simoniPREMESSA – Dopo la pubblicazione del “vero Standard” del Pastore maremmano-abruzzese, che nonostante la sua connotazione chiaramente umoristica conteneva una nota seria sul nome della razza, abbiamo ricevuto qualche (civilissima, peraltro) “protesta” in merito, visto che per molti questo cane dovrebbe chiamarsi ancora e solo “Cane da pastore abruzzese” o “Mastino abruzzese”.
Per questo abbiamo deciso di presentarvi un articolo che parla proprio della scelta della denominazione ufficiale, scritto da chi vi partecipò in prima persona nel lontano 1958: il professor Franco Simoni, medico veterinario, cinologo ed allevatore “storico” della razza, che già ci ha permesso di pubblicare altri suoi interessanti testi sul Pma.

di FRANCO SIMONI – Nel 1958 si celebrò il battesimo del cane da pastore maremmano abruzzese. Gli fu dato il nome che attualmente porta perché l’Enci, avvalendosi della collaborazione del valente Prof. Solaro, del C.T. del C.P.MA. e del sottoscritto, lo deliberò dopo aver indicato i caratteri etnici della razza e compilato lo standard.
Da quel momento per questa nostra importante razza canina italiana si aprì un nuovo capitolo della sua lunghissima storia.
Fu giusto ed opportuno unificare le due razze esistenti: “la maremmana” e “l’abruzzese”, in quanto razze non erano, ma se mai varietà, in quanto tra le stesse non esistevano differenze, né a livello morfologico, né a livello fisiologico, che avessero carattere di genotipicità.
Comunque il provvedimento non trovò unanimità di consensi, sia tra gli addetti ai lavori, sia tra i conoscitori delle due varietà.
Parve piuttosto il risultato di un compromesso e chi, come il sottoscritto, seguiva la storia e le vicende della razza, lo percepì, lo ricorda; si rammarica.

logo_enci2Il deliberato dell’Enci voleva acquietare gli animi, sedare le accese passioni che animavano coloro che sostenevano, a spada tratta, e senza ragione, ed affermavano: il cane è maremmano; no, il cane è abruzzese. E discutevano all’infinito, senza trovarsi d’accordo, solo perché erano animati da esasperato spirito campanilistico, senza chiarezza di idee, privi di conoscenze tecniche e storiche ed anche di buonsenso.
Né derivò poi una specie di armistizio, interrotto ogni tanto da qualche sporadico scontro verbale e battibecco, che confermava che la decisione e la scelta della denominazione non era stata definitivamente accettata, ed aveva lasciato insoddisfatti molti.
In questa atmosfera furono trascorsi, quasi trenta anni. La razza ebbe ed ha avuto un suo grande ritorno, generato molte simpatie, creato interessi diversi: ma risentimenti e mugugni saltarono nuovamente fuori a provocare nuove rivendicazioni e pretese.
Il suo nome fu di nuovo rimesso in discussione.
Nel 1988 infatti, una iniziativa della Regione Abruzzo ha sorpreso tutti.
Promossa da alcuni amatori e conoscitori del cane bianco da pastore, almeno così qualificatosi, con l’appoggio di alcuni politici locali, evidentemente più interessati a farsi una clientela elettorale che ai destini del cane, ha riportato la palla nel campo da gioco, riproponendo il problema all’Enci, per chiedere addirittura il riconoscimento di una loro razza locale, cui vorrebbe dare il nome di “mastino abruzzese”.

Maremma_132_0La delibera dell’Enci del 1958, relativa alla denominazione, era scaturita dal fatto che l’Abruzzo e le Maremme, intese come “maritimae”, cioè terre affacciantesi sul mare, erano i due territori in cui la popolazione canina in oggetto era, a quel momento, più rappresentata, presente ed attiva nelle numerose iniziative pastorali che nelle zone sopradette, costituivano la base principale della economia.
L’Enci aveva però, imperdonabilmente, dimenticato che l’Abruzzo e le Maremme rappresentano i cardini di un sistema secolare, cioè della transumanza, che le legava: ma il cane non era presente soltanto in Abruzzo, bensì in tutta la dorsale appenninica, sulla quale, non vada dimenticato, si era originata per prima l’attività pastorale.
Aveva dimenticato, cioè, che l’Appennino aveva dato i natali e vita ai pastori ed al loro bestiame: ovini in prevalenza, che durante i lunghi periodi invernali, per la neve abbondantemente caduta a ricoprire i pascoli, li costringeva a scendere al piano, per assoluta necessità di sopravvivenza.
Se l’Enci, nel 1958, avesse seguito un criterio zootecnico, ed avesse tenuto conto di principi tecnici, quali quelli delle filogenesi delle razze e della tassonomia, così come era stato fatto per tutte le nostre razze di tipo agricolo, avrebbe dato alla nostra razza una denominazione più consona e più propria, quella cioè che razionalmente le spettava: “razza da pastore dell’Appennino”, perché questa, ripeto, è la parte dell’Italia in cui il cane bianco appare e qui trascorre la gran parte dell’anno, da maggio a novembre, insieme ai pastori, che qui hanno la loro dimora, la loro residenza, che quì lasciano la loro famiglia, anche quando transumano.
Una soluzione di questo tipo non avrebbe avuto l’aspetto di un compromesso, ma sarebbe apparsa come una soluzione che, seppure coraggiosa e radicale, era la più razionale e tale da togliere ogni motivo di contesa, lasciando tutti soddisfatti e tranquilli.
Avrebbe trovato la sua giustificazione in tutta la storia della ovinicoltura italiana e della pastorizia, in quella storia in cui i cani da pastore sono protagonisti di complesse vicende che si svolgono in uno scenario molto ampio e articolato, con il pastore e la pecora, con i quali i cani convivono in uno stretto legame di interdipendenza e svolgono ciascuno il proprio ruolo secondo le proprie capacità e competenze.

pma4_2La storia del cane da pastore maremmano abruzzese è oramai conosciuta da tutti, in ogni occasione ripetuta, chiede venia il sottoscritto, se la deve ricordare: in tempi molto remoti, una imponente migrazione di popoli nomadi dediti alla agricoltura ed alla pastorizia, si mosse dal centro del continente asiatico, attraversò l’Europa, raggiunse anche l’Italia, attraversò le Alpi e dilagò nella vasta pianura padana, allora ubertosa per produzioni vegetali abbondanti e corsi d’acqua fluenti e per un clima particolarmente mite, rimanendovi a lungo.
Quindi, nella necessità di altri spazi, si diresse verso il Sud ed incontrò l’Appennino, che popolazioni italiche, avendo trovato migliori condizioni di vita altrove, avevano lasciato sgombro e disponibile. Sostarono nei tratti montuosi più accessibili e più adatti alla loro vita ed a quella dei loro animali, poi, successivamente, occuparono altri tratti, meno accessibili, più aspri e meno ospitali; meno accessibili, più erti, ma comunque a loro indispensabili per il sostentamento delle greggi e delle mandrie, che nel frattempo erano cresciute di numero.
Il tratto appenninico abruzzese fu interessato da questo fenomeno migratorio molto più tardi, perché situato più a Sud, ma anche perché meno ospitale per sua natura e per l’indole della sua gente.
Esso infatti è caratterizzato da grandi massicci calcarei come quello dei Monti Sibillini, Reatini, Sabini, Simbruini, Ernici, del Gran Sasso, del Velino, della Maiella, della Meta, e del Matese, in cui ogni problematica è più rude e sovente, per molti periodi dell’anno, impossibile, per le abbondanti nevicate. Rispetto agli altri tratti aveva il vantaggio di essere relativamente vicino a pianure, quali quelle Maremmane, della Laziale e della Pugliese, cui però fu possibile accedere soltanto dopo l’apertura di passaggi e di valichi e la realizzazione di prolungamenti di tratturi esistenti, a seguito di immani fatiche umane.
Ciò avvenne in maniera significativa, così la storia lo ricorda, soltanto nel Sec. XV in cui l’Abruzzo interruppe il suo millenario isolamento e stabilì contatti con Roma e la sua campagna, con il reatino, l’Umbria e le Marche e a sud con le Puglie, in cui i greggi, in estate potettero affluire in massa, in virtù dell’Editto di Alfonso I º D’Aragona, divenuto operante nell’anno di grazia 1447.
Ripeto, l’Abruzzo fino a quella data era rimasto pressoché totalmente staccato dal resto del paese e costretto, per la sua configurazione orografica, ad un assoluto e forzato isolamento.
Risentì tardi del moto umanistico rinascimentale, restando altresì anche al riparo dell’urto immediato di tanti avvenimenti storici e più significativi che, nel frattempo avevano coinvolto ed interessato gli altri popoli confinanti.

antico_abruzzoAnche Roma, che aveva allargato smisuratamente il suo impero, fin oltre i confini peninsulari, non era riuscita a rompere questo millenario isolamento, né era riuscita ad imporre il suo dominio su popolazione bellicose ed irriducibili, chiuse e protette dai loro invalicabili confini naturali, in un territorio che, tra l’altro, non offriva molto da essere tanto desiderato, e da motivare una guerra di conquista.
L’Abruzzo, allora, aveva anche problemi di amalgama fra i vari popoli che lo abitavano.
Equi, Marsi, Peligni, Vestini e Marrucini, in eterna contesa fra di loro, formanti una comunità dal destino triste e singolare, per una tenace e caparbia fedeltà alle loro forme agricole, economiche, sociali, costantemente e fatalmente condizionate dal più primitivo e più stabile degli elementi: la Natura. Mentre questo favorì il nascere di tanti asceti e di tanti santi, l’isolamento, la solitudine e la scarsa produttività unitaria del suolo coltivabile, i lunghi inverni sotto la neve, che inesorabilmente determinarono nella popolazione uno stato di semiletargo in questa stagione, non ha permesso la realizzazione di grandi opere e neanche lo sviluppo di grandi creature. Sebbene le popolazioni fossero da sempre dedite alle coltivazioni dei campi e all’allevamento del bestiame, non si vide la formazione di specie e di razze di vero interesse zootecnico.
L’Abruzzo, perciò, non può vantare, a differenza di altre regioni italiane la paternità di una razza bovina, di una sua razza equina o suina, degna di rilievo per capacità produttiva e per redditività, ed addirittura neanche, e questo è estremamente significativo, di una sua razza ovina o caprina.

gentile_abruzzoSoltanto in antichi testi di zootecnia è fatta menzione e si trova una sommaria descrizione di una razzetta ovina: la cosiddetta “Gentile d’Abruzzo”, localizzata al Sud, ai confini con la Puglia, a triplice attitudine: latte, lana, carne, e che scompare rapidamente nella storia.
Agli inizi del secolo XV il patrimonio ovino abruzzese era costituito da una popolazione di circa trecentomila capi, a conduzione forzatamente autarchica, di razze indigene varie, ed indefinite.
E’ logico pensare, dedurre e quindi affermare che la presenza di cani, a quel tempo, fosse in rapporto a questa limitata consistenza.
Forse tremila soggetti, ove si voglia considerare un cane ogni cento pecore.
Mentre l’Italia, nello stesso periodo, contava su di una popolazione ovina di oltre sette milioni di capi, dislocati prevalentemente nelle isole, al Sud, ma anche al centro, nelle Marche ed in Toscana, di meno al Nord. E’ sempre logico arguire, dedurre e quindi affermare che presenza di cani nel resto dell’Italia continentale fosse molto numerosa e di gran lunga superiore a quella abruzzese.
Come precedentemente accennato, soltanto nel 1447 la promulgazione dell’Editto Aragonese e la contemporanea apertura di alcuni valichi, il prolungamento dei tratturi esistenti e la regolamentazione del loro uso, permise ai pastori abruzzesi di uscire dai loro confini e stabilire rapporti con le regioni limitrofe ed i loro abitanti.
La storia riporta il verificarsi di un naturale impetuoso travaso di genti e di animali, tanto che alla metà del secolo successivo, cioè circa cento anni dopo, la popolazione ovina si era quintuplicata. Dopo altri cento anni la popolazione ovina abruzzese si era più che decuplicata, raggiungendo il suo massimo storico, circa quattro milioni di capi, mentre in tutto il territorio nazionale gli ovini allevati erano circa dodici milioni di capi.

pma4_3Ovviamente erano entrati in Abruzzo un numero rilevantissimo di pecore e di conseguenza di cani.
Le pecore introdotte provenivano dall’Appennino umbro/marchigiano ed erano di razza appenninica, vissana e sopravissana; provenivano dalle Maremme e dalla campagna romana, ed erano di razza maremmana; provenivano dal Tavoliere e dalla Capitanata ed erano pugliesi. Erano tutte razze dalle grandi capacità produttive, non paragonabili a quelle della loro Gentile d’Abruzzo, scomparsa per sistematiche azioni di incrocio di sostituzione ed assorbimento.
Attualmente la consistenza numerica della popolazione ovina abruzzese si aggira sui sei-settecentomila capi, ricostituitasi dopo un pauroso calo provocato dalle tristi vicende belliche dell’ultima grande guerra. La popolazione ovina si è ancora una volta ricostituita con animali provenienti dalle regioni confinanti. Altrettanto è avvenuto a livello di popolazione canina, che si è ricostituita con cani di altre regioni. Anche lo studio comparato delle genealogie dal secondo dopoguerra ci documenta la discendenza da cani di regioni vicine.
Dopo quanto ampiamente riportato non trova alcuna giustificazione l’affermazione, secondo la quale la patria del nostro grande cane bianco da pecora è l’Abruzzo e quindi abruzzese deve chiamarsi la sua razza.
Non certo con slogan, come oggi si sentono ripetere, o con opinioni espresse , superficiali e soggettive di qualche Giudice che si autodefinisce “specialista della razza” e che vuol farsi notare e far carriera, o di qualche “ricercatore” che si ritiene ben informato e depositario della verità.
Non è neanche motivo valido, perché nella denominazione della razza, debba sparire “maremmano”, solo perché nelle Maremme attualmente la popolazione ovina e quindi canina è andata notevolmente riducendosi di numero.
Questa riduzione è avvenuta a seguito di un fatto contingente, la riforma fondiaria, che ha ridotto molti spazi pascolativi, ma già molti prevedono una nuova riconversione che la Natura impone, ed un ritorno allo stesso passato.

