di VALERIA ROSSI – Nel corso delle varie puntate sulla storia dell’educazione-addestramento in Italia ho ribadito più volte che le “cinofilosofie” hanno dei grossi limiti, specie quando si cerca di dare loro un’applicazione pratica (ma non solo).
Non ho potuto spiegare ogni volta cosa intendevo, altrimenti il semplice “resoconto storico” sarebbe andato a farsi benedire: ma una spiegazione è dovuta e cercherò di darla in questo nuovo articolo, partendo dalle due domande chiave:
a) cos’è, in realtà, il cane?
b) cosa si aspetta, in realtà, un umano dal proprio cane?
La mia risposta alla prima domanda è esclusivamente etologica: il cane è un animale sociale con dei bisogni primari (mangiare, bere, accoppiarsi ecc…) e dei bisogni secondari (divertirsi, sentirsi realizzato, sentirsi utile).
I primi sono quelli che garantiscono la sopravvivenza, i secondi sono quelli che fanno la differenza tra un soggetto che “sopravvive” ed un soggetto che “vive una vita piena e felice”.
Diversi Autori collocano il bisogno di socialità, di vita di gruppo, tra i bisogni secondari: personalmente credo che sia quasi un errore considerare la socialità del cane un “bisogno”, perché è addirittura “più” di questo!
Dire che il cane ha “bisogno di un branco” è come dire che ha “bisogno” di avere quattro zampe.
Credo proprio che questo stato di cose sia assolutamente innegabile.
Non esiste una sola società al mondo, partendo dagli insetti e arrivando all’uomo, nella quale non esistano regole e nella quale non ci siano ruoli precisi, alcuni dei quali di comando (mica per niente si parla di “api regine”, di “formiche regine” e così via).
Un qualsiasi gruppo di animali senza una “dirigenza” di qualche tipo e senza ruoli definiti al suo interno non sarebbe più un “gruppo organizzato” (ovvero una società), ma un semplice insieme di individui che non cooperano in alcun modo.
Un chiaro esempio di “gruppo non sociale” è rappresentato dalle colonie feline: i gatti, che sono animali individualisti, possono vivere in gruppi anche molto numerosi e tra loro possono benissimo instaurarsi rapporti affettivi, amicizie, inimicizie e perfino veri e propri “amori”.
Se però in una colonia felina irrompe un cane deciso a fare stragi, vedrete che ogni gatto deciderà autonomamente come comportarsi: quelli che fuggono si disperdono ognuno in una direzione diversa, quelli che decidono di combattere lo fanno da soli.
Se un predatore irrompe in un branco di lupi, al contrario, ci sarà un’immediata organizzazione di gruppo. Ci sarà chi darà l’allarme, chi si preoccupa subito di mettere in salvo giovani e cuccioli e chi combatte: ma anche i combattenti saranno più di uno, e lavoreranno insieme per scacciare il pericolo.
Se ci si dimentica dell’importanza dei ruoli in una società canina, non si può capire il cane e non si può avere un rapporto corretto con il cane.
Il primo grosso limite dell’approccio CZ (e ancor più delle sue derivazioni portate all’ennesima potenza, come l’”addestramento olistico” e similari) è quello di aver voluto confondere, inizialmente, il concetto di “dominanza” con quello di “violenza”; e poi di aver creato una confusione pazzesca nella testa della gente, perchè – se pure con il nobile scopo di voler eliminare la violenza – si è cercato di far credere che non esistessero neppure la dominanza, le gerarchie e tutto quello che in realtà rappresenta le fondamenta di un gruppo sociale.
Con qualsiasi zooantropologo-cognitivista eccetera si parli, lui dirà sempre: “Ma io non ho mai negato che esista la dominanza!”.
Eppure, sui siti dei loro adepti, si leggono in continuazione frasi come “il falso mito del capobranco“, “educare senza dominare“, “vivere il nostro cane, dimenticando la dominanza“.
Ecco: “dimenticare la dominanza” è esattamente ciò che poi porta i cani a mettere le zampe in testa ai loro umani, che alla fine – disperati – finiscono in bocca allo spacciatore di psicofarmaci, o magari al macellaio, di turno.
E’ vero che molte persone confondono il termine “dominanza” con il termine “violenza” o “prevaricazione”: ma siccome sbagliano, basterebbe spiegare loro che cos’è in realtà questa benedetta dominanza, anziché negarne l’esistenza.
