di VALERIA ROSSI – PREMESSA: “vista da me” non significa, ovviamente, che questa sia una storia inventata o “interpretata” solo dal mio punto di vista. Significa che è il modo in cui l’ho vissuta e in cui l’ho “sentita” io: perché, oltre alla cronistoria dei fatti, scriverò anche quelle che sono state le mie personali sensazioni in merito. Chiunque avesse una visione diversa della storia ha ampio diritto di replica.
Anni 2000 (seguito)
L’inizio degli anni 2000, oltre a vedere i primi approcci zooantropologici alla cinofilia, vede emergere la necessità di creare un’alternativa all’ENCI per quanto riguarda la gestione di tutta la parte dell’educazione e dell’addestramento che non sia prettamente cinotecnica (perché all’ENCI solo quella può interessare, proprio statutariamente).Nasce così, in primis (2002), l’APNEC (Associazione Professionale Nazionale Educatori Cinofili), che intende darsi un ruolo istituzionale ben preciso.
Copincollo dal sito: “Costituitasi secondo le direttive dell’Unione Europea e nel rispetto di quanto stabilito dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, è l’ unica del settore iscritta al COLAP e censita dal CNEL, ed è in regola con la complessa documentazione richiesta dal Ministero della Giustizia ai fini del riconoscimento quale associazione rappresentativa a livello nazionale“.
Inizialmente gli educatori si fiondano tutti lì e vengono più o meno accettati tutti, giovani e vecchi, bravi e meno bravi, esperti e novellini.
D’altronde è normale, bisogna “far numero” e diventare una realtà concreta.
L’operazione riesce fino a un certo punto, perché i numeri indubbiamente ci sono… ma anche all’interno del comparto “gentilista” non è che tutti vedano la cinofilia nello stesso modo.
Sono casualmente presente in prima persona, in veste giornalistica, ad un Congresso Nazionale nel quale il Presidente Maurizio Dionigi (oggi dimissionario, proprio da pochi giorni) fa una presentazione all’insegna della Grande Famiglia in cui tutti si amano e si rispettano…dopodiché uno dei fondatori storici, Luigi Polverini, si alza, sbraita improperi di vario genere e si dimette sbattendo (molto) platealmente la porta. Al di là dell’aneddoto tragicomico, sono le prime avvisaglie del fatto che un’unica Associazione non riesca a mettere d’accordo tutti (e quando mai, in Italia?).
E infatti, da quel momento in poi, il settore “educatori” esplode letteralmente e cominciano a nascere nuove sigle ogni qualvolta un gruppetto di stacca dalla/dalle sigla/e precedenti. Ovvero, ogni cinque minuti circa.
Diventa impossibile seguirle tutte, e infatti io non ci provo neppure più.Ricordo Cani e Cultura, l’associazione fondata dallo stesso Polverini dopo l’uscita da APNEC; poi lo CSEN, nato nel 2004, dal quale si staccherà in seguito la FICSS (Federazione Italiana Cinofilia Sport e Soccorso), che – attenzione! – è cosa diversa dalla FISC (Federazione Italiana Sport Cinofili), legata invece al Centro Nazionale Sportivo Libertas, organo riconosciuto dal CONI.
Ci manca solo PDOR, figlio di KMER e poi sembrerebbe di stare a pieno titolo in uno sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo. Oltre, naturalmente, a tutti i Club e le associazioni che non hanno etichette nazionali, ma che gravitano intorno ad una singola figura: mi vengono in mente, così su due piedi, il Centro Studi del Cane di Luca Rossi, la Scuola Cinofila Viridea di Eleonora Mentaschi… ognuna con la propria struttura -a volte anche molto “scenografica” – e la propria filosofia (che in alcuni casi varia a seconda di come tira al vento, in altri no).
