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Sì, però… i cani non sono tutti uguali!

Ogni volta che leggo (o che finisco invischiata – ovvero quasi sempre) nelle ormai classicissime “risse da web” tra gentilisti, tradizionalisti, olistici, psicoetocinofili e via cantando, o che vedo i video in cui il “guru” di turno risolve il problema X con il metodo Y,  proclamando o sottintendendo che il metodo Y serva sempre e comunque per qualsiasi cane,  mi capita di pensare: “Sì, ti vorrei vedere con un Rottweiler”.
Più raramente penso “Sì, ti vorrei vedere con un Cavalier”, ma solo perché i violenti-coercitivi-menacani solitamente non parlano dei loro metodi sul web: quelli menano e basta, senza tante disquisizioni accademiche.
Fino ad oggi ho incontrato solo un caso di coercitivo-violento che non solo era convintissimo delle sue teorie, ma le difendeva a spada tratta anche in pubblico: era il frequentatore di un NG cinofilo e il suo nick era Kappas, ma ormai lo chiamavamo tutti BdB, acronimo per “blu di botte”. Infatti la sua frase preferita era proprio: “se la mia cagna si comporta così, la faccio blu di botte!”
Non ho mai saputo chi fosse o cosa facesse questo personaggio nella vita reale: ma so che ai tempi aveva una femmina di amstaff. E questo (oltre alla quasi-certezza che sul newsgroup il tipo provocasse e che poi razzolasse in modo assai diverso da come predicava) mi faceva stare un po’ meno in ansia.
Se avesse avuto, che so, un collie, penso che sarei partita a cercarlo per tutta Italia, con la precisa intenzione di fare BdB lui.
Mi stanno forse sulle scatole gli amstaff? Ovviamente no: anzi, i terrier di tipo bull sono cani che amo perfino un po’ più della media.
Perché, allora, questo mio disinteresse per la sorte della povera cagnolina, e perché dico che mi sarei incazzata il triplo se si fosse trattato di un’altra razza?
Solo perché – udite udite – i cani non sono tutti uguali.

Perché “il cane” in generale non esiste più di quanto non esistano “il bambino” o “l’adolescente” visti come entità sistemiche.
Se però bambini e adolescenti sono solo individui singoli, quasi impossibili da considerare come “gruppi” (per questo non mi sono mai sognata di comprare libri del tipo “Come educare il proprio figlio”: perché per me avrebbe avuto senso solo un libro che si chiamasse “come educare Davide Beltrame”, ovvero lo specifico figlio MIO)…per quanto riguarda i cani, qualche generalizzazione in più si può fare.
“Qualche”, sia chiaro: perché l’individualità poi la fa sempre da padrona.
Però, tornando all’esempio del BdB, a farmi soffrire un po’ meno era il fatto che i terrier di tipo bull hanno tutti una tempra altissima e una soglia del dolore altrettanto alta.
Questo non è certo un buon motivo per farli “blu di botte”…ma se lo stesso atteggiamento violento e coercitivo lo si applicasse a un border collie, nel giro di due mesi avresti un cane completamente rovinato, terrorizzato, infelice.
Un amstaff, al contrario, dopo che l’hai menato si dà una scrollatina, pensa “hai finito?” e torna a farsi i fattacci suoi. Se la prende proprio male si chiude, si offende, tiene i musi: ma “disfargli” il carattere è proprio difficilissimo.

Le differenze, ovviamente, non stanno tutte qua.
I cani sono diversi per tempra, per combattività, per socialità, per tutte le classiche (e meno classiche) caratteristiche caratteriali: e i cani di razza pura, se bene allevati, devono avere proprio le caratteristiche richieste dal loro Standard (altrimenti si sarebbe sbagliata clamorosamente la selezione).
L’amstaff deve avere tempra durissima, il dobermann deve essere ipersensibile, il pastore belga deve essere nevrile, il bulldog deve essere impassibile…e così via.

