domenica , 19 novembre 2017
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Home >> Allevamento - Cuccioli >> Come si riconosce un buon allevatore?

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Come si riconosce un buon allevatore?

Il nostro articolo sul costo di un cucciolo, se da un lato è piaciuto a molti allevatori, dall’altro ha suscitato anche qualche polemicuzza.
Riportiamo qui una lettera che più o meno concentra tutte le obiezioni che sono state fatte:

Interessante l’Articolo sul prezzo di un Cucciolo, ma:
– Quanti sono gli Allevatori “amatoriali”che seguono, con rigore, i punti che hai descritto sulla Rivista ?
– Quanti sono quelli che fanno le lastre ufficiali e i controlli sui problemi cardiovascolari ?
– Quanti sono quelli che usano un’alimentazione di prima scelta ?
– Quanti sono quelli che regalano ,oppure vendono ad un prezzo molto economico, i “Brutti” e ad un prezzo ragionevole i “Belli” ?
Ecc., ecc., ecccccc….!!!

Bene, che dire a questo lettore?
Che purtroppo ha ragione.
Gli allevatori seri sono molti, anzi moltissimi: “Ti presento il cane” è stato creato con questa certezza, perché scegliendo di pubblicizzare solo loro rischierebbe grosso, se non ne esistessero abbastanza.
Però è vero, verissimo (purtroppo)  che non tutti gli allevatori sono seri.
Ed è STRAvero che nessuno spiega al pubblico come distinguere i “buoni” dai “cattivi”.
Io scrivo di cani ormai da…secoli: ho scritto articoli, libri, sceneggiature di video e quant’altro mi capitasse di tirar fuori da una tastiera e da un monitor, tanto che qualcuno non ne potrà proprio più di leggere il mio nome.
Ma all’inizio di questa lunghissima esperienza professionale mi limitavo a scrivere (beccandomi a volte anche denunce e querele): “Non comprate cuccioli in negozio, non comprate cuccioli alle fiere, non comprate cuccioli dal vicino di casa senza sapere se è stato fatto un minimo di selezione, se gli accoppiamenti sono stati ragionati oppure casuali”.
E come unica, giusta e sacrosanta alternativa, ovviamente, davo l’allevamento italiano: recatevi in un buon allevamento riconosciuto dall’ENCI  – dicevo – perché lì non troverete “cani che costano carissimi perché hanno un pezzo di carta più roboante degli altri“, ma semplicemente cani che costano il giusto perché c’è la garanzia che siano sani, tipici, ben curati e ben allevati.

Basta ancora, questo discorso, per mettere sulla buona strada il privato che cerca il suo primo cucciolo?
Purtroppo devo riconoscere che NO, non basta più.
I tempi sono cambiati, la figura dell’allevatore è cambiata (spesso in peggio, purtroppo).
Perfino l’ENCI, con i suoi nuovi regolamenti, oggi sembra voler agevolare più i “produttori compulsivi” che gli allevatori seri, quelli che solitamente fanno nascere poche e selezionatissime cucciolate all’anno (ma così facendo iscrivono pochi cuccioli…e l’ENCI non è contento per nulla).

E allora…come può, il pubblico, capire dove stanno i “buoni allevamenti” ?
Non basta più parlare di “allevamento”, perché i “cagnari” hanno fiutato al volo il cambio di tendenza.
Davanti a molte case private in cui vendono cuccioli dell’Est, o magari figli dei cani di dubbia origine che hanno in giardino, appiccicano tutti un bel cartello: “Allevamento di Pinco Pallino”.
Mettono indicazioni stradali, si pubblicizzano sui giornali e sulle pagine gialle, hanno pure il sito Internet, tutto con “Allevamento di”.

Allora basta specificare “andate solo in un allevamento riconosciuto dall’ENCI, ovvero in un allevamento con regolare affisso”?
Magari!
Purtroppo non basta più neanche questo.
E qui siamo veramente al dramma, perché è assurdo che in un Paese civile con una produzione cinofila di livello mondiale…di fatto, il riconoscimento del Kennel Club nazionale non sia una garanzia di qualità.
Eppure, ripeto: non lo è.
E non lo è perché i requisiti per ottenere l’affisso sono veramente miseri :

1. risultare proprietario di almeno 2 fattrici della medesima razza;
2. aver prodotto e iscritto al libro genealogico italiano almeno 2 cucciolate, della stessa razza delle fattrici di cui al punto a);
3. non aver subito condanne o non aver un procedimento in corso per reati a tutela del sentimento per gli animali, in merito all’attività di allevamento svolta o al commercio di cani;
4. aver sottoscritto il codice etico dell’allevatore di cani;
5. essere residente in Italia.