Se pensiamo che fino a cinque anni prima esisteva solo l’ENCI (che peraltro formava esclusivamente “figuranti ufficiali”, e mai si era posto il problema di codificare e/o qualificare in qualche modo la figura dell’ “educatore”, nonostante il proliferare dei corsi ne sfornasse a tambur battente), ci si può rendere conto del caos galattico in cui si doveva ritrovare di colpo la nostra cinofilia, passata da zero a mille in tempo zero o quasi. Purtroppo si può anche avere un’idea di quanto il nostro Ente ministeriale sia sempre al passo con i tempi.L’ENCI, infatti, si sarebbe svegliato solo nel 2006, nominando per la prima volta l'”educatore cinofilo” nel corso di un convegno in quel di Pisa. Dal resoconto si legge che “esiste una realtà nuova, in forte espansione, costituita dall’educazione dei cani, spesso non di razza, che condividono la vita delle nostre famiglie e per i quali è sempre più richiesto l’intervento qualificato dell’istruttore che sia in grado di accompagnare i proprietari alla scoperta delle potenzialità del proprio animale“.
Ripeto: è il 2006, l’APNEC esiste da quattro anni (e ha già millemila soci, ha già fatto corsi di vari livelli e aperto sedi in tutte le regioni italiane)… e l’ENCI parla di una “realtà nuova”. Buongiorrrrrrrrrrrrrrrnoooooo!
L’unica vera realtà è che l’ENCI ha già perso il treno: un treno che tenterà di recuperare affannosamente istituendo, infine (nel 2011!) il “Disciplinare degli Addestratori Cinofili”.
Oggi l’ENCI organizza corsi per educatori (si fa per dire: diciamo che mette il suo “bollino blu” su corsi esistenti già da anni, organizzati da associazioni e Club vari), ai quali però dà la qualifica di “addestratori”.
Leggere l’elenco dei corsi (che trovate a questo link) è illuminante. Infatti:
a) tra gli organizzatori di questi corsi brillano come stelle i nomi di centri e Club vari che si sono sempre vantati di formare “educatori” (buoni) e non “addestratori” (brutti, cattivi, coercitivi, non rispettosi dei cani ecc. ecc., vedi puntate precedenti). Ma pur di prendere il “bollino blu” dell’ENCI, evidentemente, si fa finta di nulla e non ci si tiene più granché a questa distinzione sulla quale ci siamo scannati tutti per anni;
b) i corsi sono di un’omogeneità veramente notevole: si va dai tre mesi all’anno di durata, per esempio. Se poi si ha la pazienza di andarsi a spulciare un po’ di programmi, si potrà notare che anche i contenuti in certi casi hanno distanze abissali. Insomma, il “marchio ENCI” non identifica assolutamente nulla di preciso: né i tempi, né i modi, né la filosofia o la qualità. Ultimamente l’ENCI ha riconosciuto anche un corso per educatori cinofili per corrispondenza.
Se questo è il panorama, diciamo così, “politico” (che riesce ad essere più caotico di quello della politica vera: il che è tutto dire, in questo Paese), il panorama, diciamo così, “culturale” riesce ad essere ancora più confuso.C’è ancora da rimarcare che nel 2003 era esploso il “caso cani pericolosi”: due pit bull aggredirono una signora, il giornalismo becero ci si fiondò sopra perché non stava succedendo nient’altro, l’opinione pubblica insorse e il caso divenne politico. Se ne saltò fuori, così, l’allora ministro Sirchia con le ridicole “liste nere” e con la clamorosa puttanata di considerare gli attacchi dell’UD come “addestramento dell’aggressività”. E i gentilbuonisti, anziché correre in difesa dei CANI (perché erano loro, i veri bersagli: la prima ordinanza Sirchia si rischiava di far estinguere un buon centinaio di razze!), cavalcarono la tigre e ne approfittarono per tentare di dare il colpo di grazia agli addestratori: e questa, davvero, non gliel’ho mai perdonata.
A fare ricorso contro l’ordinanza Sirchia fummo quattro gatti autotassati, ma non ci fu un singolo educatore che ci mettesse un centesimo: il che per me, la disse lunga su quanto questi signori amassero davvero i cani.
Ma quella ormai è acqua passata, non parliamone più.
Arriviamo intorno al 2006-2007, quando inizia la gara “a chi è più gentile dell’altro”: e anche a chi trova i nomi più innovativi, le sigle più accattivanti, le terminologie più originali, insomma tutto ciò che può stupire con effetti speciali.Il buon, vecchio “metodo gentile” vien surclassato prima dalla zooantropologia fine a se stessa, poi dal cognitivismo zooantropologico.
