di VALERIA ROSSI – PREMESSA: “vista da me” non significa, ovviamente, che questa sia una storia inventata o “interpretata” solo dal mio punto di vista. Significa che è il modo in cui l’ho vissuta e in cui l’ho “sentita” io: perché, oltre alla cronistoria dei fatti, scriverò anche quelle che sono state le mie personali sensazioni in merito. Chiunque avesse una visione diversa della storia ha ampio diritto di replica.
Anni 2000 (seconda parte)
Ho scritto, in una delle puntate precedenti di questa serie, come io avessi clamorosamente sbagliato valutazione su Roberto Marchesini, ritenendo che col suo linguaggio iper-forbito e con la sua zooantropologia (validissima sul piano teorico, ma priva di applicazioni pratiche), avrebbe fatto poca strada.
Evidentemente non ci ho azzeccato neanche un po’, visto che Marchesini è oggi conosciuto e osannato ovunque: ma quello che non avevo considerato era il fatto che lui potesse prendere una strada diversa dal solito “avvicinamento alle Sciuremarie” (quello che ho scelto io trent’anni fa, dopo aver mollato l’agonismo per incompatibilità, e che quindi presuntuosamente ritenevo il solo ed unico praticabile).
Invece Marchesini ebbe l’idea – geniale – di prendere una strada totalmente diversa, passando per l’ambiente accademico e per quello istituzionale: si rivolse, insomma, a persone che, per loro formazione culturale e mentale, il suo tipo di linguaggio l’avrebbero pienamente apprezzato. Dopodiché furono proprio queste persone e queste istituzioni a dargli quelle referenze e quella credibilità che, unita al suo personale ed innegabile carisma, lo fecero passare dall’iniziale ruolo di “quello che fa la supercazzola per spiegare le stesse cose che diciamo noi da trent’anni” (per il quale veniva anche un po’ preso in giro dal comparto cinotecnico), a quello di “Sommo Maestro che parla difficile perché esprime concetti aulici che bisogna studiare a fondo, prima di ambire solo lontanamente a capire” (per il quale oggi viene anche molto invidiato dal comparto cinotecnico, perché è innegabile che lui abbia avuto un successo che noi non ci siamo mai sognati).
Marchesini divenne, dunque, il primo Guru cinofilo dell’era moderna; la sua zooantropologia divenne la Bibbia della cinofilia (accademica)… e solo a quel punto lui aprì le porte alle Sciuremarie, che accorsero a frotte a farsi illuminare dal Sommo, già diventato famoso e già in grado di sciorinare attestazioni a cui tutte bramavano.
Che dire? Tanto di cappello.
Ma sul serio, eh! Ho sempre provato una sincera ammirazione per una persona che, pur senza aver scoperto né inventato nulla (anche se gli va riconosciuto il merito di aver personalizzato e riadattato in modo molto professionale le teorie – altrui – da cui è partito e di averle applicate in modo specifico alla cinofilia) e senza avere mai educato/addestrato cani, è riuscito a costruirsi un impero nel mondo cinofilo e a fare – almeno a quanto mi dicono: io i conti in tasca non glieli ho mai fatti – una palata di soldi.
BRAVO! Glielo dico di cuore, anche se qualche maligno penserà che sono sarcastica-ironica-acida.
Invece no. Giuro.
A Marchesini riconosco davvero un sacco di meriti, anche perché:
a) è riuscito a dare una diffusione pazzesca – più di chiunque altro l’avesse preceduto – ad un discorso realmente importante, quello del rapporto collaborativo e non più “di sfruttamento” del cane. E di una diffusione capillare di questo concetto c’era sicuramente bisogno. Molti di noi addestratori lo portavano avanti da trent’anni, gli animalisti probabilmente da cento…ma nessuno era mai riuscito a diffonderlo come ha fatto lui;
b) non ha rubato niente a nessuno. I suoi corsi saranno anche carissimi, ma non mi sembra che ti punti la pistola addosso per farteli seguire.
Quindi, ripeto: onore al merito, sinceramente… almeno finché le cose sono rimaste nell’ambito del teorico-filosofico-accademico-bibliografico. Che andava benissimo.
