di VALERIA ROSSI – Mi scrive una lettrice che fino ad oggi, con il suo cane, ha fatto ricerca in superficie.
Ora si è avvicinata a una nuova disciplina sportiva in cui è richiesta la condotta “sportiva” al piede, e sul campo le hanno suggerito il classicissimo metodo di tenere dei bocconcini in mano, portando la mano all’altezza della pancia.
Purtroppo il suo cane si mette, sì, in condotta, col naso spiaccicato contro la mano: ma dopo qualche passo comincia ad eccitarsi, salta, abbaia, non capisce perché mai ‘sti bocconi rimangano chiusi nella mano e non gli vengano dati. Il fatto è che lui, fino ad oggi, è sempre stato premiato solo al termine del suo lavoro di ricerca, quando trovava il figurante: quindi, vedendo apparire i bocconcini, pensa di aver finito l’esercizio e non riesce ad abbinarli a qualcosa che ancora deve fare, o sta facendo.
Visto il passato “lavorativo” del cane, suggerisco alla mia interlocutrice di cercare un’alternativa all’uso della mano “imbottita” come target, che evidentemente confonde le idee al cane: lei si dice d’accordo e ne parla con l’istruttore, ma le viene risposto che non ci sono altri metodi, a meno di non voler passare mesi e mesi a rincorrere un risultato che con i bocconcini si può ottenere in pochi giorni.
Oibò.
Premesso che non conosco il cane, che non conosco l’istruttore e che quindi posso solo buttar lì qualche opinione che potrebbe anche essere sbagliatissima… qualche perplessità su questa risposta io ce l’avrei.
Primo: viste le premesse non sembra che questo soggetto abbia grandi possibilità di “imparare in pochi giorni” a rivoluzionare il suo modo di intendere il rinforzo (anzi, in questo caso l'”esca”, più che il rinforzo).
Secondo: mi chiedo che razza di fretta ci sia, visto che l’umana mi ha detto di essersi avvicinata allo sport per divertirsi con il suo cane e non certo perché abbia bisogno di ottenere risultati in un tempo X.
Terzo: trovo difficile credere che “non ci sono altri metodi”, visto che io ho passato metà della mia vita ad addestrare cani utilizzandone appunto un altro, ovvero il consenso del conduttore.
Insomma, i miei rinforzi preferiti sono sempre stati un “bravo”, una carezza, a volte una vera e propria esplosione di gioia (paragonabile al “jackpot” di bocconcini).
Sia chiaro: a inizio lavoro, specie con i cani più giovani, qualche boccone l’ho sempre messo in campo anch’io. Ma mi serviva per iniziare a costruire un rapporto, non per sostituirlo!
Infatti io ho sempre pensato che se si continua in eterno ad usare il cibo come rinforzo, alla fine non siamo più noi ad ottenere una collaborazione dal cane… ma è il cane, in un certo senso a “premere un bottone” (che consiste nell’eseguire il comando) quando vuole il bocconcino.
Certo, il risultato finale potrebbe sembrare identico: il cane esegue l’esercizio richiesto.
Ma…ci sono due “ma“.
Il primo: se il cane non ha fame, o se si è stufato di quei particolari bocconcini, che succede?
Il secondo: trovo che ci sia una differenza abissale tra un cane che lavora per togliersi uno sfizio (perché quella del bocconcino non la chiamerei neanche “gratificazione”: può esserlo per una volta, due, dieci… ma alla lunga diventa sempre meno appetibile e sempre meno interessante) e un cane che invece lavora per fare felice il suo “capo” e per sentirsi utile alla sua società. In questo modo sì, che gratifica anche se stesso: perché si sente fiero e orgoglioso di ciò che ha fatto. Il che non mi sembra proprio paragonabile, come intima soddisfazione, all’ingurgitare il centesimo bocconcino della giornata.
