martedì , 21 novembre 2017
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Per chi rivorrebbe le “liste nere” di cani “pericolosi”

di VALERIA ROSSI – Faccio ancora riferimento (e poi basta, perché mi sembra di aver detto tutto quello che c’era da dire) al caso della bambina uccisa dal cane, essendo venuta a conoscenza delle allucinanti proposte del presidente del Codacons, Carlo Rienzi, che rilascia una dichiarazione in contrasto con tutte le evidenze scientifiche disponibili. E cioè questa:

“E’ indubbio che esistano razze di cani potenzialmente pericolosi per l’ uomo. Indipendentemente dall’educazione che si dà al proprio animale, è universalmente riconosciuto che esistono razze, come i pitbull o i rottweiler, che per le loro caratteristiche (potenza, robustezza, dentatura) possono provocare ferite letali in caso di morsicatura”.

cane_mordeIn realtà questo è “universalmente riconosciuto” solo da lui, visto che le ferite letali possono provocarle tutti i cani superiori ai sette-otto chili di peso (e a seconda delle dimensioni della vittima anche meno: ho parlato giusto ieri dei bassotti che hanno sbranato il neonato in Francia). Inoltre gli ultimi due casi di morsi letali avvenuti in Italia ai danni di due bambine hanno visto protagonisti due pastori tedeschi (o simil-tali), quindi non si capisce perché il buon Rienzi debba puntare il dito contro pit bull e rottweiler… ma tirare in ballo queste due razze fa sempre la sua porca figura. Peccato che sia anche profondamente ingiusto: ma in Italia ci siamo abituati.
Quante volte avete sentito lanciare strali contro gli albanesi, contro i rumeni o contro i rom (anzi, gli zingari) dopo un fatto di cronaca nera, per poi scoprire magari che il colpevole era italianissimo?
Ma venire smentiti ogni santa volta non basta, e il tormentone xenofobo si ripete immancabilmente al fatto successivo (come negli episodi di Maccio Capatonda: “i zingari! Sono stati i zingari!”).
Purtroppo sono ancora in molti a ritenere che esistano “razze pericolose” non solo per via delle dimensioni: perché  che “il morso di un volpino non causi certo le stesse ferite del morso di un rottweiler” è sicuramente vero, e non c’è bisogno che ce lo spieghi Rienzi.
Purtroppo Rienzi commette l’errore di considerare alcune razze pericolose “per indole” e non soltanto per mole, visto che sostiene che lo siano “indipendentemente dall’educazione che si dà al proprio animale”. E ovviamente, partendo da questo presupposto smentito  tanto dalla scienza quanto dai fatti, oltre a proporre il “patentino” (sul quale siamo assolutamente tutti d’accordo) va a ricercare anche la soluzione più sciagurata:

L’aver eliminato la lista delle 17 razze di cani a rischio introdotte dall’ ex Ministro Sirchia ha di fatto cancellato qualsiasi obbligo per i loro proprietari, con conseguenze negative sul fronte della sicurezza. Ci chiediamo quanti altri bambini debbano morire prima che le istituzioni ci diano finalmente ascolto.

Di commenti che ineggiavano alle black list, dopo il fatto di Pordenone, se ne sono letti a bizzeffe: che però sia il Codacons (che ha un peso politico non indifferente) a proporre una soluzione tanto stupida e inutile fa cadere veramente le braccia, e merita un ulteriore tentativo di spiegazione del perché sia stupida e inutile.
Come sempre accade, in Italia mancano i dati. Esiste, che io sappia, un solo rapporto sui cani morsicatori, redatto da due veterinari, uno dei quali docente all’Università di Parma: esso però non prende in considerazione né i meticci, né le razze non riconosciute dall’FCI, come il pit bull, e per questo risulta un po’ incompleto. Ciononostante vale la pena di leggerlo: lo trovate qui. E per pura curiosità vi copincollo qui sotto la tabella, tratta da questo studio, che riporta la “classifica” dei maggiori morsicatori in rapporto alla diffusione della razza sul territorio (e questo credo risponda al prof Bellelli che nel suo articolo sul “Fatto Quotidiano” ineggiava ai bassotti e condannava i rottweiler, come da mio articolo di ieri,):

tabella_morsicatori
Anche il Bellelli, comunque, è andato a pescare statistiche americane per stabilire quali erano le razze che mordevano di più.
Ha però dimenticato di controllare anche cosa fosse successo nei Paesi in cui queste presunte “razze pericolose” sono state davvero proibite/abolite: l’ha fatto invece un nostro lettore (che preferisce non essere citato, ma che ringrazio comunque), che ha trovato interessanti rapporti tra cui mi pare particolarmente esplicativo quello relativo alla contea di Denver, in Colorado, che ha applicato la famigerata BSL (“Breed-specific legislation“, legislazione specifica di razza).
In uno studio dell’NCRC (National Canine Research Council) si legge quanto segue (l’ho tradotto io, che con l’inglese non vado propriamente a nozze, ma vi assicuro che il senso è questo. Se sapete l’inglese meglio di me, cliccate sul link e leggetevi l’originale).