I normali “gentilisti” di stampo skinneriano rischiano di finire nel dimenticatoio come gli ormai obsoleti addestratori “tradizionali”, che da un lato sembrerebbero estinti, ma dall’altro vengono continuamente tirati in ballo come termine di paragone negativo.
Solo che, se un tempo c’erano solo i gentilisti a dire “loro cattivi-noi buoni” (ed era facile anche per le Sciuremarie schierarsi da una parte o dall’altra), adesso l’andazzo è un po’ questo:
Addestratori = cattivissimi, punto e stop. Gentilisti = non proprio cattivi, ma ampiamente superati. Zooantropologi cognitivisti = cominciamo ad andare benino (anche perché Marchesini rimane il Guru per antonomasia), però attenzione! Si può andare oltre! E infatti troviamo, per esempio, l’addestramento olistico (guru: Mauro Cantarelli), molto più buonista del CZ.
E del metodo etopsicocinologico di Giovanni Padrone, ne vogliamo parlare?
Giovanni è una persona che sono arrivata a stimare, dopo un clamoroso scanno iniziale (e non è neanche il solo, in campo “nemico”): ma l’etopsicocinologia, pietà!!! Fa veramente troppo supercazzola con lo scappellamento a destra, come se fosse Antani!
Eppure l’andazzo è questo, e non ci sono più freni.
Ai cani non si parla più, si sussurra (peccato che poi il dog whisperer per eccellenza sia diventato Cesar Millan, rovinando tutto l’effetto). Ma se tu sussurri, allora io bisbiglio.
Ah, tu bisbigli? E allora io, col cane, ci parlo telepaticamente! (e se pensate che stia scherzando…date un’occhiata a questo link).
Inutile dire che di nuovi “metodi” veri e propri, in tutto questo bailamme, non ce n’è neanche uno. Nuove tecniche, nuovi esercizi, nuove applicazioni del cane… non se ne vedono proprio.Non c’è modo di cambiarne la natura, né l’essenza.
Certo, puoi giocare sull’approccio (di quello puoi parlare per settimane ed incantare il pubblico trasudando letteralmente amore, rispetto, cooperazione, empatia. E chi può dirti nulla? E’ filosofia pura!).
Puoi giocare sui termini e parlare di “centripetazione” anziché di “attenzione”, di “prossemica” anziché di “distanze sociali”, di “indicazioni educative” anziché di comandi, di “arousal” anziché di recettività, attivazione e temperamento (arousal in effetti piace anche a me, perché racchiude una serie di concetti che prima dovevano essere espressi con un insieme di termini diversi. Peccato che, se lo usi al di fuori del giro strettamente cinofilo, la Sciuramaria ti guardi con gli occhi a palla e pensi “EH?!?”).
Puoi chiedere al tuo cane di fare un normalissimo riporto e quando arriva puoi dirgli “grazie”, anziché “bravo tatoneeeee!”.
Per carità, fa scena.
Ma i cani son sempre quelli. E le cose che possono fare, gira e rigira, son sempre quelle.
Sì, le puoi cammuffare da qualcos’altro, con un po’ di fantasia e di furbizia: e le Sciuremarie ci cascano con tutte le scarpe. Vedono il cane che balla, o che imita i gesti del conduttore, e restano a bocca aperta. Loro.
Invece l’addetto ai lavori pensa: “Toh, carino: sì, si può fare con lo shaping. Ah, simpatica, l’obedience a suon di musica! Ma quel cane lì così scattante ed entusiasta, non è che sia stato chiuso in kennel per due giorni?”
Perché alla fine le tecniche, quelle pratiche, sono sempre le stesse: e le scelte sono le stesse di cinquant’anni fa. O lavori con le buone, o lavori con le cattive. O lavori sul rapporto, o lavori con le esche (bocconcini, giochini, palline). O usi certi strumenti, o ne usi altri (ma anche quelli sono gli stessi di sempre: al massimo un po’ rimodernati nel look. Dopo lo scanno collare a strangolo vs collare fisso nasce il nuovo scanno collare vs pettorina… ma ormai il giochetto ha stufato e si tende a dire “ma mettigli un po’ quello che ti pare, eh?”.Tutto il resto è business, marketing, imprenditoria.
Di veramente nuovo e diverso, non c’è niente di niente (escluso forse il chiedersi “Perché mai un cane dovrebbe obbedirmi quando lo chiamo?”. Ma lì stiamo proprio su un altro pianeta, al di fuori della mia comprensione: quindi non mi cimento neppure nella discussione).