Ho quindi scritto all’amica lettrice queste precise parole: “Ma a nessuno viene più in mente che la gratificazione maggiore per il cane possa essere il consenso del conduttore?”…e lei mi ha risposto parlandomi di una sua conoscente, che ha descritto così (copincollo testualmente): “C’è una donna di 84 anni, Gina, che nella vita ha fatto la pastora. E’ la mamma di una mia amica, originaria di un paese di cui non ricordo il nome, sugli appennini tosco emiliani. Per quattro anni di fila ha vissuto in montagna in una casetta di lamiera: lei lavorava con i suoi cani con pecore e muli, il marito faceva il taglialegna… che “invidia” e ammirazione ho per questa donna! La dovresti vedere con i miei cani, il modo in cui le si “dipingono” le espressioni negli occhi e come le percepiscono i miei cani… è difficile da descrivere per iscritto. Sembra che abbia una “calamita”: eppure di premi, target, addestramento, clicker, non ne sa un accidenti!
Non è che con la cinofilia ci siamo spinti oltre ogni limite, perdendo di vista l’originale e irripetibile rapporto uomo-cane, cioè la cooperazione??? “
La domanda, a mio avviso, è addirittura retorica.
CERTO che ci siamo spinti troppo oltre, alla ricerca di una cinofilia che vogliamo dipingere come “iper-rispettosa” del cane, cognitiva, zooantropologica e compagnia cantando… mentre in realtà quello che stiamo facendo è molto simile al mettere il cane sotto il vetrino di un microscopio, analizzarlo con distacco scientifico, cercare gli impulsi X, le reazioni chimiche Y, i punti Z… (pardon, i “punti G”: vedi accesa discussione seguita alla prima puntata del programma televisivo “Buddy, il mio migliore amico”!) e cercare, sempre con estrema freddezza, di usarli a nostro vantaggio per ottenere che il cane faccia questo o non faccia quello, che sia rilassato e sereno “a comando”, che ragioni e disquisisca, sì, ma solo perché noi abbiamo deciso che debba affrontare e risolvere un problema, quando magari lui preferirebbe passare la palla al suo umano, dirgli “pensaci tu, grazie” e togliersi ogni responsabilità.
E’ davvero così rispettoso, questo approccio?
E’ naturale per il cane?
Ma soprattutto, siamo sicuri che sia la strada giusta per renderlo felice?
Questo era il mio dilemma numero uno.
Il numero due è: perché abbiamo sempre tanta fretta?
Tutti i cinofili moderni, dai filosofi agli educatori/addestratori, sembrano avere l’esigenza assoluta del “risultato veloce”: il che può essere comprensibile quanto è l’umano a chiederlo, mentre non lo capisco proprio quando all’umano interessa di più il raggiungimento di un buon rapporto che non la garetta della domenica con relativa coppetta.
Come possiamo pensare di creare un rapporto alla velocità della luce?
Due persone che si amano e si sposano, che appartengono alla stessa specie e parlano la stessa lingua, impiegano anni prima di poter dire di “conoscersi” (e quasi sempre ammettono che non si conoscono poi così profondamente come vorrebbero!): genitori e figli, anch’essi appartenenti alla stessa specie e in grado di parlare la stessa lingua, a volte non arrivano MAI a capirsi.
Per quale astruso motivo dovremmo pretendere di conoscere e di capire in tempi brevissimi un essere diverso da noi, che parla un linguaggio diverso e che ha come prioritario proprio il senso che in noi è il meno sviluppato e il meno utilizzato?
Pretendere di “capirsi al volo”, in queste condizioni, mi pare quantomeno presuntuoso.
D’altro canto, io trovo anche che un rapporto sia più questione di pelle e di sentimenti che non di scienza.
Per carità, la scienza aiuta in ogni campo: non voglio certo disconoscerla e sostenere che dovremmo fare tutti come la “pastora” Gina, ignorando qualsiasi studio o teoria.
Però è anche vero che quando mi sono innamorata non me ne è mai potuto frega’ de meno di sapere se il maggiore responsabile del mio stato d’animo fosse la feniletilamina piuttosto che la dopamina. Anzi, credo che se mi fossi messa a pensarci i miei sentimenti si sarebbero raffreddati pure un po’.