Come si fa, quindi, a parlare di un generico “cane”, quando esistono più di trecento razze diverse, più tutto il variegatissimo mondo dei meticci?
In realtà, in parte,  si può (tant’è vero che lo faccio anch’io, in continuazione), solo perché “il cane” – qualsiasi sia stata la selezione umana effettuata su di lui – ha ancora una buona parte di DNA “naturale”, che gli arriva, se non proprio dal lupo, sicuramente da quell’anello di congiunzione che io ho sempre chiamato, per praticità, “lupcane”, e che è stato probabilmente l’animale che ha incontrato per la prima volta l’uomo in tempi preistorici ed ha instaurato un rapporto sociale con lui.
D’altronde anche noi umani abbiamo comportamenti e reazioni “naturali” che possiamo ritrovare pari pari nei primati dai quali presumibilmente discendiamo: noi ci illudiamo di essere tanto superiori, ma diversi esperimenti scientifici hanno dimostrato che in alcune situazioni le nostre reazioni istintive sono assolutamente sovrapponibili a quelle dei primati…e in alcuni casi anche a quelle dei ratti, che hanno un genoma molto simile a quello dell’uomo (un esempio a caso: la convivenza di troppi individui in uno spazio limitato causa stress ed  aumento dell’aggressività intraspecifica nell’uomo, esattamente come nel ratto).

In realtà la selezione umana sul cane ha compiuto solo modifiche “di superficie”: una vera e propria mutazione genetica richiede tempi infinitamente più lunghi  (ammesso e non concesso che sapessimo come farla).
Il DNA del cane, quindi, è ancora assimilabile a quello dei suoi antenati e lo induce ad una serie di comportamenti, azioni e reazioni istintive che più o meno si equivalgono in ogni individuo.
Per questo, entro certi limiti, possiamo parlare del “cane” in generale, così come possiamo parlare “dei bambini” in generale: ma se ci fermassimo lì e non considerassimo ANCHE le individualità (e, nel caso del cane, le caratteristiche di gruppo-razza), faremmo sempre e solo discorsi monchi.

Venendo a qualche esempio pratico:  uno dei motivi per cui spesso mi ritrovo a pensare “ti vorrei vede’ con un Rottweiler incazzoso” è, per esempio, il tipico consiglio gentilista di ignorare le attività sgradite, che è poi un esempio tipico della famosa (e non compresa dai più) “punizione negativa”.
Tu fai qualcosa che non mi piace? Io cerco di evitare che tu ripeta il comportamento (=punizione) sottraendoti (=segno negativo) la mia attenzione.
Mi giro dall’altra parte. Ti ignoro. Non ti dò confidenza.
Funziona? Ma sì: funziona benissimo.
Se provate ad ignorare il cane che vi salta addosso per farvi le feste, voltandogli le spalle e non filandovelo di pezza, dopo i primi reiterati assalti vedrete che il cane comincia a ragionarci sopra, a capire che così non sta raggiungendo il suo scopo e a cercare soluzioni alternative.
Magari ne sceglie una altrettanto sgradita  (per esempio, mettersi ad abbaiare come un pazzo): ma alla fine è molto probabile che si sieda in attesa, comportamento che verrà immediatamente premiato dalle nostre carezze, dal gioco o comunque della nostra ritrovata attenzione: così noi avremo “aggiunto” qualcosa (=segno positivo) per ottenere che lui ripeta quel comportamento (=rinforzo).
Tutto perfetto, sulla carta.
Ora, però, ditemi se tutto questo vi sembra praticabile qualora il comportamento sgradito sia quello del famoso rottweiler incazzato che  sta saltando alla gola della zia in visita.
Lo ignoriamo? Gli voltiamo le spalle? Aspettiamo che si metta tranquillo per poi dargli il bocconcino?
Probabilmente funzionerebbe, alla lunga: ma io vorrei capire, nel frattempo, cosa ne pensa la zia.