pma4_4Non si può neanche tirare in ballo un censimento di cani al seguito delle greggi, fatto agli inizi dell’anno 972, che dette un’indicazione vaga della distribuzione geografica di questa popolazione canina.
E’ fuori discussione che i cani bianchi in Abruzzo attualmente si incontrano di frequente, specialmente nel periodo estivo: ma si incontrano anche nell’Appennino Umbro Marchigiano e Tosco Romagnolo, e seppure di meno, anche nell’Appennino Calabrese, e Lucano.
Da quanto sopra indicato e riferito, alla luce di tutte le realtà indicate, non esistono ragioni e modificazioni valide perché questa razza canina debba cambiare denominazione, né tanto meno esistono presupposti perché si possa parlare di un’altra razza bianca esistente in Abruzzo, cioè del ”mastino abruzzese” che, a parte la denominazione, si dice, deve essere di tipo lupoide, con caratteristiche etniche del tutto simili a quelle del pastore maremmano abruzzese, salvo qualche piccola sfumatura di linee e profili, di non facile individuazione.
A meno che non si voglia attribuirgli le radici in quei tremila cani circa presenti agli inizi del secolo XV, di cui si è parlato agli inizi di questa nota, che soltanto la storia ricorda, ma di cui, per lo meno zootecnicamente parlando, si sono perdute le tracce, come d’altronde si sono perdute le tracce dei trecentomila ovini della razza gentile d’Abruzzo, di cui i tremila cani erano al seguito.

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57 Commenti

  1. bellissime le immagini dei nostri grandi cani nella splendido scenario del gran grasso durante “rassegna ovini”.

    si tiene ancora tutti gli anni ed è un a meraviglia.
    grandi cani DA LAvORO , per grandi persone.

  2. Io sono sicuramente ignorante rispetto all’autore dell’articolo,che addirittura era presente quando il nome fu scelto..però mi chiedo:
    1-il nome di una razza va scelto in base a dove sia effettivamente e anticamente nata oppure in base a chi ne ha selezionato morfologia e carattere,foss’anche nei soli ultimi due secoli?
    2- perchè si trovano moltissime immagini e documenti e racconti dei cani che hanno vissuto e lavorato in abruzzo..e meno nelle altre regioni?
    3- si è tutti concordi che al di là del nome PMA questo cane sia noto e chiamato ovunque fuori dall’abruzzo, pastore maremmano? è una cosa giusta?

    • mezzocorso

      Questo cane è stato chiamato pastore Abruzzese per secoli, in tutto il mondo, ed e si trovano facilmente documenti circa questa denominazione presso tutte le enciclopedie che parlano di cani prima della registrazione (per altro in Inghilterra con soli 2 cani) del 1898 come pastore maremmano. Quindi la leggenda della riforma fondiaria non torna per niente. Non torna neppure la leggenda che in Abruzzo non ci fossero razze autoctone: maiale nero Abruzzese, Capra Aquilana, capra Teramana, pecora Pagliarola, e del Molise (che sono la stessa ragione storica ) abbiamo anche capra di Montefalcone e Cavallo di Pentro….
      Non sta a me, ma mi meraviglio che in una rivista così prestigiosa curata dalla sempre Ottima Valeria Rossi possa passare l’idea acritica, copia-incollando vecchi articoli e superati, di un Abruzzo arretrato ed isolato storicamente…
      L’Abruzzo storico non è quello politico del 2015 ma piuttosto è quello che proprio nella transumanza preistorica trovò una unione di regole ed intenti fra i vari popoli ITALICI che la abitavano… I reperti archeologici più antichi rispetto alla transumanza orizzontale organizzata si trovano proprio in queste regioni , quella che dai monti dell’Abruzzo arrivavano all’attuale Puglia garganica. Varrone parlava chiaramente di questa zona come centro della transumanza ma abbiamo una montagna di documenti e di storia raccontata nell’articolo che vi propongo:

      “E` il prevalente indirizzo pastoralistico, su cui si basa l’economia dei territori montuosi della regione, a dare fin dai tempi più remoti un assetto ben preciso alla disposizione degli insediamenti umani e quindi alla geografia politica. -”… i grandi concentramenti armentizi- scrive Mattiocco- necessitano di quel vitale retroterra pastorale che solo la media montagna può offrire con i pascoli invernali e il facile accesso tanto alle pianure quanto alle zone prative d’alta quota.”-

      Sarà proprio il passaggio da forme di nomadismo senza regole precise, ad un regime di transumanza verticale (monticazione) legata ai cicli stagionali e ai microclimi, a dare impulso a quella mobilità a più ampio raggio che in seguito si svilupperà in forme e modi sempre più vicini alla transumanza di epoca storica. -”In questo ambiente la coesistenza tra agricoltori e pastori non doveva essere sempre pacifica e i contrasti, affiorati fin dalla prima età dei metalli con la comparsa di genti nomadi a forte componente pastoralistica, erano destinati ad acuirsi…”- (Mattiocco, Centri fortificati nel contesto delle culture pastorali).

      Con la metà del II millennio sorgono degli abitati, sovente in posizione naturalmente difesa, che avranno spesso una lunga durata nel tempo. -”L’intera dorsale appenninica si popolò in tal modo di una fitta rete di rilievi a volte ben protetti da poderose cinte murarie, che gli storici romani chiamarono oppida o castella, (…) oggi meglio conosciuti col termine di centri fortificati”- (Mattiocco, op. cit.). Tale ubicazione, suggerita dalle caratteristiche morfologiche del territorio, è in perfetta linea con l’indirizzo agricolo-pastorale delle culture dell’età del bronzo, che successivamente accentuarono il carattere stanziale degli insediamenti, almeno per quelli a prevalente componente agricola. Questa nuova organizzazione territoriale rappresenta uno dei fattori dominanti tra quelli che mutarono sostanzialmente il quadro storico all’inizio dell’età del ferro (IX-VIII sec. a.C.). -”E` il momento in cui forse comincia a concretizzarsi quella coerente regolamentazione intertribale che per secoli fu alla base del fenomeno della transumanza, (…) presupposto vitale per la sopravvivenza di popoli diversi, le cui norme giuridiche primordiali, tramandate oralmente di generazione in generazione, poggiavano sicuramente su di un consolidato sottofondo di sacralità che ne garantiva l’incondizionata accettazione e rispetto”- (E.Mattiocco, Centri fortificati preromani nella conca di Sulmona, Chieti 1981).

      All’affermazione di questa tendenza senza dubbio contribuirono le favorevoli condizioni climatiche e il diffuso benessere derivante da una contenuta percentuale demografica e da una grande disponibilità di risorse naturali. Situazione questa idonea a favorire l’incremento delle culture pastorali che, se da un lato si avvantaggiano per un regime di buon vicinato e libera circolazione di uomini e merci, dall’altro con una economia fiorente favorivano le innate attitudini predatorie dell’uomo. Da qui l’esigenza di arroccarsi, con gli armenti e le greggi al seguito, in luoghi facilmente difendibili, che via via daranno origine a stanziamenti sempre più durevoli nel tempo, fino a quando le centurie di Roma, alla conquista della penisola, ritennero fossero postazioni militari troppo difficili da controllare e ne decretarono la fine espugnandole e smantellandole una ad una, annettendo così le popolazioni autoctone ormai organizzate in tribù ben definite del ceppo sabellico. -”Sorti originariamente per ospitare aggregati stabili o in funzione di comunità sparse nelle immediate adiacenze, per la loro distribuzione nell’ambito di distretti geografici ben definiti e coordinati, nell’insieme costituirono il sistema difensivo delle aree occupate dai singoli nuclei tribali. (La Regina, Centri fortificati preromani nei territori sabellici, Sarajevo, 1975).

      Alla fine dell’età del ferro si vanno definendo quelle entità territoriali costituite da popoli quali gli Etruschi, i Latini, gli Umbri, I Piceni, i Sabini e i Sanniti. In Abruzzo vengono abbandonati gli insediamenti d’altura a vantaggio di siti di pianura, posti all’incrocio dei fiumi. (vedesi gli studi sulle origini della Sulmona protostorica (Van Wonterghem, I Peligni e il loro territorio prima della conquista romana). -”E` in questa fase che l’Abruzzo, abbandonato il sistema monarchico, si configura con stati confederali a base etnica, che costituiranno i vari popoli italici, riuniti sotto il più generale ethnos safin (Peligni, Marrucini, Vestini, Marsi, Pretuzii, Frentani, Carricini, Pentri, Equi).”- (V.D’Ercole, L’italia prima di Roma, Pescara 1998).

      Nella seconda metà del IV sec. a.C., dopo le guerre sannitiche, inizia l’espansione romana che porterà alla conquista anche dell’Abruzzo. Questa, con la relativa opera di urbanizzazione e di programmazione territoriale, selezionerà gli insediamenti italici, elevando a rango di città sia abitati su pianori o di fondo valle, sia quelli d’altura. Il territorio montano con le sue propaggini collinari, caratterizzato dalla presenza di boschi, pascoli e campi irrigui, adatti alla coltivazione agricola, condizionò fortemente le attività umane. -”L’economia si basò principalmente sulla pratica della pastorizia transumante (…) associata allo sfruttamento delle risorse boschive (…) e all’agricoltura. Il trasferimento delle greggi transumanti lungo i tratturi e tratturelli, facilitato dalla pacificazione dei territori da attraversare, portò ad incrementare l’allevamento con conseguente bisogno di disponibilità di terreni da destinare a pascolo, a scapito delle aree boschive ed agricole.”- (S.Lapenna, Il Sannio carricino).

      Alla fine della sanguinosa Guerra Sociale i popoli italici ottennero il riconoscimento della cittadinanza romana. Questo decretò il definitivo abbandono dei centri fortificati e la nascita dei municipi, lì dove esistevano già nuclei abitativi o santuari, dotati di una buona rete viaria. L’agricoltura ebbe un notevole incremento, pur rimanendo la pastorizia l’occupazione principale.

      In età repubblicana (III-I sec. a.C.) il popolamento del territorio era caratterizzato da una serie di piccoli abitati rurali, costituiti da agglomerati di case realizzate in pietre legate da semplice terra o in legno. -” In un siffatto panorama abitativo convivevano un’economia agricola estesa alle prime propaggini della montagna, un’economia mista agricolo-pastorale nella fascia sino a 1200 metri circa e forme quasi prevalenti di economia pastorale a quote più alte, segnate da ritmi secolari nell’alterrnarsi delle stagioni e nel periodico spostarsi dei pastori e delle greggi dalla montagna al piano.”- (A.R.Staffa, Età repubblicana)

      All’inizio dell’Età imperiale il quadro produttivo e insediativo della montagna dovette andare progressivamente consolidandosi con la formazione di vaste proprietà private (i fundi), organizzate in modo tale da integrare forme di economia agricola allo sfruttamento pastorale dei pascoli alti, in una zona caratterizzata da consistenti forme di proprietà comune o pubblica di vaste aree montane. A questo proposito appare significativa la definizione dei confini di molti comuni abruzzesi dalla forma stretta e allungata, a comprendere sia le fasce pedemontane che quelle di alta montagna, in una sorta di autonomia territoriale che permetteva senza allontanarsi troppo dagli agglomerati abitativi, una forma contenuta di transumanza dal monte al piano.

      -”Se limitate sono le conoscenze su resti antichi consistenti, quali ville e fattorie, (…) ben poco è noto di quella congerie di insediamenti temporanei, gruppi di capanne o case di terra e sassi con connessi recinti, a cui si legava allora come in seguito la pastorizia.”- (A.Staffa, Età imperiale).

      Tra il IV e il VI sec. d.C. i dati archeologici lasciano supporre ancora il consolidamento di grandi latifondi. Gli insediamenti si mantennero stabili tra valle e montagna; d’altra parte la fascia pedemontana di molte montagne abruzzesi, per le condizioni orografiche del territorio si presentava di non facile accesso e quindi appare probabile che il popolamento avesse potuto meglio conservarvisi, lontano dagli eventi e dalle devastazioni belliche dell’epoca (presenza dei Goti e Bizantini in Abruzzo). Tuttavia -”Il quadro territoriale della montagna abruzzese (…) dovette tuttavia andare incontro a precoci fenomeni parziali di disgregazione, di cui sono testimonianza anche i numerosi restauri della rete viaria intrapresi in Abruzzo da vari imperatori del IV secolo per garantire maggiore sicurezza ai viaggiatori. Anche la documentazione archeologica sembra suggerire il precoce abbandono di alcuni abitati sin dal V secolo. Appare tuttavia probabile la persistenza di forme di pastorizia collegate ad una contenuta transumanza (…). (A.Staffa, Tarda antichità).

      A testimonianza della crisi dell’assetto economico e sociale che colpì il mondo della montagna, relegando le popolazioni locali ai margini della società, si sono rinvenuti alcuni editti imperiali che lasciano trasparire la diffidenza nei confronti delle genti di montagna, accomunando i pastori ai briganti che all’epoca già infestavano alcune province oggi ricadenti nei confini abruzzesi.

