Dopo aver detto che “ci sono più educatori cinofili che cani“, potrebbe sembrare incoerente che oggi abbia deciso di scrivere questo articolo: ma non è proprio così.
Di posto per educatori/addestratori/istruttori BRAVI, infatti, ce ne sarebbe, eccome: sono gli improvvisati ad essere troppi – e ad essere “di troppo”.
Sono quelli che al corso hanno imparato non l’ABC, ma solo la “A” (magari neppure tutta intera) e che NON dovrebbero, per nessuna ragione al mondo, aprirsi il campo il giorno dopo (mentre è quello che fanno regolarmente).
Sono i “cuggini acculturati”, quelli che fino al giorno prima andavano spiegando a tutti che per insegnare al cucciolo la pulizia casalinga bisogna mettergli il muso nella pipì, e il giorno dopo vanno cianciando di prossemica e zooantropologia cognitiva (senza peraltro averci capito una mazza: e se hanno almeno capito che il muso nella pipì non va messo, è già grasso che cola).
Potrei andare avanti per mesi: anzi, avrei proprio potuto fare un articoletto umoristico della serie “Quelli che” (tipo: “Quelli che…fanno gli educatori cinofili senza peraltro sapere un cazzo di cani”).
Però, in realtà, l’argomento è serio e merita di essere trattato seriamente: non fosse che per il fatto che molti giovani, in questo lavoro, cercano semplicemente uno sbocco contro crisi e disoccupazione.
Hanno passione per i cani, sono bravi ragazzi, non hanno voglia di spacciare droga (se maschi) né di fare le veline o di andare a letto con il politico di turno (se femmine. E a volte anche se maschi: dipende dal politico): quindi lavoro non ne trovano.
Come si fa a dir loro “lascia perdere”, se sperano di guadagnarsi onestamente da vivere stando tra gli animali che amano?
Al massimo li si può mettere in guardia dai miti facili.
Si gli si può dire che “guadagnarsi onestamente da vivere” non deve significare “guadagnare senza fatica”, né tantomeno “guadagnare prendendo per il sedere i clienti e rovinando cani”: anche perché, se fai così, ti guadagni da vivere per un mese, o per un anno se proprio ti va di lusso. Poi sparisci: proprio perché la concorrenza è diventata talmente alta – e spietata, come in tutti i campi – che emergere è difficile e restare a galla è cosa per pochi eletti.
Meglio non illudersi troppo, dunque: meglio non sperare che quella della cinofilia sia una facile scappatoia per gente con poca voglia di impegnarsi (se è questo che volete, vi conviene seguire la strada maestra ed allevare una razza di moda…ovviamente facendo il cagnaro e non l’allevatore serio, perché altrimenti tocca impegnarsi e sudar sangue anche lì).
Se però c’è davvero TANTA passione; se c’è la disponibilità a studiare, ad impegnarsi seriamente e a costruirsi un mestiere decoroso in modo corretto; se c’è davvero il desiderio di aiutare cani e umani a vivere relazioni migliori… allora questa strada si può ancora intraprendere.
E si può anche partire dal famoso “corso per educatori”: che però, a questo punto, bisogna scegliere con un minimo di oculatezza, perché altrimenti si butterebbero via i propri soldi.
Proviamo, dunque, dare qualche suggerimento su questa scelta, provando a capire in cosa si differenziano le millemila proposte che l’aspirante educatore troverà sul web.
Ci si troverà di fronte una scelta decisamente ampia di:
a) corsi brevi – brevissimi (da UNO a tre-quattro week end);
b) corsi intensivi (tipo “full immersion” di una settimana-dieci giorni);
c) corsi di lunga durata, spesso tenuti nei week end ma talora anche con lezioni infrasettimanali.
Inutile dire che i corsi brevi e brevissimi non potranno MAI formare davvero un educatore cinofilo…a meno che con questo non si intenda “persona che esce dal corso un filino più informata di prima su come educare il PROPRIO cane”.
In realtà, se si prova ad accusare chi tiene questi corsi-lampo di voler “tirare dietro” patentini e di illudere la gente, la risposta sarà sempre questa: “Ma noi non abbiamo mai detto che avrebbero potuto aprire subito un campo! Il nostro è solo un corso base di cultura cinofila, si dovrebbe capire benissimo!”
