Dire che sono allibita è dire poco.
Ho appena letto una nota in cui si commenta lo stage di un addestratore (non so se adesso anche lui voglia essere chiamato in modo diverso, ma mi si perdoni se io continuo a pensare che chi addestra cani sia un addestratore, termine che ho sempre e solo riferito anche a me stessa e che quindi non può – per ovvi motivi – contenere alcun sottinteso offensivo), uno che ho sempre ritenuto bravo, che avevo visto lavorare in passato, di cui ho letto diversi scritti e che mi era piaciuto, tanto da aver suggerito più volte il suo nome a chi voleva cimentarsi nella cinofilia sportiva.
Negli ultimi tempi questo signore è anche diventato uno dei “guru” della cinofilia, con tanto di proseliti per i quali la sua parola è Verbo.
Non faccio il suo nome non per “paura” (anche se, come ho detto più volte, di prendere querele sono un po’ stufa, non credo che un’opinione cinofila possa essere considerata querelabile), ma per altri due motivi:
a) perché nutro la piccola speranza che la persona che ha seguito lo stage e scritto la nota abbia male interpretato (non credo, perché pur conoscendola solo in modo “virtuale” non mi sembra una cretina: però si tratta sempre di parole riferite e quindi mi sembra corretto lasciare il beneficio del dubbio);
b) perché comunque sarebbe inutile e fuorviante fare UN solo nome, visto che l’argomento di cui intendo parlare viene ripetuto e caldamente appoggiato da una miriade di professionisti un po’ in tutti i campi, dall’agility (anzi, forse soprattutto in agility) all’UD, dalla caccia all’obedience.
L’argomento è il seguente: “il cane sportivo deve vivere in box per tutto il tempo in cui non tu non puoi dedicarti interamente a lui, proprio al 100%”.
A questo tema, nella nota, se ne aggiungeva un altro altrettanto discutibile: quello secondo cui il cucciolo non dovrebbe interagire per almeno un paio d’anni con altri cani né con persone diverse dal suo conduttore, per stringere maggiormente il rapporto con lui e creare, diciamo così, una corrente di comunicazione “privilegiata”.
Si spera (la nota non lo specifica) che si intenda seguire questa strada dopo il periodo di socializzazione: questo lo do assolutamente per scontato, perché altrimenti declasserei immediatamente i sostenitori di questa teoria dal rango di “guru” a quello di “cuggini DOC”.
Però, anche a socializzazione terminata, ho parecchie riserve su questa “comunicazione a senso unico”, che magari affronteremo in un altro articolo. Stavolta preferisco esprimere la mia CARRETTATA di dubbi sul “cane sempre in box”, ovvero sul concetto di cane=”macchina che si tira fuori dal garage solo quando serve”.
Perché, alla fin fine, di questo si tratta: di una visione esclusivamente utilitaristica, nella quale il cane è visto come uno strumento di lavoro-sport e non come un essere vivente con le proprie esigenze.
Sia chiaro: non penso che il box sia una tortura cinese. I miei cani hanno sempre dormito in box (anche perché tenersene quindici in casa è leggermente problematico) e ci hanno passato qualche ora al giorno, così come sono stati in kennel, se necessario. Però relegare in box non è la stessa cosa che “tenere in box per qualche ora”: soprattutto se il box non è visto come una saltuaria scelta obbligata, ma come un metodo per ottenere certi risultati. Il tutto diventa – a mio avviso – assolutamente aberrante quando questo metodo viene consigliato non al professionista che, comunque, sarà sempre costretto a utilizzare box e kennel per ovvi motivi logistici, ma al privato, il cui cane potrebbe vivere serenamente in famiglia e avere a disposizione casa e “branco” per 24 ore al giorno.
In tutta sincerità, che persone (plurali, perché questa manfrina l’ho sentita ripetere più volte, da più educatori/addestratori/istruttori) che se la tirano da gentili, non coercitivi, rispettosissimi del cane e via blaterando, se ne saltino poi fuori con questa visione assolutamente antropocentrica, mi lascia quantomeno perplessa.
Anzi, diciamo pure che mi altera parecchio: perché IL CANE E’ UN ANIMALE SOCIALE, santiddio.
E mi pare che questa sia la base da cui si parte sempre e comunque, che si parli di etologia o di educazione, di cani urbanizzati o di animali selvatici.
Ma un animale sociale, cari signori, lo vogliamo tenere lontano da tutto ciò che non è il suo umano/proprietario/conduttore/leader, solo perché così “renderà di più” nel lavoro o nello sport?
A me sembra follia pura.
Sembra di essere tornati ai tempi delle polemiche sulle ginnaste russ degli anni ’70, che dopo aver trascorso l’infanzia interamente in palestra (e aver vinto tutto il vincibile, ovviamente) finivano tutte in analisi a 16 anni.
