Gentile o tradizionale?
Mentre il solito “tormentone”continua a dividere istruttori ed educatori, si affaccia alla ribalta una terza alternativa destinata forse a diventare la risposta del domani.
Ne’ gentile, nè tradizionale, ma naturale!
Ovvero, un metodo che sappia raccogliere il meglio delle diverse scuole, ma che si basi soprattutto sulle risposte del cane alle diverse situazioni, adattandosi e plasmandosi sul singolo soggetto anziché seguire pedissequamente un unico pensiero e una sola linea di azione. Un metodo che parta dall’osservazione del comportamento del lupo, ma che ricordi che il cane non è più un lupo, e quindi sappia osservare anche le diverse tipologie canine (che siano vere e proprie razze o gruppi di meticci con le stesse caratteristiche) e che cerchi di avvicinarsi il più possibile al modo in cui i cani comunicano tra loro, anziché pretendere di inserire regole e addirittura etica umana nella mente del cane.

Il metodo naturale non è codificato né protocollato, e forse mai lo sarà: di sicuro non sarà mai un manuale zeppo di regole, codici e dogmi…perché non c’è un cane uguale all’altro e quindi non può esserci una soluzione “standard” uguale per tutti.
Il metodo naturale, più che una scuola di addestramento, è una scuola di pensiero, una filosofia di lavoro con il cane.
Presumo che siamo stati in molti ad applicarla, nel corso degli anni: ma a darle il nome di “metodo naturale” – che personalmente trovo adeguatissimo – è stata la scuola del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico, dove si addestrano cani a salvare vite umane, anche in condizioni estreme. Per questo tipo di lavoro il rapporto cane-conduttore non è semplicemente “importante”: è tutto.
Ed è per questo che gli istruttori nazionali hanno dovuto affrontare e superare i limiti dei metodi finora conosciuti.

Luca Zanoli. Nelle altre foto, istruttori e allievi della scuola di soccorso alpino

Ce ne parla Luca Zanoli, istruttore della scuola Nazionale UCRS (Unità cinofile da ricerca in superficie) del CNSAS, a cui abbiamo chiesto innanzitutto che tipo di lavoro debbano svolgere i cani da soccorso alpino, e che tipo di rapporto debbano stringere con il conduttore.

“E’ fondamentale capire che ai cani da soccorso non si richiede una performance di tipo sportivo, concentrata in pochi minuti di gara – risponde Zanoli – ma un’operatività continua, sempre disponibile e al più alto livello possibile. E’ un impegno veramente imponente, che chiede moltissimo al cane oltre che al conduttore.
Ovviamente è importante che il cane commetta meno errori possibile, perché qui non si tratta di perdere qualche punto o di non vincere una coppa, ma di rischiare di perdere una vita umana.
Nel corso di molti anni di esperienza abbiamo valutato e sperimentato sul campo tutti i metodi possibili, accogliendo molto favorevolmente, all’inizio, l’avvento della scuola inglese (il cosiddetto “metodo gentile”), perché ci attirava molto l’idea di lavorare senza coercizione e quindi con meno stress possibile per il cane.
E’ evidente che noi non possiamo permetterci cani stressati e tantomeno cani “schiacciati” in sottomissione: i nostri ausiliari a quattro zampe devono avere un livello di attenzione sempre alto, entusiasmo “a mille” e notevole spirito di iniziativa, visto che sono loro a dover capire dove e come muoversi per trovare un disperso.

Purtroppo i limiti del metodo “gentile” si sono fatti sentire quando si è trattato di ignorare i comportamenti sbagliati e di rinforzare solo quelli desiderati.
Questo tipo di condizionamento può dare i suoi risultati su un campo di addestramento o in un appartamento cittadino, ma non in montagna, dove l’errore può essere commesso a grandissima distanza dal conduttore.
Noi non possiamo limitarci ad “ignorarlo”, perché il cane va corretto immediatamente.
D’altro canto non ci è neppure possibile lavorare con il metodo tipico della scuola tedesca o tradizionale, che comporta un uso quasi costante di collare e guinzaglio: i nostri cani devono abituarsi prima possibile a lavorare a distanza, quindi lo strumento che ci lega di più è la voce.
Ma la voce non serve a nulla se non c’è un vero carisma da parte del conduttore!