Sì, forse si dovrebbe: ma intanto loro non te lo dicono. Certo, non ti dicono che “impari tutto” sui cani… ma non dicono neppure il contrario: quindi qualche ingenuo può anche cascarci.
Rovescio della medaglia… costui dev’essere proprio TAAAANTO ingenuo!
Un pollo fatto e finito.
E i polli non sono poi così diffusi, dopotutto.
Il fatto è che spesso le persone “fingono” di essere prese in giro, quando in realtà il loro scopo è di prendere in giro qualcun altro: ovvero, vogliono un attestato qualsiasi (da procurarsi più in fretta e con la minor spesa possibile) da poter sventolare sotto il naso del futuro cliente, facendogli vedere che lui “ha fatto un corso da educatore”.
Ovviamente, tra la scarsa cultura cinofila generale e la mancanza di una regolamentazione decente in materia, il cliente non sarà mai in grado di discernere tra chi si è smazzato per anni e chi ha preso il foglietto di carta in due giorni: quindi il corso breve-brevissimo consente a qualsiasi pirla di autocertificarsi come “educatore” .
Non importa neppure che sul foglietto ci sia scritto “il signor X ha seguito un corso di cultura cinofila”, anziché “ha ricevuto il patentino da educatore”: tanto il cliente non distingue neanche così.
Il fatto che non abbia imparato un beatissimo tubo, poi, è di secondaria importanza: tanto il neo-educatore a presa rapida è convinto di sapere già TUTTO sui cani, magari perché ha insegnato a fare seduto e terra al barboncino di casa.
Come sempre, insomma, esiste un’offerta laddove c’è la domanda: e la domanda è sicuramente più legata a questo tipo di persone che non ai “veri” ingenui… perché bisogna proprio essere scesi a valle con l’ultima piena per pensare di poter “capire tutto sui cani” in cinque o dieci lezioni.
I corsi “full immersion” sono una variante apparentemente più accattivante dei corsi brevi: si sta per una settimana o dieci giorni dentro a un campo, a lavorare con i cani, e la teoria viene spiegata man mano che si presentano i vari problemi pratici.
Carino, divertente, anche interessante: purtroppo, però, la mente umana non è una spugna fatta per assorbire una montagna di informazioni tutte assieme.
La concentrazione e il livello di attenzione scendono anche se non ce ne rendiamo conto, e dopo le prime due-tre ore la spugna comincia a perdere acqua qua e là.
Tra l’altro, in cinofilia, ci sono anche nozioni piuttosto ostiche che bisogna conoscere se si vuol fare davvero l’educatore (nozioni di anatomia, di chimica, ma anche conoscenza delle leggi e delle norme fiscali): a meno di non essere i cugini intelligenti di Einstein, ritengo impossibile che tutte queste nozioni vengano incamerate (e ricordate) in una full immersion, senza avere il tempo di portarsele a casa, ravanarsele un po’ ed assorbirle piano piano.
I corsi full immersion sono utili e interessanti per chi di cinofilia già ne sa parecchio: ma al novellino li sconsiglierei.
I corsi di tipo scolastico (ovvero quelli che durano un anno o più) sono, per ovvi motivi, gli unici che si possono definire realmente “formativi”: ovviamente la loro efficacia dipende dai docenti, ma su questo non posso darvi consigli, anche perché andrei forzatamente a finire sulla stima-disistima personale, che può anche non essere condivisa.
Ognuno dev’essere libero di fare le SUE scelte senza essere influenzato da altri…anche se una cosa mi permetto di suggerirvela: quando scegliete il/i vostro/i docente/i, accertatevi almeno che sia qualcuno che lavora davvero con i cani e che non si limita a parlarne.
Scegliete persone che abbiano “fatto qualcosa” in campo sportivo o in altre discipline: non devono essere necessariamente i campioni del mondo, ma almeno dovrebbero essere “apparsi” e aver ottenuto qualche risultato apprezzabile. Altrimenti saranno, magari, degli splendidi teorici…ma se non hanno mai applicato le loro teorie alla pratica, come facciamo a sapere se funzionano?
