La nuova “Save List”/DDL1572 ha portato, come prevedibile, scontri e polemiche tra cinofili e appassionati, mettendoci un po’ tutti contro tutti (“Divide et impera” vi dice qualcosa? E non vado oltre, altrimenti entro nella polemica sbagliata).
Da studiosa di selezione naturale e artificiale, però, una linea di pensiero nello specifico mi ha fatto venire la pelle d’oca, perché non solo è scientificamente inaccurata, ma soprattutto suona tremendamente buona e giusta alle orecchie di chi la selezione non sa davvero cosa sia, rischiando di portare nella mente di tutti un’ideologia tanto disneyana quanto pericolosa.
Sto parlando, come anticipato nel titolo, del concetto che la strada ideale da percorrere sarebbe quella di non inseguire più le razze, magari addirittura abolirle, per dare il via a un mondo di simpatici incroci senza regole, senza etichette, senza confini.
Ed è tutto molto bello ed idilliaco, ma lasciatemelo dire, a mio avviso si tratta di un’ideologia poco informata, poiché tralascia alcuni aspetti tutt’altro che irrilevanti che intendo esporre in questo articolo.
Premessa importante: è verissimo che a livello di salute genetica tendenzialmente “vinca” il rimescolamento. Abbiamo sperimentato in passato come molte razze canine si siano trovate sull’orlo dell’estinzione quando si è ridotto eccessivamente il pool genetico; questo rischio, però, oggi è notevolmente ridotto, grazie alle odierne conoscenze decisamente più avanzate rispetto a qualche decennio fa.
Detto questo, vorrei chiarire qualche punto fondamentale che i detrattori delle razze canine probabilmente non considerano.
1 – In principio era il lupo

La storiella del lupo che divenne cane ce l’abbiamo tutti in mente, ma per la maggior parte di noi è anche un po’ nebulosa: ok, c’era questo lupo, poi l’uomo ci fece amicizia, iniziò a far accoppiare tra loro quelli sempre più piccoli, o sempre più bianchi, o con il pelo sempre più lungo, e voilà, ecco ottenute le razze.
E no, non è proprio così semplice.
Voglio inserire un estratto del nostro libro pubblicato con De Vecchi (non lo avete ancora letto? Lo trovate qui):
[…] l’uomo antico certo si preoccupava principalmente di spingere la selezione verso ciò che era utile, per cui gli incroci casuali non erano contemplati e, se si verificavano fortuitamente, purtroppo era difficile che fossero lasciati in vita i cuccioli non desiderati. Per quanto triste, c’è da considerare il contesto: a quei tempi i sapiens erano in lotta continua per la sopravvivenza e non potevano permettersi una dispersione di risorse. Anche se i meticci possono darci l’impressione di essere cani più “naturali”, il cane non è naturale per definizione, e le razze canine (o per meglio dire le tipologie) sono decisamente più antiche dei meticci, proprio perché ai cani che fossero “un po’ e un po’” non era interessato nessuno.
E prima che scoppi la rivolta contro “Ti presento il cane nazista che cerca la razza purah”, aggiungo la frase successiva, sempre dallo stesso libro:
Ci teniamo a specificare che questo discorso è strettamente accademico: gli autori di questo libro vivono con cani di razza e meticci indistintamente, e non è nostra intenzione dare più valore all’una o all’altra categoria.
Il fatto che per noi i cani abbiano tutti lo stesso valore cinofilo, però, non ci impedisce di essere consci del fatto che l’esplosione dei meticci è legata al nostro contesto storico, in cui a livello di legge tutte le vite canine sono tutelate e rispettate (e meno male!). Ma dalle origini, fino alla civilizzazione, per poi passare per gli ultimi periodi storici, il cane è sempre stato riprodotto per essere utile ed ottemperare a un compito (che poteva essere anche la semplice compagnia, eh! Ma pure quella aveva esigenze specifiche che richiedevano selezione mirata sui caratteri desiderati). Non c’era l’idea del “voglio solo un amico a quattro zampe”, figlia del benessere dell’era moderna.
