaneamente più attenzione.
Pensate a cosa significhi questo nel caso del cane, che in realtà non “sa” l’italiano, ma ha soltanto imparato ad abbinare alcuni suoni a corrispondenti situazioni… mentre parla benissimo il linguaggio del corpo!
Quindi, attenzione a non dire “Vieni!” con la voce e “Vattene” (o “me ne frego di quello che farai”) con i gesti, la postura e la mimica facciale: perché il cane obbedirà SEMPRE a questi ultimi.
In ogni caso: il mancato richiamo a comando è un problema di obbedienza, che quasi sempre comprende anche un problema di rapporto.
Le fughe vere e proprie (anche da casa), ovvero il fatto che il cane se ne vada lontano dal suo branco indipendentemente dal fatto che venga richiamato o meno, sono quasi esclusivamente un problema di rapporto, che quindi va affrontato in modo un po’ diverso.
Il fatto che la cosa interessi molto più frequentemente i maschi fa pensare a molti proprietari che sia legata al sesso: “Ci sarà una cagnetta in calore, quindi scappa”.
In realtà questo non è del tutto vero.
O meglio, è spesso verissimo che il cane scappi perché ha sentito una cagnetta in calore, ma ci sono moltissimi cani che scappano perché hanno manie esplorative, più che sessuali.
La prima cosa da fare, dunque, è quella di stabilire se davvero alla base della fuga c’è il sesso: di solito per capirlo basta fare la posta al cane, seguirlo in una delle sue scorribande e vedere dove si dirige.
Poi bisogna porsi una domanda: quando e come riesce a scappare?
Se è un cane che vive in casa e parte sparato per i sentieri del mondo ogni volta che viene liberato dal guinzaglio, potrebbe trattarsi di un soggetto che non ha abbastanza libertà, che non ha modo di sfogare a sufficienza le sue energie fisiche e mentali.
La soluzione potrebbe essere quella di liberarlo più spesso, in aree recintate e sicure, di dargli modo di socializzare e giocare con altri cani, di fargli praticare uno sport, insomma di dare più senso alla sua vita: a volte le fughe sono una reazione alla pura e semplice noia.
Se invece il cane scappa da un giardino, o da un cortile…allora il problema potrebbe essere quello opposto: è un cane che si sente un “nano da giardino” e non membro effettivo del proprio branco.
In questo caso il primissimo consiglio è quello di farlo vivere di più con la famiglia, di stringere maggiormente il rapporto (o di crearne uno…!), di dargli compiti precisi (anche la generica “guardia”, ma facendogli capire l’importanza del suo compito, per esempio complimentandosi con lui quando abbaia agli intrusi).
Ci sono moltissimi cani che, pur essendo considerati “cani di famiglia” dai loro umani, non hanno il minimo senso di appartenenza a quella famiglia: non basta dar da mangiare a un cane due volte al giorno e magari allungargli due coccole ogni tanto per esserne i “padroni”… e tantomeno i leader! Con il cane bisogna interagire, bisogna lavorare, bisogna dare un senso alla sua vita. Altrimenti lui si sentirà sempre e solo il cane di se stesso, non il vostro: ma sarà anche un cane frustrato, perché lui è appunto un animale sociale. Ma se la società non c’è, non può sentirsi a proprio agio: tant’è che alcuni cani scappano proprio per trovare un gruppo sociale in cui sentirsi più inseriti.
In altri tempi capitava spesso che i cani andassero a “cercarsi un branco”, di altri cani o di umani (erano frequenti le apparizioni del cagnolino X o Y ai mercati, alle tombole di paese e così via) e poi tornassero a casa: anche quelli erano cani a cui mancava un riferimento, ma se lo trovavano in proprio e vivevano più o meno bene.
Oggi un cane con abitudini simili correrebbe tutti i pericoli di un cane randagio: quindi finirebbe probabilmente sotto una macchina, o vittima di cani più grossi (visto che quelli mal socializzati ed aggressivi sono – ahimé – sempre più diffusi)… esclusi forse i rari casi di paesini di campagna in cui si può vivere ancora “come una volta”: quindi è ancora maggiore la responsabilità umana nei confronti dei cani che si sono scelti come compagni di vita. Ma la compagnia non possiamo solo pretenderla: dobbiamo anche darla!