      L’evoluzione storica

      Dopo le devastazioni del territorio ad opera dei Longobardi, tra il VII e l’VIII secolo si assiste al consolidamento di una classe di proprietari terrieri di origine germanica. Tuttavia il popolamento sparso di antica tradizione continua, intorno ai luoghi di culto sparsi nella campagna: chiese e piccoli monasteri. -” A numerose di queste chiese rurali sembrano infatti correlabili piccoli insediamenti costituiti da poche case (…); trattasi sovente di Curtes prive di un centro signorile (…) costituite da semplici case di contadini e pastori, e correlabili ad un retroterra montano essenzialmente pastorale e di indubbia pertinenza signorile (…)”- (A.Staffa, Altomedioevo, Teramo, 1996). In questo ambito la pastorizia, fortemente frammentata, doveva essere per lo più affidata alle popolazioni di montagna e gestita a livello familiare e in territori ben definiti, soggette più al potere di abbazie e monasteri che non al debole e lontano potere civile. Con essa hanno modo di sopravvivere le forme ridotte di transumanza verticale.

      Con la fine dell’Impero Romano in un territorio perennemente minacciato dalle invasioni di popoli provenienti soprattutto dall’oriente e dall’altra sponda del bacino mediterraneo, si ebbe la riscoperta dei siti d’altura di epoca preromana e il conseguente spopolamento delle vallate e degli agglomerati abitativi. Intorno all’anno Mille scompaiono i riferimenti storici riguardanti la transumanza, in seguito al congelamento delle attività umane e alla profonda crisi sociale, economica e politica, dalla quale nessun territorio della penisola poté dirsi risparmiato.

      La lunga continuità insediativa dei piccoli centri rurali sparsi nella campagna e media montagna, condizionati dall’ambiente e dai ritmi della pastorizia, è soggetta a un lento ma inesorabile esaurimento, con l’isolamento e la mera sopravvivenza delle ultime forme insediative sparse, dislocate in quota, legate a modeste attività di transumanza verticale. -”Si avviava così al definitivo tramonto quanto si era sino ad allora conservato del paesaggio antico della montagna, (…) quasi per lenta, naturale e drammatica consunzione correlabile all’ormai insopportabile drenaggio di risorse economiche , ed alla più generale crisi economica e demografica del secolo XIV (…)”- (A.R.Staffa, L’incastellamento e la nascita del paesaggio moderno, Teramo 1996).

      Ormai la montagna restava riservata alla permanenza stagionale dei pastori e delle greggi, per lo più ricoverati in manufatti di pietra a secco o in ripari sottoroccia. Con l’organizzazione del territorio in potenti feudi e la crisi degli insediamenti abitativi sparsi sulla montagna, si ha un ritorno alla grande transumanza (già diffusa nelle epoche immediatamente precedenti la conquista romana), ora esclusivo appannaggio dei signori feudatari, che ne traevano grande giovamento economico sia direttamente, attraverso la proprietà di migliaia di capi di bestiame, sia con l’introito proveniente dalle gabelle che regolavano il passaggio tra i confini dei vari regni, attraverso i quali si snodava il percorso dei tratturi.

      Nel XV secolo l’economia venne ad assumere una netta impronta di tipo pastorale, con l’abbandono quasi completo dell’agricoltura che, declassata a rango di attività di sussistenza, finì per ribaltare quel concetto che agli albori della storia aveva permesso alle comunità umane e alle prime civiltà la loro completa affermazione riscattando proprio attraverso l’agricoltura quella condizione semi-animale che durava da milioni di anni.

      Preceduta da alcuni primi editti come quello di Federico II, che regolava l’assetto del territorio destinato ai pascoli, la normativa emessa da Alfonso D’Aragona alla metà del 1400, che regolarizzava la transumanza attraverso la gestione da parte dello stato del movimento delle greggi e della produzione della lana, diede un impulso definitivo all’affermazione di una economia complessivamente basata sull’allevamento degli ovo-caprini.

      Fino alla metà del 1600, secolo in cui inizia a farsi sentire la crisi di quel sistema che da secoli fissava i “privilegi” dei proprietari degli armenti più che altro a scapito dell’agricoltura e dei proprietari dei fondi, la pastorizia mantenne un ruolo preminente nell’organizzazione economica; basti pensare che nel 1605 vengono censiti solo in Abruzzo 5 milioni di capi ovini, a fronte di una complessiva occupazione lavorativa di 50.000 persone (fonte: M. e W. Pellegrini, La presenza dell’uomo sulla Majella, TE ‘96).

      Nel 1700, nonostante il rilancio del settore ad opera dei Borboni e una crisi economica in fondo favorevole proprio a questo tipo di attività di allevamento, inizia quella lenta decadenza della pastorizia che nel secolo successivo, con alcune riforme di Giuseppe Bonaparte, perderà ormai gran parte degli incentivi, con l’annullamento di quei privilegi secolari legati alla transumanza, che l’avevano resa attività altamente lucrosa e a basso costo. Furono inoltre alcune carestie a cavallo dei secoli XVIII e XIX a spingere l’attenzione sociale nuovamente verso l’attività agricola, fonte indispensabile per l’approvvigionamento di materie prime per la sopravvivenza, grazie anche alla diffusione di prodotti alternativi provenienti dall’america, come mais, fagioli, zucche, pomodori o che ben si adattavano alle zone di montagna come la patata.

      Monta ora lentamente quella muta protesta che porterà clamore e sangue nelle piazze italiane fino alla metà del 1900 e che sarà alla base della Lotta di Classe in Europa, ma soprattutto nei paesi latino-americani: si reclama infatti quella Riforma Agraria in grado di portare finalmente benessere e dignità sociale in quella classe di braccianti agricoli che hanno attraversato la storia come un’ombra e le cui condizioni ancora sotto il governo Tambroni (1960), erano paragonabili a quelle dei servi della gleba di medievale memoria.

      Agli inizi del XIX secolo quantunque gran parte delle aree interne dell’Abruzzo e dell’Appennino centromeridionale fossero essenzialmente sorrette da una economia povera legata alla pastorizia e allo sfruttamento delle risorse del bosco e della montagna e nonostante gli sforzi di salvare la Dogana che regolarizzava le entrate fiscali per l’attività transumante, il vecchio sistema della grande transumanza poteva dirsi definitivamente tramontato. L’agricoltura, grazie alle moderne attrezzature e ai nuovi sistemi di lavorazione, torna alla ribalta giusto in tempo per sfamare le grandi masse popolari a cavallo delle due guerre mondiali.

      La transumanza continua comunque in chiave ridotta: 500.000 capi agli inizi del ‘900 (fonte: coop. Pinus Nigra, La Transumanza, 1999); ma è soprattutto quella forma di monticazione o transumanza verticale, effettuabile anche nell’ambito di piccole comunità e in quasi tutte le zone montuose della regione, circoscritta proprio alle aree interne più depresse, a sopravvivere praticamente intatta fino ai nostri giorni, soprattutto sui massicci montuosi della Majella e del Gran Sasso.”

      tratto da http://gguzzardi.interfree.it/transumanza.htm

    • vorrei anche, se permettete, consigliare la lettura del libro Viteliu, che sta anche diventando un film.. i popoli dell’ Abruzzo attuale, fra le altre cose diedero il nome all’ITALIA…..

      studiamola criticamente la storia….

  3. L’Abruzzo isolato…… mha….

    tratto da http://www.darapri.it/immagini/nuove_mie/apprsecoli/tratturi.htm

    “Prima che Roma incidesse sulla penisola il più grande disegno stradale dell’antichità, che ancora oggi collega i centri principali dell’Italia, i tratturi accolsero intensi traffici commerciali, fino ad assurgere, in età moderna, a sistema viario di grado elevato grazie a caratteristiche tecniche dei tracciati, servizi offerti, disciplina dell’uso e mole di traffico.

    Il nome tratturo comparve per la prima volta durante gli ultimi secoli dell’impero romano come deformazione fonetica del termine latinotractoria, vocabolo che nei Codici di Teodosio (401-460) e di Giustiniano (482-565), designava il privilegio dell’uso gratuito del suolo di proprietà dello stato e che venne esteso anche ai pastoridella transumanza. La transumanza definibile come spostamento stagionale delle greggi dai pascoli estivi della montagna a quelli invernali in pianura, ha costituito, nella realtà storica, un fenomeno molto complesso che ha coinvolto diversi aspetti della vita e della cultura. Nata come migrazione spontanea degli animali che seguivano i pascoli più verdi, divenne nel IV sec. A. C. un fenomeno gestito e controllato da un popolo: I Sanniti. “

  4. Sandro ti ringrazio del link e del commento molto prezioso..anche io continuo a notare in questi articoli del signor Simoni delle inesattezze storiche ormai inaccettabili…ma d’altronde in Italia si racconta ancora la favola del sud che era latifondista ed arretrato rispetto al ben più ricco e avanzato nord..quindi c’è poco da meravigliarsi..lo scippo di una razza cosa vuoi che sia..va ad aggiungersi a tutti gli altri

  5. Grande errore unificare il tipo maremmano con quello abruzzese. Il secondo era molto più molossoide ed abituato ad entrare in contatto-scontro con lupi e/o selvatici.
    A me risulta che in Maremma lupi ed orsi erano estinti.
    Che dire poi dell’uso, soprattutto nelle masserie abruzzesi, molisane e lucane, del “mezzocorso”, ottenuto tra l’incrocio del “vero” abruzzese e del “vero” cane corso?
    Unificare e creare un PERENTORIO standard, a volte rovina ciò che si chiama VALORE LAVORATIVO.
    Saluti.
    Corrado/Venezia

  6. …… quanta protervia nel non riconoscere la propria “mancanza di conoscenza ….” , di chi vuole fare il Prof. ma senza prima essere andato a scuola …… sono proprio vere le parole del Prof. di zootecnia e veterinario Simoni, autore e autorevole unica fonte certa di scienza “non si dovrebbe teorizzare di cinofilia in generale e del cane da pastore maremmano abruzzese in particolare, possedendo superficiali conoscenze di Scienze, Biologia, Anatomia e Fisiologia animale, Zootecnia, ne tanto meno disquisire di argomenti di filogenesi e tassonomia, senza per altro tener conto del contesto storico sociale, in cui una razza si è venuta formando, quindi sviluppata ed evoluta.
    Tutti i testi di Zootecnia Generale riportano le varie teorie evoluzionistiche di Vanini, E. Darwin, di Lamarck, di Saint Hilaire, di C. Darwin, di De Vries e di molti altri contemporanei.
    Altrettanto riportano i criteri con i quali si deve procedere alla qualificazione delle specie e delle razze, secondo Linneo, Cuvier, Buffon, Cornevin, Dechambre.
    Danno il significato di specie, razza, varietà, patria o culla.
    Gli argomenti che adduco sono trattati da questi autori.
    a) Per razza si intende un complesso di individui con caratteristiche proprie a livello anatomico, fisiologico, morfologico, trasmissibili alla discendenza.
    b) Per la sua formazione, in quanto popolazione mendeliana, fatta di genotipi o meglio ancora di geni, originata dalla segregazione di essi nella gametogenesi, influenzata dai più diversi fattori ambientali, attraverso un vario succedersi di fenomeni, occorrono tempi lunghi, senz’altro decenni.
    c) Che l’ambiente, a volte ristretto, in cui essa si forma e si realizza, prende il nome di culla o patria.
    d) Che la sua denominazione deriva, generalmente, dal nome di questo ambiente territoriale, geografico, talvolta con l’aggiunta di qualche attributo, che maggiormente ne permette l’individuazione e la differenziazione.
    Siccome con questo criterio, hanno avuto nome tutte le razze di interesse zootecnico, non si comprende il perché altrettanto, non debba avvenire per questa razza canina.
    Ricordo: nei bovini esiste la razza Chianina, Marchigiana, Romagnola, rispettivamente sorte in val di Chiana, Marche e Romagna; negli equini esiste la razza Sarda, Siciliana, Murgese, la cui culla rispettivamente è la Sardegna, la Sicilia, le Murge; negli ovini esiste la razza Vissana e Sopravissana, la Bergamasca, la Leccese, l’Appenninica, da Visso, Bergamo, Lecce, Appennino
    L’ENCI nel 1958, adottò questo criterio, quando attribuì il nome: “ razza da pastore, maremmana abruzzese”. Considerò evidentemente le Maremme e l’Abruzzo i territori in cui la razza era comparsa, formata, evoluta.” Questa Signori è la dottrina Ufficiale!
    Antonello Rossi – Milano

    • Signor Antonello,

      non è molto elegante denigrare qualcun altro o le sue tesi sostenendo che “non sia mai andato a scuola”…. ma questo evidentemente è il massimo livello delle sue argomentazioni oltre al copia/incolla di articoli che non non sono i Suoi…

      Il massimo esperto di questa razza e ricercatore del CNR scrisse:

      Da: Paolo Breber, “Il cane da pastore maremmano-abruzzese”, Firenze, 1977.

      “La razza canina in questione è riconosciuta dall’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana con il nome di ‘cane da pastore maremmano-abruzzese’ ed è descritta anatomicamente in un opuscolo compilato da G. Solaro, riportato nell’ultimo capitolo. Dopo aver visto centinaia di esemplari, posso confermare che vi è una buona corrispondenza tra la descrizione ed i soggetti migliori, ma non posso accettare la denominazione adottata.