In questo gran bailamme, l’unico a mantenersi una spanna sopra il resto sembra essere ancora Roberto Marchesini, che nel frattempo si è fatto l’associazione sua (la SIUA: Scuola di Interazione Uomo Animale) e che in realtà, con la sua zooantropologia (che non ha inventato, ma che ha avuto la geniale idea di applicare in modo particolarmente accattivante al rapporto col cane), è stato indubbiamente l’ispiratore di tutto il resto.Del mio primo impatto con la zooantropologia ho già parlato nella seconda puntata.
Perchè si tratta proprio di filosofia: amore per la sapienza e conoscenza (e mica per il pragmatismo). Insomma, in poche parole: teorie e principi, ma niente pratica.
Su questo punto torneremo in seguito: intanto, dopo essermi letta i primi libri di Marchesini, io mi interessai anche alla sua ulteriore evoluzione, ovvero al cognitivismo zooantropologico, abbreviato in CZ.
E la mia domanda numero uno era, ovviamente: che caspita significa?!?
Cioè: che cos’era il cognitivismo, in psicologia umana, più o meno lo sapevo. Ma come si applicasse alla cinofilia, mi interessava proprio scoprirlo.
Non trovando, all’epoca, testi specifici su questo tema (almeno, non in italiano: e una mia clamorosa lacuna è quella di non conoscere altre lingue, a parte un inglese MOLTO vago), potei solo chiedere lumi a chi già allora diceva di seguire questo approccio (che a volte veniva definito anche “metodo”: ma per me un metodo è un insieme di regole e di tecniche volte a raggiungere un risultato…e il risultato pratico, in tutto questo, non riuscivo a vederlo).Tutto ciò che riuscii a scoprire, parlando con i proto-educatori CZ, fu che si stava fondendo l’approccio zooantropologico con, appunto, il cognitivismo, allo scopo di superare il behaviourismo.
Eh, lo so che può suonare cinoegizio: ma in realtà è soltanto il linguaggio della psicologia umano.
Infatti il cognitivismo: a) era nato negli anni ’60, con Neisser; b) non era mai stato riferito alla psicologia animale, ma soltanto a quella umana. Per questo la prima cosa che mi chiesi (e che mi chiedo tuttora) fu come fosse possibile lavorare sulla psiche di un cane considerandola alla stessa stregua di quella umana.
Girata la domanda ai neo-cognitivisti, mi venne risposto (anche piuttosto seccamente) che lo scopo era appunto quello di andare oltre la convinzione che il cane fosse schiavo dei propri istinti, che non fosse in grado di ragionare e che si potesse ottenere qualcosa da lui solo attraverso il condizionamento (inteso come condizionamento classico, o pavloviano, dai behaviouristi del primo Novecento, a partire da Watson; e come condizionamento operante secondo i neobehaviouristi, datati intorno agli anni ’50, che facevano capo proprio a Skinner: sì, sempre lui, proprio quello che ha ispirato il metodo gentile).
Ancora una volta, pensai tra me e me che non ci fosse assolutamente nulla di nuovo sotto il sole, esclusi i termini sempre più scientifici e a volte davvero astrusi.
Del fatto che i cani ragionassero, infatti, io ne ero assolutamente convinta da sempre (basta viverci un po’ assieme: dopo le prime due volte che ti prendono per il naso, spesso trovando soluzioni geniali… o te ne convinci, oppure il deficiente sei tu).
Quanto al behaviourismo, era stato superato ormai da decenni dal comparto professionale.
Certo, c’erano ancora alcuni macellai (e devo dire con molta tristezza, avendo io allevato pastori tedeschi, che erano quasi tutti raggruppati in ambito SAS) che ritenevano i cani degli utili idioti; c’erano, ovviamente le Sciuremarie che mettevano i musi nella pipì e i Sciumario che “facevano vedere al cane chi comandava” (e questi, purtroppo, sarà difficili farli estinguere)… ma tutto questo era ormai lontanissimo dal mondo degli addetti ai lavori, che erano passati praticamente in massa – e ormai da decenni – dal behaviourismo alla eco-etologia… ma evidentemente senza che nessuno se ne accorgesse, perché le guerre di religione avevano eretto un muro tale per cui ogni comunicazione tra “educatori” e “addestratori” era ormai diventata nulla (e se c’era, era esclusivamente a base di insulti reciproci).