Perchè poi è chiaro che (a meno di non voler arrivare al punto di “chiedere per favore” al cane di non mordere il postino, concetto sul quale mi rifiuto anche solo di discutere, vista l’assurdità della cosa) la dominanza esce dalla porta e rientra dalla finestra, travestita da “assertivismo”, “leadership consapevole” e tutti i termini che il gentil-buonismo sta cercando di far entrare nel linguaggio comune. Solo che, invece di dire che sono sinonimi di “dominanza”, preferiscono porli come alternative.
E a questo punto la gente non ci capisce più nulla.
Un’altra distinzione importante che le cinofilosofie non fanno MAI, e che invece è fondamentale per un rapporto corretto con il cane, è quella tra “violenza” e “forza”. Perché la prima è sempre e solo condannabile, mentre la seconda è assolutamente naturale e – ripeto – fondamentale.
La differenza è quella che passa tra insegnare a un bambino dandogli bacchettate sulle mani (violenza) e il pretendere che non si alzi dalla scrivania per andare a giocare finché non ha finito i compiti (forza). E attenzione: la forza “è” coercitiva! “Coercizione” significa proprio “forzare qualcuno a fare qualcosa”: ma neppure questo è sinonimo di violenza.
Una tassa da pagare è una coercizione: se non la paghi prendi una multa, o ti sequestrano un bene. La forza usata, in questo caso, è quella della legge: che non è violenta ed è anche giusta, perché senza leggi non può esistere una società civile. Ma è forza.
Se si impara a distinguere bene i termini, e a non confonderli con altri, le cose diventano molto più semplici.
I canidi sociali, tra di loro, usano molto raramente la violenza: ma la forza – che non dev’essere necessariamente fisica, ma può essere anche psicologica – la usano in continuazione.
Come noi, peraltro.
Se poi vogliamo essere sinceri… anche la violenza, in alcuni casi, loro la usano: è ridicolo che oggi si parli sempre e solo degli studi di David Mech (che ha osservato UN singolo gruppo familiare di lupi che non avevano particolari motivi di conflitto), e si ignorino bellamente le osservazioni di tutti gli altri studiosi che invece di conflitti ne hanno visti eccome, semplicemente perché hanno osservato gruppi di lupi diversi.
E’ un po’ come se io, avendo osservato per dieci anni i miei husky che ogni tanto se le suonavano, ma che non hanno mai oltrepassato certi limiti (i deficienti nella foto stavano solo giocando!), mi fossi messa a dichiarare al mondo intero che “i cani non si uccidono mai tra loro”.
Sarebbe stata una gran palla, perché invece i cani, purtroppo, si uccidono tra loro: e non parlo di cani da combattimento o di altre situazione indotte dall’uomo. Si uccidono proprio spontaneamente.
E’ successo, per esempio, ad un mio amico allevatore, il cui branco un bel giorno (anzi, mica tanto bello) ha deciso di far fuori un membro anziano. E l’ha fatto a pezzi. Poiché sempre di siberian husky si trattava, io avrei potuto scrivere un libro in cui sostenevo che gli husky “non si ammazzavano mai”, mentre lui avrebbe potuto scriverne uno in cui diceva che gli husky ogni tanto si ammazzano.
E nessuno dei due avrebbe mentito.
Ma il cinofilosofo di turno, cosa avrebbe fatto? Avrebbe parlato solo del mio libro, ignorando completamente l’altro, perché il mio gli faceva comodo e l’altro contrastava con la sua filosofia.
In questo modo, però, non si fa cultura: si fa manipolazione dell’informazione (e dell’etologia) per i propri comodi, che non è esattamente la stessa cosa. E non è esattamente corretto.
Dal punto di vista dell’educatore-addestratore-istruttore o quel che l’è, è giusto, anzi sacrosanto dire che l’uso della violenza è condannabile; NON è giusto, invece, dire che “non si devono usare metodi coercitivi”, perché “coercizione” significa imporre al cane di fare ciò che noi desideriamo: e purtroppo, se non glielo “imponessimo”, il cane ci piscerebbe sui divani, tirerebbe al guinzaglio con un trattore, morderebbe chiunque gli giri di mordere e così via.
L’imposizione di regole è indispensabile per la vita sociale, e il cane a queste regole deve sottostare (a meno che non pensiamo che sia lui a dover portare al guinzaglio noi, nel qual caso mi tiro indietro e vi invito ad accostarvi all’addestramento olistico… a vostro rischio e pericolo, però).