Quindi, d’accordo l’approccio scientifico: ma anche un po’ di cuore e di istinto non è che facciano male alla salute…specie quando ci si rapporta con un animale, che di cuore e di istinto nella sua vita ce ne mette un sacco e una sporta.
A me sembra, insomma, che ci si debba prendere più tempo nel costruire un rapporto. Mi rendo conto che questo può contrastare con i tempi del campo, degli istruttori, delle gare e di tutto il cucuzzaro…ma l’errore, forse, sta proprio nel limitare al campo (e ai suoi annessi e connessi) il rapporto stesso, che invece si dovrebbe costruire giorno per giorno, ora per ora, in ogni momento della nostra vita insieme. (certo, poi leggo di certi Guru che consigliano di tenere il cane in gabbia per tutto il tempo, escluso quello in cui si lavora…e allora mi cadono un po’ le braccia).
Il cane NON è solo sport e/o lavoro: vederlo così è un po’ come considerare un marito una macchinetta che porta a casa uno stipendio.
Che razza di rapporto si può costruire, in questo modo?
Ma riprendiamo anche il discorso “scienza”: perché a mio avviso ce n’è una sola che siamo tenuti a conoscere e che può aiutarci davvero a capire il nostro cane…ed è l’etologia, ovvero lo studio del comportamento animale.
Domanda: quanto si parla, di etologia, nella cinofilia moderna?
A me pare pochissimo. Anzi, quasi nulla.
Quella a cui si fa un costante riferimento è invece la psicologia umana, alla quale abbiamo “rapinato”, di volta in volta, studi, metodi, didattica e dialettica (rendendo la cinofilia incomprensibile alla maggior parte degli umani normali).
Vediamo un esempio a caso (ma se ne potrebbero fare altri mille): si fa un gran parlare, ultimamente, della piramide di Maslow.
A parte il fatto che a me piacerebbe sapere se, in caso di arrivo di una specie aliena sulla Terra, i nostri scienziati proverebbero a rapportarsi con lei utilizzando i criteri della psicologia umanistica (e se la risposta è “no”, mi spiegate perché lo stiamo facendo sempre più spesso col cane, che probabilmente ci somiglia ancora meno di un alieno?)…questa piramide effettivamente si può applicare – almeno a grandi linee – a tutti gli esseri viventi, cane compreso. Anche perché, diciamolo, il sciur Maslow ha scoperto l’acqua calda.
D’accordo che l’ha codificata. D’accordo che ci ha scritto un best seller… ma sempre acqua calda era, anche negli anni ’50 (come? Anni ’50? Ma certo! Abraham Harold Maslow è nato nel 1908 e il suo libro sui bisogni umani, “Motivazione e personalità”, comprendente la famosa piramide, è stato pubblicato nel 1954. O pensavate per caso che i cinofilosofi avessero fatto qualche scoperta recente?!?).
Perché parlo di scoperta dell’acqua calda?
Perché il sciur Maslow – a cui, sia ben chiaro, non importava una beata mazza dei cani – stabilì che alla base della piramide dei bisogni stanno i bisogni fisiologici. Cose tipo respirare, mangiare, dormire.
E fin qua, penso che non ci fosse bisogno di molto studio: se hai fame o se ti manca l’aria, difficilmente penserai ad altro.
Sul secondo gradino c’è il bisogno di sicurezza.
Maddai?
Una volta assodato che respirare si respira, mangiare si mangia, pipì e cacca si fanno… insomma, una volta assodato che si sopravvive, si tende curiosamente a non mettere a repentaglio la propria vita, cercando sicurezza.
Geniale, chi l’avrebbe mai detto.
Da questo punto in poi le priorità umane, secondo Maslow, sono, nell’ordine: il bisogno di appartenenza (a un gruppo sociale e familiare, tradotto in altri testi come “bisogno di affetto”), il bisogno di stima (proveniente dall’esterno) e quello di autorealizzazione.
