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Ti presento… il Bolognese (un quasi-libro sulla razza)

PREMESSA di Valeria Rossi: sono mesi e mesi che dò il tormento a Denis Ferretti perché mi scriva questo articolo. Il Bolognese l’hanno chiesto molti lettori, è una razza italiana, è una razza assolutamente da conoscere… però non vedevo il motivo per cui dovessi scrivere io l’articolo, quando tra i collaboratori di TPIC c’era qualcuno che aveva allevato proprio Bolognesi. Al massimo io potrò fare un “vero Standard”…ma l’articolo serio toccava a Denis.
E’ vero che da un tot di tempo lui non collabora più con questa rivista (se non partecipando ai commenti), perché ha deciso di allevare umanini ed è decisamente un po’ troppo impegnato: però gli ho letteralmente scassato l’anima perché almeno questo articolo me lo scrivesse.  Ieri sera, finalmente, l’ho trovato: solo che non era un articolo, era praticamente un libro sulla razza. Un bellissimo libro sulla razza, direi, di molto superiore a tutto quello che esiste in giro (compreso quello che ho scritto io). Per questo, pur essendo perfino più lungo dei miei articoli – il che è tutto dire – ho preferito lasciato intero e non spezzettarlo in “puntate” che sarebbero poi state difficili da seguire. Chi proprio non ce la facesse, visto che è diviso in paragrafi molto chiari, può leggersi solo quello che gli interessa e saltellare qua e là: però io vi suggerisco di prendervi il tempo che serve e di leggerlo tutto. Perché ne vale decisamente la pena.

di DENIS FERRETTI – Incontrai questa razza quindici anni fa, ormai ventiseienne. Personalmente non cercavo “espressamente” un bolognese. Cercavo “il cane”. Cercavo un accesso alla cinofilia “ufficiale”, al modo più competente di approcciarsi al cane. Sognavo di partecipare a esposizioni, raduni e convegni. Di allevare. Di partecipare attivamente alla cinofilia del nostro paese.
Avevo già avuto cani nella mia infanzia… bastardini e cani di razza, con e senza pedigree. Ma mai cani di genealogia blasonata… semplici cani di casa.
I miei genitori arrivavano ad accettare “IL” cane di casa come grande concessione, ma ebbi sempre una forte opposizione quando si trattava di lanciarmi in un progetto più grande ed economicamente oneroso.
Dovetti aspettare di avere la piena indipendenza economica, un lavoro adatto (il primo che trovai mi impegnava in frequentissimi viaggi all’estero, incompatibili con la gestione di uno o piu’ cani) e per evitare ogni scontro con la famiglia mi misi a cercare un tipo di cane che avesse il minor impatto possibile sulla vita di chi mi stava vicino. Che non perdesse pelo, che non abbaiasse, che non disturbasse, che non occupasse troppo spazio…
Poi la vita ha voluto che non facessi mai le cose “in grande”. Ma quel poco che ho fatto l’ho fatto bene. Mi sono impegnato in esposizioni, gare di agility, ho allevato quattro cucciolate, ho avuto tante frequentazioni cinofile, ho studiato genetica (la mia grande passione), ho collaborato a tante iniziative cinofile …ed eccomi qui a raccontarvi di questo cane. Oggi che dopo tanti anni sono tornato a viverlo come normale “utilizzatore”, ora che mi occupo principalmente di crescere cuccioli a due zampe.

La storia antica
L’origine del bolognese deve essere ricondotta a quella di tutti gli altri bichon. Per capire tutto il percorso bisogna quindi risalire alla notte dei tempi, al momento in cui a qualche genio della cinofilia venne l’idea, in seguito copiata da molti altri, di accoppiare insieme segugi e cani da pastore per ottenere impareggiabili ausiliari per il riporto in acqua.
Dal pastore avevano ereditato l’intelligenza, l’obbedienza reattiva e la forte dipendenza dal padrone, dai segugi il buon fiuto, l’intraprendenza e la mitezza. Il pelo lanoso e isolante li rendeva poi particolarmente inclini al lavoro in acqua. Questi incroci diedero origine a una tipologia di cani relativamente omogenea che, stabilizzandosi in diverse regioni che vanno dall’Africa del Nord all’alto adriatico, fu progenitrice delle diverse razze italiane, francesi e spagnole e portoghesi impiegate nel riporto in acqua.

Le razze all’epoca non erano così definite come lo sono oggi e inizialmente, a motivo dei tipi diversi di cani utilizzati nei primi incroci, i cani avevano una notevole variabilità. Era frequente che in molte cucciolate non tutti i soggetti nati rispondessero alle caratteristiche desiderate per il lavoro a cui erano destinati. Capitava ad esempio che nascessero cani troppo piccoli, ritenuti inadatti all’impiego venatorio.
Questi soggetti si ritrovarono quindi a fare i… “cani di casa”. C’era chi li apprezzava come avvisatori, benché esistessero tipologie di cani più vigili e attenti; chi li utilizzava per tener lontani (più che per catturare) topi e animali nocivi. Ma soprattutto si ritrovarono ad essere i migliori amici dei bambini di casa, complici nei loro giochi e nelle loro scorribande, fedeli e inseparabili compagni delle persone anziane, balie di gattini e animali domestici. Si tratta di un passaggio molto importante nella storia della cinofilia, perché per la prima volta ritroviamo il cane utilizzato anche dai ceti meno abbienti come “cane da compagnia” nella sua accezione più moderna.
Cane utilizzato per dare e ricevere affetto e affermatosi grazie alle sue doti di intelligenza, obbedienza, capacità di comunicazione e… simpatia. Già nel 1400 o giù di lì.

Questi cani però non erano ancora bolognesi… erano semplici barbillot, barbin o barbichon (da cui deriva il termine “bichon” poi utilizzato per definire la categoria di razze che si sono definite da questi incroci). Cioè generici “barboncini”, definiti con appellativi dialettali che facevano unicamente riferimento al loro aspetto ipertricotico, senza la pretesa di considerarli cani di “razza pura”.
Successe però che dopo essersi diffusi nel cosiddetto “terzo stato”, questi cagnolini suscitarono anche l’interesse dei nobili, particolarmente attratti dal loro aspetto grazioso e dal loro carattere affabile. Furono i nobili che, essendo abituati per tradizione e cultura ad avere a che fare con razze pure, si occuparono di fissare le caratteristiche maggiormente gradite e di cambiare ciò che ritenevano potesse essere reso ancora migliore. Per rimpicciolire la taglia e ingentilire le forme, la cosa che sembrò più logica e naturale fu l’accoppiamento con la razza da compagnia più diffusa e popolare tra le famiglie aristocratiche: il maltese.

Maltese

Il maltese a sua volta vanta origine antichissime. Deriva da un primitivo ceppo asiatico di cani di taglia molto piccola apprezzati per il loro mantello lunghissimo e spettacolare, diffusi tra famiglie di alto rango, spesso oggetto di regali e omaggi tra ricche famiglie e regnanti di vari paesi.
La lontananza, l’isolamento e altre vicissitudini hanno poi contribuito alla formazione di varie razze (tra cui Shih-tzu, Lhasa Apso, Tibetan Terrier, Kyi-Leo e altre che ancora non avuto riconoscimento nei libri genealogici occidentali).
Giunto in Europa (precisamente in Italia) il primitivo piccolo cane asiatico dal lungo pelo fu selezionato prediligendo il mantello bianco (particolarmente ricercato simbolo di purezza e nobiltà) e rimpicciolendo la taglia il più possibile. Nacque così il cane che ancor oggi conosciamo e che in breve tempo divenne il cane da compagnia più diffuso tra le famiglie aristocratiche di tutta Europa.
Ma torniamo a noi…

Il fortunato incontro tra oriente e occidente nelle due tipologie di cani che vi ho appena presentato, diede origine al primo prototipo di “bichon”, il cane da compagnia “al quadrato”, che univa la compattezza, l’eleganza e la raffinatezza di cugini orientali all’obbedienza, il carattere solare e la vivacità dei cani europei. Analogamente a quanto avvenuto in precedenza al maltese e ai suoi “cugini”, anche in questo caso i cani “di tipo bichon” si diffusero rapidamente tra le famiglie aristocratiche francesi, italiane, tedesche… arrivando poi anche ad approdare nel nuovo mondo. Non furono mai cani “popolari”, ma ancora una volta oggetto di doni e omaggi tra le famiglie più agiate. L’allevamento in condizioni di isolamento, e qualche sporadica introduzione di sangue di altre razze locali, fece poi in modo che le razze si differenziassero e trovassero una loro omogeneità. Oggi fanno parte di questa famiglia il bichon frisé, il bolognese, il coton de tuléar, il piccolo cane leone, il bichon avanese e il non (ancora?) riconosciuto bolonka tsvetnaya.