Per ottenere che il cane resti legato a noi da un “guinzaglio invisibile” sempre presente e sicuro al cento al cento, l’unica cosa a cui dobbiamo mirare è un eccellente rapporto gerarchico. Per il cane dobbiamo rappresentare il famoso “capobranco”, la figura guida di cui lui si fida ciecamente, vicina o lontana che sia, e a cui obbedisce spontaneamente senza mai metterla in discussione.
Io definisco questo metodo “naturale” perché cerca di ricreare esattamente lo stesso tipo di rapporto che esiste in natura tra il cane “alfa” e i membri del branco di rango inferiore”.

Qualcuno, però, nega l’esistenza di un rapporto gerarchico tra cane e uomo. Alcuni studiosi sostengono che il cane sia semplicemente un opportunista, che obbedisce a chí gestisce le risorse al solo scopo di potervi accedere.

Non è quello che ci risulta, dopo tanti anni di lavoro con i cani. E’ indubbio che il capo debba “anche” gestire le risorse, ma non è questa la cosa a cui bada maggiormente il cane.
Noi chiediamo ai nostri animali di seguirci sugli elicotteri, di farsi imbragare e portare in spalla sulla teleferica, di scalare una roccia in cordata o di salire in funivia: se i cani facessero tutto questo solo per avere un premio, nel giro di poche settimane ci direbbero sicuramente “ma tieniti la tua pallina o il tuo bocconcino, che io ho di meglio da fare”!
I cani non sono quegli sprovveduti che alcuni sembrano credere: la maggior parte di essi (e sicuramente tutti i cani con cui lavoriamo noi, perché a noi servono soggetti ben dotati anche fisicamente e non possiamo certamente utilizzare razze incapaci di correre, o con problemi di respirazione) sarebbe perfettamente in grado di procurarsi il cibo anche senza l’aiuto dell’uomo.

Vorrei ricordare che noi non abbiamo neppure un campo di addestramento: fin dal primo momento si lavora sul terreno reale, perché non possiamo rischiare che il cane si condizioni a pensare che “si lavori” solo quando si arriva in un determinato posto.
I nostri cani devono sentirsi costantemente operativi, esattamente come noi: questo deve tradursi per forza nel sentirsi parte di un branco che richiede a ciascuno un determinato impegno e determinati compiti.
Se lavorassero solo per il premio, la loio soglia di attenzione cadrebbe rapidamente: così, invece, se si sentono sempre disponibili a fare ciò che viene richiesto dal loro “capo”, entrano automaticamente in attenzione ogni volta che si sentono chiamati in causa…e soprattutto non si pongono più problemi sulle difficoltà che incontrano.
Quando si è creato il giusto rapporto cane-padrone, il loro atteggiamento quasi sempre è questo: “Se lo fai tu, posso (e voglio) farlo anch’io”.
A questo punto non fa più paura nè l’elicottero, nè la teleferica, né alcuno degli strumenti (imbragature, museruole ecc.) che si rendono necessari per affrontare questo tipo di lavoro.

A che età cominciate a lavorare con i vostri cani?
L’addestramento vero e proprio al soccorso comincia intorno ai 6-7 mesi: a nove mesi il cane può participare at corso nazionale di classe A, che è il primo livello di addestramento all’operatività.
In realtà, però, noi preferiamo che si cominci a lavorare praticamente da subito, appena il cucciolo arriva in casa.
Per questo diamo consigli sull’educazione e la gestione del cane a casa propria, e soprattutto cerchiamo di indirizzare il proprietario alla creazione del famoso rapporto “naturale”, perché un cane bene impostato fin dall’inizio lavorerà molto meglio e darà sempre meno problemi al conduttore.