      Qual è il significato di questa doppia nomenclatura? Mi sono state offerte due spiegazioni. La prima dichiara che la formazione dell’attuale cane è avvenuta per la fusione di due razze: il cane da pastore abruzzese ed il cane da pastore maremmano, ed è pertanto giusto che le due denominazioni siano unite; la seconda spiegazione afferma che nel doppio nome va ravvisato un richiamo all’area di diffusione della razza: il cane, accompagnando greggi transumanti, si troverebbe d’estate sui pascoli montani d’Abruzzo ed in inverno scenderebbe nei pascoli di pianura della Maremma in Toscana.

      Ambedue le spiegazioni sono errate. Per quanto riguarda la prima, si può escludere che il ‘cane da pastore maremmano-abruzzese’ sia una via di mezzo tra le caratteristiche del cane da pastore abruzzese e quello maremmano. La figura del ‘cane da pastore maremmano-abruzzese’, così come definita dall’E.N.C.I., rappresenta semplicemente il cane da pastore abruzzese e nessuna delle caratteristiche tipicizzanti il cane da pastore maremmano sono state accolte nello Standard del ‘cane da pastore maremmano-abruzzese’. Questa affermazione è sostenuta, più in là, da un confronto e da una descrizione delle due razze.

      A proposito della seconda spiegazione, va detto che oggi non esiste una corrente di transumanza tra la Toscana e l’Abruzzo, e non risulta esistesse in passato; osservazione, quest’ultima, ovvia visto che, prima dell’unificazione d’Italia, ben due confini politici separavano le zone. Storicamente risulta che la sola ‘extraregnazione’ di greggi abruzzesi sul versante tirrenico fosse quella pattuita tra il Regno di Napoli ed il Papato per lo svernamento nella Campagna di Roma. La grande, millenaria industria ovina transumante si fa tra Abruzzo e Puglia e, in misura minore, come appena detto, tra Abruzzo e Campagna di Roma, ed è in questa pastorizia che si trova il ‘cane da pastore maremmano-abruzzese’. Difatti, chiunque può constatare che la razza è assai comune in Abruzzo, Puglia, e Lazio mentre in Maremma è assente. Se si volesse chiamare la razza in base alla sua distribuzione stagionale, il nome sarebbe più propriamente ‘abruzzese-romana’ o ‘abruzzese-foggiana’; ma visto che sono gli abruzzesi a praticare questa pastorizia e quindi sono loro i depositari della razza canina in questione, il nome deve essere semplicemente ‘cane da pastore abruzzese’.”

    • scusa in cosa sei laureato che dai dell ignorante ad altri???…….cosa ne sai di che titolo di studio ha la gente,di cosa fa nella vita e di cosa possiede………mi sembri molto presuntuoso……..visto che citi darwin lamarck de vries……posso farti una domanda molto semplice sui metodi di selezione????………..vediamo se veramente hai queste conoscenze come dici di avere

  7. Sig. Sandro,

    con sarcasmo leggo la sua ultima risposta così come le altre, sempre improntate con il
    classico tono del “maestrino dalla penna rossa”; addirittura Lei che vorrebbe
    dare lezioni “di eleganza” o “di massimi o minimi livelli argomentativi”……..
    orsù via! Lei che si permette di criticare articoli di scienza e di dottrina
    ufficiale della razza? Dai, sia serio! Vede, E’ proprio qui, caro Sig. Sandro,
    la differenza fra la cinofilia di una volta e l’attuale: in passato si
    ascoltava e si seguiva chi aveva titolo, chi aveva studiato la materia e con
    autorevolezza la spiegava, una volta i grandi studiosi di razza fra i quali
    ammettiamo pure anche l’abruzzese Paolo Breber (che Lei con la solita protervia di chi non sa, definisce “il massimo esperto” seppure egli non sia né un medico veterinario né un cattedratico di zootecnia) dibattevano fra loro e nelle varie dottrine di scienza, ne usciva quella ufficiale, quella da seguire in tutto il mondo, quella da cui poi,
    venendo a noi, avrebbe dato il nome alla razza! Ora invece, a parlare di
    cinofilia sono, sovente e troppo spesso, persone con vaghe conoscenze di
    zootecnia che ritengono il cane animale diverso da tutti gli altri, cosiddetti
    di interesse zootecnico. Questo è quello che accadde anche per il nostro italiano
    orgoglio cinofilo cane da pastore Maremmano Abruzzese! Ma Lei pensa veramente
    (oppure ci fa!) che quando si scelse tale nome, i grandi della scienza cinofila
    operarono senza criterio e/o lungimiranza? Lei crede veramente (o le hanno
    passato un foglietto!!!) che il rappresentante della delegazione abruzzese, il
    conte Brasavola, sia stato “truffato” quando fu deciso, in accordo, il doppio nome che il
    nostro cane ufficialmente porta? Lei crede veramente, con le sue risposte sulla
    “corrente di transumanza” o “extraregnazione di greggi abruzzesi” di saperne
    più degli uomini di scienza e dottrina che trovarono questo compromesso quale “valore universale”? Lei pensa veramente, di essere più saggio e lungimirante, di questi Galantuomini e Scienziati cinofili, che in compromesso attribuirono “politicamente” tale nome grazie alla propria acutezza e saggezza? Lo pensa veramente Sig. Sandro, o le hanno passato la risposta??? Ma Sig. Sandro, suvvia, plachi un pochino la sua arroganza, la sua protervia, altrimenti sembra veramente che, come si dice, “anche le pulci hanno la tosse”!
    Abbiamo una delle razze più belle del mondo, che tutti all’estero ci invidiano e non a caso viene chiamato fuori dai nostri confini e dalle sterili polemiche
    abruzzesi, Maremma Sheepdog.
    Ma anche questo, Sig. Sandro, secondo Lei, e qui ci pensi bene….: perché anche fuori dall’Italia abbiamo, tutti “ignoranti”? … o perché fra l’Appennino italiano (a proposito lo
    sa che non è solo in Abruzzo?) e le riviere o “maremme”, così chiamate dal
    latino “maritimae” cioè affacciate sul mare, si creò quella interminabile
    catena di vita che si denominò “transumanza” e che quindi l’E.N.C.I. nel 1958,
    con questo doppio nome intese dare tale senso, significato e valore universale ?!
    Valore, senso e significato che etimologicamente non avrebbe, come Lei nella
    sua infinita campanilistica ed egoistica sapienza propone, chiamandolo solo con
    il nome della sua regione di appartenenza!!!!
    E si, Sig. Sandro perché, anche io che sono del Nord Italia, come anche
    un Italiano del Centro e del Sud, mi sento di appartenere a questo immenso “Valore Universale”, che l’E.N.C.I. ha voluto, in lungimirante saggezza, donare a tutta la nazione italica nostra e di conseguenza a tutto il mondo.
    Antonello Rossi – Milano

    • Sig. Antonello,

      Le ho già spiegato che per secoli, prima della cinofilia ufficiale, questo cane in tutto il mondo si sia chiamato solo “Pastore Abruzzese” in tutte le lingue e le declinazioni possibili. Ho una montagna di documenti in tal senso… Lei riesce a trovare una enciclopedia in lingua Francese o in lingua Inglese precedente al 1898 che citi un cane da pastore della Maremma? Tutte le enciclopedie precedenti a quella data conoscono solo il Pastore degli Abruzzi… ci sarà pure un perché?? “Tutti stupidi questi stranieri???”
      Intanto mi sembra che anche l’attuale organo ufficiale di tutela di questa razza (Circolo Pastore Maremmano Abruzzese) non ha mai accettato la teoria del compianto dott. Simoni e non solo, nel 2013 si è impegnato ufficialmente ad intraprendere un percorso di revisione dello standard e del nome stesso:

      http://www.cpma.it/userfiles/Relazione%20intesa%20Associazioni.pdf

      “In relazione all’incontro svoltosi Domenica 13 aprile 2014 presso il Municipio di San Benedetto dei Marsi
      (AQ), cui hanno partecipato delegazioni del Circolo del Pastore M
      la Tutela della Civiltà Pastorale Abruzzese e
      evidenziamo qui di seguito le conclusioni:
      premesso che a diverso titolo e con differenti finalità, ma eguale impegno
      operano nell’intento di tutelare, valorizzare e diffondere
      bianco italiano, variamente denominato
      caratteristiche, salute, tipicità e valore
      atte:
      1) Allo studio, l’approfondimento e la divulgazione delle origini storiche e del contesto sociale e
      culturale in cui si è selezionata la razza, con particolare riferimento agli Abruzzi (oggi Regione
      Abruzzo), quale culla tradizionale della transumanza e del cane per la protezione del gregge
      2) A mettere in atto un confronto
      eventuali modifiche da introdurre, anche attraverso lo scambio di dati sull
      ed in reciproco possesso
      3) Alla definizione dei criteri e la successiva
      esistenti, nei diversi ambiti, con
      rurale
      Di fronte alla reiterata richiesta da parte di MO.TU.C
      riconsiderare e modificare il nome attribuito alla razza dalla cinofilia ufficiale FCI ed ENCI, di cui il C.P
      diretta emanazione, da Cane da Pastore Maremmano
      stesso, pur sottolineando le prevedibili difficoltà che si opporrebbero ad un tale cambiamento,
      espresso la loro disponibilità, nel rispetto delle procedure e dell’iter nece
      modalità e nei tempi più opportuni, all’assemblea degli iscritti
      Sulla base di queste linee guida si è stabilito di convocare a breve una riunione ristretta tra alcuni
      rappresentanti delle suddette associazioni
      Letto e Sottoscritto, I Presidenti: CPMA MOTUCIPA CIRCA

      In relazione all’incontro svoltosi Domenica 13 aprile 2014 presso il Municipio di San Benedetto dei Marsi
      azioni del Circolo del Pastore Maremmano Abruzzese, del
      astorale Abruzzese e dell’Associazione Cane da Gregge Abruzzese (C.I.R.Ca.) se ne
      clusioni:
      e con differenti finalità, ma eguale impegno e passione
      i tutelare, valorizzare e diffondere nella società contemporanea
      variamente denominato, quale unica razza esistente, e che è interesse comune preservar
      e valore, i convenuti si impegnano a porre in atto forme di collaborazione
      llo studio, l’approfondimento e la divulgazione delle origini storiche e del contesto sociale e
      culturale in cui si è selezionata la razza, con particolare riferimento agli Abruzzi (oggi Regione
      uale culla tradizionale della transumanza e del cane per la protezione del gregge
      confronto delle reciproche opinioni in ordine allo standard di razza e sulle
      eventuali modifiche da introdurre, anche attraverso lo scambio di dati sulle misurazioni effettuate
      definizione dei criteri e la successiva attuazione di un vero e proprio censimento dei soggetti
      esistenti, nei diversi ambiti, con particolare riferimento ai soggetti ancora presenti in ambiente
      richiesta da parte di MO.TU.CI.P. A. e dell’Associazione Cane da Gregge Abruzzese di
      riconsiderare e modificare il nome attribuito alla razza dalla cinofilia ufficiale FCI ed ENCI, di cui il C.P
      ane da Pastore Maremmano-Abruzzese in Pastore Abruzzese, gli esponenti dello
      stesso, pur sottolineando le prevedibili difficoltà che si opporrebbero ad un tale cambiamento,
      espresso la loro disponibilità, nel rispetto delle procedure e dell’iter necessario, a sottoporre il tema, nelle
      modalità e nei tempi più opportuni, all’assemblea degli iscritti e successivamente agli organismi preposti
      Sulla base di queste linee guida si è stabilito di convocare a breve una riunione ristretta tra alcuni
      associazioni per elaborare le linee operative in ordine a quanto sopra.”

  8. Sull’argomento scrissi una lettera al circolo del PMA quasi 30 anni fa. Mi rispose F.Giuntini che la razza è una (concordo), si tratta solo di variabilità in seno alla stessa, sul nome m.-a. però ha glissato, del resto lo stesso dr.Simoni ammette trattarsi di un compromesso e che (giustamente) il nome appropriato sarebbe pastore degli Appennini. Certo se il concetto di una razza (o meglio sottospecie) è legato all’areale non si può non notare che attualmente la maggioranza dei cani da lavoro sono in Abruzzo. F.Giuntini affermò che il libro di P.Breber è il migliore scritto sulla razza ed uno dei migliori in assoluto sui cani, Breber è biologo, ricercatore CNR e come competenza non ha nulla da invidiare ad altri. Trovo anche giuste le rivendicazioni abruzzesi sulla necessità di una taglia maggiore in quanto recenti ricerche con telecamere ad infrarossi nel parco del Mercantour hanno mostrato che i cani più grandi hanno più possibilità di scacciare il lupo.