La nostra (presunta) superiorità intellettiva, la nostra etica e la nostra cultura dovrebbero metterci in grado di imporre queste regole in modo piacevole e divertente per il cane, attraverso il gioco e il rinforzo positivo: qualora questo non fosse stato fatto alla giusta età, però, e qualora capitasse che il cane ha già pensato di bene di farsi rispettare a suon di ringhi e mordi, sarà praticamente indispensabile ricorrere alla “forza” (NON alla violenza!) per risolvere i conflitti, perchè è questo che il cane si aspetta da un leader.
Ma non soltanto se lo aspetta: lo vuole, lo esige, lo brama. Perché un cane senza leader è un cane che si sente perso, si sente in costante pericolo, si sente costretto ad assumere lui stesso una posizione di comando senza la quale sa benissimo che nessun branco potrebbe sopravvivere. Però, nove volte su dieci, sarebbe stato proprio felicissimo che questa posizione la assumesse qualcun altro.
I cani “davvero” dominanti, che hanno spontaneamente il desiderio di assumere una posizione di comando, sono RA-RIS-SI-MI!
Dunque, una cosa è l’etologia e un’altra il buonismo.
Le cinofilosofie non è che proprio ignorino la prima (anzi, si fanno gran vanto di conoscerla a menadito!): ma diciamo che spesso se la rigirano a proprio uso e consumo, il che è intellettualmente disonesto… e fa DANNI gravissimi quando dalla semplice manipolazione dei dati reali si passa alla negazione della realtà.
Insomma: passi che si non si voglia più dire “dominanza” e si preferisca usare “assertivismo” (anche se nessuno capisce cosa sia) o “leadership” (già meglio): ma NON può passare la negazione del concetto.
Chi poi continuasse a storcere il naso anche di fronte al termine “forza”… è caldamente invitato a seguire la storia di Bruto (ora Raul) su questo sito: troverà così un esempio di recupero comportamentale di un cane che, nel corso di questo lavoro, non è MAI stato picchiato (violenza? No, grazie), ma è stato costantemente “dominato” (forza: sì, grazie. Inizialmente anche fisica – anche se solo per autodifesa – poi solo psicologica. Ma tanta, tanta forza!).
Come stia oggi quel cane lo potrete leggere direttamente… sul suo muso.
E ora veniamo alla seconda domanda-chiave: cosa vuole, cosa si aspetta un essere umano dal proprio cane?
Forse vi sorprenderà scoprire che, avendo io fatto questa precisa domanda a tutti i miei clienti, quando allevavo, ho ottenuto risposte diversissime a seconda della razza.
Quando allevavo pastori tedeschi (e chiedevo, per prima cosa: “Perché ha scelto proprio il pastore tedesco?”), la maggior parte della gente mi diceva cose come: “Voglio un cane da guardia”; “Voglio qualcuno che mi difenda”; “Voglio fare gare di utilità/difesa”. E così via.
Quando allevavo siberian husky (e chiedevo, per prima cosa: “Perché ha scelto proprio il siberian husky?”), l’80% delle risposte equivaleva a un bel: “BOH?”
Mi dicevano: “voglio un amico”, “voglio qualcuno da coccolare”, “voglio qualcuno che mi aspetti quando torno a casa la sera…” e così via. Insomma, avevano bisogno di un “cane”, non di un husky. E infatti, con queste persone, valutavo sempre l’alternativa dell’adozione in canile: perché quello che cercavano l’avrebbero trovato sicuramente anche là, senza buttar via soldi e senza impelagarsi in un’avventura difficile con un cane difficile.
L’altro venti per cento, quello che mi rispondeva: “voglio fare sleddog” (pochissimi!), ma anche cose come:“voglio un cane nordico perché adoro il lupo e questa mi sembra la razza più vicina a lui” (che era poi la motivazione per cui io avevo cominciato ad allevarla)… ecco, quello era il gruppo di persone a cui potevo vendere un cucciolo (dopo altre millemila domande stile terzo grado, ovviamente).
Allora: preso atto del fatto che non tutte le esigenze sono uguali, io ritengo che non si possa proprio – che non sia giusto, che non sia etico nei confronti delle persone, ma soprattutto dei cani – voler ridurre tutto alla compagnia di un amico o di membro della famiglia peloso.