Tornando al “metodo naturale”, può spiegarci come si ottiene praticamente il tipo di rapporto gerarchico che cercate?
Soprattutto si ottiene vivendo a stretto contatto col cane, condividendo con lui ogni momento della giornata; esattamente il contrario di quanto si fa in alcuni sport, laddove si consiglia di tenere il cane il più possibile in kennel per ottenere la massima attenzione nel momento in cui il cane finalmente può uscire.
Al di là di ogni considerazione etica – perché ci sarebbe anche da discutere su quanto sia umano e rispettoso costringere il cane a questo tipo di vita – noi non potremmo ottenere risultati validi da animali che accumulano montagne di energia e che, appena “usciti di prigione”, devono sfogarla.
A noi serve che il cane sia tranquillo, rilassato, ben preparato atleticamente e non semplicemente “caricato” di energie represse, che sfogherebbe in un’unica corsa in montagna finendo ben presto “spompato”, quando magari ci aspettano diverse ore – e spesso giorni interi! – di ricerche.
Il cane, quindi, deve vivere accanto al conduttore, interagire gerarchicamente con lui, giocare con lui, fargli le feste, accompagnarlo dovunque vada.
I nostri conduttori, intanto, imparano anche attraverso corsi e stage tenuti da veterinari, etologi e comportamentisti – a “leggere” il proprio cane e a intepretare le risposte che lui dà ai diversi stimoli.
Quando si comincia l’addestramento alla ricerca si fa sempre una prima verifica sul grado di affiatamento raggiunto tra cane e conduttore; in questa fase si danno suggerimenti mirati a migliorare laddove ci siano ancora delle imperfezioni.
Ricordiamo che la maggior parte di questo lavoro viene svolto a casa, sul cucciolo e sul cucciolone: a nostro awiso non servono grandi corsi, ma bastano pochi consigli iniziali affinché una persona che ci tiene dawero al proprio cane imposti bene il rapporto.
Ovviamente gli istruttori sono sempre a disposizione per rispondere ai dubbi e risolvere eventuali problemi, ma impostare un rapporto con un cucciolo è la cosa più semplice del mondo, una volta che si sa cosa fare.

Poiché il lavoro è mirato sul singolo soggetto è difficile spiegare in generale “come si fa”: possiamo dire, però, che il tramite tra cane e uomo è sempre il gioco; che il premio più ambito per il cane dev’essere la gratificazione da parte del conduttore; che il lavoro deve diventare auto-motivante, perché il cane deve rendersi conto che il suo impegno è fondamentale per la vita del branco.
Noi facciamo anche in modo che i cani considerino “branco allargato” l’intero gruppo di lavoro, lavorando quindi sia in presenza che in assenza del “branco” per spingere il cane a cercare un qualsiasi membro del gruppo.
Per quanto riguarda le correzioni, i cani vengono “puniti” soprattutto con il biasimo del conduttore espresso con parole e mimica, proprio come avviene in natura.
La violenza non è ammessa, mentre sono ammessi (e consigliati) i gesti di dominanza che comunque, se si lavora bene fin dall’inizio, non si rendono quasi mai necessari.
Spesso si dice che il cane da soccorso cerca le persone per ottenere in cambio il suo premio, ma non si rende conto dell’importanza del suo lavoro e non capisce che ci sono in gioco vite umane; in realtà questo non è del tutto vero.
I cani, ovviamente nei limiti delle possibilità della loro mente, si rendono assolutamente conto di ciò che fanno ed è proprio questo a motivarli. Non per niente l’atteggiamento del cane, quando ritroviamo una persona viva e vegeta, è completamente diverso da quando, purtroppo, il risultato della ricerca è il ritrovamento di una persona senza vita.
Nel primo caso sembra il cane “festeggi” insieme a noi, mentre nel secondo ha un atteggiamento più chiuso e riservato, quasi triste. Sicuramente si è già fatto molto sulla strada della comprensione della mente del cane; ma io sono convinto che ci sia ancora molto da scoprire…e molto da sorprendersi!

Questa intervista è stata pubblicata originariamente su “Ti presento il cane” cartaceo del settembre 2005. Mi è sembrata ancora assolutamente attuale e quindi l’ho riproposta.

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12 Commenti

  1. Altroché se é attuale. Sono d’accordo al 110% su tutto quanto esposto, é un ottima sintesi di ció che penso ed ho osservato con i miei cani e nel mio lavoro. Consiglio a tutti di farne tesoro, quanto meno come spunto di riflessione e di paragone.

  2. Giusto, perfetto!!! Ecco un bell’articolo sul lavoro da ricerca è esattamente questo, è l’equipe uomo-cane che vince in questo “lavoro”. E’ un lavoro costante di fiducia e amore, è la relazione che fa muovere la motivazione…..e il premio……certo che viene dato al cane, ma come dico sempre io……non si lavora “solo” per lo stipendio a fine mese. Bisogna trovare gratificazione nel lavoro dei 30 giorni che precedono lo stipendio!!!! A presto
    Grazie, Roberta

  3. anche io sono pienamente d’accordo con quanto esposto, però non si può non tener conto del fatto che alcune razze siano decisamente più adatte a questo tipo di rapporto cane-umano… per cui questo metodo può essere utilizzato con qualsiasi razza? e se qualcuno volesse impostare tale rapporto ma senza fare soccorso alpino?ci sono dei centri in cui si può imparare ad applicare tale metodo?