  9. Buonasera Sig. Lillo,

    Ma io ho fatto delle precise domande al Sig. Sandro … e mi risponde Lei? “Vabbè”, va bene lo stesso, anzi mi sembra più oggettivo e se conosce il Sig. Sandro me lo saluti
    …. ! Peccato però, Sig. Lillo, che non risponde alle precise domande che ponevo
    al Sig. Sandro, ma ci tira in ballo un altro luminare della scienza cinofila :
    il dr. Francesco Giuntini …. e fino a qui ci siamo! Però non deve fare il
    “gioco sporco”, che anche altri (abruzzesi) fanno, di strumentalizzarlo, attribuendogli
    cose che non sono “né in cielo né in terra”, è ?!! e dai?!!! Allora perché non
    gli scrive e poi magari ci mostra la risposta ?? Riguardo invece al nome che
    sarebbe astrattamente appropriato “pastore degli Appennini” o “razza da Pastore
    Italiano dell’Appennino”, in linea astrattamente teorica e/o storica, concordo
    con lei: esso sarebbe, sempre storicamente argomentando, come sostiene il Prof.
    Simoni, ben giusto in quanto è proprio nell’Appennino (anche, guardi un
    po’, abruzzese) che le popolazioni migranti dell’Est, entrando in Italia, si
    stabilirono, trovando la Pianura Padana invasa dalle acque dell’Adriatico e le zone
    costiere inabitabili perché paludose e malariche. Le alture appenniniche, erano
    invece simili ai territori dai quali provenivano, con andamenti stagionali
    accettabili, ospitali per giacitura e vegetazione. Si sopirebbero dispute o
    contese di tipo campanilistico sorte già più volte senza risultati
    soddisfacenti: l’Appennino infatti attraversa tutte le regioni italiane, dalla
    Liguria alla Sicilia. Tutte quindi potrebbero vantarsi di avere una razza
    canina di valore.!!! Vede, in linea astrattamente dottrinale potremmo trovare anche
    un accordo!!!! Però, il nome che scelse la cinofilia ufficiale fu il nostro
    Maremmano Abruzzese con il valore che esso rappresenta ed esso deve rimanere! Non solo per tutte le ragioni di “universalità” che spiegavo
    nella mia precedente (la doppia denominazione scaturisce dalla interminabile
    alternanza ed azioni, pur sempre influenti nella formazione e consolidamento
    del suo status fisico e psichico, tanto affine e comune a tutte le razze da
    pastore, dove l’uomo ancora non è riuscito a produrre danno, perché non è
    riuscito a sottrarle alla loro originaria utilizzazione) o meglio che hanno
    inteso gli uomini di scienza di comune accordo (già ho scritto al Sig. Sandro
    che ci mettiamo, fra gli altri, anche il dr. biologo Paolo Breber, seppur né
    cattedratico di zootecnia né veterinario, perché me lo ripete?). Questo
    doppio nome dovrebbe accompagnarlo nella Sua futura evoluzione perché, se per
    assurdo, si dovesse tener conto di una sua maggiore o minore presenza in un
    territorio, ed in dipendenza di questo dovesse essergli attribuito il nome,
    questo, finirebbe con essere continuamente modificato nei secoli e quindi
    condannato ad essere costantemente provvisorio o dipendente da opinioni e punti
    di vista dell’uno o dell’altro.

    Pongo, infine, anche a Lei, almeno una delle domande che ponevo al Sig. Sandro; abbiamo una delle razze più belle del mondo, che tutti all’estero ci invidiano e non a caso viene chiamato fuori dai nostri confini e dalle sterili polemiche abruzzesi: Maremma Sheepdog.
    Secondo Lei, Sig. Lillo, perché…, anche fuori dall’Italia abbiamo, tutti “ignoranti”? o perché fra l’Appennino italiano e le riviere o “maremme”, così chiamate dal latino “maritimae” cioè affacciate sul mare, si creò quella interminabile catena di vita che si
    denominò “transumanza” e che quindi l’E.N.C.I. nel 1958, con questo doppio nome
    intese dare tale senso, significato e valore universale ? Questo perché Sig.
    Lillo, anche io che sono del Nord Italia, come anche un Italiano del Centro e
    del Sud, mi sento di appartenere a questo immenso “Valore Universale”, che l’E.N.C.I. ha voluto, in lungimirante saggezza, donare a tutta la nazione italica nostra e di conseguenza a tutto il mondo. Grazie.
    Antonello Rossi – Milano

    • @disqus_NMvaXnwvxG:disqus

      Il mondo ha chiamato questo cane per secoli “Abruzzo sheep dog…non a casole sue sono solo storielle autoreferenziali che girano ormai da troppo tempo nell’ambiente cinofilo….
      Ho chiesto al CPMA di replicare ai Suoi interventi….
      Spero che la padrona di questo spazio,Valeria Rossi, possa concederlo.

      A seguire qualche chicca del IXX secolo…. chi mi trova un solo testo in lingua straniera che parla di un cane da pastore maremmano precedente al 1898 vince un premio….

        • grazie sig ra Valeria di averci dato la possibilita’ di fare chiarezza sulla vera millenaria storia di una delle razze italiane sicuramente piu antiche il pastore Abruzzese o cane da pecora degli abruzzi e lo dimostrano …….es nell Abruzzese i pecorai hanno dei cani bianchi ,di enormi dimensioni,ma questi sono pero’ docilie il loro ardimentoe’ esclusivamente segnato per la tutela delle greggi (Angelo vecchio 1897)

          • debbano esser provveduti di tanta forza e ardire che possano spaventare i ladri ,cimentarsi con gli orsi,assaltar i lupi e pugnar con le altre fiere ( Stefano D’orazio La pastorizia 1731)

  10. Sig.Antonello, sono intervenuto nella discussione perché seguo la razza dagli anni 70, sono biologo e qualcosina ho studiato. Sono romano, non conosco il Sig.Della Penna,lei mi attribuisce “gioco sporco” ma cosa vuole insinuare? Non si fida di quello che ho scritto? devo scannerizzare le lettere del dr.Giuntini e spedirle, magari autenticate dal notaio?

    Su alcune cose non ho risposto perché non sufficientemente documentato, su quello che successe nel 1958 ci sono testimonianze contrastanti che vanno vagliate tutte non ci sono certezze, così come l’areale e le testimonianze storiche, ma mi sembra che l’Abruzzo abbia un ruolo centrale. Ma perché mitizza così l’ENCI? addirittura luminari della scienza? un semplice veterinario? provi a chiedergli la differenza tra bioma e biota!

    La razza sta avendo un grande successo, se ne frega dello standard, vincono le esposizioni cani di 60kg, ma il successo è dovuto molto al mondo rurale dal quale provengono gli esemplari esportati in tutto il mondo per prevenire gli attacchi dei predatori al bestiame domestico.

  11. Buongiorno Sig. Sandro, Lillo e Pasquale,

    innanzitutto ringrazio l’impeccabile Dr. ssa Valeria Rossi, che ospitando queste discussioni di razza, dimostra tutto il Suo Amore e la passione anche per il nostro Cane da Pastore Maremmano Abruzzese e, dal Suo autorevole portale fa luce e chiarezza anche sul doppio nome che esso giustamente porta, attribuito legalmente
    dall’E.N.C.I., inteso il Comitato Tecnico del C.P.M.A.

    Venendo a noi …., ma io pongo delle domande ben precise al Sig. Sandro, e, invece di rispondere…., chiede aiuto al CPMA? Bene comunque! AD OGNI BUON FINE e PER CHIAREZZA AI SIGG. RI LETTORI RIALLEGO LE DOMANDE:

    Domanda di premessa) Lo sa intanto che il nome della razza, che Lei tanto critica, risale al 1958. LE FU ATTRIBUITO DAGLI ORGANI ESECUTIVI DELL’ENCI, INTESO IL PARERE DEL COMITATO TECNICO DEL CIRCOLO DEL PASTORE MAREMMANO ABRUZZESE??? Lo sa questo??? Bene.

    1) Poi, chi è Lei per criticare articoli di scienza e di dottrina ufficiale della razza? Pensa Lei, forse ed in tutta saccenteria, di saperne più dei suddetti uomini di scienza e dottrina che trovarono (dopo decenni di duro lavoro e diplomazia!) questo compromesso, anche politico, quale “valore universale”?
    Lei pensa veramente, di essere più saggio e lungimirante, di questi Galantuomini e Scienziati cinofili (anche per rispondere al Sig. Lillo, del nobiluomo Francesco Giuntini che non va tirato, come si dice, “per la giacchetta” attribuendogli cose che non esistono!) che in compromesso (molto faticosamente raggiunto!) attribuirono “politicamente” tale nome grazie alla propria diplomazia, acutezza e saggezza?

    2) Non trova che è proprio qui, caro Sig. Sandro, la differenza fra la cinofilia “di rispetto fra Galantuomini di scienza” di una volta e l’attuale?: in passato si ascoltava
    e si seguiva chi aveva titolo, chi aveva studiato la materia e con autorevolezza la spiegava, una volta i grandi studiosi di razza dibattevano fra loro e nelle varie dottrine di scienza, ne usciva quella ufficiale ….. quella da seguire in tutto il mondo, quella da cui poi, venendo a noi, avrebbe dato il nome giustamente legalmente attribuito alla razza ?

    3) Lei pensa veramente che quando si scelse tale nome i grandi della scienza cinofila
    operarono senza criterio e/o lungimiranza?

    4) Lei crede veramente che il rappresentante della delegazione abruzzese, il conte Brasavola, sia stato “truffato” quando fu deciso il doppio nome che il nostro cane ufficialmente porta?

    5) Lo sa che fuori dai nostri confini e dalle sterili polemiche abruzzesi, si chiama Maremma Sheepdog.? Lo sa che all’estero, delle polemiche che voi abruzzesi create con il fine ultimo di mozzare il nome, non importa nulla, anzi la ritengono una polemica dannosa alla razza che porta ufficialmente e giustamente questo doppio nome, anche storicizzato, proprio per il valore universale che essa incarna?

    6) Anche questo perché, secondo Lei, oltre ai padri fondatori della razza (che tutti dovremmo maggiormente rispettare!!!) anche fuori dall’Italia abbiamo, tutti “ignoranti” o sciocchi? O perché fra l’Appennino italiano (a proposito lo sa che non è solo in Abruzzo?) e le riviere o “maremme”, così chiamate dal latino “maritimae” cioè affacciate sul mare, si creò quella interminabile catena di vita che si denominò “transumanza” e che quindi l’E.N.C.I. e il CPMA nel 1958, con questo doppio nome intesero dare tale senso, significato e valore universale anche a questa catena di vita? Valore, senso e significato che etimologicamente non avrebbe, come Lei nella infinita campanilistica, saccente ed egoistica sapienza propone, volendolo chiamare solo con il nome della Sua regione di appartenenza e quindi mozzarlo etimologicamente!!!!

    7) Lo sa che è proprio questo doppio nome e per le motivazioni politiche di
    “universalita” che l’E.N.C.I. e il C.P.M.A. in lungimirante saggezza, deliberarono
    di donare a tutta la nazione italica nostra e di conseguenza a tutto il mondo
    questa meravigliosa razza?

    8) Lo sa che con il nome mozzato come Lei e chi per lei polemizza fuori dalla cinofilia ufficiale e con spirito campanilista ed egoista, il Nostro Maremmano Abruzzese
    perderebbe tutta la Sua storia (che non si cambia, ma si rispetta!!!!) ed il Suo valore intrinseco ed universale?

    9) Lo sa, infine, che chi non rispetta la propria o altrui storia, chi non rispetta i
    saggi, i padri (in questo caso fondatori della razza!), non rispetta il presente e non
    riceverà a sua volta rispetto per sé in futuro!!!

    Spero ora che Le nove domande poste con la premessa siano più chiare, precise e circostanziate, e più che ai diretti interessati le “apriamo” agli appassionati lettori di cinofilia di questa razza, cui spetta il fine ultimo di giudicare non solo la materia nel rispetto della sua storia anche etimologica, una storia fatta di uomini e galantuomini, di passioni, di studio, di diplomazia, di rispetto, di umiltà e Amore, ma anche gli intenti di chi scrive, assieme gli animi, la buonafede, il rispetto e l’oggettività nel trattare la materia.
    Grazie ancora a tutti ed alla Dr. ssa Valeria Rossi
    Antonello Rossi – Milano

    • @disqus_NMvaXnwvxG:disqus

      Prima di chiedere i titoli e le generalità su chi siano i Suoi interlocutori, dica Lei chi è piuttosto e non si nasconda dietro un dito. Si fidi di me, qui dentro, nella discussione, l’unico che non abbia basi scientifiche solide è Lei: può fare solo dei copia-incolla di chi lo ha preceduto, che merita rispetto, ma che come noto non rappresenta né la posizione ufficiale dell’unico organo di tutela riconosciuto dall’ENCI , il CPMA, né quella di nessun altro organo di rappresentanza di qualsiasi tipo…

      Proprio perché non è mia intenzione quella essere autoreferenziale e di parte, in questa discussione, ho provveduto a contattare i responsabili del CIRCOLO del cane da Pastore maremmano-Abruzzese per poter controbattere alle tesi che Lei spaccia per oro colato ed universalmente riconosciute… Sono convinto che l’impeccabile Valeria Rossi ed i numerosi lettori potranno trarne giovamento!

      A questa seguirà anche una replica sulla storia delle popolazioni italiche , in particolare quella dei Sanniti, che come è noto furono i precursori del sistema transumante dell’Italia centro-meridionale…. Il sistema transumante di quello che oggi definiamo Abruzzo storico e le popolazioni italiche lo sottendevano sono stati i veri protagonisti dell’Età del ferro la cui influenza su quella che poi divenne l’Impero di Roma fu pari solo alla cultura Ellenica……

    • Bravo sign. ANTONELLO da Milano..finalmente si fa sentire la voce di uno che ci capisce qualcosa del Pastore Maremmano Abruzzese. .mi stava venendo a noia di ascoltareele solite demenzialita’ campaniliste Panabruzzesi….li conosco bene gli abruzzesi..e anche i loro cani…ho vissuto un anno in Abruzzo e non ho notato nessuna differenza nella razza..lunica differenza di razza grazie a Dio l’ ho notata tra noi e gli abruzzesi intesi come uomini ma i cani proprio no…tutte cavolate..vogliono il suffisso abruzzese per vendere i cani avendo il monopolio..è solo questione di marketing..Antonello..lascia stare.. non perdere tempo a discuterci…non sanno cosa risponderti..usciranno dei vecchi fogli borbonici per distrarre la discussione..sono disonesti..lasciamoli discutere da soli…davanti all’ufficialità scientifica ci si inginocchia…o si sta zitti e in silenzio ci si leva di torno…solidarietà a Valeria Rossi. .grande professionista ed esperta cinofila come pochi…

      • “Per comprendere esattamente
        il senso delle proporzioni basti riportare i dati scaturiti dal censimento
        voluto dall’allora presidente del CPMA (circolo pastore maremmano abruzzese)
        che nel 1974 che volle fare il punto della situazioni sui soggetti presenti al
        di fuori della cosiddetta cinofilia ufficiale d’allevamento e ancora utilizzati
        nella pastorizia. I dati furono schiaccianti: su un totale di 2886 cani, 1040
        in Abruzzo, 530 in Lazio, 283 Molise , 217 Basilicata, 211 in Umbria, 169 in
        Campania, 164 in Marche, 55 in Calabria e soli 46 in Toscana.”