Insomma: se il signor X vuole salire in cattedra per insegnarmi (a pagamento) come scrivere in modo efficace, prima di aprire il portafogli voglio vedere un libro pubblicato da lui.
Se un corso non prevede un’equa distribuzione di teoria e di pratica, personalmente non lo prenderei proprio in considerazione.
Un conto è il seminario o lo stage, in cui – volendo – ci si può anche limitare al blatera-blatera: ma se si parla di “formare un educatore”, bisogna dargli in mano dei cani veri. Altrimenti non c’è proprio storia.
I cani dovrebbero anche essere diversi per taglia, età, sesso, razza o tipologia e carattere: non esiste proprio che si lavori per una settimana con uno stuolo di golden o di border… perché poi, al primo rottweiler incazzoso che si incontra, si finirebbe arrampicati sull’albero più vicino, stile gatto.
Inutile, anche, illudersi di poter mandare i “cani difficili” a qualcun altro (magari a qualcuno che meriti la qualifica di “ri-educatore”), tenendo per sè solo i dolci cuccioletti che si possono plasmare da zero senza rischi e senza errori. O meglio: potere si può, ma non ci si illuda di campare con quelli.
La stragrande maggioranza delle persone che si avvicinano a un campo ha cani di taglia medio-grande, adulti E problematici: quelli che arrivano col cucciolotto sono, purtroppo, un’esigua minoranza.
Ora io non dico che a fine corso un educatore debba saper affrontare e risolvere su due piedi il caso estremo del cane di grossa taglia aggressivo (sarebbe una mosca bianca, perché anche dal miglior corso del mondo si esce sapendo un millesimo di tutto quello che c’è da sapere. E se mi chiedete quand’è che si arriva a sapere davvero “tutto” sui cani, vi rispondo MAI): però, se non altro, deve essere in grado di non salire sull’albero; di capire il caso che ha davanti; di spiegare all’umano del cane che esistono le soluzioni X, Y e Z…ed eventualmente di indirizzarlo al collega “specializzato proprio in questo tipo di problemi” (leggi: uno che sa un po’ più di te. Però devi anche sapere chi caspita è, ‘sto collega: e per saperlo devi almeno aver inquadrato a grandi linee il tipo di problema).
La parte pratica, se fatta in modo corretto, aiuta anche l’aspirante educatore a capire una cosa fondamentale: e cioè se ha o non ha paura dei cani.
Perché a pacioccare golden son capaci tutti, e si può pure credere di avere somma confidenza con i cani: ma prima o poi (solitamente “prima”), il rottweiler incazzoso arriva.
E se il sedicente (e/o se-credente) “educatore” si accorge che se la fa sotto, potrebbe avere la tentazione – fin troppo diffusa, purtroppo – di dire all’umano che il cane “è senza speranza” e che va soppresso.
Tentazione che viene soprattutto agli arroganti presuntuosi che non vogliono ammettere né di aver paura, né di non essere assolutamente all’altezza di affrontare il caso X (perché l’umiltà è merce rarissima in cinofilia).
Siccome di casi simili ne ho già visti anche troppi… il consiglio più spassionato che posso darvi è questo: frequentate SOLO corsi che vi mettano di fronte al numero più alto possibile di tipologie canine e di relativi problemi. E se vi accorgete che avete paura dei cani, LASCIATE PERDERE e cercatevi un altro mestiere.
Per quanto riguarda il tirocinio, in-di-spen-sa-bi-le (come in ogni altro lavoro) per arrivare al professionismo vero e proprio, credo che si debbano preferire di gran lunga i corsi che lo consentono dopo il termine del periodo di lezioni: anche perché, in caso contrario, ci si ritrova allo sbaraglio.
In un commento al mio articolo precedente, nel quale ventilavo anche l’ipotesi di “farsi le ossa” sul campo anziché (o “prima di”) seguire un corso, un’educatrice professinista ha scritto – giustamente: “Alcuni si accorgono che gli manca esperienza quindi si apprestano ad andare in processione nei centri cinofili vicino a casa per fare un TIROCINIO, offendendosi a morte se il centro non vuole tirocinanti.