FINE.
Un tempo si richiedeva che le fattrici avessero avuto almeno la qualifica di Molto Buono in esposizione. Ora neanche più quello.
E chiariamo, per i non addetti ai lavori , che il MB in expo si dà praticamente a cani e porci. La qualifica inferiore, ovvero il “Buono”, tradotta letteralmente significa “scordati di portare ‘sto carciofo di un cane a un’altra expo, perché non hai speranze“.
Il Buono si dà a cani con difetti clamorosi: senza denti, con tre zampe, con la coda attaccata in mezzo alle orecchie: cose così. Altrimenti un MB non l’ho mai visto negare a NESSUNO.
Bene: all’ENCI pareva già di chiedere troppo. Quindi, oggi,  “la richiesta di un affisso riconosciuto ENCI – FCI, non passa preliminarmente per l’acquisizione di risultati in verifiche zootecniche.  Pertanto, tutti coloro che intendano allevare in modo serio, avranno la possibilità di dare da subito un proprio identificativo all’allevamento, che nel tempo, può diventare o meno, anche un marchio di qualità“.
Come si può conciliare il concetto di “allevare in modo serio” con quello di “mettere in riproduzione qualsiasi cosa, senza neppure una MINIMA verifica zootecnica”?
Personalmente, la risposta mi sfugge. E forse sfugge anche all’ENCI, che infatti specifica che l’affisso può diventare “o meno” un marchio di qualità.
Dipende. Se ci tieni, fai cani di qualità: altrimenti fai pure delle ciofeche, chisseneimporta. Basta che paghi (600 euro, per la precisione, per un affisso individuale. Se societario, 600 + 300 per ogni socio).
Anche il codice etico (che è già di manica abbastanza larga) purtroppo è un pro-forma: perché in realtà nessuno controlla che tu lo segua davvero.
Per questo c’è pieno zeppo di cagnari con regolarissimo affisso ENCI che però cedono cani di 40 giorni, o vendono cuccioli provenienti da chissà dove, o usano allegramente in riproduzione cani displasici, cardiopatici, epilettici.
Il codice etico dice che non si dovrebbe fare. Ma non dice  “se ti becchiamo a farlo, con il tuo affisso ci facciamo i coriandolini di carta”.
E’ un po’ come il protocollo di Kyoto, insomma, o la Carta per i Diritti dell’Uomo: l’hanno firmato tutti, non lo segue nessuno e va bene così.
In pratica, l’ENCI per darti l’affisso  ti chiede solo dei soldi… perchè il fatto che tu abbia due fattrici è abbastanza scontato, visto che stai facendo una domanda per  allevare cani e non per aprire una discoteca. Che tu abbia fatto due cucciolate, idem, sembra proprio il minimo storico.
Poi ti chiedono, in pratica, di non esserti mai fatto beccare a fare il commerciante di cani o a prendere un cane a calci nel sedere: perché se lo fai, ma non sei mai stato condannato, non c’è problema!
A parte questo…il codice etico chiede di  “impegnarsi ad approfondire le conoscenze sulla razza, sul suo standard morfologico, sulle problematiche sanitarie e sulle caratteristiche comportamentali e funzionali, in modo da interpretare correttamente gli obiettivi di selezione”.
E se non lo fai?
Pazienza.
Ma santa pupazza martire: per attribuire la qualifica di Giudice (pardon, di “Tecnico esperto”: oggi si chiamano così) l’ENCI richiede prove teoriche e pratiche, è severissimo e ti boccia se non sai quanti cromosomi ha un cane (cosa notoriamente fondamentale per stabilire se è bello o brutto: ma è successo a una mia cara amica, preparatissima su tutto il resto).
Invece, per darti la “patente” di allevatore riconosciuto, non ti fa neppure una domandina piccola così. Manco vuole sapere se distingui la testa dalla coda (basta che firmi il codice e “ti impegni” a scoprirlo, prima o poi, se ne avrai voglia).
Ma sarà più importante il ruolo dell’allevatore o quello del Tecnico Esperto?
Senza nulla togliere a questi ultimi, per carità… se la produzione cinofila italiana è affidata all’improvvisazione e all’incompetenza, poi i giudici cosa diavolo si ritrovano, da giudicare?
E come possono rimediare, di fronte a una sfilza di cani stracolmi di difetti morfologici e magari anche di malattie genetiche?
Non solo.
I cani che finiscono sui ring delle esposizioni (e che almeno possono “sentirsi dire” che fanno pena, se è il caso) sono forse l’uno per cento della popolazione cinofila nazionale.
Il resto finisce in casa di privati che in expo non ci andranno mai, che saranno sempre convinti di aver comprato “il più bel cane del mondo” (anche se magari è displasico) e che lo faranno allegramente riprodurre col cane del vicino (anche se magari ha l’atrofia della retina), sfornando allegramente altri cuccioli da vendere a tanta altra bella gente che non sa nulla di cani.