        • No..se credi veramente che in toscana ci siano 46 maremmani sei in malafede..o un illuso ignorante….i cani dei pastori non sono quasi mai registrati da noi..soprattutto negli anni 70 ..qui è un cane talmente usuale che si regalano le cucciolate. ..piuttosto rispondi alle domande di Antonello …forse non puoi.? Stai aspettando che qualcuno ti passa il foglietto? Parli di rispetto ma nel vostro gruppo attaccate chi sostiene la dottrina ufficiale e scientifica come un branco di lupi in modo vile e mafioso..qui’ non sei nel tuo club prive ‘mafioso pastorale…qui’ sei in un luogo serio dove di esprime l’unica vera ed autentica dottrina sul pastore maremnano abruzzese…e dico di più negli anni 50 siete stati fortunati che i toscani del club vi abbiano fatto l’elemosina di concedervi il none abruzzese dopo il maremmano…ps..in australia e nel Massachusetts ci sono più pma che in tutta italia…lo chiamiamo oastore del Massachusetts? O rispettiamo la vera storia che lo vuole prima in maremna e poi molto dopo in abruzzo?

          • La transumanza sistematica nasce in Abruzzo con i popoli italici a gestirla in ogni sua forma…. questa è la storia descritta anche da Varrone… solo dopo vennero i Romani ed infine gli Aragonesi…

      • Carissimi signori, capisco benissimo che la discussione sia molto datata però permettetemi qualche piccolo appunto.

        Ho letto in questi commenti, svariate volte, chiedere titoli di studio, onorificenze e quant’altro come se per avere una propria idea o esporla al prossimo (ovviamente nei modi previsti dalla buona educazione che ognuno di noi dovrebbe avere e mostrare) sia condizione necessaria, propedeutica avere effettuato un qualche tipo di percorso accademico a riguardo. A questo punto sarebbe come dire che per votare alle elezioni sia necessario essere laureati in scienze politiche.
        Finita questa piccola premessa, permettetemi qualche altra parola. Alcuni di voi, come il Sig. Antonello e il Sig. Tancredi criticano molto il fatto che altri non siano d’accordo con l’attuale denominazione della razza, adducendo le loro motivazioni. Bene. Qualche commento addietro si è detto che all’estero questa razza è sovente indicata come “Maremma Sheepdog” e non mi pare che sia stato uno scandalo per voi.Io non voglio fare una polemica sul nome, però mi sembra di capire che -per voi- fin quando si chiami questa razza con il solo nome “toscano” sia tutto in ordine, ma GUAI se qualche abruzzese “forte e gentile” rivendichi la paternità del nome!
        Ora, personalmente non condivido appieno tutte le cose dette nel post iniziale. Non sono un esperto zootecnico, sono solo un appassionato e nella mia vita ho studiato altro, però mi sembra di capire che qualche problemino con lo standard si sia palesato, soprattutto sulla taglia dei vari cani che spesso superano quei 35-40 Kg previsti. Non credo che per rendersi conto di questo sia necessario aver conseguito una laurea specifica. Nell’articolo iniziale si vuole far passare l’ Abruzzo come una regione blindata: isolata lo è stata, ma dallo scritto emerge quasi che in questa regione quei cani non ci fossero prima dell’apertura dei tratturi, dicendo sottovoce che questa razza venga praticamente da fuori i suoi confini. Insomma, si è predicato tanto per la denominazione “maremmano-abruzzese” però mi sembra sempre più spesso che i sostenitori di questa “forma” siano molto più propensi a diffondere il “maremmano” eliminando dai propri scritti e dalle notizie in generale, l’altra paternità della razza: quel breve termine che tanti rivendicano, ossia “abruzzese”. D’altronde questo mi sembra palese: anche il Sig. Antonello ha detto che all’estero la razza è conosciuta come “Maremma Sheepdog”. Insomma se la razza è “maremmano-abruzzese” deve esserlo sempre, non solo quando fa comodo a qualcuno. Detto ciò vorrei usare il ragionamento del sig. Antonello sui titoli di studio: nella discussione iniziale si è parlato spesso di fatti storici: isolamento, editti, vicende socio-politiche…Sembra quasi che lo standard dovesse essere redatto più che da luminari della cinofilia e della zootecnia da esperti di storia. A questo punto mi sarei aspettato più che il dott. Solaro, il dott. Antonio Brancati alla redazione di uno standard (per chi non lo sapesse è un noto storico italiano) affiancato magari da esperti in sociologia e geopolotica visto che la denominazione sembra essere frutto di uno studio sui fatti storici incontrovertibili, perchè viene spontaneo chiedersi (secondo il suo ragionamento) quanto un esperto cinofilo e zootecnico possa capirci di storia. Suvvia sforziamoci di essere un pò oggettivi nell’esaminare queste vicende…Con questi continui battibecchi si genera una confusione che porta l’appassionato medio a non capirci nulla. Si parla spesso di cultura cinofila, ma mi duole dirlo, si incappa nei soliti comportamenti “italiani” così radicati sul nostro territorio: quello di voler blindare un argomento ai soli esperti, ricorrere ad un accademismo sfrenato ed irresponsabile (i cui risultati sono davanti agli occhi di tutti, basta vedere le sorti di altre razze italiane, dilaniate da uno “standard sbagliato”, uno su tutti? Il cane corso ed il suo prognatismo!) salvo poi lamentarsi che la persona comune rimane lontana e non si interessa…

        Cordialmente G.A.

        Mi perdoneranno i possibili refusi, ma scrivere dal tablet è oltremodo difficile!

    • ma che domande sono………..e queste sono le domande???…………..ahahahahha…………questa è solo pubblicità gratuita….ma quali padri fondatori e scienziati……questi cani so stati fatti dai pastori e forgiati dal lavoro e dal tempo e dai luoghi sui quali questi cani camminavano e lavoravano………altro che conti e duca della mia ceppa……..e si…. mo i conti e i duca pascolavano le pecore e le mucche e loro facevano accoppiare i cani…….ma lo volete capire che è solo una questione di lustro………ma cosa volete studiare……….dai pastori dovete andare se volete studiare questi cani…….cmq rispondo
      1) sono una persona con un titolo di studio che studia la razza non solo sui libri ma anche in loco e possediamo cani da pecora bianchi da generazioni dal mio bisnonno e forse anche prima e siccome il mio bisnonno era nato nella fine dell 800 penso che allora neanche era in progetto di renderla razza,e cosa piu importante non sono un allevatore ne io ne i miei avi……….a noi il cane serviva per lavoro e difese delle greggi e delle masserie e i cani da noi li portavano i pastori di abruzzo che transumavano e venivano ogni anno a svernare nelle puglie e non di certo questi uomini di lustro e saggi di cui lei parla…..e se proprio vogliamo parlare di saggezza,beh quellaè popolare e non di certo di uomini di lustro

      2)chi ha un titolo di studio di certo non è piu sapiente di chi non lo ha…….cosa vuole dire scusi che un pastore è piu stupido di un letterato o dottore???………..magari non sa esprimersi bene,ma può stare certo che sa le stesse cose per esperienza diretta con questi cani,cosa che magari il dottore di turno o il conte dei miei gabbasisi non sa e non ha mai visto…..e ancora una volta dimostra solo classismo

      3)si credo che questi grandi della scienza cinofila,che poi sono grandi solo per lei,fecero la stessa cosa che i grandi della scienza del corso fecero con l’ altro cane italico……stessa brodaglia di cui ancora oggi può vedere gli effetti portati alla seconda razza italica dalla cinofilia ufficiale

      4) si io credo proprio di si………credo che siano giunti a un compromesso perche al conte non fregava una ceppa di come si chiamasse il cane,figuriamoci a quei tempi dove non c’era il che ben minimo senso di appartenenza…….poi figurarsi se un conte gli fregava qualcosa ma dai ma mi stai coglionando con queste domande……..ma che domande sono…adesso vuoi vede che al conte gli fregava se si chiamava maremmano abruzzese o abruzzese…….mahai capito il contesto storico in cui avvenne l ufficializzazione………ma veramente credete di parlare con degli idioti…..

      5)adesso vuoi vedere che un inglese sa meglio di me italiano terrone pecoraro come si chiama il cane…..ma mi faccia il piacere………..ma sai che mi frega degli inglesi o tedeschi o altri……ma poi di cosa parliamo degli inglesi che hanno trasformato il vero bull dog in un maiale……dei tedeschi che hanno storpiato un cane da lavoro come il pastore tedesco facendolo divenire uno scivolo con i mille problemi che comporta un angolazione del posteriore di quel tipo,o dei popoli nordici che hanno fatto diventare l’ alano o danese un cavallo inutile quando prima era un cane da caccia eccezionale usato in india anche per la caccia alla tigre……oppure vogliamo parlare della cinofilia russa che ha trasformato cani come gli asia e i caucaso in pseudo incorci con san bernardo dal carattere per niente equilibrato e non piu in grado di svolgere il loro lavoro di guardiani pastori ,con cani che corrono dietro i lupi per scannarli lasciando le pecore incustodite…..non somi dica lei di quale cinofilia vogliamo parlare che le posso portare 1000 esempi di razze storpiate dalla cinofilia ufficiale,cioè quella delle expo del lustro dei guadagni e non piu quella del cane utile per il lavoro

      6)i padri fondatori della razza sono i pastori che si sono fatti il culo su e giu per i tratturi e per valli e montagne……e di certo la rete dei tratturi non andava in toscana…….o se ci andava era minima……….si veda un po le mappe dei tratturi regi e poi mi facci a vedere questi documenti storici che parla dei tratturi che dall abruzzo arrivavano in maremma……cosa invece che puo vedere e documentarsi sulle carte e scritti del regno delle due sicilie o le federiciane….se vuole la ospito a casa mia cosi andiamo a foggia nella biblioteca comunale e le mostro tutti i testi dello stupor mundi in cui si parla di questi tratturi oppure possiamo andare a napoli a vedere e documentarci su quelle del regno di napoli…..il nome è uno ed è quello della regione che ha dato i natali a questo cane e che da sempre ne ha usufruito e allevato poiche fatta da pastori e cioè l abruzzo…….come se io pugliese volessi chiamarlo pugliese abruzzese perche venivano a svernare da noi………..ma mi faccia il piacere

      7)ma cosa donare………..si adesso il cane d’abruzzo me l ha donato il doppio nome………..ma per cortesia………a me pugliese il cane lo hanno donato i pastori abruzzesi che venivano in puglia e gentilmente ci lasciavano qualche cane non di certo l enci o il circolo pma……ma veramente crede di parlare con 4 allocchi

      8)no guardi ne acquisterebbe in veridicità storica visto che non esiste alcun documento che ne comprovi l origine toscana……….qui li stiamo ancora aspettando sti benedetti documenti…….mentre il signor sandro ne ha forniti parecchi ed in diverse lingue che comprovano la teoria piu logica e razionale che il cane sia abruzzese,che quella è la sua culla di origine,la regione nativa….