Tutto questo spiegone non deve essere frainteso: non voglio intendere un becero “si stava meglio quando si stava peggio”, ma chiarire che i nostri amati meticci millerazze, incroci, cani fantasia, e via dicendo non potrebbero esistere se non ci fosse stata fino a ottant’anni fa una selezione che ha creato tante forme e colori diverse da cui pescare i mix. Il lupo era uno solo, e non si può passare dal lupo al cane mix senza passare per migliaia di anni di differenziazione mirata, ottenibile solo con la selezione artificiale (o con una fortissima pressione ambientale e relativa selezione naturale, ma stiamo parlando di cani in contesto umano, non di lupo e salti evolutivi).
2 – Il “cane naturale” non è l’idillio

Di pari passo col mito del meticcio marcia l’ideologia che questo sarebbe più “naturale”, meno manipolato dall’uomo. Fermo restando quanto detto prima, quindi dando per assunto che il meticcio non proviene dal mondo naturale, possiamo considerare e valutare la sua diffusione attuale e la sua tendenza a diffondersi nelle zone in cui il randagismo è meno sotto controllo, ovvero dove il cane tende a “tornare alla natura”, meticciandosi allegramente per generazioni. Chi lavora a contatto con i cani liberi e ferali sul territorio, sa perfettamente a cosa si va incontro provando a mettersi in casa questi soggetti che “hanno solo bisogno di tanto amore”: è tutto un corollario di paure, fobie, reattività, mordacità, tendenza alla fuga, indocilità e chi più ne ha più ne metta (e NO, non basta prenderli da piccoli per risolvere tutto, anche se chiaramente le cose in questo caso diventano un po’ più semplici).
E così, le famiglie li rispediscono al mittente, per poi essere virtualmente linciate sui social perché persone brutte e cattive che non hanno saputo dare amore incondizionato.
Questi problemi comportamentali sono, indovinate un po’? I primi risultati dell’assenza di una selezione orientata alla docilità e alla cooperazione con l’uomo, oltre ovviamente a una scarsa, per non dire nulla, esposizione all’uomo stesso.
Prima che pensiate “tutte baggianate! Il mio meticcio è perfettamente inserito in famiglia!”, sottolineo che sto facendo riferimento a quel che succede mixando e mixando ancora senza controllo. Se avete un cane con cui convivete alla perfezione, con alte probabilità aveva almeno un soggetto di razza non troppo indietro nella sua genealogia.
Eppure, non serve chissà quanto tempo perché le cose cambino: possono bastare poche generazioni (Belyaev docet…).
Perché sì, il cane che torna alla natura non è semplicemente un cane senza pedigree libero da etichette e classificazioni. Senza la selezione umana a pressare per gli adorabili cani che amano le coccole, si fidano dell’uomo e cercano la relazione interspecifica, tutte doti che ci piacciono un sacco, il cane non torna alla natura solo esteticamente, ma anche caratterialmente. Gli incroci tanto buoni e cari che conosciamo hanno delle radici che sono state direzionate per secoli dall’uomo. Se passano troppe generazioni, quelle radici perdono quella direzione e iniziano a comparire delle doti caratteriali che sono vincenti in natura, ma estremamente scomode nella convivenza con noi: non a caso, un tratto che accomuna i cani ferali è una forte diffidenza verso l’essere umano, anche nei cuccioli.
3 – Il cane che torna alla natura non è il cane fantasia

Lo abbiamo già visto accadere, vero?
Chi ha alzato la mano e ha detto “dingo” vince un 10 sul registro. Agli altri rinfrescherò la memoria: non abbiamo una data esatta, ma tra i 5000 e i 3500 anni fa, una popolazione cani già completamente addomesticati e differenziati in tipologie ben distinte tra loro giunse in Australia, per poi essere rilasciata in natura; qui, questi cani tutti diversi trovarono una nicchia ecologica perfetta, in assenza di diretti competitori: in mano alla selezione naturale, guarda un po’, non si creò una popolazione eterogenea e variopinta come nei nostri sogni pieni di fiorellini, ma, al contrario, accoppia oggi e accoppia domani, quelli che nelle prime generazioni erano tanti bellissimi meticci finirono per uniformarsi col passare delle generazioni.