La storia recente
Malgrado la loro diffusione nel corso degli ultimi secoli, fino all’inizio del novecento non esistevano standard di razza e libri genealogici. Le razze venivano attribuite in base alla provenienza e al tipo e i rimescolamenti di sangue erano numerosi, per esempio, a seguito dei numerosi reciproci omaggi tra le corti nobiliari dei vari Paesi.
Il primo standard ufficiale del bolognese fu redatto all’inizio del secolo scorso, quando, con l’istituzione dei libri genealogici, le commissioni degli esperti delle emergenti associazioni cinofile catalogarono tutte le razze canine meritevoli di tutela, individuandone le caratteristiche di tipicità che le contraddistinguevano.
Furono perciò censiti e raggruppati tutti i cani di tipo “bichon” diffusi tra le ricche famiglie prevalentemente nei dintorni di Bologna e dalla loro misurazione e valutazione nacque il primo standard che è quasi identico a quello attuale.
Le caratteristiche salienti che lo differenziavano degli altri bichon erano le seguenti: struttura compatta, con corpo iscritto nel quadrato anziché nel rettangolo. Coda portata sul dorso, arrotolata o comunque strettamente aderente alla schiena (mentre quella del bichon frisé forma un anello largo e tocca il dorso solo con la frangia). Orecchi piccoli e semipendenti, non aderenti al cranio come quelli del bichon frisé e del barbone. Il solo colore riconosciuto fu il bianco, probabilmente perché all’epoca della stesura dello standard furono trovati solo cani bianchi. Nei secoli precedenti il mantello rosso è stato documentato parecchie volte in cani che appaiono in affreschi e ritratti.

Volpino italiano

Interessante notare le numerose affinità col volpino, l’altra razza italiana da compagnia italiana particolarmente diffusa nella vicina Firenze: stessa taglia (precisa al centimetro), stessa costruzione nel quadrato e portamento della coda, stessi colori (anche se nel volpino il colore rosso è stato riconosciuto, ancorché rarissimo), mentre gli orecchi, pur non eretti, sono comunque un anello di congiunzione tra bichon frisé e volpino. Non ci sono tuttavia prove certe di parentela tra le due razze, né dell’avvenuto utilizzo del volpino nella successiva ricostruzione del bolognese…. anche se alcuni soggetti a orecchi eretti che ho incontrato negli anni ottanta e novanta farebbero sospettare che si sia percorsa anche questa strada.

L’ufficializzazione della razza avvenne in un momento economicamente molto difficile a cui seguirono due guerre mondiali che impoverirono o distrussero quasi completamente il patrimonio zootecnico di numerose razze. E per il bolognese, che già all’epoca un cane poco diffuso e d’élite, fu il disastro. I bolognesi che vediamo circolare oggi appartengono a una razza in gran parte ricostruita in tempi recentissimi, a volte effettivamente partendo dai pochi soggetti (quasi sempre senza certificato) con caratteristiche assimilabili allo standard ritrovati presso qualche nobile famiglia, ma più spesso ripercorrendo da capo il percorso che aveva portato alla nascita della razza cinquecento anni prima, ovvero accoppiando tra loro bichon frisé, barboni, maltesi, forse qualche volpino e in generale tutto ciò che morfologicamente appariva adatto a correggere man mano tutti i tratti morfologici divergenti per ricondurli allo standard.
Quando da questi incroci nasceva un cane dalla caratteristiche apprezzabili, il suo allevatore correva a presentarlo in expo per avviare l’iter del suo riconoscimento come capostipite della razza. A volte quindi si iscrivevano cani che non avevano in realtà nemmeno un singolo antenato che fosse appartenuto a una ricca famiglia di Bologna, ma semplicemente erano il fortunato ricombinarsi di geni di cani appartenenti a razze estere e magari avevano fratelli completamente fuori tipo. Ma ciò che conta, in fondo è la sostanza…. e non importa quindi come ci si è arrivati, ma oggi siamo felicissimi che ci abbiano ridato la possibilità di ritrovare la nostra antica razza con le sue caratteristiche originarie, che ancor oggi possono essere apprezzate nella società moderna.

I bolognesi anni ’80, persino quelli che vincevano le expo, erano di rado completamente in standard.
Spesso troppo grossi, alti, lunghi, a volte macchiati, spesso con musi troppo lunghi e pelo senza boccoli, a volte ricciuto, altre volte solo ondulato.
Ai difetti di costituzione inoltre si prestava troppo poca attenzione, concentrandosi soprattutto sul tipo: e così non mancavano i cani con poco pigmento, con forte lacrimazione a cui non poteva ovviare neppure la cosmetica; come pure si potevano trovare dentature incomplete con denti non allineati.
E quanta confusione riguardo alla presentazione! Prima cani cotonati, poi cani “nature”, poi la moda del borotalco a gogo’, poi la fecola, poi basta borotalco, prima cani gonfiati col phon, poi solo una spruzzata di condizionatore, poi la lacca come i barboni, poi basta lacca… c’erano anche fattori unicamente “umani” a testimoniare che la razza si stava ancora formando ed era in una fase sperimentale.. Chi vedeva la razza per la prima volta, persino in expo dove teoricamente si dovrebbero vedere i cani migliori, spesso non ne era positivamente colpito.
A tanta disomogeneità morfologica, paradossalmente corrispondeva una bassissima variazione genetica. I soggetti da cui è partito l”allevamento odierno erano tutti imparentati tra loro e spesso altamente consanguinei. Questo perché una volta ottenuto il riconoscimento dei primi capostipiti, gli allevatori hanno poi preferito lavorare in “purezza” piuttosto che andare a cercare nuovi esemplari con morfologia interessante, ma dalle dubbie origini.

Malgrado questa partenza difficile, con costanza e dedizione, selezionando via via gli esemplari maggiormente in standard e forse saltuariamente continuando le immissioni esterne di caratteristiche interessanti, gli ultimi vent’anni di allevamento hanno comunque portato risultati apprezzabili. I bolognesi che vediamo oggi in expo sono ormai tutti costruiti nel quadrato, hanno un mantello immacolato, un aspetto gradevole e curato, occhi puliti, molta più omogeneità rispetto al passato. La taglia in alcuni casi è stata ridotta fin troppo, arrivando all’ipertipo con soggetti fin troppo piccoli. Oggi comunque sembra si sia arrivati a un compromesso, che è quello di avere un altezza molto vicina al limite minimo richiesto dallo standard che solitamente corrisponde a un peso prossimo al limite massimo. E questo credo sia inevitabile in cane che deve essere quadrato ma allo stesso tempo “compatto”. Lo standard come sappiamo è stato redatto su cani che genealogicamente sono ormai lontani dai nostri bolognesi… e forse da questo punto di vista andrebbe rivisto e modellato sui cani che siamo riusciti ad ottenere.

Il livello qualitativo della razza resta invece ancora piuttosto critico al di fuori della cinofilia ufficiale.
Purtroppo rispetto al numero di iscrizioni che ormai si allinea a quello delle razze più conosciute e rappresentate, il numero di cani regolarmente presenti a manifestazioni e raduni cinotecnici resta invece molto basso. I riproduttori controllati che almeno una volta nella vita sono stati davanti a un giudice sono pochissimi e perciò, ancor più che nelle altre razze, non basta il possesso di un pedigree ufficialmente rilasciato dall’ENCI certificare che un cane sia apprezzabilmente in standard.
I bolognesi non hanno prove di lavoro, il target medio degli acquirenti è costituito da molte famiglie che cercano il cane “il meno impegnativo possibile” per il bambino che lo vuole a tutti i costi, o il regalo da fare alla nonna o alla fidanzata. Solitamente, non interessano titoli, certificati, risultati espositivi… purché sia piccolo, bianco, carino e ricciolino. Questo ha favorito il proliferare di allevamenti e allevatori che spesso non fanno la benché minima selezione e si limitano ad allevare dei generici cani di tipo bichon inviando i modelli per richiedere i pedigree per cani che ormai sono bolognesi solo sui documenti. Ancor peggio se incappiamo in importatori che vendono cani di diverse razze provenienti dai famigerati allevamenti dell’est. In questo caso i cuccioli arrivano a camionate. Maltesi, spitz, yorkshire, barboni, chihuahua e pechinesi. Tutti insieme, con i documenti che li accompagnano spediti a parte. Non di rado è capitato che l’importatore, non riconoscendo l’appartenenza a una specifica razza abbia venduto cani abbinandoli a un pedigree che non gli apparteneva.