E per l’ENCI, che differenza c’è tra questi cuccioli e quelli usciti da un allevamento coi controfiocchi, che seleziona i riproduttori passandoli pelo per pelo, che li controlla per displasie, malattie oculari e difetti cardiaci, che è attentissimo a sverminazioni e vaccinazioni?
Nessuna.
Che differenza c’è tra questi cuccioli e i cuccioli dell’Est, che rappresentano una vera beffa per la cinofilia seria, oltre che una “tratta di infelici” destinati a fare spesso una brutta fine?
Ancora una volta, NESSUNA.
E così capita, come è capitato a me, di andare in un famoso allevamento che stravince sui ring della razza X…e di trovare, a fianco del canile in cui stanno i cani X, un bel capannone stracolmo di cuccioli dell’Est.
E l’allevatore, non solo munito di regolare affisso ma anche membro del consiglio della Società specializzata per la razza X, mi spiega candidamente che l’attività commerciale non è intestata a lui, ma al suo socio (che vive nella stessa casa, con lo stesso indirizzo), e che in fondo bisogna pur campare, e che allevando seriamente è praticamente impossibile.

Capita anche – ed è sempre capitato a me – di andare in un prestigioso allevamento che stravince in tutta Europa e di trovare una serie di fattrici “in batteria”, messe lì a sfornare cuccioli a ripetizione.
“Scusa, ma quante sono?”
“Boh, credo una trentina” (ma ESISTE, secondo voi, che un allevatore non sappia quanti cani ha???).
“E quanti cuccioli produci all’anno?”
“Be’, dipende. Centocinquanta, duecento…non lo so, la produzione commerciale la segue mia moglie, io mi occupo dei cani da esposizione. Ma che ti frega di quelle lì? (rivolto alle cagne in catena di montaggio) Non sei venuta a vedere i miei campioni?”

Fantastico, no?
Ma l’ENCI non fa una piega.
D’altronde chi produce due o trecento cuccioli all’anno (o chi importa due o trecento cuccioli all’anno), rovescia nei forzieri dell’ENCI palate di soldi al cui confronto io, con la mia produzione massima di venti cuccioli, nell’annata più prolifera della mia storia di allevatrice, facevo ridere i polli.
Gli allevatori che selezionano, che controllano, che girano il mondo per portare i cani in expo e in prove di lavoro eccetera, non hanno neppure  il tempo materiale per fare tanti cuccioli: per seguire bene una cucciolata bisogna starle addosso, seguirla, pesarla, controllarla eccetera eccetera.
E farlo con venti cuccioli all’anno è già un impegno gravoso.
Se ne deduce che un “vero” allevatore, appassionato e cosciente, non arricchirà mai le casse dell’ENCI (né le proprie).
Ma il cagnaro sì.
Ora, se tutto ciò può scandalizzare sul piano morale, è indubbio che esiste anche un piano pratico: non vivo nelle nuvole, e mi rendo conto dell’importanza dei soldi sia per un Ente, sia per lo stesso “produttore di cani” che magari le trenta cagne “da cuccioli” non le tiene neanche male, sotto certi parametri (anche se questo non coinciderà mai con il mio concetto di amore per i cani).

La domanda che mi faccio io è un’altra, e cioè: COME FA un privato che non sa nulla di cani, e che vorrebbe il suo primo cucciolo, a capirci qualcosa in questo bailamme?