Nel 1989, la città e la contea di Denver hanno vietato l’allevamento di cani di tipo pit bull. Migliaia di cani da compagnia sono stati sequestrato e uccisi negli anni successivi. Nonostante significative e costose sfide legali, e nonostante una legge dello stato del Colorado che suggerisce di non legiferare sui cani in base alla razza o all’aspetto, Denver ha mantenuto il suo divieto. Presumibilmente lo scopo – e il motivo della sua applicazione spietato – era quello di migliorare la sicurezza della comunità. Il risultato di Denver vale le risorse pubbliche che la contea ha speso? E’ valso il prezzo pagato dai proprietari di animali domestici? Denver oggi ha un tasso più basso di ricoveri causati da morsi di cane rispetto ad altre contee? Il divieto ha eliminato i decessi dovuti a morsi di cane a Denver? La risposta a tutte queste domande è NO. Nonostante i morsi di cane restino molto rari a Denver come in tutto il Colorado, e quelli fatali si contino veramente sulle dita di una mano (9 morti negli ultimi 46 anni), dall’introduzione del divieto il numero di casi è rimasto esattamente uguale a prima e l’unico caso mortale (unico in sette anni) è stato legato ad una razza non soggetta ad alcun divieto.
Stessa storia per altre città/regioni/nazioni che hanno introdotto la BSL (Miami, per esempio, dove il risultato è stato di lasciare esattamente le cose come stavano).
A proposito di Denver, l’NCRC trae le seguenti conclusioni:

Il messaggio è chiaro: la sicurezza della comunità risulta migliorata quando riteniamo i proprietari di cani responsabili della cura, custodia e controllo dei loro cani, indipendentemente dalla razza presunta o reale dei cani.
Ad ogni livello di responsabilità governativa, Denver dovrebbe riconoscere che bandire una razza è stato un fallimento inequivocabile, e dovrebbe rispettare la saggezza del legislatore statale del Colorado. Denver dovrà abrogare la sua costosa, inefficace e brutale legislazione specifica di razza.

Riporto qui anche qualche stralcio tratto dalle conclusioni dello studio italiano sopracitato:

“La razza di appartenenza non deve essere un parametro di discriminazione e neppure considerato il principale fattore di rischio di un soggetto (omissis). L’approccio ai cani morsicatori dovrebbe essere più formativo che repressivo. Dovrebbe essere teso a formare una cultura cinofila che prevenga il fenomeno, più che intervenire sulle singole razze. Ci rendiamo conto che questa è la strada più difficile e che i risultati si potranno vedere solo sul lungo periodo, ma sarebbero comunque risultati solidi e definitivi”.

Si fa poi riferimento ai Paesi “cinologicamente più avanzati” per proporre soluzioni reali, quali:

– non operare in senso restrittivo verso singole razze o gruppi di cani, ma lavorare sulla formazione cinofila a partire dalle scuole. Preparare le persone a capire al meglio il linguaggio del proprio cane, a saper comunicare con lui per stabilire un corretto passaggio di informazioni nelle due direzioni.
– formare i proprietari sulle principali esigenze che i cani hanno, sul modo in cui l’uomo è visto dal cane e sui rudimenti per un’istruzione all’obbedienza di base che consenta di avere il cane sotto controllo in qualsiasi situazione.
– istituire una sorta di “patentino” per la conduzione del cane, naturalmente avvalendosi di Istruttori Cinofili di comprovata professionalità riconosciuti a livello nazionale. Per il rilascio di questa licenza alla frequentazione di spazi aperti al pubblico ogni binomio uomo-cane deve essere valutato circa la sua innocuità per la società civile e l’abilità a muoversi in ogni circostanza cui la vita di città mette di fronte. È auspicabile anche in Italia l’applicazione delle regole dette del “Cane buon cittadino” in vigore negli Stati Uniti d’America, che puntano il dito sul singolo soggetto e non sulla razza.
– imporre agli Allevatori delle regole di selezione per il carattere dei riproduttori, oltreché per la morfologia ed esenzione da malattie ereditarie, secondo l’esempio del test ZTP in uso per la razza Dobermann. Imporre altresì l’obbligo del rispetto dei periodi sensibili di sviluppo del cucciolo ed il divieto di adozione dei cani in età troppo precoce.

Le stesse soluzioni che un po’ tutti i veri cinofili propongono da sempre, e che in parte sono anche già state adottate (esistono il CAE1 e il BH come “patentini per cane buon cittadino”,  lo ZTP è in vigore – guarda un po’! – anche per il rottweiler ed esistono altre valutazioni che tengono conto delle qualità caratteriali, come il Certificato di Selezione per il pastore tedesco e per il boxer), ma che sono in gran parte sconosciute al grande pubblico.
Quando io predico che non si dovrebbero mai comprare cani “a casaccio”, ma scegliere soggetti selezionati, trovo regolarmente scetticismo (qualcuno, nei giorni scorsi, mi ha addirittura accusato di sparar cazzate perché “il carattere non si può selezionare”. Peccato che tutta la scienza mondiale sostenga il contrario);  quando invece qualcuno mi crede, la domanda che mi sento rivolgere più spesso è “ma dove lo trovo, un cane ben selezionato?”
E quando parlo di BH o di ZTP, mi guardano come se parlassi cinese.
La verità è che i presupposti per avere un cane sano ed equilibrato esistono, ma non li conosce nessuno.
E questa, come al solito, si chiama ignoranza.
Mi verrebbe da dire che siamo “capre, capre, capre!”, se non mi venisse l’orticaria solo al pensiero di citare Sgarbi: ma purtroppo questa è la verità.
L’allevamento serio, attento e competente viene ignorato a favore di chi vende i cani “nei saldi”; l’educazione e l’addestramento ormai vengono addirittura criminalizzati; per entrare in una scuola con un cane bisogna fare battaglie epocali.
Certo, le liste nere sono più comode: non servono assolutamente a niente, però sono comode… e piacciono tanto al “grande pubblico”, che purtroppo è un pubblico dal linciaggio facile… perché anche il linciaggio (mediatico o reale che sia) è più comodo dell’analisi dei dati reali e delle soluzioni impegnative.
Che poi siano soltanto queste ultime a produrre dei risultati, è un fatto che agli umani interessa molto, ma molto poco.
Forse le capre lo capirebbero prima e meglio di noi.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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