Dobbiamo far sentire/capire al cane qual è il suo gruppo di appartenenza, qual è il suo territorio, qual è il suo ruolo all’interno del gruppo: tutto quello, insomma, che in natura lui troverebbe nel proprio branco.
Dobbiamo fargli sentire non solo che lui è il nostro cane, ma che noi siamo i suoi umani: anche questo si ottiene facendolo lavorare, giocare, interagire il più possibile con noi.
E anche se vive fuori di casa (pessima scelta, dal mio punto di vista: ma devo rispettare anche le idee di chi la compie), dobbiamo farcelo entrare più spesso possibile, facendogli capire che quella è anche casa sua.
Non è obbligatorio che ci passi l’intera giornata, né che ci dorma: ma è assolutamente indispensabile che vi sia ammesso almeno per qualche ora al giorno.
Altrimenti si sentirà sempre e solo un emarginato: e quello che noi interpretiamo come uno “scappare di casa” sarà, per lui, semplicemente un “andare in giro”, visto che quella NON la sente affatto come “casa”, ma solo come “luogo in cui viene regolarmente nutrito”.
Ci tornerà sempre, certo: perché non dovrebbe? E’ una dispensa ben fornita.
Ma per lui non rappresenta nient’altro: non gli ispira nessuna sensazione di “tana”, di “branco”, di “gruppo”.
Il che è, ovviamente, sbagliatissimo, perché il cane ha bisogno soprattutto di queste cose. Il cibo viene dopo, e anche il sesso viene dopo… ma se tutto questo non c’è, allora i bisogni primari da soddisfare diventano quelli. E se c’è da andare a spasso per soddisfarli, lui lo fa senza sentirsi minimamente in colpa.
Ovviamente, se al suo ritorno venisse ANCHE sgridato e/o picchiato, il problema diventerebbe doppiamente serio: perché è vero che lì c’è la dispensa fornita, ma se per accedervi bisogna anche prendere urlacci o botte forse è il caso di cercare alternative anche per mangiare.
Spesso mi sento dire: “E’ un cretino! E’ idiota! Ogni volta che scappa, al suo ritorno lo riempio di sberle, e ancora non l’ha capita!”
Ma va’?
In realtà ha capito benissimo l’unica cosa che potrebbe capire: che tornare a casa significa urla e botte. Cosa da rimandare, quindi, il più possibile (nessun cane al mondo, neppure l’Einstein dei cani, sarà mai in grado di collegare una punizione a qualcosa che ha fatto in precedenza: lui la collegherà sempre e solo a quello che sta facendo in quel preciso momento… ovvero, tornare a casa).
Il giorno in cui, però capisse davvero che una ciotola di cibo si può trovare anche senza doversi subire ogni volta le ire funeste di un energumeno, non tornerebbe più del tutto. E farebbe pure benissimo.
Un cane che mi portarono ad addestrare secoli fa, che era scappato qualche volta ed era stato punito, resosi conto che al mio campo si mangiava tutti i giorni senza prender botte, una volta tornato a casa prese il vizio di scappare per presentarsi da ME (7 km di distanza) all’ora di pranzo e quella di cena.
Il suo umano, incavolatissimo, mi accusò di averlo “viziato” e di avergli “rubato l’affetto del suo cane”.
Quando riuscii (faticosamente) a fargli capire la cosa dal punto di vista del cane (che non si sentiva minimamente “suo”, ma che andava semplicemente a mangiare dove poteva farlo senza prendere sberloni ogni volta), cambiò il suo modo di comportarsi e, nel giro di un mese, riuscì non a “ri-conquistare, ma a “conquistare” ciò che in realtà non aveva mai avuto: l’affetto del cane.
Affetto che, ricordiamolo, NON casca dal cielo e NON è automatico: bisogna saperselo meritare.
Se poi il cane scappa nonostante siamo sicuri al cento per cento del suo senso di appartenenza al branco, del legame con il suo territorio e del fatto che abbia ampio modo di sfogare le sue energie mentali e fisiche…allora i casi sono due: o è davvero una questione di sesso, oppure abbiamo un siberian husky.