Il fatto che è molti educatori e/o cinofilosofi danno l’idea di avere avuto sempre e solo a che fare con innocui e paciosi cucciolotti di golden o border collie (ammesso poi che abbiano avuto a che fare con qualche cane in carne ed ossa): sarà che personalmente, invece, ho avuto più che altro a che fare con la tipologia esattamente opposta (cani problematici, spesso aggressivi e quasi sempre di grossa taglia), il che  probabilmente mi condiziona… ma a volte mi vengono davvero i brividi al pensiero dei risultati che si potrebbero ottenere con certi metodi applicati nel momento sbagliato e sul cane sbagliato.
Altro esempio:ogni due per tre mi capita di discutere – per non dire “litigare!” – sull’annoso problema del collare a strangolo, che io non ho MAI usato per strattonare né tantomeno per strangolare, ma che continuo ad utilizzare perché è comodo, rispetta il pelo e mi dà maggior sicurezza di un collare fisso. Infatti,  in caso di scarto brusco del cane all’indietro, non si sfila.
Bene: uno dei miei recenti “nemici” (in realtà non so manco chi sia, ma mi dicono che se la prende con i miei articoli su vari forum) ha criticato un pezzo neppure mio, ma ospitato su questo sito (e che comunque condivido) sul collare a strangolo.
Sono andata a vedere: e in calce alla sua critica (che diceva più o meno così: “ahah, la scema sostiene che il collare a strangolo serva perché il cane non se lo sfila! Ahah!”)  ho letto questo commento: “Ma perché mai un cane dovrebbe volersi sfilare il collare?!?
Oh, my god (anzi: oh, my dog)!
Chiunque abbia scritto questa frase, evidentemente, non sa cosa sia un cane: perché tutti i cani del mondo, prima o poi, trovano un buon motivo per fare un salto all’indietro (il che li porta a sfilarsi il collare, a meno che non sia stretto a mo’ di garrota, cosa che però fa sentire assolutamente in pace con la coscienza i buonisti, perché “non è a strangolo”).
Può essere il tubo di scappamento che gli scoppietta in faccia; può essere l’altro cane che gli abbaia furibondo; può essere il sacchetto di nylon che svolazza all’improvviso.

Un qualsiasi evento che spaventi il cane “dal davanti” lo porta balzare indietro: succede ai cani come succede agli umani, e non c’entra nulla il tipo di rapporto che abbiamo con loro, né tantomeno la “volontà” di sfilarsi il collare.
E’ una reazione istintiva, e in un mondo zeppo di stimoli come il nostro è quasi inevitabile che prima o poi ne arrivi uno di questo tipo.
Solo che, quando arriva, se il cane indossa un collare a strangolo non va da nessuna parte: se indossa un collare fisso (non a garrota), esce dal collare… e magari finisce dritto sotto una macchina.
Sempre e comunque? NO.
Un bulldog inglese, con la capoccia che si ritrova, il collare non se lo sfila (a meno che non sia uno pneumatico da camion).
Un mastino napoletano, neppure.
Un border collie invece sì, un pastore tedesco pure, un bassotto non ne parliamo. Più è piatto il cranio e più è sottile il muso, più velocemente ci ritroveremo con collare e guinzaglio in mano, mentre il cane corre lontano dal presunto pericolo (e magari va a finire sotto una macchina).
Anche in questo caso, dipende: dalla razza, dalla conformazione, dal carattere (perché un cane che non ha paura di niente, ovviamente, non scappa indietro ma semmai si fionda in avanti, ad affrontare il pericolo).