Perché esistono razze, ed esistono individui, che non sono tagliati per limitarsi a questo ruolo.
Mi spingerei pure oltre, e arriverei a dire che “il cane” in genere non è tagliato per questo esclusivo ruolo, ad eccezione di quelli che sono selezionati da secoli per ricoprirlo (e cioè i cani da compagnia): tutti gli altri possono andare da quelli che vi si “adattano” a quelli che proprio non lo reggono e ci vanno in conflitto.
Amicizia, affetto, coccole, amore sono solo UNA componente della vita del cane: e mi dispiace dirvelo, ma… non è neppure la più importante, per lui.
Guardate che lo stesso vale per noi umani: quanto impieghereste prima di avere una bella crisi isterica, se foste costretti a passare tutta la vostra vita sdraiati in un letto – sia pure con la persona che amate alla follia – a scambiarvi coccole e tenerezze?
Un’ora o due, va benissimo, è bellissimo. Un giorno intero? Ma sì, bellissimo anche questo, specie se l’amore è appena sbocciato. Ma poi… bbbbastaaaaa!!! Perfino in luna di miele, dopo un paio di giorni passati ad avvinghiarsi l’un l’altro, si comincia a cercare qualcos’altro da fare: e dopo una settimana o due si sente quasi il bisogno fisico di tornare al lavoro.
Ma perché?
Perché anche noi, proprio come il cane, siamo animali sociali: e anche per noi è una vera e propria esigenza quella di renderci utili alla nostra società e di non vivere come parassiti. Solo che il nostro è più che altro un fattore culturale, mentre per il cane è un’esigenza innata, istintiva: il cane è ancora convinto che collaborazione e unione delle forze significhino “sopravvivenza”.
Detto questo, resta da capire cosa il cane intenda per “collaborare”, “lavorare insieme” e così via.
Il famoso cognitivismo, quello che vuole dipingere il cane come essere pensante e capace di prendere decisioni, in molti casi viene però applicato però in modo quantomeno sorprendente.
Si va da colui che effettivamente lavora col cane seguendo le sue inclinazioni naturali (che è il modo migliore e più rispettoso per farlo), ma che poi sostiene che il cane debba vivere in kennel per l’intera giornata, escluse le due ore che passa sul campo con noi (aberrante! Ne abbiamo parlato in questo articolo) a quello che invece insegna ai suoi clienti che il “cane felice” è quello che sa fare due o tre giochetti da circo, qualche amena passeggiatina in campagna… e basta, finita lì.
Poi abbiamo ancora quelli che invece corcano letteralmente il cane di responsabilità e di impegno intellettivo.
Una lettrice mi scriveva, qualche giorno fa: “sto lavorando con un cane che XXX aveva condannato al Prozac a vita perchè iperattivo… in realtà erano i troppi stimoli che lo facevano strippare. Smesso il problem solving selvaggio ed il noseworking da mane a sera, il cane si è grandemente rilassato (purtroppo gli è venuta la gastrite a furia di snack-premietti ed ora vomita ad ogni sgarro alla nuova strettissima dieta)”.
Insomma, d’accordo il cognitivismo (anzi, d’accordo sul ritenere il cane un essere pensante: perché il cognitivismo è un movimento di psicologi UMANI!): ma senza esagerare, please!
E anche senza clamorose cadute di coerenza, come quelle che da un lato vorrebbero farci considerare il cane come una specie di genio dell’astrofisica, ma poi lo ritengono incapace di collaborare con noi se prima non lo teniamo in galera per dieci ore filate (così, quando finalmente esce, ci vede come il Dio in terra. Ma questa è circonvenzione di incapace, non di genio e neppure di “essere pensante!”).
Altro problema importante: poichè la filosofia CZ, essendo appunto una filosofia, non ha vere applicazioni pratiche, l’unica possibile “zooantropologia applicata” è quella che riguarda la pet therapy (anche perché tutto il resto o non lo sanno fare, o non ritengono – non so se in buona o in malafede – che si debba fare, vedi l’UD).
Certo, ci sono cani che hanno avuto un approccio CZ e che poi fanno agility, obedience, disc dog e così via… ma tutti questi cani, se andiamo a guardare da vicino, vengono addestrati (ebbene sì, addestrati, perché l'”educazione” è solo quella che riguarda il rispetto delle regole: quando si passa a una disciplina sportiva si fa addestramento) con metodi che già esistevano decenni prima che la parola “zooantropologia” cominciasse a circolare in ambiente cinofilo.