Come fa a distinguere il “vero” allevatore, appassionato e competente, dall’improvvisatore, dal “cagnaro spinto” (che importa dai canifici dall’Est) o dal “semicagnaro” (che produce in proprio, ma senza selezionare un accidenti)?
Le risposte ci sono… ma chi le conosce, di solito, è il lettore di riviste e libri specializzati.
E chi è che acquista riviste e libri specializzati?
Semplicissimo: chi di cani sa già qualcosa, o chi ha GIA’ un cane in casa.
Chi è ancora al di fuori del mondo cinofilo, spesso non sa neppure che esista una letteratura specializzata.
E poi libri e riviste li scrivono persone come me…e cioè semplici allevatori e/o giornalisti cinofili con un po’ di esperienza alle spalle (a volte neanche quella): ma non siamo certo NOI la voce ufficiale della cinofilia italiana!
La grande massa, il pubblico delle persone “normali”, i mille aspiranti proprietari che ogni giorno si chiedono “dove posso comprare un cucciolo”…come possono regolarsi, e in base a cosa possono scegliere?
Non possiamo dargli tout cout degli “ignoranti”, se entrano nel primo negozio sotto casa: e neppure se si fidano dell'”Allevamento di Pinco Pallo”.
Perché nessuno dà loro i mezzi e l’informazione necessaria per scegliere con cognizione di causa.

Il giorno in cui l’ENCI:
a) promuoverà davvero l’allevamento di qualità, facendolo conoscere con tutti i mezzi possibili;
b) chiederà una sorta di “conferma” in expo (come già fanno la Francia ed altri Paesi) prima di volturare ad occhi chiusi qualsiasi pedigree straniero;
c) farà sostenere un esame teorico-pratico agli aspiranti allevatori prima di concedere loro l’affisso, mazzolandoli di brutto se dimostrano di non avere le competenze specifiche;
d) concederà un affisso per RAZZA di cane allevato, e non per “persona” che poi può allevarne duecentotrè;
e) dividerà i pedigree in pedigree “di serie A, B e C” a seconda del tipo di selezione che si è effettuata sui riproduttori, soprattutto sul tema delle malattie genetiche…

…quel giorno sì che potremo accusare i novellini di cretinaggine, se andranno ancora a comprare cuccioli da fonti improvvisate e/o truffaldine.
Ma fino ad allora, quando dirò e scriverò “andate da un buon allevatore”, non mi sentirò la coscienza del tutto a posto. Perché l’etichetta di “buon allevatore” non ce l’ha addosso nessuno, e ufficialmente NON ESISTE.
Scoprire dove si nascondono le persone serie, se non si è già in cinofilia da anni, oggi è questione di pura fortuna.

IDENTIKIT DEL BUON ALLEVATORE

Non è affatto facile “inquadrare” l’allevatore serio con una serie di etichette: quando abbiamo creato “Ti presento il cane” e abbiamo deciso di pubblicizzare SOLO gli allevatori di qualità…la domanda “ma come li identifichiamo?” ce la siamo posta anche noi, che pure siamo in cinofilia da molti anni.
A noi tocca un compito molto complesso: quello di identificare i “non cagnari” attraverso una serie di requisiti valutabili anche a distanza.
Per chi va in cerca di un cucciolo, per fortuna, le cose sono più semplici: perché lui si trova “sul posto” e può guardare, domandare, capire.
Così scoprirà che un buon allevatore:

a) cura una o due razze. Può arrivare a tre-quattro, ma solo se il numero di cani nel suo insieme è piuttosto limitato.
In generale, STARE SEMPRE LONTANISSIMI dagli allevamenti  che promettono “cuccioli di tutte le razze, sempre disponibili”.
Non possono esistere. Non si può fare.
Questi sono o cagnari nostrani, o (molto più facilmente) importatori.
In ogni caso sono COMMERCIANTI e non allevatori di cani. Alla larga.