Ancor più che in altre razze, con questa tipologia di cani occorre stare molto attenti a dove li si acquista.
Per correttezza è giusto anche dire che non mancano i bolognesi in tipo al di fuori della cinofilia ufficiale. Privati che fanno cucciolate con cani comunque molto validi o allevatori che non apprezzano più le expo di oggi, ma comunque hanno mantenuto i contatti con gli ex colleghi/concorrenti e continuano ad allevare con criterio e competenza. E meno male! Se si dovesse contare solo sui riproduttori presenti nel circuito delle expo la razza sarebbe ad altissimo rischio di depressione da consanguineità.

Dopo un lungo periodo di “anarchia”, da un anno a questa parte il bolognese ha ancora un club ufficiale che lo tutela:

CLUB DEL BOLOGNESE E DEL MALTESE
Loc. Colle Pereto 3/b Casella Postale 24 00038 – Valmontone

Il bolognese come compagno di vita
Come ben sappiamo il bolognese è un cane da compagnia. Un “vero” cane da compagnia, e non un cane selezionato per altri scopi che oggi si ritrova a fare il cane da compagnia, come avviene per la maggioranza dei suoi colleghi. La figura del cane da compagnia viene ancor oggi spesso screditata persino dai cinofili più esperti. Quelli abituati ai cani con prove di lavoro, per i quali spesso compagnia è sinonimo di “nulla”. Un cane che non deve fare niente e che quindi non sa fare niente. Un cane a cui si richiede solo di ricevere coccole, cosa che tutti i cani sanno fare.
La realtà invece è ben diversa. E anche in assenza di prove di lavoro ufficiali, non possiamo certo negare che molti cani da compagnia siano in un certo senso “specializzati” nel tipo di attività a cui li destiniamo. Certo le coccole piacciono a tutti i cani, ma non tutti i cani riuniscono caratteristiche morfologiche e caratteriali da renderli cosi’ adatti a vivere in casa, a frequentare la società e a seguire la famiglia ovunque.
Basti pensare che è un cane esente da muta (quindi non perde pelo in casa, né lo lascia sui vestiti), abbaia davvero poco, non è mai mordace, occupa pochissimo spazio e può seguirci ovunque.
Il bolognese è assolutamente privo di istinto predatorio. Può convivere con altri cani di qualsiasi età e sesso, con gatti, criceti, conigli… e bambini ovviamente. E’ davvero difficile tirare fuori in lui una benché minima aggressività… è il cane buono per eccellenza. Non morde mai niente e nessuno, uomini cani o altri animali. Le femmine sono molto “materne”… non di rado accettano cuccioli come fossero figli loro e hanno un modo di fare molto affettuoso e carezzevole con i bambini … anche se poi rubano loro i biscotti dalle mani. Nessuno è perfetto.

La guardia
Anche se non è nato per questa funzione, il bolognese è di fatto un discreto avvisatore. Certo non è il cane sempre all’erta che abbaia al minimo rumore o a chiunque osi solamente avvicinarsi a casa. Generalmente abbaia quando qualcuno suona il campanello… nel caso che il padrone non lo sentisse. L’ingresso degli ospiti è sempre accompagnato da un po’ di baccano… ma le “ostilità” cessano nel giro di pochi minuti dopo che i nuovi arrivati si sono tolti i cappotti e messi a loro agio. A quel punto i bolognesi possono accettare anche coccole e carezze. Tutte le volte che mi è capitato di ospitare persone che hanno pernottato a casa mia, sono regolarmente stato svegliato nel cuore della notte da latrati decisi e insistenti rivolti all’imbarazzatissimo ospite di turno che quatto quatto avrebbe voluto andare in bagno facendolo nel modo più discreto e silenzioso. Questo lascia pensare che la reazione sarebbe la stessa nel caso di visite meno gradite, ovvero se qualche ladro tentasse di introdursi in casa approfittando del sonno degli abitanti. Per fortuna non mi è mai capitato. Nella mia esperienza mi sembra che le femmine siano un filo più vigili e attente dei maschi nel fare la guardia.

Il carattere
Lo standard del bolognese li descrive come “apparentemente poco vivaci”. E’ una caratteristica difficile da notare nei cani di oggi che vivono troppo poco tempo insieme al proprietario, sempre troppo impegnato in altre attività. Sono cani molto bisognosi delle attenzioni e della presenza del proprietario. Il nostro rientro in casa è perciò spesso accolto con tante feste, corse e salti.
Se non educati adeguatamente tendono a saltare addosso per salire in braccio, spesso scavando freneticamente con le zampette contro le gambe degli umani e graffiando. Per vedere il carattere descritto nello standard basta però osservare questi cani quando vivono appieno la loro funzione, ovvero quando trascorrono il 100% del tempo col proprietario. Allora sembra veramente “di non averli”.
Non abbaiano, non si muovono, non si percepiscono. Ma se ci giriamo… sono li’.
Ai nostri piedi o poco distanti. Dormicchiano. Se ci alziamo e andiamo in un’altra stanza a fare dell’altro… quando ci giriamo sono ancora lì, a dormicchiare a pochi metri da noi. Quando e come ci siano arrivati non lo sappiamo, ma loro sono sempre nella stessa stanza in cui siamo noi. Discreti, poco rumorosi… e in questo caso davvero “apparentemente poco vivaci”. Ma solo apparentemente.
Loro in realtà sono sempre attentissimi… non ci perdono d’occhio un solo secondo e vogliono sempre stare con noi. Anche se non si fa niente. Si può anche non fare niente, l’importante è farlo insieme.

Spesso i cani che hanno la fortuna di vivere a tempo pieno con i proprietari pensionati, casalinghe o lavoratori a domicilio sono spesso elogiati da tutti come perfetti rappresentanti del cane buon cittadino. “Ma ha un cane? Ma io credevo fosse un pupazzo…. Ma che bravo! E’ sempre stato li’ per tutto questo tempo… ma caaaaro!!!”
Quando però li distogliamo dalla loro condizione ideale, paradossalmente possono diventare il perfetto modello di cane “da incubo”, insopportabile e detestabile. Cani che non possono essere lasciati soli un solo momento, che se il padrone va in bagno e chiude la porta uggiolano fuori dalla porta per dieci minuti e più.
Cani che piangono lasciati fuori dai negozi, che vogliono la famiglia sempre riunita e vanno in ansia se un membro della famiglia si allontana per un attimo anche anche restando in compagnia di tutti gli altri. Quelli che invece sono abituati a stare qualche ora soli sicuramente un poco patiscono questa condizione, ma, pur apparendo tutt’altro che “poco vivaci” nella quotidianità, in parecchie occasioni risultano molto più gestibili. E’ una cosa su cui è saggio riflettere anche se si ha la fortuna di poter assecondare la predisposizione naturale della razza che è quella di vivere in completa simbiosi con noi.

Il bolognese sa essere discreto, ma non è né pigro né poco atletico. E un cane molto sveglio e resistente, può correre e saltare al pari di tante altre razze. Se il proprietario lo incoraggia e lo segue, se la può cavare egregiamente in tante discipline sportive tra quelle di solito pensate per cani più grandi (per esempio agility, obedience, disc dog, dog dance) con grande beneficio per il suo fisico e per la sua mente; l’unico handicap è il suo mantello non sempre adatto alle condizioni ambientali e climatiche in cui si lavora.
I bolognesi sono cani molto ricettivi all’apprendimento. Chi ha provato a portarli a qualche corso di addestramento, di base o sportivo, ha avuto, per quanto ne so, ottimi risultati. Gli si possono insegnare moltissime cose, facendo leva sul loro desiderio di compiacere il proprietario, di giocare e di ricevere coccole. Rispondono bene all’addestramento tradizionale purché non si lavori sul predatorio, che a loro manca del tutto. Amano i giocattoli, ma il loro fine ultimo è quello di “possederli” e portarseli nella cuccia, non di rincorrerli o “abbatterli”.

L’educazione alla pulizia
Il bolognese, quando è sereno, è molto pulito per natura. Impara facilmente a non sporcare in casa e sono tanti gli esemplari da me conosciuti che si sono abituati all’utilizzo della cassettina o della traversina igienica posta su un balcone o in un locale di disimpegno. Questa soluzione ovviamente non dovrebbe assolutamente essere adottata per evitare le passeggiate, di cui anche il bolognese ha bisogno come ogni altro cane, ma dovrebbe rappresentare solo una comodità in più per far fronte a situazioni di oggettiva difficoltà, come maltempo che perdura, problemi di salute o particolari emergenze che impediscono di uscire negli orari prestabiliti.
Uno dei modi più tipici di manifestare disagio dei bolognesi però è proprio quello di sporcare non solo in casa, ma tipicamente in posti molto significativi: sul letto del proprietario, sul divano o sulla pedana di fianco al letto (se questo è alto e non riescono a salirci). In luoghi che lasciano chiaramente intendere che non è stato “un caso”, tanto da indurre molti a mettere in dubbio la teoria secondo la quale i cani non fanno i dispetti.
Il disagio che è sta alla base di queste malefatte è sempre lo stesso: non vogliono stare soli. Altri cani reagirebbero ululando, scavando o distruggendo pezzi di arredamento. Loro sono fatti così.
Ovviamente questo non è assolutamente la norma: è il segnale che qualche cosa non va. Ma, a onor del vero, ho sentito diverse volte proprietari di bolognesi lamentarsi: “E’ veramente un amore…. però quando lo lascio solo fa la pipì/cacca sul letto per dispetto”.
A me personalmente è successo solo un paio di volte in quindici anni di convivenza con i miei bolognesi. E sempre con la stessa femmina. Una volta per averla lasciata nella ex casa di mia moglie (dove non andavamo da anni) per andare a mangiare una pizza senza cani. La seconda volta per averla chiusa nella roulotte dei mie genitori, con la stessa motivazione.