Cioè: un altro si è preso 2000 euro per un corso “fuffa” e poi devo smazzarmelo io gratis? Devo pure insegnare il mestiere al ragazzino che domani apre il suo campetto di fianco al mio?”
Mi sembra un ragionamento sacrosanto. Sinceramente, io di “pivelli” me ne sono smazzati gratis più di uno: però c’è anche da dire che arrivavano freschi freschi da casa loro, e non dal “corso fuffa” tenuto da qualcun altro (anche perché, ai tempi, di corsi non ne esistevano proprio: e incredibilmente si lavorava lo stesso…).
Oggi come oggi, se mi arrivasse il “fuffato” in cerca di tirocinio gratis, credo proprio che lo inviterei ad andare dai suoi docenti: insomma, bravi sì, cinofili sì, ma proprio scemi del tutto no!
Quindi, consiglio: accertarsi sempre che il campo e/o le persone che tengono il corso possano poi seguire anche il successivo periodo di formazione dell’allievo.
I PREZZI
Non conosco tutti i prezzi di tutti i corsi proposti in Italia. Però un’idea generale ce l’ho, e da quel che ho visto posso dirvi che:
a) il prezzo “stracciato” è quasi sempre sinonimo di corso altrettanto “stracciato”: o nella quantità o nella qualità (a volte pure in entrambe). Se vi interessa farvi un’infarinatura personale, può andar bene tutto: se pensate di fare davvero gli educatori cinofili, NO;
b) il prezzo molto elevato, al contrario, NON è sempre sinonimo di qualità altrettanto elevata. A volte è legato solo alla presenza (effettiva o nominale) del “guru” di turno; in altri casi è giustificato dall’ampiezza dell’offerta, dal numero di docenti, dal campo a disposizione e così via.
E’ quasi impossibile dire “il corso X a prezzo Y va bene, il corso Z a prezzo W invece no”: ma chiunque dovrebbe essere in grado di farsi due conti e di capire se c’è un rapporto onesto tra qualità e quantità delle prestazioni offerte e prezzo.
L’ONESTA’ INTELLETTUALE (E NON SOLO)
Concludo con una nota… etico-economica: per favore, NON pensate che quello dell’educatore cinofilo sia un bel lavoro perché “non si pagano le tasse”.
Che in molti non le paghino, ahimé, è un dato di fatto (lo stesso succede per gli allevatori): che si giusto, è un altro paio di maniche.
Personalmente sono stata, all’inizio, un'”addestratrice da tempo libero”: lavoravo solo d’estate, perché d’inverno studiavo (ero piccola…). Però mi sono aperta lo stesso una partita IVA.
Oggi farei la stessa cosa? Sinceramente, non lo so: invecchiando ho imparato anch’io la “legge del più furbo”, e forse (forse, eh…perché mio padre mi ha sempre fatto una capatanta sull’onestà morale ed intellettuale, e non so se riuscirò mai a liberarmene) in caso di “campo del tempo libero” o di secondo lavoro, non mi precipiterei più a mettermi in regola.
SE però pensassi non solo di fare dell’educazione/addestramento la mia professione principale, ma addirittura di INSEGNARE agli altri come farla… embe’, allora, se non fossi in regola fiscalmente, sarei veramente una losca figura.
Sempre nei commenti all’articolo precedente si scherzava sul fatto che una buona soluzione al “buco” delle finanze italiane, al di là di tante finanziarie o patrimoniale, sarebbe quella di far pagare le tasse a tutti gli educatori cinofili che ci sono in giro. Pensandoci bene, temo che non fosse SOLO uno scherzo.
Al di là della “vostra” futura onestà intellettuale e fiscale, comunque, mi sembra che sia proprio il minimo esigerla da chi si fa pagare per insegnarvi. Che si tratti di un privato, di un’associazione (tutte “senza scopo di lucro”…) o di un Ente, NON iscrivetevi a nessun corso se non vi viene garantita una regolare ricevuta o fattura. Che se proprio dobbiamo riempire le tasche di qualcuno, almeno sia un qualcuno che paga le tasse…perché, non dimentichiamolo, ogni evasore piccolo o grande, in questo Paese, ruba i NOSTRI soldi dalle NOSTRE tasche. Vediamo almeno di non regalargliene altri.