Poiché un metodo zooantropologico non esiste in ambito sportivo, ecco che tutti vengono convogliati verso la pet therapy (guarda caso, altro business di gran moda e sul quale non c’è, al momento, alcuna regolamentazione ufficiale: c’è solo quella autoreferenziale).
A questo proposito, ecco un interessante aneddoto che mi ha confidato, proprio ieri, un’amica che si interessa di pet therapy:
“Mi ferma un ragazzo, mi chiede se potevo indicargli un buon corso perché gli sarebbe piaciuto diventare operatore di AATT. La prima domanda che gli faccio, ovviamente, è: “Che cane hai?”
E lui risponde: “Ah, non ce l’ho! Pensavo di fare prima il corso e poi di comprarmi il golden”.
La mia amica, raccontandomelo, era letteralmente esterrefatta: anche perché ha saputo che esistono davvero corsi che ti accettano anche se non hai mai visto un cane in vita tua.
Dopodiché, uno si compra “il golden”. Non “il cane”: il golden! Perché ormai la pet therapy si identifica esclusivamente con alcune razze, che purtroppo sono stra-usate e sicuramente abusate in questa disciplina.
Il Golden retriever, per esempio, è una razza da caccia che ha il solo torto di essere dolce e docile, e come tale spupazzabile senza il rischio che si ribelli e che morda.
Chiunque abbia avuto modo di vedere come lavorano certi sedicenti operatori di pet therapy (che sono quasi più dei sedicenti educatori cinofili, sempre a causa della totale mancanza di regole) avrà sicuramente notato che sono numerosissimi i golden (ma anche labrador, border ecc.) che subiscono le visite all’asilo, o alla casa di riposo, non solo col “fumetto” sulla testa, ma con un’insegna al neon che dice “Perché mi tocca sopportare tutto questo?”.
Purtroppo è un’insegna chiaramente visibile solo ai cinofili competenti: e i cinofili competenti sono talmente pochi che la maggior parte della gente pensa che questi siano cani felici.
Attenzione: non sto dicendo che i golden (& C.) che fanno pet therapy siano dei poveri disgraziati!
Sto dicendo, invece, che quello per loro NON è il momento più felice della giornata. Quello è un lavoro che accettano di fare, perché sono cani buoni, socievoli e sociabili: ma non è il lavoro che amerebbero fare.
Infatti, se il loro umano è un operatore realmente preparato, sarà sempre in grado di terminare la seduta lavorativa prima che il cane si stressi troppo… e DOPO la seduta di pet therapy farà davvero felice il suo golden portandolo a correre, a giocare e a riportare; o il suo border a lavorare due pecore. Insomma, porterà ogni cane a fare le cose che gli piacciono davvero.
E se posso dirlo… la cosa che mi manda veramente in bestia è il fatto che i buonisti condannino, insieme al concetto di “addestratore” in generale, le prove di utilità e difesa, che comprendono i famigerati “attacchi” tanto malvisti anche dai (disinformati e ignoranti) politici che si credono “animalisti”.
Se questa gente capisse davvero qualcosa di cani, saprebbe distinguere la pura felicità di un malinois che si lancia sulla manica (e che fa ciò per cui è stato creato e selezionato), dalla rassegnazione del golden di cui sopra, che fa pet therapy.
Lo stesso vale per i cani da slitta che fanno sleddog (“poveriniiii!”), per i cani da caccia che vanno a caccia (“i cacciatori sono tutti mostri che li trattano male!”), insomma per tutti i cani che fanno ciò che hanno dentro, che fa parte del loro DNA perchè sono stati selezionati per secoli proprio per fare quella cosa lì.
Vogliamo davvero parlare di “bisogni”? Benissimo: allora, per un malinois mordere la manica è un bisogno secondario. Non gli serve per vivere, ma gli serve per essere felice.
Per un golden, farsi spupazzare da perfetti estranei è una rottura di palle e basta.
E infatti, spesso, si spengono. “Tirano a campa’”, ma non gli vedi mai negli occhi quella luce di pura felicità che si vede solo nei cani che si sentono veramente realizzati.
Dunque, il punto è che:
a) esistono persone che dal cane si aspettano qualcosa di diverso dal semplice “membro della famiglia peloso da coccolare” (che se poi fosse tutto lì… sarebbe molto più comodo un gatto. O direttamente un peluche). E NON sono persone da condannare, né da guardare di traverso perchè “non amano abbastanza il cane”.