Il proprietario ideale
E’ un cane per tutti… o almeno per molti. Le persone anziane trovano un punto di forza nella sua taglia contenuta che lo rende facilmente gestibile in ogni situazione. Non esiste vecchietta che non sappia trattenere un bolognese al guinzaglio (a parte il fatto che raramente tirano il guinzaglio). Non avere impegni di lavoro e avere molto tempo da dedicare alla cura del mantello e all’educazione fa sì che i bolognesi che hanno come compagno di vita un ultrasessantenne siano spesso i più felici e i meglio curati. Ma sono cani molto adatti anche a persone giovani, essendo molto dinamici e vitali, e sono bravissimi con i bambini anche molto piccoli, purché educati fin dalla prima infanzia al rispetto per gli animali, a non trattarli come bambolotti, e a evitare giochi violenti.

Solitamente li si pensa come compagni di donne. Culturalmente l’uomo è più spesso accostato a cani di grossa taglia o che almeno abbiano un certo ruolo utilitaristico, tipo cani da caccia o cani da difesa. Tra i cani da grembo, però, i bolognesi sono quelli che più spesso vediamo anche in compagnia di uomini. Forse perché la cinofilia ufficiale li presenta al mondo con un look molto naturale, senza fiocchetti rosa, codini o toelettature bizzarre.
Anche gli allevatori di bolognesi sono tutto sommato quasi equamente suddivisi tra maschi e femmine, al contrario di quanto avviene in altre razze da compagnia.
Al cane invece non interessa minimamente il sesso del proprietario. Purché ci sia un riferimento umano… anzi, devo dire che le femmine solitamente maturano un rapporto del tutto speciale con l’uomo di casa, che ai loro occhi appare solitamente come un dio in terra e per seguire lui sono pronte a trascurare il resto del mondo.
“Fino all’abnegazione”, per citare lo standard.

Tra le razze di piccola taglia, il bolognese è sicuramente tra i più adatti a sopportare il freddo. Il mantello abbondante dotato di sottopelo gli dà un’adeguata protezione. Amano correre e rotolarsi nella neve e possono sopportare intere giornate all’aperto anche d’inverno, purché ci sia un padrone adeguatamente imbacuccato che però stia lì con loro. Non sono infatti cani “da giardino” (penso che in realtà nessun cane lo sia), nemmeno laddove ci sia un clima mite tutto l’anno. Sono realizzati solo vicino al padrone. Inoltre il tipo di mantello non beneficia della vita all’aperto a meno che non si svolga in un giardino curatissimo, pulitissimo, con prati all’inglese e ampi spazi piastrellati… insomma una specie di salotto all’aperto. Foglie secche, rametti, erba tagliata, spighe e polvere sono tra i peggiori nemici del nostro piccolo amico.
Tutti i bolognesi sono feticisti. Non appena i proprietari se ne vanno a dormire, subito vanno a impossessarsi dei loro calzini lasciati ai piedi del letto o nelle scarpe o talvolta andandoli persino a recuperare nel cesto della biancheria. Li prendono e se li portano nella cuccia. Fortunatamente di solito non li rompono… li tengono solo lì con loro e ci dormono sopra e se li annusano… come fossero la coperta di Linus. Questo lo potranno confermare TUTTI i proprietari di bolognesi, anche se la cosa non è scritta sullo standard.

Non solo compagnia
Ricordo ancora quando i cani che non erano né da caccia né da guardia venivano definiti cani “di lusso” o da affezione. E pagavano una tassa più alta. Riprendendo questa vecchia definizione possiamo affermare che il bolognese è nato come cane da compagnia… ma anche come cane “di lusso”.
Possiede caratteristiche psico-fisiche che effettivamente lo rendono ideale per la vita in appartamento a stretto contatto con l’uomo accostate ad altre che hanno invece un valore puramente estetico, pensate soprattutto per far capire al mondo intero che non si tratta di un cane “qualunque”, ma di un vero e proprio “gioiello” in carne ed ossa.
Il colore bianco immacolato, fin dall’antichità, rappresenta la purezza, la bontà dell’animale domestico contrapposta alla ferocia dell’animale selvatico. E’ il primo tratto somatico selezionato dall’uomo con sole finalità estetiche o culturali fin da quando gli sciamani e gli antichi e egizi attribuivano a questo colore doti propiziatorie.
Il colore bianco nei meticci è rarissimo. La selezione casuale, di fatto, può fornirci cani a fondo prevalentemente bianco con piccole macchie di colore diverso o cani color crema, isabella, biondo chiaro, miele o beige. Al mantello perfettamente immacolato si arriva dopo un lungo lavoro di selezione che presuppone la conoscenza del comportamento genetico delle mutazioni che lo determinano, che sono più di una e devono essere combinarsi in modo corretto. E’ per questo che questo tipo di colore nella nostra cultura si affianca sempre all’idea di “cane di razza pregiata”.

Anche il particolarissimo mantello del bolognese, così lungo e voluminoso, non è una caratteristica che si possa trovare tanto facilmente senza un’attenta selezione da parte chi alleva. E pure la taglia, pur senza costituire un “primato” nell’universo delle razze canine, è decisamente inferiore alla media e raramente riscontrabile in soggetti che non siano frutto di un accoppiamento mirato.
Anche oggi che le razze canine sono diffuse e alla portata di tutti, tra i numerosi ospiti dei rifugi per cani abbandonati, i soggetti sotto i cinque chili di peso sono ancora molto rari. Si possono trovare cani dal mantello insolitamente abbondante che però quasi sempre non saranno bianchi o saranno decisamente più grossi. E’ davvero difficile riunire tante caratteristiche così poco comuni in un unico soggetto e per questo ancora oggi i bolognesi vengono sistematicamente percepiti come animali di valore, anche da chi non conosce nemmeno l’esistenza della razza e li scambia per maltesi o barboncini o ci chiede di che razza siano. Nessuno però ci chiederà mai se siano dei meticci. Che siano dei “gioielli” è lampante. Se sono ben curati, ovviamente.

Le caratteristiche che conferiscono al bolognese quel tocco di percepibile aristocrazia non sono in realtà utilitaristicamente fondamentali per il suo stile di vita… anzi, sono ciò che più di ogni altra cosa lo penalizza e lo rende un po’ “anacronistico”. Bisogna infatti anche considerare che da quando le Signore della Bologna Bene per prime lo hanno accolto nelle loro ville è passato mezzo millennio.
Oggi ci sono esigenze diverse, ambienti diversi… i ritmi di vita di quelle signore sono certamente molto diversi da quello dell’impiegata che abita al quinto piano in un condominio di città costretta a portare il cane a sporcare negli spazi tra le macchine parcheggiate tra fango e smog.
Il mantello del bolognese è particolarmente impegnativo da tenere in ordine e pulito. Come già detto, teme lo smog, il fango, la terra, la pioggia, la polvere, gli aghi di pino, la neve, le spighe, l’erba secca, i pollini, la resina, la salsedine e i tarzanelli. Infeltrisce facilmente e si sporca con altrettanta facilità. Da un certo punto di vista ha molte caratteristiche che nella vita sono più un handicap che un pregio.
Resta invece indiscutibile il “ruolo sociale” conferito da queste caratteristiche. A differenza di un tempo, oggi non è più esibito come “status symbol” o oggetto prezioso, dal momento che i cani di razza sono ormai accessibili a tutti. Resta però un cane molto attraente, dall’aspetto insolito che non passa inosservato. Uscire con un bolognese significa necessariamente rivolgere la parola a un altissimo numero di persone che semplicemente non riescono a trattenersi dal complimentarsi.
Un sottofondo costante di “che carino, che meraviglia, che bello” è una sensazione piacevole per chiunque. Per chi è solo o soffre di depressione può cambiare la vita e dare maggiori benefici di ogni altra medicina. Può perciò valere la pena rimboccarsi le maniche e affrontare la non facile (ma nemmeno impossibile) manutenzione di questo tipo di mantello.