Il motivo per cui non soltanto io non mi sono mai accodata al carro dell’antropologia, del CZ eccetera eccetera è che, purtroppo, le cose non si sono fermate lì.
Dall’approccio (che è teorico per sua stessa definizione) si è voluti passare all’applicazione pratica… che una filosofia, sempre per definizione, non può proprio avere.
La filosofia, quando (e se) vuole passare sul piano dell’ottenimento dei risultati concreti, deve per forza trasformarsi in “metodo”: inteso come insieme di regole, tecniche, strumenti.
Quindi, a questo punto, si sarebbero dovuti effettivamente creare strumenti e tecniche ad hoc: ma la cosa risultava davvero difficile, un po’ perché in campo cinofilo è già stato esplorato praticamente tutto l’esplorabile (nel bene e nel male)…e un po’ perché, per riuscirci, ci sarebbe voluta proprio quell’esperienza pratica che, in questo caso, mancava.
C’era quandi una sola possibilità per arrivare a quella che viene chiamata “zooantropologia applicata”: attingere ai metodi già esistenti.
E qui, purtroppo, è un po’ cascato l’asino.
Perché dopo aver insultato per anni gli addestratori, peraltro senza sapere nulla del percorso che almeno i più “illuminati” tra loro avevano seguito (perché qualcun altro invece i passi li ha fatti, semmai, al contrario… ma di questo parleremo tra poco), la scuola CZ non ha mai neppure pensato di affiancarsi al comparto cinotecnico.
Si è buttata invece a pesce sulle tecniche dei gentilisti… pur dissociandosi dalla loro filosofia, che indicavano come neo-behaviorista tout court (anche se in realtà il gentle training non era proprio “solo” questo).
Insomma, usavano le stesse tecniche che in realtà consideravano sorpassate o, nella migliore delle ipotesi, limitate e limitative.
Appare evidente a chiunque come gentle training e approccio CZ siano in contrasto, perché l’uno è basato sul condizionamento e l’altro sul cognitivismo; l’uno sul comportamento e l’altro sulle competenze.
Questi due mondi avevano una sola cosa in comune: l’avversione per l'”addestramento” (a meno che, ovviamente, non ci fosse di mezzo il bollino Chiquit… pardon, ENCI): ma sotto sotto (e se leggete un po’ cosa si dicono sui forum, su FB ecc…anche “sopra-sopra”), non si sono mai piaciuti granché a vicenda.
Ovviamente ne è scaturita una confusione totale e sono emersi tutti i limiti di cui parlerò in un articolo a parte.
Un discorso completo sul mondo cinofilo odierno richiederebbe “almeno” un libro intero…altro che una mezza puntata.
Cercherò, comunque, di sintetizzare più che posso gli ultimi sviluppi.
Dall’iniziale gruppone degli zooantropologi prima, e dei CZ poi, si sono differenziate alcune “correnti”: qualcuno ha preso proprio le distanze dalla “casa madre”, inventandosi nuovi nomi e in alcuni casi nuove terminologie (anche se la filosofia di base, spogliata dagli orpelli, resta la stessa); qualcun altro si è staccato, sì, ma senza prendere affatto le distanze e riconoscendo la propria appartenenza al “marchesinismo”.
Oggi come oggi, in linea di massima, si può dire che le scuole più conosciute siano:
La SIUA, che fa capo a Roberto Marchesini: si definisce “scuola di interazione uomo-animale” (in realtà, per quanto ne so, si parla solo di “uomo-cane”), fa zooantropologia pura, suddivisa in “didattica” e “assistenziale” e organizza corsi per educatori cinofili.
ThinkDog, che fa capo ad Angelo Vaira: si definisce “scuola di zooantropologia applicata” e organizza corsi per educatori cinofili.
Esistono altre realtà che fanno capo ad un singolo personaggio (alcune decisamente “settarie”, altre un po’ meno), ma non sono né conosciute, né “potenti” come queste due, quindi non sto a citarle tutte. Tutte, comunque, organizzano (indovinate un po?) corsi per educatori cinofili.
