Come “decifrare” il senso delle etichette?
E’  necessario affrontare un piccolo e ostico codice per comprendere alla perfezione cosa è contenuto nel sacco.
L’operazione di decodificazione che qui  viene descritta è conforme agli schemi, per così dire, ufficiali.
Su qualsiasi sacco di crocchette, sul retro o di lato, devono esserci una tabella indicante i valori analitici e una lista di ingredienti.
La tabella analitica è di solito discretamente invisibile.
Gli ingredienti sono scritti in piccolo e tradotti spesso in più lingue straniere.
Se non li trovate andate a cercare qualcosa di piccolo e incomprensibile: una volta trovata la composizione in greco o in giapponese, girellando intorno, comparirà anche quella in italiano!
La Comunità Europea, il Canada, gli Stati Uniti ecc. hanno differenti leggi che regolano la scrittura delle etichette: a seconda dei Paesi quello che sta scritto sul sacco può essere più o meno dettagliato.
A mio avviso le etichette “americane” sono tra le più accurate.
Per fare un esempio banale, quando sono presenti conservanti, queste etichette ne elencano i nomi precisi, mentre le diciture nostrane consentono la semplice scritta “additivi CEE”, ovvero additivi perfettamente legali secondo il punto di vista comunitario ma che restano sconosciuti al consumatore.
Per fortuna o sfortuna, la maggior parte dei mangimi presenti sul mercato italiano è di provenienza statunitense. Anche i produttori italiani elencano gli ingredienti in modo simile: ci baseremo quindi principalmente su questo tipo di etichetta nella nostra operazione di “traduzione”.
Un’altra buona mossa che il consumatore può mettere in atto per saperne di più è confrontare l’etichetta scritta in italiano con quella scritta in inglese: potrebbe essere più precisa e potrebbero esserci stati errori nella traduzione verso l’italiano, meglio leggerle entrambe.
Lasciamo momentaneamente da parte la tabella dei valori analitici, che merita un discorso a sé inserito nel contesto dei fabbisogni nutrizionali dei soggetti.
Essi variano da cane a cane, a seconda degli stadi di vita, del clima e della “professione” del nostro amico.
I valori analitici sono importanti, ma leggere per esempio che un mangime contiene il 22% di proteine non significa nulla se questa percentuale non è contestualizzata e non capiamo la qualità e la fonte proteica.
Non tutte le proteine (così come non tutti i carboidrati) sono uguali, cambiano per esempio il loro valore biologico e la loro digeribilità: per sottolineare l’inutilità della scelta del mangime basandosi solo sui tenori analitici il dottor Pitcairn (vedi bibliografia) riporta l’esperimento fatto da un veterinario che è riuscito, attraverso una miscela di materiali di scarto tradizionalmente considerati non commestibili, a creare una miscela dai tenori analitici di tutto rispetto!

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Allora, sacchettone alla mano, vediamo di procedere: gli ingredienti scritti in piccolo sono elencati in ordine crescente, l’elemento più presente nel composto sta in cima alla lista e scendendo verso il basso le percentuali di presenza si assottigliano.

Ci sono due trucchetti che bisogna conoscere:
1) attenti, il produttore potrebbe aver sezionato un singolo ingrediente facendolo comparire non in cima alla lista, sommando tutte le varie frazioni di alimento però esso potrebbe essere in realtà presente in percentuali molto maggiori di quanto non si creda. Se invece di scrivere “grano” per esempio scrivo “farina di grano”, “crusca di grano” etc etc il gioco è presto fatto;
2) il peso effettivo degli ingredienti è molto variabile. La carne allo stato fresco, a causa dell’alto contenuto in acqua, è più pesante di una farina di cereali. Per questo motivo l’ingrediente in cima alla lista potrebbe essere la carne, quando in realtà il pezzo di carne disidratato sarà percentualmente meno presente dei cereali.

Generalmente, fatta eccezione per gli alimenti destinati a fabbisogni specifici quali i light o i mangimi studiati per animali con problemi di salute, è buona cosa che in cima alla lista compaia un qualsivoglia tipo di carne e non di cereali.
Perché?
Non va scordato che il cane è prevalentemente un carnivoro: un cane continua a essere molto più simile ad un lupo che non ad un uomo (onnivoro) a ad una pecora (erbivora).
Se facciamo poi riferimento alla teoria neotenica il cane non è che un cucciolo di lupo, più o meno adulto a seconda della razza di appartenenza e alla conseguente collocazione sulla scala neotenica.
Rifacendosi esclusivamente alla morfologia ci sono cani molto lupini, quali l’husky, altri mediamente lupini e altri ancora che hanno conservato ben poco del lupo, come per esempio il bulldog: anche le differenze razziali sono a mio avviso da considerarsi in relazione all’alimentazione, se ogni individuo è diverso dall’altro anche tra razza e razza esistono differenze abissali.
So per esempio di un mangime di buon livello che dà risultati formidabili sui cani da caccia (braccoidi) e levrieri (graiodi) e si è rivelato catastrofico quando provato su molossoidi.
Da queste righe emerge come crolli il mito del mangime perfetto e “completo” che, se esiste, esiste solo sulla carta: in pratica poi i risultati vanno valutati sul proprio soggetto.