La toelettatura
Se si decide di acquistare un bolognese, non si può prescindere dall’affrontare il discorso toelettatura. Un bolognese non adeguatamente toelettato e curato perde ogni sua attrattiva e paradossalmente può venir notato esclusivamente per “quello che non va”.
Anziché i soliti cori di “che carino, che meraviglia, che bello”, potremmo quindi sentire: “Ciao, piccolino…. ma come sei sporco!!” (e magari lo abbiamo lavato il giorno prima), “ma come mai quei segni rossi sotto gli occhi?”.. “uh che capellone!…ma lo devi portare dal parrucchiere!”, “oh guarda, un cane rasta”… “ma perché ha i piedi marroni?”, “guarda che buffo, ha la barba nera, si è tutto sporcato il muso!”… e tanti commenti che anziché far piacere, lasciano un poco di frustrazione, soprattutto alle persone che maggiormente si impegnano nella cura del cane, ma che stanno imparando per tentativi ed errori. Come del resto ho fatto anch’io come tanti altri.
Prima di spaventare ulteriormente e dissuadere definitivamente chiunque dall’avvicinarsi a questo cane, vorrei però precisare che c’è una grandissima differenza se intendiamo dare al nostro amico una preparazione “de expo” o se semplicemente vogliamo renderlo attraente per presentarlo al mondo.

La preparazione per le expo è effettivamente molto impegnativa e difficile. Oggi più che mai. La presentazione negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più importante. Questo in tutte le razze.
I giudici oggi non perdonano niente ed è ormai impensabile avere buoni risultati se non si presenta un cane in condizioni di pelo più che perfette. Il bolognese deve essere presentato con mantello abbondante e voluminoso a lunghezza naturale (non accorciato), pulito, con boccoli ben formati e senza nodi. Per molti è ormai irrinunciabile rivolgersi a un toelettatore professionista essendo necessaria una notevole competenza ed esperienza.
Diversa è la situazione di chi non ha ambizioni di tipo espositivo che può vivere la toelettatura del proprio cane in modo molto più “rilassato”. Nessun giudice andrà mai a ravanare nel mantello del cane alla ricerca di eventuali nodi o imperfezione. Si può quindi scegliere il tipo di gestione più adatta in modo più sereno. C’è chi preferisce lavare spesso, dare tanto balsamo e lasciare asciugare senza stare a impazzire spazzolando ogni giorno, chi viceversa trova particolarmente gravoso e impegnativo e fare il bagno e preferisce tenere il mantello in ordine con qualche colpo di spazzola in più. Chi organizza il pelo in treccine e chi non si cura dei nodi purché il cane sia pulito… e in fondo un cane lavato di fresco si presenta sempre bene.

Per chi volesse comunque toelettarlo nel rispetto dello standard comunque scrivo qui di seguito i consigli, frutto della mie esperienza personale, fermo restando che ogni proprietario e allevatore ha le proprie “fisse”e le proprie teorie.
Il bolognese ha un mantello doppio. Il pelo di copertura è quello che appare ai nostri occhi: lunghissimo setoso e a “boccoli”. Ogni singolo pelo di copertura ècircondato alla radice da numerosi peli più corti e lanosi (sottopelo) che lo tengono sollevato. E’ per questo che il mantello si presenta così gonfio.
Apparentemente, quindi, non vi è nulla di diverso rispetto a tantissime altre razze canine che solitamente a tarda primavera e inizio autunno fanno la muta, perdendo il sottopelo. Nei bolognesi, però, non avviene esattamente questo. Se il mantello fosse lasciato a se stesso, già alla prima muta, il sottopelo, una volta staccatosi, non cadrebbe, ma trattenuto dai boccoli formerebbe tante matasse di feltro. I bolognesi non perdono pelo. Non perdono niente. Al massimo raccolgono. Al rientro delle passeggiate è normale ritrovarsi a dover estrarre dal mantello foglie, rametti, spighe, fili d’erba, aghi di pino. E’ sicuramente sconsigliabile portarli nei boschi, nei campi incolti… ma anche in strade di città con fondo polveroso o sporco o ancora nello smog. I pratini dei parchi cittadini sono invece l’ideale.

Per tenere il mantello in ordine è necessario rimuovere il sottopelo man mano che si stacca. Questa operazione si compie abbastanza facilmente con un pettine a denti molto larghi o (molto delicatamente) con un cardatore, partendo fin dalla radice del pelo, ma trattenendo poi ogni ciuffo con le dita, per non far male al cane tirando. In questo modo è possibile slanare delicatamente senza strappare il pelo di copertura. Ovviamente questa spazzolata serve anche a eliminare eventuali corpi estranei che dovessero finire tra il pelo.
Questa operazione va eseguita ogni giorno. Richiede almeno venti minuti se la nostra ambizione è quella di avere un mantello sempre in condizione da expo. Altrimenti i tempi si dimezzano. Eventuali piccoli nodi che resteranno non saranno mai troppo evidenti e si potranno di tanto in tanto eliminare a forbice. Nessuno se ne accorgerà. Soprattutto per i cani che vivono in appartamento (che in inverno è ovviamente riscaldato), questa procedura agevola la formazione di un cosiddetto “rolling coat”. Questo praticamente significa che la piccola quantità di pelo morto, che rimane ogni giorno attaccata alla spazzola, si rinnova in continuazione e il cane non è soggetto a muta.
Se si salteranno queste operazioni per qualche giorno, non succederà niente di irrisolvibile: la volta successiva si impiegherà molto più tempo per sciogliere con le dita eventuali nodi o inizi di infeltrimento, tipicamente nelle cosce o dietro alle orecchie.
Seguitando a trascurare, la situazione si fa via via più complicata, fino all’irrimediabile.
Il rimedio estremo è la tosatura, che però priva il cane della sua prerogativa più ricercata: quella di non perdere peli per casa.
Il pelo accorciato infatti non è più in grado di trattenere il sottopelo che per questo in fase di muta si staccherebbe e cadrebbe come avviene nelle razze con mantello di tipo “ancestrale”. Ma non solo. Il pelo tosato cambia consistenza. Diventa più lanoso e di conseguenza infeltrisce ancora più facilmente, rendendo quindi maggiormente probabile la necessità di un’ulteriore tosatura in un futuro non troppo lontano.
A questo comunque si arriva solo in situazioni di particolare incuria che dura da mesi. Anche di fronte a peli molto compromessi di solito basta rimboccarsi le maniche e un po’ alla volta, giorno per giorno, si sciolgono tutti i nodi e si riporta il mantello alla normalità nel giro di qualche settimana, ripromettendosi di essere più assidui nei mesi successivi.

Uno degli errori più frequenti dei proprietari dei bolognesi è quello di trascurare la toelettatura dei cuccioli. Il pelo dei cani di pochi mesi effettivamente non ha bisogno di nessun intervento. Non ha la lunghezza sufficiente per annodarsi, è morbidissimo e non ha ancora boccoli formati. Pettinare un cane di quell’età è semplicissimo e non arreca il minimo fastidio anche se a noi sembra completamente inutile.
Il modo migliore per combattere i nodi è evitare che si formino… inoltre abituare il cane a collaborare e ad associare la spazzolata a un momento positivo in cui ci si scambiano effusioni è un buon investimento per il futuro. Molti cani arrivano a sei mesi senza aver visto una spazzola… quando poi il proprietario si rende conto che è ora spazzolare il cane sarà molto facile che un tentativo di sciogliere un nodo già formato finisca per far male al cane, indisponendolo alla toelettatura e facendo in modo che questa sia “subita” per tutta la vita.

Altre cose da tenere sotto costante controllo sono la lacrimazione, la pulizia e la pulizia di denti e orecchi.
Una veloce passata con un pettinino a denti molto fitti intorno agli occhi è a mio avviso il miglior metodo per tenere puliti gli occhi e prevenire le antiestetiche macchie rosse che troppo spesso rovinano il mantello di tanti cani ad occhio tondo. Basta una volta al giorno in occasione della spazzolatura quotidiana.
E già che ci siamo, è molto utile rimuovere regolarmente, con l’aiuto di una pinzetta, i peli che purtroppo crescono anche all’interno degli orecchi. Si rimuovono come normale sottopelo, non fa assolutamente male (al massimo provoca un leggero fastidio) e previene otiti e dai parassiti.
I denti sono un’altra nota dolente: come in tutte le razze di taglia contenuta e muso piccolo, succede che lo spazio a disposizione per una dentatura completa di quarantadue denti sia appena sufficiente. Spesso ci sono anomalie di distribuzione con denti non perfettamente allineati e questo li rende particolarmente predisposti a ristagni di cibo e deposito di tartaro. Una spazzolata anche ai denti in sede di toelettatura quotidiana è sicuramente molto utile a prevenire l’insorgere di problemi in età avanzata, anche se forse la miglior pulizia la si ottiene facendo sgranocchiare regolarmente qualche grissino o qualche pezzetto di pane molto secco.