b) difficilmente ha più di cinque cagne in attività riproduttiva, anche se magari di cani ne ha cinquanta e più (un allevamento di vecchia data, se non elimina i “pensionati”, arriva a cifre simili anche andando coi piedi di piombo).
NOTA: Questo discorso vale soprattutto per le razze meno diffuse, perché è abbastanza lecito che un allevatore di pastori tedeschi o di setter inglesi (cani diffusissimi e di facile mercato) abbia dieci o più fattrici all’opera.
Se lo stesso numero di cagne l’avesse un allevatore di xoloitcuintle… be’, verrebbe spontaneo chiedersi cosa ne fa dei cuccioli (e la risposta più classica è: “li spedisce in giro per il mondo a basso prezzo, guadagnando sulla quantità e fregandosene della qualità”);

c) oltre ai campioni e alle fattrici potrà mostrarvi, appunto, i suoi “pensionati”, perché l’allevatore vero AMA i suoi cani e li tiene con sé fino all’ultimo respiro (vedi nota 2);

d) può mostrarvi, oltre al pedigree dei suoi cani, i certificati di Selezione (per le razze che la prevedono), i certificati di attitudine alla riproduzione, tipo ZTP (sempre per le razze che li prevedono) e soprattutto i controlli ufficiali sulle malattie genetiche;

e) di solito frequenta esposizioni e prove di lavoro (per le razze che le prevedono), e potrà mostrarvi i risultati ottenuti.
NOTA: esistono allevatori serissimi che in esposizione non vanno più, perché si sono stancati di un mondo che non brilla per trasparenza ed onestà. Però, di solito, queste persone vi parleranno dei tempi in cui avevano ancora fiducia nella cinofilia ufficiale.
Rovescio della medaglia: ci sono fior di cagnari che hanno le capacità e le competenze tipiche di un buon allevatore, ma le riservano solo alla loro produzione “di serie A” (che portano in expo, prove ecc.): a fianco, però, hanno anche una produzione “di serie B”, di livello appunto “cagnaresco”, che vendono a caro prezzo grazie al “nome” che si sono fatti con i cani buoni. Questi elementi sono i peggiori in assoluto, quelli che io chiamo “braccia rubate alla cinofilia seria”: perché potrebbero essere veramente ottimi allevatori, ma hanno venduto la loro passione al dio denaro. Disgustorama, come direbbe Luttazzi.

f) rilascia sempre una garanzia sanitaria scritta di almeno 15 giorni contro le malattie infettive per cui esiste la prevenzione vaccinale, e cioé cimurro, epatite, parvovirosi e leptospirosi.

g) non cede mai cuccioli di età inferiore ai  60 giorni, né cuccioli che non abbiano almeno una vaccinazione.

Non è detto che tutti, ma proprio tutti gli allevatori rispondano a tutti, ma proprio tutti i requisiti che abbiamo elencato: diciamo, però, che la mancanza anche di uno solo di essi dovrebbe indurci a chiedere spiegazioni.
Può darsi che esistano e che siano convincenti…come può darsi di no: toccherà al cliente valutare e decidere.

Ma ricordate che il requisito più importante per capire se un allevatore è degno di tale nome…è questo, che abbiamo lasciato per ultimo solo per poterlo rimarcare al massimo:

UN BUON ALLEVATORE TIENE BENE I SUOI CANI, LI AMA ED E’ AMATO DA LORO
Se fossero presenti tutti gli altri requisiti, ma dovesse mancare questo, non è il caso di trattenersi oltre. E questo requisito deve presentarsi “al completo”: perché anche se i cani fossero tenuti in condizioni ideali dal punto di vista igienico-sanitario… se non conoscono l’allevatore, non gli fanno festa quando lo vedono o (peggio che mai) mostrano di temerlo, possiamo essere certi che questo signore NON è un buon allevatore.
E non lo diventerà mai.

NOTA 1: i cani ritratti in questo articolo sono tutti cani di eccellenti allevamenti italiani. E sono pronta a scommettere che ognuno di quegli allevatori riconoscerà al volo i propri soggetti, cuccioli compresi. Un cagnaro non ci riuscirebbe mai.

NOTA 2: “Tenere con sè i cani anziani” può avere, come alternativa, “cedere i cani anziani – o comunque i cani che hanno concluso la carriera riproduttiva – ad una famiglia che li ami”.
Personalmente non ho mai ceduto i miei “vecchietti”  un po’ perché non riesco proprio a concepire  l’idea di dare via un cane adulto, ma un po’ anche perché non ho mai avuto molti cani (15 al massimo, vecchietti – appunto – compresi), ma chi alleva per esempio cani di piccola taglia, che fanno solo 2-3 cuccioli alla volta, è costretto ad avere più fattrici e quindi potrebbe finire per ritrovarsi con un’ “overdose di pensionati”e non riuscire più a seguirli con il dovuto amore.  In questo caso, ben venga l’affido a terze persone.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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