Ma ora abbandoniamo questa digressione.
Abbiamo detto che una fonte proteica di origine animale come primo ingrediente è un buon inizio.
In linea di massima i cibi di fascia alta per costi e qualità listano la carne come primo ingrediente, quando non accade il mangime è solitamente più economico: i cereali costano meno della carne.
Attenzione: cereali listati per primi non significano “cibo velenoso”, ma a mio avviso cibo meno adatto a un cane, fatte salve le debite eccezioni (cibi light e dietetici).
Quali sono le fonti proteiche, ovvero gli animali, destinati ad essere trasformati in crocchette?
Non se ne salva nessuno: abbiamo cibi a base di carni bovine, di agnello, di pesce, di pollo, tacchino, anatra, selvaggina, struzzo e via dicendo.
Agnello, selvaggina, pesce e carni “strane” compaiono spesso in alimenti etichettati come “ipoallergenici” ( rimandiamo il discorso sulle allergie alimentari a un successivo articolo) e, data la loro ricercatezza, i mangimi a base di queste carni sono in genere più costosi degli alimenti standard.
Un discorso a parte merita la carne di maiale: in genere i maiali non finiscono al macello per essere trasformati in crocchette a causa della pseudorabbia suina, malattia che non si trasmette all’uomo ma può contagiare il cane con esiti fatali. Esistono però aziende mangimistiche che allevano maiali da destinarsi all’alimentazione canina controllando che non vi siano casi di pseudorabbia.
Un punto in favore del mangime è l’indicazione chiara delle carni contenute, la scritta “pollo”, “tacchino” è sicuramente vincente se confrontata con la dicitura “carni e derivati” (consentita dai regolamenti CEE) e risulta essenziale nei soggetti affetti da allergie e intolleranze alimentari.
Non tutte le carni, o meglio non tutte le proteine, sono uguali, quindi confrontiamo il valore biologico e la digeribilità di alcune di loro: il valore biologico (o indice di bilancio azotato) dipende dal tipo di aminoacidi presenti.

In cima alla lista troviamo le uova che ottengono un 100, seguono le farine di pesce 92, manzo 78, latte 78, pollo 78, agnello 78, riso 75, grano 69, soia 68, lievito 63, glutine 50 circa (dati orientativi n.d.r.)
Il valore biologico (BV) si calcola con la seguente formula (in seguito a prove di somministrazione):
BV= [(azoto presente nel cibo – azoto presente in feci e urine) /(azoto presente in feci e urine)] x 100
Per digeribilità si intende l’effettivo grado di assorbimento da parte dell’intestino.
Dati presentati da un industria mangimistica che mantengo volutamente anonima indicano: pesce digeribilità 95,5%; maiale 93,9%; pollo 91,4%; agnello 87,8%; manzo 87%. Il calcolo della digeribilità (PER) (o efficacia delle proteine) viene calcolato con studi su animali vivi (in genere topi) divisi in gruppi di casi-controlli e dividendo, nel gruppo dei casi, l’aumento di peso in grammi per i grammi di proteine assunte.