Il bagno
Anche sulla questione bagno ci sono diverse correnti di pensiero. In ogni caso, occorre fare distinzione tra manutenzione da expo e manutenzione da casa.
La frequenza può variare da una volta ogni tre mesi al bagno quotidiano. I sostenitori del bagno quotidiano sono solitamente handler che gestiscono cani da expo esposti tutte le settimane e non lavano per pulire ma per tenere in condizione e non utilizzano prodotti con azione detergente ma solo cosmetici per fare volume. La maggior parte dei soggetti da expo, comunque, fa il bagno ogni 7/15 giorni. Cioè il giorno prima di ogni expo.
I cani di casa possono essere lavati “all’occorrenza”. Ovvero più raramente, ma anche no. In fondo si tratta pure sempre di cani che solitamente salgono sui divani e vivono a stretto contatto con l’uomo ed è normale che si richieda un igiene superiore a quella della media delle altre razze L’importante è usare prodotti di qualità.

La salute
I bolognesi sono “ancora” cani molto facili da allevare. Hanno cucciolate spesso numerose in relazione alla taglia.
Solitamente da quattro a sei cuccioli, eccezionalmente anche sette o otto, contro i due-quattro delle razze di taglia analoga.
Partoriscono naturalmente nella stragrande maggioranza dei casi e sono madri esemplari che non hanno bisogno del benché minimo aiuto, purché si trovino in un ambiente adatto.
Al pari di molte altre razze di piccola taglia sono molto longevi: se non intervengono malattie invalidanti, arrivano senza problemi anche a sedici anni. E’ reputata una tra le razze più sane. Ai fini dell’iscrizione al registro della riproduzione selezionata si richiedono controlli sulle oculopatie ereditarie e sulla lussazione della rotula. In realtà non ho mai conosciuto nessun bolognese con problemi alla vista.. Ho saputo invece di alcuni casi di rotula lussata, come pure di patologie a carico di fegato e reni, che per fortuna non sono caratteristiche largamente diffuse. Anche nella mia esperienza personale non sono stato molto fortunato. La mia prima bolognese, in età avanzata ha sofferto di calcoli e di diabete ed è morta a soli undici anni. E tra le quattro cucciolate prodotte (due sue e due della figlia) ho avuto un caso di lussazione della rotula e un cucciolo con una malformazione al palato, morto a un mese di vita. Non è una situazione disastrosa, ma ci sarebbero molte cose da tenere sotto stretto controllo volendo continuare ad allevare. Cosa che per fortuna non faccio, anche se per altri motivi.

LO STANDARD
Aspetto generale del cane – Di piccolo formato, con tronco raccolto e compatto, ricoperto da pelo bianco puro, lungo sollevato.
Proporzioni importanti – Cane costruito nel quadrato, per cui l’altezza al garrese è pari alla lunghezza del tronco. La testa è piuttosto corta rispetto al tronco.
Comportamento e carattere – Molto serio, apparentemente poco vivace. Creativo, docile, attaccato ai suoi compagni sino all’abnegazione. Testa – Mesocefala, la sua lunghezza totale raggiunge 1/3 dell’altezza al garrese. Piuttosto larga, alle arcate zigomatiche.
Regione cranica: Il cranio di forma poco ovoidale in senso sagittale, piuttosto piatto nella parte superiore, ha le pareti piuttosto convesse ed i seni frontali ben sviluppati. Gli assi cranio-facciali sono fra di loro paralleli, la sutura metopica poco accentuata, l’apofisi occipitale poco marcata. La lunghezza del cranio è leggermente superiore a quella del muso, la larghezza, misurata alle arcate zigomatiche è uguale alla sua lunghezza.
Stop – Abbastanza accentuato
Regione facciale
Tartufo – Sulla medesima linea della canna nasale, visto di profilo la sua faccia anteriore si trova sulla verticale. E’ voluminoso, assolutamente di colore nero.
Muso –  La sua lunghezza è pari ai 2/5 della lunghezza totale della testa, la canna nasale è rettilinea, le facce laterali sono fra di loro parallele, per cui la faccia anteriore del muso è abbastanza quadrata. La regione sottorbitale è ben cesellata.
Labbra – Quelle superiori sono poco sviluppate in altezza, per cui non ricoprono le inferiori ed il profilo inferiore del muso è dato dalla mandibola.
Mascelle – Di normale sviluppo, con arcate che combaciano perfettamente. Denti Bianchi, regolarmente allineati, completi per sviluppo e numero. Chiusura degli incisivi a forbice, tollerata quella a tenaglia.
Occhi – In posizione subfrontale, ben aperti, di grandezza superiore alla normale. La rima palpebrale è rotonda il globo oculare non deve essere prominente, ne la sclerosa è visibile. I margini palpebrali sono di rigore neri ed il colore dell’iride è ocra scuro.
Orecchie – Inserite alte, al di sopra dell’arcata zigomatica, lunghe e pendenti, ma con base piuttosto rigida, tanto che la parte superiore dei padiglioni auricolari è scostata dal cranio, dando così la sensazione che la testa sia più larga di quanto in effetti sia.
Collo – Non ha giogaia ed ha una lunghezza pari a quella totale della testa.
Tronco – Costruzione quadrata, la lunghezza del tronco, misurata dalla punta della spalla a quella della natica, è pari all’altezza al garrese. Profilo superiore – Il profilo del dorso è rettilineo, leggermente convesso quello dei lombi, che si fonde con armonia, alla linea della groppa. Garrese – E’ poco elevato sulla linea del dorso a causa della distanza fra le punte delle scapole.
Torace – Ampio, disceso sino al livello dei gomiti, con coste ben cerchiate, ha una profondità, che raggiunge quasi la metà dell’altezza al garrese.
Petto – Il manubrio dello sterno è poco evidente.
Groppa – E’ pochissimo inclinata e molto larga.
Linea inferiore – Il profilo inferiore del ventre, dopo quello dello sterno, rimonta di poco in alto verso l’addome. Coda Inserita sulla linea della groppa, è portata ricurva sul dorso
Arti
Arti anteriori – Visti nell’insieme perfettamente in appiombo, sono paralleli fra di loro rispetto al piano mediano del tronco.
Spalle – Hanno una lunghezza pari a 1/4 dell’altezza al garrese, rispetto alla linea dell’orizzonte sono abbastanza oblique e tendono alla verticale rispetto al piano mediano del tronco. Sono ben sciolte nei movimenti.
Braccio – Ben saldato al tronco, di lunghezza quasi uguale a quella della spalla, ma meno inclinato di questa.
Gomiti – Si trovano su un piano parallelo a quello mediano del tronco.
Avambraccio – Ha una lunghezza pari a quella del braccio e segue una linea perfettamente verticale verso il terreno.
Carpo e metacarpo – Visti di fronte, seguono la linea verticale dell’avambraccio. Visti di lato, i metacarpi sono alquanto flessi.
Piedi – Sono di forma ovale, con unghia e suole, molto dure, di colore nero.
Arti posteriori – Visti nell’insieme guardati da dietro, devono seguire, dalla punta della natica verso terra, una linea perfettamente verticale. Sono fra di loro paralleli.
Cosce – La lunghezza della coscia è pari ad 1/3 dell’altezza al garrese. E’ obliqua dall’alto in basso e dall’indietro in avanti; rispetto al piano mediano del tronco è perfettamente parallela.
Gamba – Più lunga della coscia.
Garretto – L’angolo tibio-tarsico non è molto chiuso.
Metatarsi – La distanza fra la punta dell’articolazione tibio-tarsica e la pianta del piede è leggermente inferiore ad un terzo dell’altezza al garrese.
Piedi – Con le medesime caratteristiche di quelli anteriori, ma meno ovali.
Andatura –  Sciolta. Vigorosa con portamento alto della testa.
Pelle – Ben tesa, ed aderente con tutte le mucose esterne, e le sclerose che sono rigorosamente pigmentate nere.
Mantello
Pelo – Lungo su tutto il corpo, dalla testa alla coda, dalla linea dorsale sino ai piedi. E’ più corto sulla canna nasale. Piuttosto sollevato e, quindi non piatto, ma a bioccoli, non forma mai frange. Bianco puro, senza alcuna macchia ne sfumature.
Taglia e peso
Altezza al garrese: da 27 a 30 cm. nei maschi; da 25 a 28 cm. nelle femmine.
Peso: da 2,5 a 4 Kg.
Tutti i maschi devono avere due testicoli di aspetto normale e ben discesi nello scroto.