    • Elena, non è il soccorso alpino, ma il lavoro di ricerca disperso che si deve basare su questo genere di rapporto conduttore cane. Io sono u.c. della croce rossa e anch’io lavoro così, è la relazione con il tuo cane che rende il lavoro di ricerca affidabile e molto gratificante

  4. roberta, ho scritto soccorso alpino perchè era il titolo dell’articolo… ma la mia domanda è se si può lavorare sul rapporto conduttore-cane anche nella vita di tutti i giorni o negli sport come l’obedience e non solo alle unità di ricerca e soccorso.

    • @ Roberta
      Piú che si puó direi che si dovrebbe. Impegnarsi a migliorare il rapporto con il proprio cane porta solo vantaggi, ed é molto divertente.
      Inoltre sicuramente puó permettere di passare piú tempo con il proprio cane, di prenderlo con sé in occasioni nelle quali prima lo lasciavamo a casa, e sopratutto si passa piú tempo di qualitá insieme, che sia speso in attivitá sportive (Agility, Obedience….), nella ricerca, o altre attivitá ludiche non competitive.
      I corsi di educazione o rieducazione che offro ai clienti sono sempre un pó diversi a seconda delle situazioni; ma il lavorare x migliorare la relazione con il proprio cane é il fine principe e ultimo di tutti gli interventi che svolgo.
      Purtroppo x diversi proprietari questo é un impegno troppo gravoso.

    • in realta’ si parla sempre poco delle attitudini che devono avere i cani per avere un’ottima ripetibilita’ della performance (e’ corretto come termine?) richiesta

      Io con la mia kelpie lo posso fare perche’ dato il suo temperamento ed il rapporto che c’e’ tra noi potrei sfiancarla di ripetizioni rinforzandola solo con la mia “approvazione”
      Con molti altri cani non e’ possibile o, per meglio dire, bisogna abbassare di molto “l’asticella”

      • E perché mai dovresti “sfiancare un cane di ripetizioni”?
        Certo che ci sono attitudini diverse a seconda delle razze (e dei soggetti, non dimentichiamolo mai)…ma non conosco nessun cane, né alcuna attività sportiva o disciplina utilitaristica, in cui ci sia davvero la necessità di “sfiancare” il cane. Il fatto è che se il cane vive un’attività come un obbligo, un lavoro forzato, una rottura di palle…allora si sfianca in 5 minuti, qualsiasi cosa gli chiediamo di fare. Se invece la vive come un gioco, una cosa appassionante, un “qualcosa da fare insieme al suo Dio”…allora si sfianca sicuramente prima l’umano, in qualsiasi campo!

        • sopra una certa performane il rapporto costi/benefici va alle stelle, quindi bisogna ribolanciare il tutto con i benefici, quindi rinforzando con cose differenti oltre alla pacca sulla spalla
          E’ metodo naturale 🙂 in natura grossi sforzi sono effettuati solo a fronte di grossi benefici

          Solitamente il contatto sociale non e’ il rinforzo piu’ strong tra cibo/caccia/lotta/socialita’… anche se e’ (per me) fondamentale
          ad esempio per la mia kelpie non era nulla, anzi era un fastidio (succede in molti pastori di linee di lavoro -e cani da caccia- con molto istinto), e’ stata allenata a farlo diventare un rinforzo, come per la pallina

          • Embe’, certo: se non lo “alleni”, il cane, ad avere un rapporto, non ce l’avrai mai! Ma che discorso è? 🙂

          • Si parla di un cane che ti dorme sui piedi, ma quando “lavora” si scansa e ti dice che gli dai fastidio distogliendolo dal “compito” (la mia ha iniziato a farsi “toccare” sul lavoro a 2.5 anni, per lei lacarezza IN QUEL MOMENTO era un disturbo)

    • A mio avviso, sì. Sempre e con qualsiasi cane, ovviamente adattandosi ogni volta al soggetto. Non ho “sperimentato” tutti i cani del mondo, ovviamente… ma tante, tante razze sì. E anche tanti meticci. E il rapporto riesci a instaurarlo sempre, con tutti, dal più immediato a quello apparentemente più “difficile”: solo che ci vuole impegno, tempo, pazienza e tanta, tanta umiltà.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.