E’ vero, semmai, il contrario! Non ama abbastanza il cane chi è incapace di capirlo fino in fondo e di capire quali siano le sue vere esigenze, anzichè aspettarsi che coincidano con le proprie.
Faccio l’esempio estremo (ma non per questo meno vero): è sicuramente più “maltrattatore” chi si prende un cane da caccia per fargli fare pet therapy di chi si prende un cane da caccia e lo porta a caccia.
Uhhhhhhhh ma che dici?!? La caccia, quell’orrore?!?
Sì, sono perfettamente d’accordo. La caccia è un orrore. Ma proprio perché la penso così, non avrò mai cani da caccia: perché, se ne avessi uno, mi sentirei moralmente obbligata a portarcelo.
Ora non voglio entrare nel merito dei cacciatori buoni/cacciatori cattivi nei confronti dei cani: ce ne sono di entrambi i tipi, come in ogni campo. Però trovo veramente pazzesco che i canili, per esempio, non cedano MAI i cani da caccia a chi va a caccia, anziché accertarsi semplicemente che si tratti di un cacciatore che ama e rispetta i cani (perchè ce ne sono a bizzeffe, e non lo si può negare. Il mondo non è tutto bianco o tutto nero).
Questa è la stessa forma mentale per la quale c’è pieno così di vegetariani o vegani che fanno mangiare nello stesso modo anche i loro cani (o, peggio ancora, i gatti: che sono carnivori puri).
Così, per dimostrare che “rispettano gli animali”, fanno ammalare i propri. E meno male che noi saremmo quelli con l’intelligenza “superiore”…
Il caso del cane da caccia che non va a caccia è un po’ meno tragico, perché il setter non si ammala di certo se finisce a fare pet therapy o disc dog: però non sarà mai pienamente realizzato, e non avrà mai “quella” particolare luce negli occhi.
Se non ci credete, andate a vedere: informatevi, chiedete, verificate. Io l’ho fatto e non sapete quanto mi costa ammetterlo, visto che odio la caccia con tutto il cuore… ma il cane da caccia è davvero felice soltanto se va a caccia.
Insomma, parafrasando il noto modo di dire… non si può essere buonisti con il culo dei cani.
Ma se lo si fa, almeno si abbia la compiacenza di non definirsi “cinofili”. Perché la cinofilia deve volere la felicità del CANE, non solo la nostra.
b) esistono (molti) cani con i quali l’approccio CZ può fare seri danni.
E chi non vuole capirlo si dovrebbe assumere tutta la responsabilità delle sue azioni, anziché spedire i suoi fallimenti dal comportamentalista che, nove volte su dieci, pensa di risolvere il problema curando il sintomo (e quindi ci va giù pesante di psicofarmaci).
L’approccio CZ va benissimo come “forma mentale”: è ottimo convincersi che il cane pensa, il cane ragiona, il cane può (ma non DEVE, per l’amordiddio!!!) risolvere problemi (purchè siano alla sua portata: perché nessuno metterebbe un bambino di due anni di fronte a un’equazione quantistica, e invece si vedono cani – che HANNO la capacità mentale di un bambino di due anni – letteralmente “cotti di testa” a forza di affrontare e di dover risolvere situazioni più grandi di loro).
Tutto questo, però, non significa che il cane non debba “obbedire” (perché “suona così coercitivo, oddioooo…”): perché se non obbedisce, esattamente come il bambino di due anni, si ficca nei guai e ci ficca anche noi; non significa che il cane debba fare lo stracazzissimo che gli pare e piace, perché questo è assolutamente innaturale, e il cane ne soffre. Non significa che il cane “non deve fare UD, perché è una brutta cosaccia cattiva”, perché certi cani soffrono nel non farla. Ovvio che vanno accuratamente evitati i campi di UD gestiti dai macellai: ma se è per questo vanno accuratamente evitati anche i campi in agility nei quali si insegna che il cane deve vivere in kennel.
Non è questione di discipline “buone” o cattive”, ma di “persone” buone o cattive.
E tra i cattivi io non metto solo quelli che danno un calcio nel sedere al cane. Ci metto anche quello che scrive frasi come “Perché mai il cane dovrebbe venire da noi solo perché l’abbiamo chiamato?”. Perché quando le leggo, a me si rizzano i capelli in testa.