Torniamo ora alla nomenclatura.
Il termine “meat” (carne) indica le parti di muscolo (muscolatura liscia e striata) comprensive di tendini, legamenti e grasso che si trova intorno al muscolo.
L’analogo per il pollame è “poultry”: non può includere teste, piume, frattaglie, mentre le ossa sono consentite.
Per pollame si intende pollo, tacchino e fagiano.
Le masse muscolari sono ricche di acqua che viene persa durante la lavorazione: “meat” listato come primo ingrediente partendo dalla quantità fresca utilizzata si riduce a ben poco una volta disidratata e se si rifacesse il calcolo utilizzando le percentuali di ingredienti disidratate in realtà starebbe più in basso nella lista dei componenti.
“Meat by-products” (ovvero derivati) sono le così dette frattaglie (cuore, milza, polmoni, fegato, stomaco, intestino, cervello, reni), il sangue e le ossa.
Il valore nutritivo dei “derivati” dipende dal tipo di componenti se prevale la parte di frattaglie o quelle di ossa o del connettivo ma…il consumatore, dall’etichetta, non può saperlo.
Parti di scarto come peli, denti, zoccoli e corna in teoria non sono presenti tra i derivati.
Per quanto riguarda il pollame i “poultry by-products” includono teste, zampe, fegato e reni, uova non sviluppate.
Per quanto riguarda il valore nutrizionale valgono le stesse considerazioni fatte per i meat by-products.
I “Fish by-products” sono dati da teste, code, pelle, interiora, lische e pinne.
Per quanto riguarda il valore nutrizionale valgono le stesse considerazioni fatte per i meat by-products.
“Meat meal” (carni disidratate, farina di carne)/ Poultry meal” (pollame disidratato, farina di pollame) si tratta di carne, o meglio tessuti, disidratata.
L’assenza del contenuto di acqua coincide con un valore nutritivo elevato.
Si tratta di tessuti disidratati che non comprendono stomaco, corna, zoccoli, peli, sangue, pelle per le carni e teste, zampe, interiora, piume per il pollame.
Il “Fish meal” consiste in pesce pulito disidratato con o senza oli.
Il pesce è un ‘eccellente fonte proteica, contiene l’aminoacido essenziale lisina e il selenio, se presenti gli oli sono ricchi di acidi grassi omega 3 e omega 6.
La scritta “meat, poultry o fish meal” in cima alla lista degli ingredienti è un ottimo indizio.
“Meat and bone meal” (carni disidratate e farina di ossa/ farina di carne e ossa) ovvero tessuti disidratati comprensivi del tessuto osseo. Questa combinazione è ricca di calcio e fosforo ma ha un valore proteico inferiore alle semplici farine di carni-pollame prive di ossa.
“Glandular meal” (farina di ghiandole) è una dicitura che non ho mai incontrato, coincide con fegato e ghiandole essiccate, ricco di proteine, ha un sapore gradito agli animali.
Il “Fish liver e glandular meal” è dato da interiora di pesce essiccate di cui almeno il 50% costituito dal fegato. In Europa la legislazione consente che il pesce venga etichettato semplicemente come “pesce e derivati”.
“Animal digest”, tessuto animale lavorato e reso liquido, è un insaporitore.
Altre fonti di proteine animali sono latte e latticini (chiamati dalla legislazione CEE “latte e derivati”) e dalle uova (“uova e derivati”).
Le uova sono di solito essiccate e compaiono con il nome di “eggs” o “whole eggs”; per quanto riguarda il latte possiamo trovare semplicemente “Milk”, “Dry milk” (latte essiccato o in polvere), “Dried milk protein” (proteine del latte essiccato) “Cheese” (formaggio, raro), “Whey” (siero del latte) e “Casein” (caseina). I derivati del latte possono dare problemi in alcuni soggetti allergici o intolleranti al lattosio.
Dopo questa introduzione alla lettura delle etichette vi rimando al numero di novembre per saperne di più su come interpretare le diciture relative alle rimanenti componenti dei mangimi.

Cibi, percentuali proteiche e tipi di amminoacidi contenuti, tabella tratta da Hand, Thatcher, Remillard, Roudebush et al. “Small Animal Clinical Nutrition 4th Edition”. Mark Morris Institute

Gli amminoacidi considerati essenziali (si veda l’articolo sull’alimentazione pubblicato sul numero di luglio-agosto) sono: arginina, istidina, isoleucina, leucina, metionina, fenilalanina, treonina, triptofano, valina, lisina.

BIBLIOGRAFIA
Hand, Thatcher, Remillard, Roudebush et al. “Small Animal Clinical Nutrition 4th Edition”. Mark Morris Institute
Jane R. Bicks DVM, Natural Care for a Healthy, Happy, Dog. The Complete Guide to Nutrition and Health, Berkley Publishing Group 1999.
Richard e Susan Pitcairn La Medicina Naturale per Cani e Gatti Zelig Editore 1999.

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12 Commenti

  1. mi sono sempre chiesta, ma ad es. il 30% di carne fresca, a che percentuale corrisponde di carne disidratata?
    perchè in alcuni casi c’è da scegliere una X crocchetta con al primo posto il 30% di carne fresca, e una Y con il 20% di carne disidratata.. quale conterrà più carne?

    è vero che la dicitura “farine” significa carne più scadente rispetto alla dicitura “pollo” o “agnello” che sia?

    • La carne fresca nei mangimi è vietata (anche perché dopo due giorni non sarebbe più fresca!)… quindi non credo che si possa trovare la dicitura “carne fresca” su un’etichetta!