Poi ci sono le varie associazioni che non hanno una sola figura di riferimento (insomma, sono sprovviste di guru!), ma hanno un normale consiglio direttivo (che cambia più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi)… e non si sa bene cosa facciano, nel senso che un vero e proprio “programma” è difficile identificarlo. Però fanno tutte corsi per educatori cinofili.
L’APNEC, essendo la più “vecchia”, è partita come associazione di “educatori” (contrapposti agli “addestratori”) che intendeva formare, aggiornare e anche controllare tutto il comparto, diciamo così, “gentilista”.
In realtà avrebbe potuto/dovuto essere l’alternativa all’ENCI che, dopotutto, aveva scelto di essere fin dalla sua nascita: ma in Italia, si sa (in tutti i campi, e non solo in questo: ragion per cui è ridicolo pensare che la politica nel nostro Paese possa limitarsi al bipolarismo) c’è una sfrenata mania di protagonismo, comprensiva di convinzione di essere più bravi degli altri, che impedisce nove volte su dieci qualsiasi cooperativismo/collaborazione, mentre spinge a creare millemila gruppuscoli – a volte insignificanti – laddove potrebbe esistere un’unica forza che tra l’altro, in ogni campo, potrebbe assumere un notevole potere contrattuale.
Per questo motivo, dopo l’APNEC, sono nate le varie alternative (CSEN, FICCS e tutte le altre già citate nella scorsa puntata, più forse qualcuna che mi è sfuggita), che in parte si sono limitate a cavalcare l’onda (con un atteggiamento tipo: “i corsi per educatori cinofili tirano? Facciamo corsi per educatori cinofili… a proposito, qualcuno sa cosa vuol dire?”), ma in parte hanno creato anche strutture funzionali, programmi interessanti e così via.
Nessuna di queste ha oggi, sul grande pubblico dei neofiti, lo stesso impatto di SIUA e Thinkdog, che nel frattempo si sono creati due capillari reti nazionali.
Una domanda interessante è la seguente: COME le hanno potute creare?
Ricordiamo che di “gente che lavorava con i cani”, fino a un decennio fa, ce n’era veramente poca: i “vecchi”, quelli realmente esperti, erano ovviamente tutti addestratori. I più “nuovi” erano i gentilisti, ma non è che il mondo ne pullulasse.
Quando il settore “educazione cinofila” è esploso in modo così prorompente, tutti questi Club, associazioni eccetera – e intendo proprio tutti, dal primo all’ultimo – hanno avuto il problema di trovare docenti credibili: perché in realtà, di gente con un po’ di esperienza reale, ce n’era – ad essere ottimisti – un centesimo di quella che sarebbe servita per coprire tutto il comparto “insegnamento”.
La risposta fu, ovviamente, quello di auto-formarsi docenti, istruttori e altre figure dalla variegata terminologia (referee, tutor ecc.), spesso “costruiti” nel giro di un paio d’anni (e si può immaginare con quale esperienza pratica).
Per esempio, sul sito della SIUA, si legge chiaramente che l’educatore cinofilo “al termine del percorso può diventare un Referee SIUA ed entrare a lavorare nel mondo SIUA come Tutor o realizzando progetti territoriali”.
Un po’ come il riciclo dell’aria nei condizionatori delle auto, insomma: gruppi chiusi che si auto-accreditano e accreditano nuove figure sempre “costruite” all’interno del gruppo, senza la minima interferenza e senza il minimo controllo esterno, visto che non esiste alcuna regolamentazione ufficiale per questo comparto.
In pratica, a nessuno è dato di sapere se il suo docente (che paga fior di euro) ha lavorato per trent’anni con i cani o se è uscito fresco fresco dal corso dell’anno precedente!
Questa è una delle cose che lasciano perplessi (per usare un eufemismo) i professionisti che, appunto, lavorano magari da trent’anni e continuano a vedersi esclusivamente additare come “i cattivi” da persone che magari hanno incontrato il primo cane sei mesi prima e a cui nessuno, fino a prova contraria, ha mai conferito il potere di giudicare e condannare.
Se lo sono dati da soli, e tanto dovrebbe bastare… sempre secondo loro, ovviamente.