Difetti
Ogni deviazione dalla descrizione delle caratteristiche di ciascuna regione costituisce un difetto, che sarà penalizzato dai giudici a seconda della sua gravità e della sua diffusione, così come lo strabismo.
Difetti eliminatori – Convergenza o divergenza accentuate degli assi cranio-facciali – canna nasale montonina – prognatismo se deturpa l’aspetto esteriore del muso – altezza inferiore ai 25 cm. e superiore ai 33 cm. nei maschi e inferiore ai 22 ed ai 32 nelle femmine.
Difetti da squalifica – Enognatismo – depigmentazione del tartufo, nonché qualsiasi altro colore che sia diverso dal nero – depigmentazione bilaterale delle palpebre – iride gazzuolo – anurismo, brachiurismo tanto naturale che artificiale – qualsiasi colore diverso dal bianco nel mantello – macchie e moschettature – monorchidismo – criptorchidismo – deficiente sviluppo di uno o dei due testicoli – uno o due testicoli non ben discesi nello scroto.

Qualche osservazione personale sullo standard
Quello che sto per scrivere non ha la pretesa di essere “commento allo standard”: non sono qualificato a farlo e ci sono moltissime persone che hanno alle spalle molta più esperienza di me per potersi pronunciare su cose così tecniche. Sono solo semplici riflessioni da appassionato. Tanto per divagare un po’.
Innanzitutto un’osservazione: ci sono razze che si sono fissate in modo spontaneo. Per isolamento geografico o per adattamento a particolari funzioni per le quali l’uomo indirettamente le selezionava. In altri casi invece c’è stato un lavoro di selezione “mirato” da parte di un uomo che ha voluto creare un particolare tipo di cane pensato per una particolare funzione. Ma mai, in nessun caso, lo standard ha anticipato la creazione della razza. Nemmeno i piu’ abili selezionatori ed esperti di genetica sarebbero in grado di creare una razza a tavolino, fissando in modo preciso al millimetro le caratteristiche morfologiche del cane che intendono creare. Ciò che invece avviene è che a seguito di un indirizzo generico iniziale, quando si è riusciti a ottenere un numero sufficiente di soggetti con una buona omogeneità, si raggruppano i cani più rappresentativi, si valutano, si misurano e si redige uno standard sulla base dei soggetti reali ottenuti e semmai lo si rivede dopo qualche tempo per adeguarlo al tipo di crescita avuta dalla razza.

Il bolognese “moderno” da questo punto di vista rappresenta un eccezione. Si tratta infatti di un cane di fatto “ricostruito” sulla base di uno standard ormai solo teorico di una razza quasi estinta. Si sono usati bichon, barboni, maltesi e quant’altro con l’obiettivo di incrociarli per adeguarli a uno standard preesistente. Malgrado gli ottimi risultati in relazione alla difficoltà dell’impresa il tipo di razza ottenuto ovviamente non aderisce allo standard alla perfezione. Lo standard del bolognese più che in ogni altra razza, rappresenta un ideale irraggiungibile più che un modello a cui corrispondono tutti i cani. Vorrei perciò passare in rassegna tutte le discrepanze che potremmo incontrare scegliendo un bolognese di allevamento moderno, anche tra i più tipici. Chiedo scusa ai lettori se ripeterò cose già dette… ammesso che ci siano lettori che sono arrivati fin qua. Adesso vado a leggere nei commenti e vi “sgamo” tutti!

Costruzione: lo standard richiede una costruzione “nel quadrato” con altezza al garrese pari alla lunghezza del tronco, contrapponendolo al maltese, al bichon e al barbone tutti costruiti nel rettangolo. Almeno sulla carta… In realtà, infatti, molti barboni sono tutt’ora di fatto iscritti nel quadrato. Il nuovo standard (dei barboni), recentemente modificato, vuole ora un corpo con lunghezza del corpo *leggermente* superiore all’altezza… un po’ a giustificare la prassi di premiare cani ormai tutti nel quadrato che in ring risultavano più slanciati ed eleganti.
Paradossalmente fu quindi l’accoppiamento col barbone, razza teoricamente nel rettangolo” che a mio avviso riuscì a reintrodurre nella razza la caratteristiche della costruzione nel quadrato.
Fino ai primi anni 90 era pressoché impossibile trovare un bolognese che fosse veramente nel quadrato. Gli allevatori si sforzavano di selezionare i cani più corti che rimanevano però sostanzialmente rettangolari, ricercando anche un portamento fiero con petto in fuori e testa alta e incedere raccolto. I primi cani costruiti nel quadrato spesso mancavano di compattezza. La loro costruzione nel quadrato dipendeva da arti lunghi, barboneggianti appunto. I soggetti più compatti invece erano solitamente molto alti, ai limiti dello standard e con peso molto superiore a quello desiderato. Dopo vari rimescolamenti delle diverse linee di sangue oggi i migliori bolognesi che frequentano le expo sono iscritti nel quadrato e hanno la giusta taglia e costruzione. I bolognesi che non sono nel quadrato però sono ancora tutt’altro che rari… anzi se non prendiamo come riferimento i cani più titolati, ma la “media” della razza direi che i cani troppo lunghi sono ancora la maggioranza.
La costruzione nel quadrato (che personalmente prediligo) non ha in realtà niente di funzionale in cani di questo tipo…è una questione di gusti. Più che altro per differenziarlo dal bichon.

Testa: le proporzioni volute dallo standard di 1/3 rispetto all’altezza al garrese sono vere solo nei cani costruiti veramente nel quadrato. Che abbiamo visto essere l’ideale, ma non la norma. Negli altri le proporzioni sono di solito 2:5 come nella maggior parte delle razze con costruzione armonica. Un’altra proporzione importante da valutare è quella cranio muso che lo standard richiede di 2:5 (con muso più corto del cranio).
Gli ultimi anni di ricostruzione della razza hanno visto spesso una esasperata ricerca del “muso corto” per riportare alle caratteristiche di standard e allontanarsi dal muso lungo tipico delle altre razze. In realtà il bichon avrebbe gli stessi rapporti. Quello che varia è lo stop meno accentuato e la maggior voluminosità della testa rispetto al corpo che gli conferisce una diversa espressione. Il barbone dovrebbe avere il muso più corto del cranio, ma con proporzioni 9:10. In realtà molti barboni hanno un rapporto 1:1 sempre per via di privilegiare l’aspetto elegante.
I primi bolognesi avevano spesso un muso effettivamente troppo lungo… ma a volte solamente troppo poco stop. Negli anni successivi la ricerca del muso corto ha spinto a volte verso l’ipertipo, e i soggetti premiati e ritenuti tipici avevano in realtà proporzioni molto vicine a 1:3, con espressioni che ricordavano un po’ troppo il maltese. Forse proprio a causa del contributo di questa razza con l’obiettivo di diminuire la taglia.

Dentatura: lo standard prevede due tipi di chiusura: quella forbice corretta e quella a tenaglia “tollerata”. In realtà un soggetto con dentatura a tenaglia è di fatto tagliato fuori dalle esposizioni dove i giudici sono molto selettivi per quanto riguarda il tipo di chiusura. La mancanza di premolari invece tende ad essere perdonata, in quanto tipica e fisiologica nei cani di piccole dimensioni con muso più corto del cranio. Come pure è perdonato il mancato allineamento degli incisivi. Questo a mio avviso è un errore. I giudici ragionano nell’ottica che non essendo una razza da presa o da lavoro, la dentatura non debba avere un ruolo cosi’ importante. Si tratta però di un cane nato per stare in grembo, dormire vicino ai padroni… e sappiamo tutti quanto una cattiva dentizione sia deleteria in termini di predisposizione al tartaro e conseguente alitosi.
Personalmente preferirei sicuramente una chiusura a forbice rovesciata (se non deturpa l’aspetto esteriore del muso) ma con denti allineati bene piuttosto che una chiusura a forbice con denti storti. Riguardo alla mancanza di premolari invece… è quasi meglio quando non ci sono. C’è più spazio per gli altri denti. Le chiusure fuori standard sono tutt’altro che rare in questa razza, malgrado il prognatismo non sia tipico in nessuna delle razze che hanno contribuito alla sua ricostruzione. Il problema è che nel cane la lunghezza della mascella superiore e della mandibola si trasmettono separatamente e ricombinando geni di cani con diversi rapporti cranio muso (esempio i musi lunghi dei barboni con quelli corti dei maltesi), si ottengono le più improbabili combinazioni di chiusura.

Occhi: gli occhi neri sono tipici del bichon frisé. L’espressione tipica del bolognese è quella con occhio marrone scuro. Oggi sempre più diffusa, malgrado nessun giudice si sia mai sognato di penalizzare un occhio nero. L’occhio troppo chiaro invece non è ben visto, ma nemmeno così frequente, per fortuna.