      9)ecco bravo allora inizi a redimersi di tutte le baggianate che ha detto e fornisca documenti ufficiali e fonti storiche a sostegno delle immani cazzate che ha scritto…….ripeto verba volant scripta manent……per sostenere una tesi servono prove scritte storico scientifiche……….dove sono???me lefacci a vedere e le chiedo umilmente scusa ………..altrimenti vada a parlare e a convincere gli inglesi i russi i mericani e tutti i fessi della cinofilia ufficiale che da quella maledetta expo di new castledel del 1859 altro non hanno fatto che trasformare le razze da utilità in manichini da esporre………….ma fatemi il piacere e queste me le chiama domande…………piuttosto fornisca fonti a supporto di questa vostra assurda teoria ………..servono prove altrimenti taccia che fa piu bella figura

      allego foto dove si puo vedere il conte di sta ceppa con il maremmano,o il duca dei miei zebedei con il maremmano…………ma fatemi il piacere…..da noi si dice
      i chiacjhr si port u vent- le chiacchiere le porta via il vento
      documenti please

  12. Buongiorno Sig. Sandro,

    Ah Ah Ahi! Ma cosa fa?? … Invece di rispondere alle 9 domande con premessa e conclusione, si domanda, un po’ come nell’Hamleto di William Shakespeare, il Principe di Danimarca, quanto la mia presenza firmata sia reale?? Ma allora è…, è proprio vero: Lei è il maestrino dalla penna rossa! Anzi solo dalla penna!!! … Mi sia concessa la battuta, dopo le offese che mi ha gentilmente rivolto nella sua risposta, che comunque accetto, si figuri … ben volentieri, proprio perché denotano a tutti la sua vera essenza e l’animo da cui sono mossi i suoi interventi e con cui “molto civilmente e pacatamente” (lei che voleva dar lezioni di eleganza!!!) accetta la dialettica, e questo a ben palesare agli amici appassionati lettori di cinofilia, come concludevo nel mio ultimo intervento, cui spetta il compito ultimo di giudicare non solo la materia nel rispetto della sua storia anche etimologica, una storia fatta di uomini e galantuomini, di passioni, di studio, di diplomazia, di rispetto, di umiltà e Amore, ma anche gli intenti di chi scrive, assieme agli animi, la buonafede, il rispetto e l’oggettività nel trattare l’argomento.
    Per le nove domande con premessa e conclusione che le ho posto senza risposta da parte sua, qui la tranquillizzo, non si preoccupi …, che gli amici lettori sapranno, con spirito critico, ben documentarsi nei testi ufficiali di cinofilia e troveranno le
    risposte, anche leggendo l’articolo (scritto peraltro anche da chi ricopriva la
    carica di Segretario e Vice Presidente del CPMA, quindi, anche per questo, e
    per le altre nove domande con premessa e conclusione che le ponevo senza
    risposta da parte sua, è superflua, goffa e grossolana, la sua invocazione ai non meglio definiti “responsabili” del CPMA! proprio lei che
    precedentemente difendeva il MOTUCIPA.?! Dove “A” finale sta solo per
    Abruzzese!!! … E dai, prima, scelga almeno, da quale parte stare!!!!) che Lei
    nella sua infinita saccenteria, vorrebbe grossolanamente criticare, anche in
    malafede perchè con il fine ultimo di privare, meglio mozzare, il nome a questo
    meraviglioso cane, orgoglio della cinofilia italiana tutta con il Suo valore
    universale che esso “incarna” e rappresenta esteriormente anche nel suo doppio
    nome di Maremmano Abruzzese.
    Grazie ancora a tutti ed alla Dr. ssa Valeria Rossi
    Antonello Rossi – Milano

    • @disqus_NMvaXnwvxG:disqus
      Io sono un iscritto ed un attivista del MO.TU.CI.P.A., ogni cosa detta da me medesimo sarebbe tacciata come “di parte”. Questa è la ragione per la quale Le farò rispondere direttamente dai responsabili del CPMA. Vedrà che non mancheranno di firmarsi nome e cognome e di smentirLa puntualmente e sonoramente sulla ricostruzione storica delle vicende legate a questa razza. Continui a cantarsela e suonarsela da solo… La vera scienza non è quella autoreferenziale ma solo quella condivisa, vediamo un po’ se l’organo ufficiale sostiene Le sue tesi o la smentisce come io credo… Ma poi, scusi, dove sarebbe la pubblicazione scientifica alla quale si riferisce? Su quale rivista ?Su Nature ?

      @disqus_LgofNbVOym:disqus

      Ci sono gli atti ufficiali del censimento sui cani al lavoro al quale mi riferisco, se li cerchi. Io ho semplicemente riportato un estratto di un libro di Paolo Breber che forse Lei non ha letto o Le è sfuggito…

  13. Buonasera Sig. Sandro,

    Oh!!! così è più chiaro agli appassionati lettori di cinofilia che valuteranno i nostri
    interventi assieme gli intenti, agli animi, la buonafede, il rispetto e
    l’oggettività nel trattare l’argomento, che, il Sig. Sandro, vuole chiamare il
    nostro cane da pastore Maremmano Abruzzese (cui giustamente e legalmente è
    stato apposto DAGLI ORGANI ESECUTIVI DELL’ENCI, INTESO IL PARERE DEL COMITATO TECNICO DEL CIRCOLO DEL PASTORE MAREMMANO ABRUZZESE tale doppio nome) soltanto (ed in via esclusiva!) con il nome della Sua regione e quindi mozzarlo, deturparlo del Suo valore universale cui i grandi uomini di scienza della cinofilia (maremmana e abruzzese in accordo!) appartenenti agli organi ufficiali predetti, vollero apporre come valore aggiunto!!!!! E poi quando sempre il Sig. Sandro,
    saccentemente si permette di “provare a” criticare un articolo che difende tale
    doppio nome ufficiale ed il valore di universalità che esso racchiude, scritto peraltro
    da chi ricopriva anche la carica di Segretario e Vice Presidente del CPMA, ed a Lui
    gli si pongono ben 9 domande con premessa e conclusione, invece di rispondere….,
    invoca “goffamente” non ben identificati responsabili (semmai, Sig. Sandro, per
    inciso e per rispetto delle cariche istituzionali sociali, gli unici che potrebbero
    dire la loro sarebbero solamente gli organi paritetici dello scrivente l’articolo
    e quindi o il “Segretario” o il “Presidente-Vicepresidente”) del CPMA, in
    antitesi quindi alla associazione cui Lui fa parte ed è attivista; CPMA che, in quanto Organo di Cinofilia Ufficiale, deve valorizzare e tutelare la razza e quindi anche
    difendere tale doppio ufficiale nome !!!!! Ma si rende conto Sig. Sandro, quali
    contraddizioni abbia fatto emergere la sua arrogante saccenteria? …. Mi scusi
    ma mi viene spontanea un’altra battuta : ma Lei…., ha capito cosa farà da
    grande ??? Si ravveda, suvvia, con un minimo di umiltà e rispetto!
    Ma lo sa che questo doppio nome dovrebbe accompagnarlo nella Sua
    futura evoluzione perché, se per assurdo, si dovesse tener conto di una sua maggiore o minore presenza in un territorio, ed in dipendenza di questo dovesse essergli attribuito il nome, questo, finirebbe con essere continuamente modificato nei secoli e quindi condannato ad essere costantemente provvisorio o dipendente da opinioni e punti di vista dell’uno o dell’altro?!
    Comunque rimangono sempre le 9 domande con premessa e conclusione, senza risposta da parte sua, ma sicuramente nei lettori sarà prosperato, ormai, uno spirito cinofilo critico e costruttivo.
    La vorrei lasciare però, sia mai si ravveda, almeno con due delle suddette:
    1) Lo sa che con il nome mozzato come vorrebbe, fuori dalla cinofilia
    ufficiale e con spirito di saccente campanilismo, il Nostro Maremmano Abruzzese
    perderebbe tutta la Sua storia (che non si cambia, ma si rispetta!!!!) ed il Suo valore intrinseco ed universale?
    2) Lo sa che chi non rispetta la propria o altrui storia, chi non rispetta i
    saggi, i padri (in questo caso fondatori!), non rispetta il presente e non riceverà a sua volta rispetto per sé in futuro?!!!
    Grazie ancora a tutti ed alla Dr. ssa Valeria Rossi
    Antonello Rossi – Milano

    • Ha ha ha…sign. Antonello …sembra che a un pollastro gli siano cadute le penne come mai nessuno di questi buzzurri abruzzsi nulla facenti che stanno sul telefonino 24 ore su 24 nei loro gruppi a parlar male dei toscani e del pastore maremmano abruzzese proprio non riescono a rispondere a queste benedette domande

      • Ho già detto, rispetto alle 9 domande, che aspetterò la replica del CPMA… in estrema sintesi: per me il nome PMA fu un errore, un compromesso all’Italiana quando si capì di aver commesso un gravissimo sbaglio. Piuttosto è lei che dovrebbe rispondere del fatto che per secoli questa razza si sia chiamata solo Pastore Abruzzese in tutto il mondo…
        Maremma sheep dog è il nome diffuso solo dopo i dolenti fatti e posso documentare con una valanga di carte quanto asserito.
        La mia posizione rispetto a tutte le domande è tale e quale quella di Paolo Breber e di tantissimi altri che hanno titolo in materia…
        Vi prego anche di non esagerare con gli aggettivi, gli scienziati veri si chiamano: Galileo , Newton, Einstein, Faynman, Bohr, Rubbia…
        stiamo parlando di cinofilia e non di meccanica quantistica o fisica nucleare. Newton stesso per quanto “immenso” e rivoluzionario fu corretto dalla relatività generale di Albert Einstein qualche secolo più tardi…. figuriamoci se non sia possibile rivedere un paio di studiosi con la passione dei cani…suvvia!!!

  14. ahahahhaha…………ma quante stronzate che scrivono sti allevatori toscani…..ormai anche i muri l hanno capito chi siete………sostenete tesi fasulle basate sul niente……..non avete testimonianze storiche ne niente fate solo fumo e chiacchiere da bar………per sostenere una teoria ci vogliono prove storiche serie ………..non teorie inventate o pensate solo per favorire bugie…….di bugie ne avete gia dette tante…..non siete popolo di pastori voi toscani…….anche perchè dove pascolavate le pecore negli acquitrini???……..in mezzo alla malaria?…………ma fatemi il piacere……servono testi storici e prove storiche per affermare quello che voi volete sostenere…….come fate a negare gli apuli i sanniti i marsi i frentani……..popoli italici(quindi parliamo di pre impero romano) che hanno vissuto di pastorizia come tutti i testi storici dicono e scrivono…….poi siccome tutti sanno che i grandi cani da guardia al bestiame vengono dall’asia tramite movimenti di popoli pastori transumanti,per rigore logico secondo voi muovendosi in carovane ,dove potevano approdare prima??……….sulle coste o nelle regioni adriatiche oppure in quelle tirreniche???……….ma per favore smettetela di tirare fumo negli occhi alla gente……….voi neanche adesso avete cani da pecora buoni e lo si vede dalle mille difficoltà che i vostri pastori li in toscana hanno coi lupi…….tant e vero che risolvono il problema a fucilate ed esce avvelenate………..fate i cani buoni anzichè dire stronzate e non fate disinformazione…..oppure andate in abruzzo a prendere i veri cani antilupo…….parlate di mafia pastorale e altre stronzate che solo voi potete dire……..com’è non vendete vero???………c’è crisi??………i cani non funzionano???……..basta con il fumo………riportate testi storici a conferma delle vostre teorie come ha fatto il sig. sandro………perchè verba volant….scripta manent!!!………e ci tengo a dirlo non sono abruzzese……..ma anche i bambini sanno da dove provengono questi cani……..io ho vissuto 11anni in toscana e non ho mai visto cani d’abruzzo seri……..tutti mezzi cani ingentiliti con sangue estero ………e per uno come me che è cresciuto co questi cani è facilissimo vedere le differenze……..basta co le vostre teorie strampallate basate sul nulla……servono i fatti e i fatti non sono dalla vostra parte e non confermano le vostre tesi………saluti

    • vedo che al terr
      oncello Antonio Gli fumano i coglion Celli provasse a rispondere lui allora visto che tanto bravo a parlare con dati ufficiali e certi alle 9 domande proposte da Antonello vediamo chi è che esprime solo fumo e chiacchiere da bar

      • vedi caro allevatore………la differenza tra me terrone(etimologicamente parlando colui che coltiva la terra,quindi cafone,quindi contadino) e te dotto allevatore toscano,sta proprio nel fatto che io mai ti ho appellato con etichette ,ma ho solo detto che il tuo modo di pensare non è buono e che cio che dici non ha fonti storiche,mentre tu caro il mio dotto sapientino vai sulle offese di classe ,che è tipico di chi non ha argomenti o di chi non puo sostenere le sue fantomatiche teorie dato che non ha nessuna base e fonte storica in merito……….mi mostri un solo documento storico che parla del cane da pastore maremmano,che poi, anche la nomenclatura ufficiale è sbagliata,perche andrebbe chiamato mastino abruzzese,dato che di guardiano si tratta e non di cane da tocco,detto appunto cane da pastore……..mi faccia vedere queste domande e sarò ben lieto di rispondere,però lei nel contempo trovi questi benedetti documenti o fonti storiche che attestano la proveninza toscana dei grandi cani bianchi e si prepari che poi gliela faccio io una bella domanda cosi vediamo quanto siete ferrati in genetica dato che siete allevatori……….forza mi faccia vedere queste domande ………… oltre ai vigneti ,alle olive adesso volete rubare anche la provenienza del cane………….ahahahhaha………….ma siete proprio recidivi voi toscani……….ahahahhahaha………..le ripeto ho vissuto per 11 anni in toscana……….conosco benissimo l ambiente i posti e i modi di ragionare……….e un consiglio le do terrone mi ci possono chiamare solo i miei conterranei………lei se lo risparmi perchè credo che se ci fossimo trovati a discutere di persona le sarebbe costato molto caro quest appellativo…….suvvia mi ripresenti queste domande qui sotto cosi le rispondo subito….sig.dotto toscano

        • comunque ora che i cari campanilisti di montagna dell’Abruzzo detti anche campanilisti da pecora dell’ Abruzzo si sono auto asfaltati chiudo per quanto mi riguarda la conversazione soprattutto per il rispetto che porto alla grande esperta e professionista Valeria Rossi e alla vera cinofilia ufficiale.. ora cari miei mi dileguo spaventato dalli terribili minacce di antonio. Per colpa sua non dormirò stanotte

          • ti dilegui perche fai fumo e non hai una beneamata ceppa di prove che sostengano la tua teoria campata sul nulla……..bravo fate sempre cosi quando non avete argomenti denigrate e offendete e poi sono io che minaccio……..impara a porti con la gente caro il mio razzista e classista e torna quando avrai prove tangibili storiche delle cacate che affermi …… che la figura l hai fatto solo tu…….noi siamo qui che aspettiamo queste prove…..e cmq ti ho risposto sopra alle tue stupide domande puoi andare a leggere…………….ora perche non rispondi tu alle mie cosi vediamo quanto ne sai per allevare

      • Signori, lo dico qui ma vale per tutti: discutere civilmente è una cosa, diventare arroganti e maleducati è un’altra.
        Per favore, datevi una regolata o dovrò chiudere questa discussione, e sarebbe anche un peccato visto che era partita da presupposti interessanti.