Ciliegina sulla torta: tutti i cinofilosofi-buonisti si sono resi conto molto presto che non avevano né la preparazione, né le competenze, né l’esperienza necessaria ad affrontare alcune problematiche della cinofilia, che in parte contribuivano anche a creare senza neppure accorgersene (ma di questo parlerò in un articolo a parte): prima fra tutte quella dei cani aggressivi.
Che fare, allora, per non rischiare di dover dire: “Questo problema non sono in grado di affrontarlo”, che faceva una brutta impressione da parte di chi si presentava come Santone capace di rivoluzionare il mondo?
Semplice: si è creata una bella cordata tra educatori e veterinari comportamentalisti, altro comparto nato negli ultimi vent’anni e che ha avuto il suo boom negli ultimi dieci.
Anche questi veterinari, poveracci, sono spesso persone che i problemi comportamentali dei cani li hanno incontrati solo sui libri, visto che il loro percorso di studi contemplava la medicina (per la quale comprendeva, giustamente, anche un tirocinio pratico) e non la psicologia.
Quindi, di fatto – e con veramente poche eccezioni, anche se per fortuna ne esistono – un cane aggressivo non sanno da che parte prenderlo e in moltissimi casi ne hanno pure paura.
Ma pensate che si siano preoccupati per questo?
Figuriamoci!
C’era pronta la soluzione ideale: gli psicofarmaci! Con immensa gioia, ovviamente, delle immense e potentissime lobby farmaceutiche.
Così oggi abbiamo un vero sproposito di cani con problemi comportamentali che sarebbero risolvibilissimi (qualora finissero in mano a un vero conoscitore della specie e della razza) e che invece passano la vita intera rimbambiti da pillole e pasticche varie.
E se poi queste non bastano… c’è sempre l’eutanasia.
Tant’è che, sull’onda delle aberranti abitudini americane (laddove si fanno test assolutamente ridicoli per valutare la “pericolosità” di un cane prima di decidere se darlo in adozione o mandarlo a morire) si stanno facendo vere e proprie stragi – alcune silenziose, ovvero coperte da omertà: altre meno, perché ogni tanto qualche volontario si incazza e si fa sentire – nei canili e non solo. Infatti anche moltissimi cani di proprietà vengono soppressi grazie al fatto che la legge che vieterebbe l’uccisione di cani sani (281/91) presenta una pericolosissima deroga: ovvero consente di poter sopprimere i cani “gravemente malati, incurabili o di comprovata pericolosita’”.
Comprovata da chi? Dal veterinario, ovviamente (uno qualsiasi: anche se nulla sa di psicologia e di comportamento canino).
Et voilà, il gioco è fatto.
Per questo, personalmente, pur non avendo proprio nulla contro la zooantropologia e il cognitivismo in se stessi, ritengo che il loro trasferimento sul piano pratico senza averne le necessarie competenze sia stato un vero e proprio “abuso di potere” (e spesso anche di credulità popolare). E il motivo sono le centinaia (o forse migliaia) di cani imbottiti di psicofarmaci, oppure morti ammazzati, per colpa della presunzione di chi non ha avuto l’onestà intellettuale di fermarsi all’interno dei suoi limiti di competenza.
Ma in tutto questo, gli “addestratori” che fanno? Esistono ancora? E come si comportano?
Intanto diciamo che sì, esistere esistono: ma non avendo mai sentito l’esigenza di creare corporazioni e tantomeno “sette religiose” (anche perché pensavano che il loro rappresentante ufficiale dovesse essere l’ENCI, che invece si è lasciato scappare completamente le situazione di mano), si sono ritrovati di punto in bianco isolati come naufraghi in un mare in tempesta, ognuno sulla propria zatterina privata, con tutte le navi di passaggio che invece di andarli a salvare gli urlavano: “Annega pure, ignobile maltrattatore di cani!”
L’ingiustizia di questa situazione sembrerebbe palese: purtroppo, a rovinarmi platealmente l’arringa in difesa degli addestratori, ci pensa una parte del comparto agonistico.