Anche qui non mi pare di vedere nulla di rivoluzionario, se non la stessa struttura piramidale (che peraltro è stata vivacemente contestata in ambito accademico).
Se però la piramide “originale”, chiamiamola così, era semplicemente lapalissiana, la sua versione cinofila mi sembra parecchio discutibile.
Premetto che mi riferisco ad un”interpretazione che ho trovato più volte citata in rete, ma della quale – e chiedo scusa – non conosco la fonte. Però questa ho letto (in molti siti diversi) e quindi questa commento.
Se i primi tre gradini sono identici a quelli umani, a seguire troviamo – nella versione “canina” – il bisogno di accreditamento (ovvero: oltre a farne parte, il “sentire di avere un ruolo” nel gruppo di appartenenza) e il bisogno di varietà.
La cima della piramide torna ad essere identica a quella umana, perché anche qui troviamo il bisogno di autorealizzazione.
Bene: analizziamo un pochino il tutto.
Essendo il cane un animale sociale, direi che possiamo tranquillamente assimilare il bisogno di appartenenza canino a quello umano (anche se lo intendiamo come “bisogno di affetto”).
Anche l’accreditamento può essere assimilato alla stima… ma questo, in canese, si può tradurre solo nell’assunzione di un preciso ruolo gerarchico nel gruppo (e farei sarcasticamente notare che gli stessi cinofilosofi che oggi vorrebbero negare ad ogni costo le gerarchie canine sono i primi a sventolare la piramide di Maslow come una bandiera).
Il bisogno di varietà, invece, mi piacerebbe capire da dove l’hanno tirato fuori.
Indubbiamente presente nell’uomo, nella “vera” piramide di Maslow non mi pare sia mai citato: ma soprattutto, anche secondo molti Autori ben più accreditati di me, per il cane non è affatto un bisogno.
Anzi, la varietà è una cosa che lo schifa proprio.
Il cane è un abitudinario che nella vita sua non vorrebbe mai cambiare niente, e ogni minimo mutamento può portare dalla semplice seccatura al vero e proprio trauma.
Cancellerei, quindi, di peso questo gradino della piramide… senza tentare arrampicate sugli specchi come quelle che ho letto a proposito del fatto che la “solita passeggiata e i soliti giochi” trasformerebbero la vita del cane in una noia mortale.
Chiunque abbia avuto UN singolo cane, santiddio, dovrebbe essersi accorto che loro si annoiano solo quando non fanno nulla: mentre ripetere la stessa passeggiata, gli stessi giochi, gli stessi incontri eccetera è considerato il non plus ultra della vita canina!
Per questo mi piacerebbe sapere qual era lo scopo di chi ha voluto infilare questo ipoteticissimo bisogno nella piramide di Maslow rielaborata in senso cinofilo.
Pensare che avesse in mente di dire ai propri clienti “ecco, adesso che hai finito il corso di agility dovresti cominciare quello di obedience, altrimenti il cane si annoia: lo dice anche Maslow”…è pensar troppo male?
Ma arriviamo in cima alla benedetta piramide, ed esaminiamo per un attimo questo benedetto bisogno di autorealizzazione.
Ho già detto che Maslow parla più precisamente di “autostima”: ora aggiungo che tra le varie componenti inserisce, proprio in massima evidenza, la libertà.
FREEDOM, tutto maiuscolo.
Ora, vi risulta che la massima aspirazione di un cane sia quella di essere libero?
Se lo pensate, è probabile che siate animalisti… ma, perdonatemi, è indubbio che non avete la minima nozione di etologia.
Se il cane avesse voluto essere libero, non si sarebbe mai avvicinato all’uomo e non si sarebbe mai lasciato addomesticare.
La sua scelta l’ha fatta 14.000 anni fa (e forse anche 100.000 anni fa, come sembrano indicare gli studi più recenti): la libertà è bella ma scomoda e faticosa. Preferisco rinunciare e fare invece un patto di reciproca collaborazione con l’uomo.