Orecchi: un’altra caratteristica che distingue il bolognese sia dal barbone che dal bichon frisé è il portamento dell’orecchio semipendente, anziché completamente pendente e aderente al cranio. Lo standard lo vorrebbe però “lungo”. In realtà io ho sempre visto cani con orecchi piuttosto corti. Anche se dicendo“lungo” senza indicare un riferimento si dice ben poco. Gli orecchi del barbone tirati verso il muso raggiungono la commessura delle labbra. Quelli della mia bolognese più tipica né sono ben distanti…. e sono orecchi che una giudice “storica” specialista della razza ha descritto come “bellissime” e molto tipiche. Mah.
Nei primi anni novanta mi è capitato di vedere bolognesi con orecchi eretti. Tipo volpino. E l’analogia per taglia colore e costruzione farebbe quasi pensare che questi possa essere il responsabile dell’accorciamento dell’orecchio di barboni e bichon e conseguente portamento semieretto. Anche se non restano testimonianze.
Deve essersi trattato comunque di un’immissione sporadica, anche perché questa avrebbe portato inevitabilmente con sé “difetti” di tessitura del pelo (assenza di baffi e di boccoli). Inoltre il carattere del volpino discosta notevolmente da quello richiesto per il bolognese.

Arti e movimento: il bolognese in standard dovrebbe avere una costruzione da “galoppatore” gli angoli sono piuttosto aperti e questo gli conferisce un movimento “scattante” con tante energie da esaurire nel breve. Si alzano sulle zampe posteriori con estrema facilità quasi l’anteriore non pesasse niente. E sono in grado di mantenere la postura a due zampe per parecchio tempo senza apparente sforzo. Saltano e si arrampicano quasi come gatti. Quando camminano a fianco del proprietario sembra che le loro energie si dirigano in senso verticale… un po è per contenere la loro energia e stare al passo col proprietario, un po’ forse per essere un po’ più vicini a lui. Sta di fatto che il trotto “veramente tipico” è regolarmente interrotto da “impennate” e saltelli in direzione del proprietario che lo accompagna. I cani da expo ovviamente sono invece condizionati a esibire la tipica andatura richiesta per il ring, fluida e regolare.

Coda: la coda tipica del bolognese sarebbe quella portata strettamente aderente alla linea dorsale. E portata sul dorso per la maggior parte del tempo, persino a riposo. Per questo nei bolognesi più tipici capita che il pelo sotto la coda resti schiacciato e si formi una specie di “nido”. La coda del bichon all’opposto è portata ricurva sul dorso, ma lo tocca solo con la frangia. Nella realtà ci son parecchi bolognesi che portano la coda in questo modo o in un modo intermedio. In expo la cosa non è sempre penalizzata anche perché non è nemmeno tanto evidente se non per i veri conoscitori della razza. Il pelo lungo può infatti mascherare la forma della coda che ci sta sotto.

Taglia: Soltanto quindici anni fa i bolognesi che rientravano nei limiti di altezza richiesti dallo standard erano molto rari. Tutti i soggetti erano prossimi al limite massimo (soprattutto quelli di costruzione nel quadrato) e negli ultimi anni c’è stato un costante lavoro di contenimento fino ad arrivare in alcuni casi all’estremo opposto. Ma il vero problema dei valori imposti dallo standard è l’incompatibilità tra i limiti previsti per l’altezza e quelli previsti per il peso. Un maschio di 30 cm ovvero ai limiti massimi dello standard, se correttamente costruito pesa ben più di quattro chili. Molto di più. Così pure una femmina che pesasse davvero due chili e mezzo (personalmente non ne ho mai viste ma mi giurano che ci sono), sarebbe quanto meno di altezza molto inferiore al minimo di 25 cm. Forse non arriverebbe nemmeno ai 22 consentiti dalla “tolleranza” (a mio avviso esagerata) consentita dallo standard.
E’ altresì curioso che uno standard lasci un margine così alto relativamente all’altezza (tre centimetri di tolleranza in più in meno su un intervallo comunque molto ampio) e allo stesso tempo pretenda che il peso sia contenuto nell’arco di un chilo e mezzo tra il minimo e il massimo. Per maschi e femmine. Come dire che un maltese e un cocker americano debbano avere lo stesso peso. Sono misure che andrebbero sicuramente riviste.
Il giusto compromesso a cui si è arrivati oggi nei cani più promettenti in expo è quello di avere altezze al garrese che sempre più spesso si concentrano intorno ai valori minimi che corrispondono a pesi che al contrario si avvicinano al valore massimo.
La media della razza è invece però spostata verso valori decisamente più alti, almeno in termini di peso. Il bolognese medio è in realtà sui 5 kg e questo non solo perché il proprietario medio concede troppi bocconcini extra. Un po’ sì, ma non è solo questo.

Piedi: lo standard richiede piedi ovali, malgrado il mondo sia pieno di bolognesi con piedi tondi (da gatto) che personalmente apprezzo di più. In sede di giudizio la forma del piede viene si solito completamente trascurata.

Colore: lo standard contempla solo il colore bianco. La presenza nell’antichità di cani di colore rosso e il riferimento a possibili “sfumature” mi lascia pensare che il bolognese originale fosse quel tipo di bianco derivato dalla diluizione estrema del fulvo. Che solitamente è un bianco “latte”. Nei bolognesi attuali è spesso presente anche un secondo tipo di bianco che è il risultato dell’estrema riduzione delle macchie nei mantelli pezzati: il bianco “neve”. Penso nessun giudice vada oggi a sindacare su quale tipo bianco è riconducibile al cane giudicato, ammesso che sia in grado di riconoscerlo… anche perché poi molti cani di fatto combinano le due mutazioni. La presenza di due geni distinti però a volte è responsabile della comparsa inaspettata di cani di colore fuori standard. Tipicamente si tratta i cani a macchie rossicce, miele o color champagne. Più raramente cani interamente rossicci o champagne. Presente nella razza è pure il gene l’ingrigimento precoce del pelo. Lo stesso gene che fa si’ che bobtail e yorkshire nati neri divengano grigi anche molto chiari in età adulta. Nel bolognese questo gene fa si che cuccioli che talvolta hanno macchie nei primi mesi di vita arrivino quasi ad apparire completamente bianchi da adulti. Quasi…. In realtà sul pelo bagnato le macchie rimangono sempre evidenti. Anche in questo caso volendo prendere lo standard alla lettera sarebbero da considerare cani con difetti eliminatori. In realtà invece sono difetti che vengono spesso perdonati. O forse non visti, da chi non è pienamente “dentro la razza”. Per fortuna. Per quanto mi riguarda, sarei anche per l’ammissione dei cani fulvo-rossicci, con o senza bianco. Sarebbe una possibilità in più, malgrado personalmente continui a prediligere i bianchi.
L’unico pigmento previsto dallo standard è quello nero ed è anche l’unico veramente diffuso. Non mi è mai capitato di vedere bolognesi a pigmento marrone. Capita invece piuttosto spesso che il pigmento nero sia carente e soprattutto nei mesi invernali il tartufo si decolori assumendo una tonalità rossiccia. Una cosa a cui i giudici prestano molta attenzione è la colorazione completa della rima palpebrale. Anche questa spesso e volentieri parzialmente depigmentata in molti cani, soprattutto nello scorso decennio. Oggi le cose vanno decisamente meglio.

Dedica
Dedico questo mio scritto ai miei bolognesi. Quelli ancora vivi e quelli che non ci sono più. Quelli che vivono con me e quelli che fisicamente sono con altre famiglie anche se restano sempre nel mio cuore.
Cicles, Raviolo, Sughino, Ragù, Crescentina, Petronio, Nettuno, Garisenda, Brisabella, Clizia, Balanzone, Emma, Gnoccofritto, Fagiolino, Tagliatella, Sorbole, Tempestina, Swiffer, Vileda, Tonkita, Favilla: grazie per tutto quello che mi avete dato e per essere stati così determinanti nel mio percorso di “crescita” nel mondo della cinofilia.

NOTA di redazione: data la lunghezza dell’articolo, servivano uno sproposito di foto. Ho quindi “rubato” praticamente tutte quelle disponibili su Google (almeno quelle che ritraevano veri bolognesi…perché si trova un po’ di tutto!), più varie  foto di allevatori italiani (soprattutto quelli “di Platino Iridio” e “del Leone Fiammingo”, dai quali ho fatto man bassa) e stranieri, a cui avrei magari potuto chiedere il permesso: ma ci tenevo troppo a mettere online questo articolo e quindi ho preso la scorciatoia. Mi auguro che nessuno se la prenda: nel caso, resta sempre valido il disclaimer “scrivetemi e tolgo subito la foto”.