Breve spiegazione: intanto che esplodeva il fenomeno del gentilismo (prima) e delle cinofilosofie (poi), gli addestratori di scuola tedesca non è che restassero chiusi sull’Aventino a continuare a fare ciò che avevano sempre fatto.
Un sacco, ma veramente un sacco di queste persone si è letto tutto il leggibile, si è informato su tutti i nuovi studi e così via.
Ovviamente, essendo noi vera “gente di cani”, che PRIMA si era smazzata sui campi facendi esperienza pratica e POI si era accostata alla teoria, era molto facile distinguere il grano dalla pula. Per me, che oltre ad addestrare allevavo e mi interessavo da sempre di etologia, era ancora più facile: perché erano direttamente i miei cani a dirmi: “Ahahah! Ma cosa si è fumato, questo?!”, oppure “Sì, guarda, questo è proprio vero!”.
Ma anche per chi addestrava senza allevare la divisione tra il credibile, le palle e il marketing era sicuramente più agevole che non per il cinofilo intellettualmente vergine, a cui si poteva raccontare qualsiasi favola gustificandola semplicemente con: “l’ha scritto Tizio” o “risulta da uno studio di Caio” (laddove Tizio e Caio dovevano essere rigorosamente stranieri ed erano, molto spesso, altri accademici che i cani li avevano conosciuti solo sui libri).
A pochi, ma proprio a pochissimi “aspiranti cinofili” sorse il dubbio che Tizio o Caio potessero raccontare fregnacce, o semplicemente rigirare frittate vecchie di cent’anni (com’era in moltissimi casi) usando soltanto nomi diversi.
Resta il fatto che, con la capillare diffusione della teoria zooantropologica chi (come me) aveva sempre e solo usato non “metodi” , ma “modi” gentili e rispettosi del cane, continuò esattamente come prima: ma molti ex “brutaloni”, che un tempo erano stati davvero assai coercitivi, modificarono parecchio la loro visione del cane.
In realtà molti di essi – come ho spiegato nelle puntate precedenti – si resero poi conto che continuando a definirsi “addestratori” (anche se “addestravano” magari cani da agility o da obedience) avrebbero dovuto combattere una dura battaglia: quindi alzarono bandiera bianca, passarono al comparto “educatori” e cominciarono a fingere di prendere per buone anche le fregnacce (oltre a ciò che di buono effettivamente c’era, e che già avevano assorbito).
Qualcun altro, rifiutandosi – per dirla un po’ brutalmente – di vendersi, continuò ad “addestrare” cani, continuando a ripudiare le fregnacce.
In tutto questo, però, a rompere le uova nel paniere ci fu una parte del comparto cinofilo agonistico, in particolare quello legato al mondo dell’utilità/difesa (che era anche il mio, e dal quale mi ero già allontanata proprio perché mi ero scontrata con certe ottusità che lo contraddistinguevano).
In questa parte – tutto sommato piccola, anzi piccolissima – della cinofilia, non ci sarà mai modo di far filtrare alcuna “nuova visione” del cane, per il semplice motivo che in quel settore gira una montagna di soldi e che il cane è visto esclusivamente come un mezzo, uno strumento… non per “vincere la coppetta”, come qualche illuso crede, ma proprio per guadagnare fior di quattrini.
Tant’è che in alcune nicche ancor più piccole (ma potenti) si è addirittura infiltrata la criminalità organizzata (intesa proprio come mafia, camorra e affini): contro la quale, decisamente, è un po’ difficile mettersi a combattere.
Amore, rispetto, gentilezza… per questi personaggi sono parole vuote di significato. Questa è gente che usa metodi criminali in addestramento perché quelli che vincono fanno così: non perché pensino che vadano usati o perchè siano contenti di usarli; perché a loro fa gola non la vittoria in se stessa, ma il miraggio del cane che si può vendere a 20 o anche 30.000 euro, o che fa millemila monte all’anno a 2000 euro l’una.