Ma amoredizzia… deve venire perché magari, non obbedendo, finisce sotto una macchina! E se non lo capisci non sei un guru: sei un pirla!
No, perché qui i casi sono due: o accettiamo il fatto che il cervello del cane equivalga (più o meno, visto che siamo specie diverse…) a quello di un bambino di due anni, oppure mi dite che il cane è un essere in grado di autogestirsi, risolvere da solo qualsiasi problema ed inserirsi autonomamente in una società a lui aliena (come la nostra) senza bisogno di essere guidato, indirizzato e, se è il caso, corretto.
Però, se pensate che sia così, prima me lo dovete dimostrare… e poi discutiamo di tutto il resto.
Per il momento io sostengo – sfidando chiunque a dimostrarmi il contrario – che il cane ha una mente semplice, incapace di elaborare concetti troppo ostici, e che il cane ha bisogno di una figura dominante (nel senso di un leader forte, nel quale riporre stima e fiducia).
NON ha invece bisogno di qualcuno che gli dica “grazie” quando gli riporta il giocattolo, perché per lui questa parola non significa un beatissimo tubo: quello che recepisce (proprio come un bambino piccolo e dal vocabolario ancora limitato) è il tono della voce e il linguaggio del corpo. Se gli dicessimo “crepa” in tono caldo e gentile, con gli stessi gesti e gli stessi movimenti usati per dirgli “grazie”, per lui sarebbe la stessa identica cosa.
Quindi, per favore, BASTA con le prese in giro, le esagerazioni, il buonismo esasperato che rovina la cultura cinofila.
Vogliamo tutti mettere un freno alle violenze sui cani? Ma ASSOLUTAMENTE SI!
E in questo, miei cari cinofilosofi, sarò sempre la vostra più grande alleata. Però dobbiamo prima intenderci su cosa sia la vera violenza.
Che NON è lo strumento X… vedi collare a strangolo: elimini quello, e i deficienti e/o incapaci faranno volare i cani per aria e ricadere di schiena per la terra con la pettorina (ne vedo in continuazione). L’unico strumento che bisognerebbe far sparire davvero dalla faccia della terra è il collare elettrico… ma non vedo mai campagne contro di esso sui siti buonisti (forse perché non si possono vendere pettorine alternative? Il dubbio sorge spontaneo).
NON è neppure l’addestramento alla difesa, che – anzi – è l’unico modo per rendere davvero felici i cani selezionati da millenni per sapere mordere (al momento giusto e per giusta causa: e quella sportiva è una “giusta causa” che per di più non stimola nessuna aggressività, ma semmai si basa sul predatorio).
NON è una sgridata data al momento giusto, che è una correzione necessaria a far capire al cane che ha sbagliato, senza costringerlo a fargli fare migliaia di ragionamenti (che lo sfiniscono e lo stressano) per capire cosa cavolo volessimo da lui.
La vera violenza, lo ripeterò finché campo, è il voler adattare il cane a noi anziché rispettare e capire la sua vera essenza: che è quella di un animale sociale (non di un peluche, né di un surrogato di bambino) e, nel caso delle razze specifiche, di un animale con attitudine alla caccia, alla guardia, alla difesa… e anche alla compagnia, certo.
Ma questi, ribadisco, sono forse gli unici cani che possono veramente “sopportare” gli eccessi zooantropologici senza risentirne. Per altri l’approccio CZ è stressante, per altri ancora è insopportabile, né più e né meno degli eccessi di violenza “addestrativa”.
E’ per questo che i cani dei macellai spesso finiscono sui campi ipergentilisti, mentre i cani trattati a bocconcini e permissivismo finiscono dai macellai: perché gli umani, quando vedono che il cane si sta rovinando, tendono a fiondarsi verso l’eccesso opposto a quello che ha causato il fallimento.
E la via di mezzo (ovvero quella che fa uso di semplice buon senso, oltre che di una vera conoscenza etologica del cane vero, e non di quello immaginario), viene spesso ignorata.
Propongo (e non escludo di fare prossimamente qualcosa per passare dalla teoria alla pratica) la rivoluzione ufficiale delle “vie di mezzo”: perché gli educatori/addestratori/istruttori davvero competenti esistono. Purtroppo sono stati soffocati dal business buonista… ma siccome questo business sta rovinando la cinofilia (e sta ammazzando cani a tutto spiano), non si può più restare a guardare.