E’ peraltro evidente che neppure i cani moderni hanno cambiato idea: i cani ferali, spesso chiamati – in modo del tutto inappopriato – “cani rinselvatichiti”, non sono assolutamente in grado di riadattarsi ad una vita davvero selvatica, e come tale libera.
Pur avendo mantenuto l’istinto predatorio, all’atto pratico non sanno più predare in modo efficace; si aggirano in cerca di cibo nei pressi degli agglomerati urbani, vivono soprattutto di rifiuti e pur avendo timore dell’uomo, qualora vengano catturati, sono ben felici di tornare ad una vita domestica assolutamente priva di libertà, ma con tutti i bisogni primari soddisfatti (da terzi) senza fatica.
Tolta, dunque, di mezzo la parola FREEDOM, vediamo cosa resta nella piramide maslowiana.
Tra le varie traduzioni disponibili, quella che mi sembra più attinente all’originale è quella che parla di “realizzare la propria identità e le proprie aspettative”: cosa che, sinceramente, mi sembra piuttosto lontana dalla portata di una mente canina.
Avete mai incontrato un cucciolo che vi dicesse: “Da grande voglio fare il campione di agility?”
O che passasse tutto il suo tempo a rimirarsi allo specchio, perché sognava una vita sui ring delle esposizioni canine?
Insomma, di cosa esattamente stiamo parlando?
Autostima ed autorealizzazione umane non sono neppure lontanamente paragonabili ai loro corrispondenti canini (ammesso e non concesso che esistano): un umano è realizzato quando ritiene di aver coronato un sogno, quando sente di aver raggiunto il top nel suo campo, quando si guarda allo specchio e pensa “Dio, quando sono figo”.
Ma un cane, secondo voi, può davvero formulare pensieri di questo genere?
Un cane può, indubbiamente, sentirsi soddisfatto e gratificato. Può sentirsi sicuro di sé e può pensare qualcosa che sicuramente somiglia a “Dio, quanto sono figo”: ma non credo che tutto questo possa venirgli da coronamento di un sogno, di una carriera, di qualcosa che aveva immaginato e che si è impegnato a raggiungere… perché un cane NON è in grado di formulare pensieri astratti così complessi: esattamente come non è in grado di percepire il significato sociale e culturale di “libertà”.
Dunque, l’autorealizzazione nel cane va ricondotta, a mio avviso, alla più semplice “autogratificazione”: qualcosa che lui non ha bisogno di trovare in un incarico presidenziale ma che, per sua fortuna, gli può arrivare anche da una ciotola piena o da una pallina.
Ma nel settore sociale gli arriverà soprattutto da un “bravo”, o dalla faccia soddisfatta del suo umano.. una volta che abbia soddisfatto i bisogni che compongono la sua “vera” piramide, e cioè i bisogni primari, quello di sicurezza, quelli di appartenenza e di accreditamento. EBBASTA!

Perché oltre a questo non c’è più nulla di canino, ma ci sono desideri e bisogni che appartengono esclusivamente all’essere umano, anche perché contemplano fasi che riguardano la cultura, la spiritualità, la moralità e mille altre sfacettature della società umana che NON ESISTONO in quella canina, né sono alla portata della mente di un cane.
Voler forzare a tutti i costi la psicologia umana infilandola a viva forza nel mondo cinofilo (ed entrando a volte in contrasto proprio con l’etologia, che invece si è sempre e solo occupata di animali) significa finire in vicoli ciechi dai quali non si riesce più ad uscire.
Prima o poi, andando avanti di questo passo, ci ritroveremo a chiederci se il cane abbia una spiritualità di tipo cristiano o non sia magari più tendente al buddhismo.
Magari ci faremo pure gli stage e i convegni: ma poi, quando un cane non reagirà nel modo previsto ai bocconcini nascosti nella mano, non sapremo più che pesci pigliare. Perché non ci aiuteranno né Buddha, né Gesù Cristo.
Forse, allora, andremo a chiedere aiuto alla sciura Gina… sperando che quel giorno ce ne sia ancora una, da qualche parte.