E visto che abbiamo parlato di guinzagli, parliamo anche della  pettorina, altro strumento portato in palmo di mano dai buonisti perché con quella non hai molto modo di causare danni alla trachea del cane (ai gomiti invece sì, alle ghiandole ascellari anche – se usi la pettorina sbagliata – alla schiena invece sì, se sollevi il cane in continuazione come fanno le Sciuremarie con i loro cagnolini da mezzo chilo: ma di questo non si parla mai, perché la tendenza della cinofilia moderna NON è quella di insegnare come si usano correttamente gli strumenti, bensì quella di criminalizzarne alcuni e di osannarne altri, a prescindere dall’uso che poi se ne farà in pratica. Non per niente non leggo MAI scritto, da nessuna parte,  che col collare a strangolo spacchi il collo del cane solo se glielo metti AL CONTRARIO. Probabilmente i buonisti neppure sanno che esiste un verso giusto e un verso sbagliato per metterlo al cane).
Dicevamo: la pettorina sembrerebbe dare sicurezza tanto come il collare a strangolo. Il cane può saltare in avanti, indietro, di lato o dove cavolo gli pare, ma non se la sfila perché è imbragato come una mortadella.
Sicuri? Ma proprio sicuri-sicuri?
Purtroppo non posso più presentarvi la mia boxer Rhumba, passata a miglior vita ormai da più di trent’anni: ma credetemi sulla parola, vi prego, quando vi dico che, se non l’avessi già chiamata Rhumba (per il modo in cui “ballava” quando faceva le feste), l’avrei probabilmente chiamata Houdini quando scoprii che non c’era pettorina al mondo capace di contenerla.
Io, ripeto, NON uso le pettorine, odio le pettorine, rifuggo le pettorine: però, in alcuni casi, ho dovuto usarle.
Ho usato, ovviamente, le imbragature per i miei husky (non si può certo far trainare un cane legandolo per il collo) e ho usato le pettorine per il lavoro preparatorio agli attacchi con tutti i cani da difesa, miei e altrui, con i quali ho lavorato.
Bene: i boxer, se decidono di farlo, dalle pettorine ESCONO in cinque secondi netti.
E non solo Rhumba (che era un caso patologico), ma quasi tutti: perché sono cani che, quando si eccitano, si divincolano in un modo che non trova alcun paragone con nessun’altra razza.
Ma non solo riescono a sfilarsi le imbragature: riescono anche a farsi finire dietro ai gomiti le tanto decantate pettorine “ad H”, quelle che in teoria non dovrebbero MAI dare problemi di sfregamento né insegnare al cane a camminare con i gomiti larghi, perché i gomiti non li toccano… a meno che tu non abbia un boxer, ovviamente.

La cosa vale anche per il lato etologico: spesso parliamo (sottoscritta ampiamente compresa) di gerarchie o non gerarchie, di dominanza o mica dominanza… dimenticando, ancora una volta, che generalizzare è impossibile.
Quando io scrivo che per “i cani” le gerarchie funzionano in un certo modo, penso soprattutto a quelli che ho avuto io e che ho avuto modo di osservare io:  quasi tutti molto “lupini” e primitivi. Ma se poi penso a certi “branchi” che ho conosciuto, per esempio di Cavalier o di Carlini, devo riconoscere che i comportamenti sono estremamente diversi: è vero che di base ci sono gli stessi impulsi e gli stessi istinti, ma le applicazioni pratiche sono lontane anni luce le une dalle altre.
Vuoi far convivere dieci o venti cavalier, di entrambi i sessi? Li sbatti in un prato tutti insieme, e aspetti. Sentirai  magari qualche ringhiotto, vedrai qualcuno che va a leccare il musino a qualcun altro, qualche giovane che spancia di fronte a un adulto…ma tempo dieci minuti giocheranno tutti insieme.
Prova a fare la stessa cosa non dico con dieci pitbull, ma anche solo con dieci pastori tedeschi: non è escluso che dopo un po’ fili tutto liscio anche lì…ma prima di vederli giocare tutti insieme dovrai passare un paio d’ore dal veterinario ad aspettare che abbia messo tutti i punti e ricucito tutti gli sbreghi.