        • mi scusi signora valeria……per quel che mi riguarda ha ragionissima e le chiedo scusa…..solo che qui purtroppo certa gente da epiteti classisti e dato che sono un meridionalista convinto mi da enormemente fastidio quando mi appellano col termine terrone…..se ho esagerato chiedo scusa ma cmq non ho mai fatto offese personali i miei discorsi erano sempre generici e se ho usato toni forti erano rivolti al modo di pensare e non al personale …………cmq per quel che mi rigurda non succederà piu
          ancora scusa
          solo che se si vuole affrontare una discussione di questo tipo bisogna avere prove che confermino quello che si afferma e io non ho visto fin ora benche minima prova delle teorie sostenute da questi signori
          un saluto

  15. Non discuto affatto la competenza dell’Enci, però qualcosa non deve aver funzionato a dovere: chi è che parla di compromesso? Chi è che afferma: “se l’Enci, nel 1958, avesse seguito un criterio zootecnico…..” il dr.Simoni stesso! Quindi cerchiamo di indagare e se possibile evitare errori che possono nuocere alla razza, non ripetiamo ad esempio la questione del prognatismo del c.corso, altro errore macroscopico da correggere

  16. Buonasera,

    Credo che ormai agli appassionati lettori di questo autorevole portale di
    cinofilia siano palesi le differenze fra che chi pone il rispetto della storia
    e degli uomini che l’hanno fatta, dei princìpi e delle istituzioni, l’umiltà,
    l’Amore e la buonafede, lo spirito oggettivo e non campanilista, l’approccio
    costruttivo e non distruttivo, nel rispetto dell’ufficialità del doppio nome
    del cane da Pastore Maremmano Abruzzese (legalmente e giustamente attribuito
    DAGLI ORGANI ESECUTIVI DELL’ENCI, INTESO IL PARERE DEL COMITATO TECNICO DEL CIRCOLO DEL PASTORE MAREMMANO ABRUZZESE), e chi, ahimè … , porta sprezzo, irriverenza, saccenteria, egoismo, malafede, campanilismo, e infine anche l’insulto come ultima arma delle loro argomentazioni !!!! Ci scusiamo anche noi per la loro maleducazione, con la responsabile di questo portale cinofilo, la Dr. ssa Valeria Rossi, ma ormai è tutto più chiaro a chi deve giudicare e leggere!!!! (questo ultimo non è per il Sig. Sandro, va detto, … che anche il Suo ultimissimo intervento mi sembra più garbato, assieme a quello del Sig. Lillo) Come chiare sono le 9 domande con premessa e conclusione, cui, oltre che “abbai” grossolani e goffi a “responsabili” del CPMA (che per statuto si chiama proprio CPMaremmano Abruzzese … !!! .. appunto!!!!!) non abbiamo udito.
    Chiaro altresì l’animoso egoismo di vandalismo etimologico e mozzatore di nome, che
    anima i loro interventi, in quanto il nome della loro regione è presente e non
    assente!!!!! …. In nome anche degli accordi che, dopo decenni, sancirono in diplomatico, lungimirante, “politico compromesso storico” le delegazioni dei padri fondatori abruzzesi e maremmani.

    W quindi la cinofilia italiana ed il suo cane da pastore Maremmano
    Abruzzese con il doppio nome che legalmente e giustamente porta, a
    testimonianza della millenaria catena di vita della transumanza, con il suo valore universale attribuito in sacrosanta legalità dall’E.N.C.I.

    Grazie ancora a tutti ed alla Dr. ssa Valeria Rossi
    Antonello Rossi – Milano

  17. Come al solito l’Enci ha rovinato un altra razza, il cosi detto Cane da Pastore Maremmano Abruzzese. quello che si vede alle Expo è totalmente incapace di svolgere il suo lavoro con le pecore, come del resto tutte le razze da lavoro che vanno alle gare di bellezza, percio è meglio fare l’articolo dicendo, che il cane da mostra si chima Marmmano Abruzzesee con le pecore non vale una cicca, ma se vuoi lavorare sulle pecore, allora la cosa cambia e ci vuole il Mastino Abruzzese,quello allevato sulla funzione e che nasce nella rete, che a parte il colore bianco non ha ninte a che fare con il bambolone da esposizione,e questo è un fatto,saluti dall’Aquilotto Notturno

    • Ciao Aquila, non generalizzerei troppo, molti allevatori che frequentano expo rinsanguano con cani da lavoro ed alcuni cani expo lavorano anche con le pecore come il ch.Ramon autentico marsicano di 58kg. Piuttosto si dovrebbero affrontare tutte le controversie riguardanti la razza (nome e revisione standard in primis) che sta perdendo colpi sia per iscrizioni enci che sul campo di lavoro, non è affatto vero che è la migliore con il bestiame, negli USA si stanno usando razze più grandi e più efficaci contro i predatori.

      • Scusa ma ho i miei dubbi che il ch Ramon contro un vero attacco di Lupi se la possa cavare senza perderci la pelle, se non è nato nella rete(se non sai cosa vuole dire te lo posso spiegare)ed è cresciuto esclusivamente con le pecore, è incapace di fare quel lavoro di protezione che si esige da un Mastino Abbruzese,il vero cane da pecore è affezionato a loro e non le abbandona mai ,e mette in secondo piano l’umano padrone del gregge, mentre nel cane da esposizione sono qualita completamente estranee al suo comportamento, negli usa si stanno usando un sacco di Razze a difesa del bestiame, ma l’unica che è riuscita a difendere le pecore contro i predatori, e stato il Mastino Abbruzzese verace, quello delle montagne Abbruzesi, non certo i Maremmani da di allevamento, e le ha difese bene per un solo motivo ,perche non insegue il predatore e non abbandona mai le pecore, qualita selezionata in anni di allevamento pastorale sulla funzione, non certo sulla bellezza,e tutto il resto sono solo chiacchere ,Ciao dal Rapace notturno

  18. A sto punto io farei dare appunto un nome che non coinvolga nessuna regione per non sentire sempre le solite discussioni… cane da pastore bianco italiano 🙂

    • ennò! trovare un nome sensato come quello da lei proposto o il già citato “cane da pastore dell’appennino” sarebbe (e sarebbe stata) una soluzione poco italica, sarebbe come snaturare la popolazione italiana che ha scritto nel proprio DNA l’impellente necessità campanilistica e divisiva, dei “buoi” dei paesi suoi etc etc etc. Nel resto del mondo per restare in tema di cani mi risulta abbiano risolto in modo ovvio ed efficiente, il cane è uno (la razza è una) e nello standard ci mettono un paio di eventuali varietà, lo Spitz contempla un’ampia gamma di taglia (e non solo per taglia), con il Cane da Pastore Belga mi risulta (correggetemi se sbaglio) abbiano risolto con ancor più numerose varietà..
      E noi che OGGI possiamo cavarcela con due, vogliamo che si differiscano per Regione e se possibile pure per specie tra poco, e vabè: mettiamo una varietà pesante molossoide ed una leggere lupoide se proprio si deve vivere nel medioevo o all’epoca dei guelfi e ghibellini, è pur sempre il 2016 e si dovrebbe pensare agli Stati Uniti d’Europa, ma qui siamo ancora a discutere da che parte scendeva la transumanza ai tempi in cui ne la Toscana ne l’Abruzzo esistevano come le conosciamo oggi!

      ..e allora io propongo all’ENCI come nome della razza Cane da Pastore degli Indoeuropei , tiè! CAMPANILISMO INDOEUROPEO ! perchè sti poveri cani tirati da code e orecchie da tutte le parti sono stati pure immigrati in Italia prima di fare la transumanza pre-romana, medioevale o post-unificazione ahahah!

  19. Carissimi signori, capisco benissimo che la discussione sia molto datata però permettetemi qualche piccolo appunto.

    Ho letto in questi commenti, svariate volte, chiedere titoli di studio, onorificenze e quant’altro come se per avere una propria idea o esporla al prossimo (ovviamente nei modi previsti dalla buona educazione che ognuno di noi dovrebbe avere e mostrare) sia condizione necessaria, propedeutica avere effettuato un qualche tipo di percorso accademico a riguardo. A questo punto sarebbe come dire che per votare alle elezioni sia necessario essere laureati in scienze politiche.
    Finita questa piccola premessa, permettetemi qualche altra parola. Alcuni di voi, come il Sig. Antonello e il Sig. Tancredi criticano molto il fatto che altri non siano d’accordo con l’attuale denominazione della razza, adducendo le loro motivazioni. Bene. Qualche commento addietro si è detto che all’estero questa razza è sovente indicata come “Maremma Sheepdog” e non mi pare che sia stato uno scandalo per voi.Io non voglio fare una polemica sul nome, però mi sembra di capire che -per voi- fin quando si chiami questa razza con il solo nome “toscano” sia tutto in ordine, ma GUAI se qualche abruzzese “forte e gentile” rivendichi la paternità del nome!
    Ora, personalmente non condivido appieno tutte le cose dette nel post iniziale. Non sono un esperto zootecnico, sono solo un appassionato e nella mia vita ho studiato altro, però mi sembra di capire che qualche problemino con lo standard si sia palesato, soprattutto sulla taglia dei vari cani che spesso superano quei 35-40 Kg previsti. Non credo che per rendersi conto di questo sia necessario aver conseguito una laurea specifica. Nell’articolo iniziale si vuole far passare l’ Abruzzo come una regione blindata: isolata lo è stata, ma dallo scritto emerge quasi che in questa regione quei cani non ci fossero prima dell’apertura dei tratturi, dicendo sottovoce che questa razza venga praticamente da fuori i suoi confini. Insomma, si è predicato tanto per la denominazione “maremmano-abruzzese” però mi sembra sempre più spesso che i sostenitori di questa “forma” siano molto più propensi a diffondere il “maremmano” eliminando dai propri scritti e dalle notizie in generale, l’altra paternità della razza: quel breve termine che tanti rivendicano, ossia “abruzzese”. D’altronde questo mi sembra palese: anche il Sig. Antonello ha detto che all’estero la razza è conosciuta come “Maremma Sheepdog”. Insomma se la razza è “maremmano-abruzzese” deve esserlo sempre, non solo quando fa comodo a qualcuno. Detto ciò vorrei usare il ragionamento del sig. Antonello sui titoli di studio: nella discussione iniziale si è parlato spesso di fatti storici: isolamento, editti, vicende socio-politiche…Sembra quasi che lo standard dovesse essere redatto più che da luminari della cinofilia e della zootecnia da esperti di storia. A questo punto mi sarei aspettato più che il dott. Solaro, il dott. Antonio Brancati alla redazione di uno standard (per chi non lo sapesse è un noto storico italiano) affiancato magari da esperti in sociologia e geopolotica visto che la denominazione sembra essere frutto di uno studio sui fatti storici incontrovertibili, perchè viene spontaneo chiedersi (secondo il suo ragionamento) quanto un esperto cinofilo e zootecnico possa capirci di storia. Suvvia sforziamoci di essere un pò oggettivi nell’esaminare queste vicende…Con questi continui battibecchi si genera una confusione che porta l’appassionato medio a non capirci nulla. Si parla spesso di cultura cinofila, ma mi duole dirlo, si incappa nei soliti comportamenti “italiani” così radicati sul nostro territorio: quello di voler blindare un argomento ai soli esperti, ricorrere ad un accademismo sfrenato ed irresponsabile (i cui risultati sono davanti agli occhi di tutti, basta vedere le sorti di altre razze italiane, dilaniate da uno “standard sbagliato”, uno su tutti? Il cane corso ed il suo prognatismo!) salvo poi lamentarsi che la persona comune rimane lontana e non si interessa…

    Cordialmente G.A.

    Mi perdoneranno i possibili refusi, ma scrivere dal tablet è oltremodo difficile!

  20. Ma ci si rende conto che all estero nessuno lo chiama abruzzese perche’ questi geni dell ENCI hanno messo il nome maremmano di fronte a abruzzese?
    Perche’ un tale affronto?
    Lo chiamano PMA : ma allora usate L alfabeto Abruzzo Con A viene prima di Maremma o no? Allora deve essere abruzzese maremmano no?
    Ma chi lo ha voluto questo sfregio all Abruzzo dove vivono e lavorano questi cani? ’ Non ci sonò tratturi in Maremma .
    D Annunzio parla di transumanza Abruzzese nelle sue poesie non di pastori maremmani
    Ma dai e’ stata una coltellata all Abruzzo ed si suoi cani per chissa’ quale piccolo favore a qualcuno. .
    Per me sara’ sempre e solo il pastore abruzzese e al diavolo ENCI

  21. salve a tutti, il mio cane bianco è il mastino abruzzese, o pastore abruzzese, chiunque mi incontra si complimenta per la sua stazza e la sua bellezza ,e io non permetto lo si chiami =maremmano”, raqzza di studiosi dei miei stivali pane al pane vino al vino ! IGNURANTONI !!!!!

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Laureato in Medicina Veterinaria a pieni voti presso l’Università degli studi di Perugia, diventa Capitano Medico Veterinario del Ruolo Sanitario alla Scuola per Ufficiali Veterinari dell’Esercito di Pinerolo. Successivamente Medico Veterinario civile ed Insegnante di Zootecnia presso l’Istituto Tecnico Agrario di Todi, si dedica dal 1950, con l’allevamento cani “Jacopone da Todi” alla selezione della razza del cane da Pastore Maremmano-Abruzzese. E' autore di numerosi saggi e pubblicazioni su numerose riviste cinofile e libri ed ha curato la stesura della sezione dedicata a tale razza sul libro “I Pastori Italiani” - De Vecchi Editore.