Polemiche che forse sarebbero ancor più valide oggi di allora, ma che sono scemate non perché si sia imparato a rispettare i bambini, bensì perché ormai l’abitudine di “intrappolarli” nell’ambito di uno sport è diventata talmente diffusa da essere considerata “normale” (mentre a me continua a sembrare folle).
Solo che i bambini, se non altro, a un certo punto crescono e possono anche mandare a quel paese genitori, allenatori e chi per essi.
Il cane, come al solito, è un soggetto (o un oggetto?) senza voce in capitolo.
Non c’è dubbio che i risultati arrivino, se ‘sto poveraccio esce dal box (o addirittura dal kennel…) solo ed esclusivamente per lavorare/gareggiare: primo, perché ha accumulato una tale quantità di energie che andrà a mille all’ora, pur di sfogarsi finalmente in libertà (o quasi).
Secondo, perché se il cane non vede, sente, conosce niente e nessuno al di là del proprio conduttore, è del tutto ovvio che gli si attacchi tipo cozza e che sia disposto a tutto pur di compiacerlo.
Però NON HA SCELTA! E quindi questo non è un rapporto spontaneo, ma costruito: nè più nè meno di come si “costruiscono” i cani da UD con il collare elettrico.
E a me starebbe anche bene che fossero i “soliti noti” a suggerire queste metodologie: mi sta bene (cioè, non mi sta bene per niente, ma se non altro c’è un po’ di coerenza) che i cani sempre e solo in box ce li tengano i cacciatori (almeno quelli convinti che così “rendano di più”) e tutti coloro che dichiarano apertamente di vedere il cane come un “animale da prestazione”, con il quale può esserci anche un legame affettivo, ma che comunque viene in secondo piano rispetto alla performance.
Sono punti di vista sui quali si può discutere da qui all’eternità (di solito inutilmente, perché chi la pensa così non cambia idea neanche se gli spari), ma se non altro sono chiari e coerenti: nun me ne po’ frega’ de meno che il cane sia felice, mi interessa solo il suo rendimento.
Punto.
Che gli stessi discorsi li facciano persone che sbanfano a destra e a manca di essere gentili e rispettose, di amare i propri cani e di non poter vivere senza di loro… be’, questo no: non mi piace e non lo accetto.
Amare un cane significa, per primissima cosa, rispettarne l’animalità: non significa trasformarlo né in un bambino, né in un partner umano, né in una “macchina da sport” o da lavoro.
Se poi è “da sport” la cosa è ancora più grave, almeno dal mio punto di vista: perché posso concepire che si violenti – almeno un pochino – la natura del cane, e che le sue esigenze vengano messe in secondo piano rispetto a quelle degli umani, quando si tratta di salvare vite (cani da protezione civile, o in senso ancora più spinto cani per la ricerca di esplosivi, che talvolta ci lasciano la pelle al posto degli umani) o di rendere indispensabili servizi sociali (cani guida, cani da assistenza): ma quando si tratta di vincere una coppetta, scusatemi, il pernacchione parte dal cuore.
E sia chiaro che NON sottovaluto l’importanza dello sport nella vita di una cinofilo (o di chiunque altro): sono sempre stata una sportiva, sono stata un’agonista fornita di una cospicua dose di “cattiveria”, ho sempre gareggiato per vincere alla faccia di De Coubertin.
Però, prima con i cavalli (uno dei “miei” due sport è stata l’equitazione, come per un sacco di altri cinofili) e poi con i cani, il rispetto per l’animale doveva essere prioritario: semplicemente perché non è una LORO scelta quella di gareggiare.
Per dire, nell’altro “mio” sport (pattinaggio artistico) io sarei potuta scendere in pista anche con una caviglia farlocca: scelta mia, corpo mio, cavoli miei. Un cavallo o un cane che non fossero al cento per cento della forma, invece, non l’avrei MAI portato in gara.
Ora non voglio dire che l’addestratore in questione – o tutti gli altri che la pensano come lui – portino in gara cani malati, o che non stanno bene fisicamente: per carità. Però rischiano di portare in gara cani malati “psicologicamente”.
Cani violentati (anche se solo in parte) nella loro essenza di animali sociali. Cani che non “scelgono” di darti tutto quello che hanno, ma che sono “costretti” dal fatto, appunto, di non avere scelta.
E tutto questo, per cosa? Per la coppetta?