Potrei andare avanti per ore, ma mi sembra che il concetto ormai sia abbastanza chiaro: “il cane” generico esiste e se ne può parlare quando si fanno, appunto, discorsi generici.
Se però si va nello specifico, che si parli di un metodo di lavoro o di uno strumento, diventa davvero difficile generalizzare e si dovrebbe sempre parlare almeno della razza X, visto che è ovviamente impossibile – anche se sarebbe l’ideale – parlare di ogni soggetto singolarmente.
Che poi la cinofilosofia possa essere universale, mi sta bene: io continuo a sentirmi dire che “non capisco” o che “non apprezzo” la zooantropologia, ma non è affatto così. La capisco e la apprezzo pure…finché rimane sul piano accademico.
Mi preoccupa, invece, il fatto che non abbia applicazioni pratiche dirette, che non sia mai stata tradotta in un metodo di lavoro vero e proprio e che quindi, alla fine, i suoi seguaci vadano ad attingere ad altri metodi (tipo il solito “metodo gentile”, inteso come metodo basato sul condizionamento operante che esclude la punizione positiva) che hanno tanto di buono, ma anche tanto di preoccupante (vedi esempio del rottweiler incazzoso), proprio perché spesso non prendono neppure in considerazione il fatto che i cani non siano tutti uguali.
E soprattutto che i cani NON siano tutti cucciolotti che approcciamo da zero, plasmandoli a nostro uso e consumo: perché con i cuccioli è sempre tutto facile… ma poi i cuccioli crescono, e allora ti arrivano millemila email che dicono “aiuto! Il mio akita ha fatto il corso puppy, è stato socializzato moltissimo, è sempre andato d’accordo con tutti: ma adesso ha un anno e mezzo…e ieri, al parchetto, un altro maschio l’ha attaccato… e il mio, se non glielo toglievo di sotto,  lo ammazzava! Che devo fare?”

La mia risposta, che immancabilmente delude il mio interlocutore, è sempre questa: “Smetti di andare al parchetto”.
Risposta che non soddisfa mai, ma che sinceramente mi pare l’unica possibile.
Se volevi  un cane pacioso e amichevole anche con gli altri maschi per tutta la vita, tesoro mio, dovevi scegliere un’altra razza. Se ti vai a prendere un cane samurai, selezionato per secoli come cane da combattimento, come fai poi ad aspettarti che non reagisca alle provocazioni?
Per carità, ci sono eccezioni anche qui: esistono akita, ma anche pit bull, che anche da adulti giocano con tutti e che, se vengono attaccati, reagiscono con calma zen. Però sono, appunto, eccezioni: e per quanto possa sembrare un’eresia, a me vien pure da pensare che siano cani non troppo ben selezionati, visto che le caratteristiche di quelle razze sono ben altre.
Il fatto è che gli umani dovrebbero pensarci, al fatto che i cani non siano tutti uguali: e sceglierli in base alle proprie esigenze, al tipo di vita che si fa e che si vorrebbe fare con loro.
Invece no: spesso si sceglie solo in base all’aspetto fisico, o alla moda del momento (giusto l’Akita è sempre stato un cane per pochi eletti: poi è arrivato il film con Richard Gere, Hachiko, e adesso ci sono in giro quasi più Akita che Labrador)…e poi ci si lamenta se il cane si comporta secondo lo standard della propria razza e fa esattamente le cose per cui è stato selezionato.
Gli umani di Akita piangono perché si mena, gli umani di Beagle mugugnano perché il loro cucciolo non obbedisce a bacchetta, gli umani di Volpino si disperano perché il loro cane abbaia. Ma pensarci prima, magari?
Leggersi qualcosina sulla razza, prima di portarsi a casa il cucciolo?
Se a tutto questo aggiungiamo poi il cinofilosofo che dice le stesse identiche cose all’umano  Beagle-munito e a quello Dogo-munito, ecco che la vita si complica ulteriormente.
Ma invece di provare a spiegare al grande pubblico che i cani non sono tutti uguali, tentando anche di far sì che l’umano giusto scelga il cane giusto per lui, noi esperti cinofili preferiamo passare il tempo a scannarci tra noi per stabilire se il collare così sia più moralmente accettabile del collare cosà, o se la cinofilosofia di Tizio sia più etica di quella di Caio.
Vien da pensare che “noi”, sì, siamo davvero tutti uguali: tutti scemi.