La cosa davvero assurda, in tutto questo, è il fatto che su molti campi di UD ci si illuda semplicemente di poter arrivare a far soldi: perché in realtà, poi, quelli li fanno sempre gli stessi. Però ci sono gli speranzosi che si attaccano al carretto del vincitore (o presunto tale) e che ne assorbono ad occhi chiusi tutte le direttive, illudendosi (appunto) di arrivare ai vertici, quando nella stragrande maggioranza dei casi vengono usati e gettati esattamente come loro usano e gettano i cani.
E’ vero che questa gente usa i collari elettrici: ma li usa perché li usano i vincenti.
Se mai i CZ riuscissero (ma in massa, non “uno”, una tantum) a fare risultati agonistici, probabilmente li vedremmo tutti a far saltare palline e a distribure bocconcini nel giro di pochi anni.
Purtroppo i CZ, con rarissime eccezioni, stanno lontanissimi dall’UD, un po’ perché hanno questa visione (assolutamente distorta) del cane che “non deve mordere” e un po’ perché, di fatto, non vanno oltre il seduto-terra-andiamo a spasso. Perché di tecnica nulla sanno e (in molti casi) nulla vogliono sapere: a loro basta il loro immenso pubblico di Sciuremarie e all’agonismo non mirano (anche perché sono incapaci di farlo). Però, se davvero volessero sconfiggere i metodi violenti e criminali, è su quel piano lì che si dovrebbero muovere: perché a fare i disneyani con la Sciuramaria son capaci tutti.
Invece no. Loro fanno “i superiori” e si confrontano con l’unico, vero settore “coercitivo”: che rovina e butta via un bel po’ di cani e che maltratta davvero anche quelli che hanno la tempra sufficiente per reggere questo tipo di “addestramento”… che però non si può neanche definire tale, perché quella è pura e semplice macelleria.
Purtroppo, se provi a denunciare questi maltrattamenti o all’ENCI (la sottoscritta scema del villaggio ci provò, qualche annetto fa) o alle forze dell’ordine, ti ridono in faccia. Tutti. Anzi, tra le forze dell’ordine si trovano diversi affezionati clienti di questi campi macellai.
In compenso, ai tempi dell’ordinanza Sirchia, ad una prova di lavoro del RCI (in cui conoscevo tutti i partecipanti e posso giurare che non c’era mai stata traccia di maltrattamenti o coercizioni) si presentarono in massa i Carabinieri – mandati dagli animalisti – perché secondo loro si stavano “addestrando i cani all’aggressività”, cosa proibita dall’ordinanza stessa.
Ci sarebbe da ridere per non piangere.
Comunque, resta il fatto che nel settore UD c’è, effettivamente, molto sporco, molta crudeltà e molta ignoranza. Ma: a) se non si interviene direttamente su quel settore, non cambierà mai nulla; b) bisogna smetterla di pensare che quello sia l'”addestratore”, perché non è AFFATTO vero. “Quello” è una carogna che mira solo ai soldi (e che andrebbe mandata in galera: e se nessuno ce la manda, non so che farci): ma ci sono anche centinaia di persone che lavorano come ho sempre lavorato io, con il massimo amore per il cane.
Non faranno gare, forse, o non le faranno ai massimi livelli: ma lavorano su una solida base etologica, senza raccontare frottole e senza prendere in giro né cani, né umani. Quindi, tanto per cominciare, meritano rispetto.
Concludendo questa storia a puntate, io posso solo augurarmi che si faccia, in tempi brevi, tutto il possibile affinché questa confusione – e la conseguente diffamazione di chi addestra, sì, ma non maltratta nessuno – finiscano: così come è diventato impellente chiarire, una buona volta, i confini tra teorie, filosofie e pratica (sia essa fatta di educazione, addestramento, lavoro o sport) e le rispettive competenze.
Se non si supereranno questi due scogli, infatti, la cinofilia italiana si impantanerà sempre di più e si guarderà con sempre maggiore enfasi a tutto ciò che arriva “da fuori”, anche quando arrivano delle vere e proprie porcate (come i test con mani di plastica e bambolotti-robot)… mentre in Italia, se ci si levassero i paraocchi, si scoprirebbe che esistono fior di professionisti davanti ai quali inglesi, americani & C. dovrebbero solo inchinarsi. E, molto spesso, rendersi conto che avrebbero tutto da imparare.