Perché, per quanto poco romantico possa essere, è questo che tendenzialmente fa la natura: trova la combinazione perfetta per un determinato ambiente (toh, che coincidenza che i dingo siano quasi tutti dello stesso colore del terreno australiano…) e la mantiene, e poi la replica e la replica perché è quella che funziona meglio per lo scopo che ha. Cosa ci ricorda questo? Ah, già… anche la selezione artificiale fa la stessa cosa! Solo che, mentre la selezione naturale spinge una specie a cavarsela da sola, l’uomo spinge una specie a sviluppare comportamenti che ne facilitino la convivenza con lui. E per quanto selezionare artificialmente sia brutto e cattivo, un cane che sia collaborativo, fiducioso nell’uomo, sereno nella società e negli ambienti antropici e via dicendo deve necessariamente essere selezionato per essere così. Altrimenti torna in modalità sopravvivenza.
Conclusione
Vogliamo “superare” le razze, come qualcuno auspica? Vogliamo considerare che nel mondo moderno buona parte delle utilità orginarie non serva più? Bene, ma se anche percorressimo davvero questa via, rimarrebbe comunque fondamentale per mantenere il cane quello che è, e non un altro animale, la tanto cattiva e malvista selezione, che rimane fondamentale sia per il carattere, sia per la salute.
Ricordo, infatti, che quando ci mette la mano l’uomo, al giorno d’oggi, la selezione prevede semplicemente di stabilire chi si riproduce e chi no: non si mettono al mondo figli di tutti i cani esistenti, e questo non toglie una vita serena e dignitosa ai soggetti che non si accoppieranno (per buona pace di chi è convinto che un cane per essere felice debba a tutti i costi sperimentare il sesso). In compenso, si evita di mettere al mondo soggetti che potrebbero passare una vita estremamente infelice, o addirittura molto breve, a causa di patologie e vizi ereditari.

Madre Natura, invece, non segue questo criterio, e quando deve badare alla sopravvivenza della specie non va tanto per il sottile: il singolo individuo non ha valore. Ci sono molti più accoppiamenti, molti più cuccioli, ma purtroppo moltissime morti in più, poiché la “scrematura” la effettuano un ambiente ostile e un mondo privo di cure veterinarie. Anche i cani con tare genetiche riescono spesso ad accoppiarsi, ma è la prole a pagarne poi il prezzo, non essendo idonea alla sopravvivenza.
Perchè la natura è affascinante e meravigliosa, ma sa anche essere crudele, pur di perpetuare la vita.
Io lo so, che qualcuno fraintenderà lo stesso. Ho cercato di spiegare il mio pensiero, ma qualcuno che capirà solo “le razze sono brave e i meticci sono cattivi” ci sarà lo stesso, quindi proverò a fare una sintesi di cosa ho voluto intendere mettendo insieme queste informazioni.
I meticci sono assolutamente da tutelare, sono la scelta migliore per chi non cerca nel cane niente di specifico, per chi ha spirito di adattamento, per chi ama un cane e quel che rappresenta e che lo accetterà sempre comunque si rivelasse il suo carattere.
Un meticcio non è un cane di serie B, non è meno importante di un cane di razza e non è gratis perché valga di meno.
Il meticcio, però, è una scelta positiva e piacevole finché restiamo nel range delle popolazioni domestiche: ecco perché non possiamo pensare di avere un futuro privo di selezione umana. Selezione umana competente e preparata, che preveda la riproduzione dei soggetti più idonei per la salute delle generazioni successive; NON selezione della Sciuramaria che “vorrebbe tanto un figlio di Bubi che è il suo cagnolino adorato”.
Le razze canine, o per lo meno le tipologie canine, sono gli “ingredienti” per avere dei meticci vari, simpatici, unici. Se togliamo questi ingredienti, perdiamo anche i meticci. Se i cani iniziano a riprodursi senza selezione, se togliamo l’intervento dell’uomo per generazioni e generazioni, la tendenza naturale sarà sempre quella di tornare al cane ferale.
E fidatevi, non vorreste mettervi in casa un cane ferale.