      • non mi risulta che non possa essere usata la carne fresca…oltre alla ditta citata da emy ti copincollo l’etichetta di notissima azienta italiana:
        Mais, carne fresca di pollo e tacchino, riso, carne
        disidratata di pollo e tacchino, carne disidratata
        di suino, strutto suino, semi di lino, polpe di
        barbabietola, olio di mais, farina disidratata di
        pesce, estratto di cicoria, F.O.S., lievito di birra,
        fibra di pisello, vitamine e minerali, bioflavonoidi,
        Cozza verde (Perna canaliculus), Boswellia serrata,
        arancio amaro (Citrus aurantium), sale, colina cloruro,
        metionina, L-carnitina, Aloe vera, Vitamina E.
        Contiene Inulina
        facile capire chi è 😉

  2. posso contraddirti? non cito le marche, ma ci sono linee di crocchette che sono molto in tendenza ultimamente, che si avvicinano molto alla barf (nel senso che utilizzano tantissima carne e per di più quella controllata veramente, ad uso umano) si legge proprio la dicitura “carne fresca” (in inglese fresh meat se non ricordo male).

    un esempio:carne fresca di pollo (..%), carne di pollo disidratata (..%), salmone fresco (..%), carne di tacchino disidratata (..%), aringa disidratata [ecc]

    a differenza delle crocchette tradizionali che utilizzano per lo più farine.
    per quanto ne so è una questione di peso, se scrivono 30% di carne fresca, poi subirà il processo di essiccamento e la percentuale di carne presente nella crocchetta si abbasserà.. mentre se la inseriscono negli ingredienti già disidratata il suo peso effettivo non cambierà.
    mi chiedevo quanto effettivamente cambiasse tra l’una e l’altra

  3. Allora chiedo scusa, ma mi hanno dato un’info sbagliata: me l’aveva detto un produttore di mangimi, quindi pensavo fosse vero. O forse è vero in Italia, ma non all’estero? Boh!
    Sorry, ma la cosa di cui mi intendo meno in assoluto è proprio l’alimentazione: cioè, so ovviamente l’ABC, ma non molto più di quello. Per questo chiedo sempre lumi agli altri. Però se mi danno i lumi sbagliati..resto al buio! 🙂
    E allora lascio la parola a chi ne sa più di me.

    • eheh io ho un pò il pallino dell’alimentazione invece :o) se non sbaglio la carne fresca è ammessa un pò dappertutto senza problemi, ma in alcuni stati (non vorrei dire cavolate, ma mi sembra ad es in australia) l’importazione di mangimi con carne fresca è controllata, e vengono fatti passare ai raggi gamma per sicurezza

  4. ciao, per risolvere il “dilemma” della carne fresca, si intende il peso dell’ingrediente prima della lavorazione. in realtà viene utilizzata (come spiega anche l’articolo) per far apparire la carne come primo ingrediente dando parvenza di mangime di ottima qualità. invece, togliendo il peso dell’acqua, slitta in ultimo posto… in ogni caso anche se si trova questa dicitura la carne poi non viene utilizzata fresca, viene lavorata come tutti gli altri ingredienti che vengono nella maggior parte delle produzioni, trasformati in farine. insomma, la carne fresca è un po una “bufala” che consente di scrivere le etichette in un certo modo perchè il prodotto finito di fresco non ha nulla. sulle etichette c’è da perderci la testa: l’articolo è ottimo e aiuta a fare delle scelte con una minima base di conoscenza, ma io su ste cose ci ho lavorato per qualche anno e alla fine ho mollato… approfondendo sempre di più si finisce per arrivare alla conclusione che ben poco è davvero valutabile, perciò sono passata al casalingo. non possiamo nemmeno verificare fino in fondo gli alimenti freschi, non sappiamo cosa mangiamo 🙂 ma altro non si può fare che andare al supermercato e riempire i nostri carrelli. però almeno una cosa l’ho ottenuta: posso variare ingredienti e singole quantità in base a diversi criteri, come estate-inverno, piu o meno attività fisica e via dicendo. e poi la gioia di cino-mamma 🙂 di fare la pappa per i cagnoli :-))))))

  5. Quest’articolo mi è sempre stato utilissimo, lo consulto sempre prima di valutare ogni prodotto… eppure c’è ancora tanto da imparare.

    Una cosa vorrei capire: “chicken meal” equivale a dire “poultry meal”, o no? La marca che sto adocchiando nell’etichetta inglese riporta “chicken meal” e in quella italiana “farina di pollo”. La traduzione è corretta? E in soldoni, equivale a scrivere “carne disidratata di pollo” (ovviamente senza derivati)?

    Già che ci sono, mi confermate che “farina di pollo” non equivale a “farina di CARNE di pollo”?

    Grazie mille!

  6. quindi se troviamo scritto semplicemente “carni e derivati, cereali, sottoprodotti di origine vegetale ecc..” non è un buon alimento??

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