Permettetemi di alzare un sopracciglio in segno di OIBO’… anche se, non essendo cascata ieri dal pero cinofilo, so benissimo che dire “coppetta” è limitativo, perché vincere in gara significa fare proseliti (leggi: clienti sul tuo campo), significa vendere monte e cuccioli, significa, insomma, un bel giretto di soldi che, per chi della cinofilia fa la sua professione, non sono certo da buttar via. E attenzione, non mi metto neppure a fare discorsi animalisti sullo “sfruttamento economico dei poveri cagnolini tesorucci di mamma loro”, perché questo genere di discorsi non mi piace affatto. Chi lavora – con o senza animali – ha il sacrosanto diritto di avere il suo tornaconto economico: l’amore “per amore”, fine a se stesso, a costo di finire sotto i ponti, non è nelle mie corde (per quanto rispetti coloro che la vedono così…almeno finché non cominciano a far danni, come spesso fanno, ahimé, gli animalisti talebani).
Però cominciano ad esserci TROPPE cose che non tornano, se non sul piano pratico, almeno su quello etico: perché non puoi professarti gentile-buono-rispettoso-appassionato eccetera, e poi: a) manipolare il cane come se fosse un pezzo di Pongo; b) manipolarlo per averne un tornaconto economico; c) proporre la tua metodologia come unica ed universale, anche per cani NON destinati all’agonismo.
Anzi, in realtà, per i primi due punti… potere puoi (e non ti trovo neppure troppo da ridire, sempre che il cane in questione tu non lo prenda a calci nel culo e affini): il punto davvero grave è il punto c), perché non trovo affatto giusto che tu suggerisca questo approccio anche a persone – come l’autrice della nota – che non ti hanno mai detto di voler arrivare al campionato del mondo nella disciplina X o Y, ma che magari sono più interessate al benessere del loro cane che a coppe, risultati e conseguenti soldini.
Quantomeno bisognerebbe prima capire che tipo di persona si ha di fronte ed informarsi sulle sue esigenze, che possono essere completamente diverse dalle tue.
Insomma: ci sono metodologie sulle quali si può discutere, come dicevo sopra, e che possono essere più o meno accettabili a seconda delle situazioni, delle aspirazioni dell’umano e del risultato che si vuole ottenere. Però non sono “generalizzabili” e non le si possono proporre a chiunque abbia un cane, perché comunque sono – e sono parecchio – “coercitive” dal punto di vista psichico, anche quando non lo sono da quello fisico.
Ho più volte citato un esempio (che ho sempre ritenuto allucinante) di metodo “teoricamente” gentile per calmare un cane iperattivo: un’educatrice, infatti, anche lei ad uno stage, aveva legato un cane ad un paletto e aveva chiesto al proprietario di restare immobile ed impassibile mentre l’animale dava di matto, in preda ad una crisi d’ansia, andandolo a rinforzare solo quando si metteva tranquillo.
Il cane, ovviamente, urlava come un pazzo, si “impiccava” (però non aveva il collare a strangolo, quindi andava tutto bene, secondo i gentilisti!), si calmava solo quando era rimasto senza forze e senza fiato…e questo, secondo la guressa in questione, sarebbe stato “gentile” solo perché non andava là a piazzare un calcio nel sedere al cane. A casa mia, invece, questo si chiama maltrattamento bello e buono.
Ecco, nel metodo suggerito nello stage non siamo forse a questi punti, ma ci picchiamo vicino.
Il fatto di non mettere le mani addosso a un cane, o di non utilizzare strumenti che gli causino dolore fisico, non basta per definirsi “gentili” o “rispettosi”: perché il cane è un animale che si realizza, si gratifica, si sente “felice” (se mi passate l’espressione un po’ antropomorficuzza) quando può avere relazioni sociali, quando è libero di gestire il proprio tempo e di fare le proprie scelte, quando lavora perché sente di essere utile al “branco” e non al singolo, anche se questo singolo è il suo Dio personale.
Un cane gestito con un metodo “stai chiuso il box finché non posso dedicarti il 100% del mio tempo”, a mio avviso, è un cane a cui manca almeno il 70% di ciò che lo rende “cane”.
Potrà anche dare risultati migliori, non dico di no: però, se vuoi consigliare metodi di questo tipo, devi avere la correttezza e l’onestà intellettuale di premettere: “Se non te ne frega una cippa del cane, ma ti interessa il risultato X, fai così”.
Se invece premetti “Se ami il tuo cane, hai passione per la cinofilia sportiva, vuoi essere gentile e rispettoso”… allora, quando consigli di fare così, sei un filino ipocrita.
Ribadisco e sottolineo: non sto dicendo che un cane gestito in questo modo sia per forza “infelice”: ma non sono infelici neppure i bambini che stanno in palestra o in piscina dalle 7 del mattino alle 8 di sera. Semplicemente, non conoscono altri modi di vivere e si fanno andar bene quello.
Però, se a sedici anni finiscono in analisi (e, peggio ancora, se la percentuale di droga e di suicidi tra gli atleti è impressionantemente alta) forse qualche domanda vale la pena di farsela.
Ovviamente l’addestratore interessato, qualora mi legga e visto che, in tal caso, sicuramente si riconoscerà, ha ampio diritto di replica.