Sentendo/leggendo che si doveva “dare più responsabilità al cane”, “fargli trovare soluzioni”, “allargarne la mente” eccetera (in termini sempre più enfatizzati), io temetti, all’epoca, che ci fosse il serio rischio di passare dalla zooantropologia alla zooantropoformizzazione: ovvero di considerare il cane sempre meno “cane” e sempre più “uomo”… ma trattandolo, per forza di cose, o come un bambino di due anni – perché il cervello del cane ha all’incirca quelle potenzialità lì – o peggio ancora, come un minus habens.
Solo che il cane non è né un sottosviluppato mentale, né un bambino: è un cane!
E la psicologia umana, a cui ci si riferiva sempre più spesso, non era a misura di cane.
Nonostante queste riflessioni mi preoccupassero (e non poco), feci però altre due considerazioni:
a) quello che era scontato per me (e per gli altri addetti ai lavori) non lo era altrettanto per il grande pubblico, ancora pieno zeppo di teorie alla “ficcagli due calci in culo, così capisce chi comanda”;
b) quello che era scontato per noi non era MAI stato scontato per tutti coloro che nel cane, anziché un compagno, vedevano prima di tutto uno “strumento” per raggiungere uno scopo.
Atteggiamento che personalmente trovo aberrante e del quale sono sempre stati accusati i cacciatori (non a torto), ma che è sempre stato altrettanto diffuso tra chi faceva agonismo cinofilo (in tutte le discipline, nessuna esclusa: con i gentilisti ampiamente compresi!) e soprattutto da chi lavorava nel campo delle applicazioni utilitaristiche.
Perché nessuno pensa mai, e sicuramente pochi sanno, che tra i cani più strumentalizzati in assoluto ci sono i cani-guida per non vedenti (il cui addestramento è estremamente coercitivo: ma nessuno lo sa perché è difficilissimo accedere ai campi scuola, se non in occasione delle classiche “esibizioni” in cui ovviamente si vede tutto, meno che la verità).
Subito dopo vengono i “cani poliziotto”, specie quelli che fanno servizi di ordine pubblico (scordatevi Rex e provate ad andare a vedere come vengono addestrati in realtà!), mentre – al contrario di ciò che tutti pensano! – i cani addestrati con metodi meno duri sono i cani antidroga (che per molte Sciuremarie “vengono drogati”…no comment!) e quelli per la ricerca di esplosivi.
Infine c’è tutto il “branco” dei cani da protezione civile, da assistenza, da pet-therapy e così via: che non vengono quasi mai addestrati in modo particolarmente coercitivo, ma che sono: a) soggetti a severe selezioni (se non servi allo scopo, sei scartato: termine che mi sembra ben poco “rispettoso”); b) sottoposti ad uno stress probabilmente maggiore di quello di un cane da UD, anche quando viene addestrato con metodi duri. Perché almeno, poi, lui si diverte a mordere la manica! Mentre il cane da pet therapy è praticamente condannato a subire a vita abbracci, baci e coccole da persone che non conosce, che non ama e che semplicemente sopporta.
Non per nulla chi fa pet therapy seriamente, essendone ben conscio, gestisce i tempi in modo da non infierire sulla pazienza del cane: ma anche questo le Sciuremarie non lo sanno. Loro pensano che il cane si diverta un mondo, mentre quelli “maltrattati” sono i cani da UD, che guaiscono di gioiosa eccitazione (poverino, piangeeee!) vedendo il figurante in fondo al campo.
Sì, lo so: ho divagato un po’ troppo. Torno rapidamente al punto, anzi, al “mio” punto di vista, che è questo: le cinofilosofie avrebbero potuto fare un gran bene a chi davvero aveva verso il cane un atteggiamento preistorico, sempre che si fossero limitate a presentare il cane come un essere senziente e pensante.
Invece si è andati un po’ troppo oltre, presentando l’approccio CZ non come una “base” da cui partire, ma come un punto di arrivo.
Solo che sono arrivata lunga come al solito, quindi di questo parleremo nella prossima (ed ultima, penso) puntata.