Non è una battuta, o almeno non del tutto: i cani nordici sono tra i pochissimi cani assolutamente NON territoriali, perché sono stati selezionati per secoli e secoli da popoli nomadi, costantemente in movimento e per di più in spazi infinitamente vasti. Altri cani che possono presentare problemi simili sono i levrieri delle popolazioni nomadi desertiche (che però sono meno diffusi nelle nostre città).
Questi cani, nella loro testa, non “scappano” affatto: vanno semplicemente ad esplorare un territorio che loro intendono come pressoché infinito. Poi tornano, no problem (sempre nella loro testa: in realtà il “problem” esiste eccome, se finiscono su strade trafficate). A questo tipo di cani la territorialità va letteralmente “insegnata”, di solito con l’aiuto di altri cani territoriali: i miei husky, per esempio, la imparono dai pastori tedeschi e furono sempre molto meno fuggischi della media.
Quando il problema è invece sicuramente il sesso, i casi sono due: o ci si informa per benino sulla popolazione femminile della zona e sui relativi calori, chiudendo il cane nei periodi a rischio, oppure – se proprio il cane rischia di finrie sotto una macchina, o se è aggressivo e quindi rappresenta un pericolo per cani o umani andando a zonzo – si può pensare alla castrazione: che non comporta grossi traumi fisici né psichici (il cane non si sente “ferito e umiliato nella sua virilità”: semplicemente, il sesso non gli interessa più, senza alcuna problematica culturale secondaria) e che, di solito, risolve il problema. Non “sempre”, però: perché a volte ci sono veri e propri “amori” canini che perdurano anche dopo l’intervento: antropomorfizzando potremmo chiamarli “amori platonici”… se non fosse che, sotto sotto, il vero problema è sempre lo stesso. Il cane non si sente parte del branco-famiglia e cerca di farsi un altro branco altrove, con altri cani.
Se riusciamo a convincerlo che il suo branco siamo noi, la simpatia per altri cani rimarrà sicuramente, ma non lo invoglierà più alle fughe: e quasi sempre – non sempre, ma quasi – questo si può ottenere, con un po’ di impegno e di pazienza, anche senza castrarlo.
Postilla: proprio mentre stavo scrivendo questo articolo ho ricevuto l’email di una signora, proprietaria di un cane fuggiasco che rischia veramente la vita ogni volta, abitando vicino a una strada trafficata.
Le ho chiesto di portare un po’ di pazienza, perché avrei appunto pubblicato qualche consiglio relativo ai cani che scappano, ma intanto lei mi aveva spiegato che il cane “era stato sterilizzato”.
Stasera ricevo una nuova email col resoconto dell’ennesima fuga, che la signora ipotizza legata alla presenza di una cagna in calore.
“Ma non è stato castrato?!?” , obietto io: e mi arriva una risposta agghiacciante.
Il cane è stato vasectomizzato.
Un veterinario particolarmente acuto, di fronte al problema di un cane che scappava in cerca di sesso. rischiando ogni volta la vita, ha avuto la brillantissima idea di lasciargli intatti gli istinti sessuali, MA facendo in modo che non potesse mettere incinta nessuna cagnetta. Un genio.
Ho risposto alla signora d’istinto (e in modo veramente incivile): MA E’ CRETINO?!? Proprio così, tutto maiuscolo e senza aggiungere altro.
Ora mi dispiace di aver avuto questa reazione: quel veterinario non è cretino, anzi è stato sicuramente spinto da un notevole senso di responsabilità che l’ha indotto a fare in modo che non nascessero cucciolate indesiderate (e il pensiero che la vasectomia sia molto più costosa di una normale orchiectomia – che avrebbe anche dato al cane diverse prevenzioni sanitarie che invece così non ha – ovviamente non gli è passato neppure per l’anticamera del cervello: non scherziamo!).
Però io continuo a toccarmi per vedere se ci sono davvero: e anche a pensare che certi professionisti, forse, farebbero un gran bene alla società se si dedicassero a pregevoli lavori alternativi, quali la coltivazione di zucche o il dissodamento di campi di patate.
