di VALERIA ROSSI – William Campbell, chi non lo conosce?
Ma certo, è “quello del test di Campbell”, che dovrebbe permettere di farsi un’idea abbastanza chiara delle potenzialità di un cucciolo (e soprattutto della sua futura tendenza alla dominanza o alla sottomissione) sottoponendolo ad alcune semplici prove sperimentali verso i 50 giorni di vita.
Bene: questo test lo conoscono praticamente tutti i cinofili del mondo (e per quanto riguarda gli italiani la colpa è in parte mia, perché la mia editrice se ne era perdutamente innamorata negli anni ’90 e mi ha costretto – proprio con la pistola puntata – ad inserirlo in tutti i libri e in tutti i video che ho fatto per loro): e c’è da dire che, nella stragrande maggioranza dei casi, non serve assolutamente a un tubo!
In realtà funziona solo con le razze molto “lupine”, quelle che stanno molto in alto nella scala neotenica.
La mia personalissima disgrazia consistette nel fare il test ad una cucciolata di husky e nel trovare riscontri effettivamente validi: dopodiché mi capitò di riprovarci con  beagle e whippet (cucciolate non mie, ma di amici) e di scoprire che c’erano grandissimi limiti all’efficacia del test. Ma ormai l’editrice era partita di testa e a nulla valsero i miei tentativi di spiegarle che non era poi così valido e soprattutto non così generalizzabile.

Niente da fare, lei lo voleva sempre e comunque. Ma finché si trattava di inserirlo nei libri, passi: lo trascrivevo pari pari, citavo la fonte, facevamo due foto (quasi sempre lo effettuavo direttamente io, che ormai facevo test alla velocità della luce; anche quand’ero vestita da perfetta sciuramaria, come nella foto a destra) e buonanotte.
La tragedia arrivò quando girammo i “videomanuali” nei quali il test si doveva far vedere…e mica così, in linea di massima! NO! Lei voleva immortalate nel video tuuuuutte le possibili reazioni, da quella del cucciolo iperdominante a quella dell’inibito (e tu valle a spiegare che in una cucciolata bene allevata, in un allevamento serio e competente come quelli da cui esigevo di andare, i cuccioli inibiti non ci sono!).
Quel che non c’era, bisognava inventare: e credo che ricorderò finché vivo il test di Campbell effettuato su una cucciolata di Chow Chow, il cane più “felino” che esista al mondo, indipendente al massimo, che gli estranei non se li fila proprio di striscio neppure se si rivestono di wurstel da capo a piedi.
Quattro o cinque cuccioli – non ricordo il numero preciso – che, qualsiasi  cosa facessimo (battere le mani per richiamarli, prenderli in braccio, capottarli a pancia all’aria e così via) ti fissavano dritto negli occhi con la  faccia da orsacchiotto incazzato e la stessa, identica espressione da: “Ma tu che vuoi da me?”. Avevano tutti la stessa, precisa, identica reazione a qualsiasi nostro gesto:  zero.
Si facevano gli affaracci loro, punto e basta.
Un test di Campbell, normalmente, dura una decina di minuti. A girare quello con i Chow facendo in modo che si vedessero tutte le reazioni previste (o almeno qualcosa che gli somigliava vagamente), utilizzando anche l’ultimo dei mezzucci di bassa lega,  impiegammo due giorni.

Da allora io odio ferocemente il test di Campbell e ogni volta che me ne capita l’occasione (compresa questa) ne dico le peggio cose.
Però il buon Campbell, che è stato praticamente l’inventore della psicologia canina in America (infatti il suo primo libro si chiamava proprio così: “Psicologia canina”. E fu per secoli la Bibbia di chiunque si interessasse di comportamento, a partire dagli anni ’70), non ha creato solo quello stramaledetto test.
Il Campbell, che è un comportamentalista dotato di attributi notevoli, è anche l’inventore della “routine del buonumore”, che invece funziona splendidamente e che spesso si rivela l’unica arma veramente efficace qualora si debba desensibilizzare un cane verso stimoli che scatenano in lui reazioni aggressive/difensive.
La routine del buonumore viene così descritta dal Campbell nella riedizione del suo testo di psicologia, pubblicata nel 2010  (la versione italiana è edita da Altea):

Non ho ancora visto un cane che non scodinzoli in risposta a uno stimolo piacevole, anche solo in vista di una passeggiata imminente al parco.
L’applicazione della “routine del buonumore” richiede la conoscenza del tipo di eventi che stimolano l’insorgere del comportamento indesiderato. Questi possono essere il suono del campanello, il bussare alla porta, la portiera di una macchina che si chiude, il rumore di passi sul vialetto di casa o l’avvicinarsi di un’altra persona.
Qualunque sia lo stimolo chiave, è proprio a questo segnale iniziale che la routine del buonumore deve partire.
Questo è il momento in cui le risposte neurochimiche del cane hanno inizio e di conseguenza il momento in cui il passaggio al “circuito dell’allegria” risulta più ef­ficace.
Se si attende che il cane sia già impegnato a emettere le minacce di aggressione è necessario interrompere lo scatenarsi del comportamento appreso durante il suo pieno svolgimento, il che rende l’intervento inefficace.
Il caso seguente illustra questo aspetto del metodo correttivo. I proprietari di un incrocio di spaniel maschio di quattro anni si lamentavano dell’aggressività nei confronti di qualsiasi ospite che entrasse in casa.
Avevano provato ogni tipo di correzione: bocconcini gustosi offerti al cane dagli ospiti, museruole e perfino un collare elettrico. Il cane ringhiava e minacciava ancora gli ospiti con ogni tipo di manifestazione di aggressività canina ad eccezione del morso, che i proprietari evi­tavano mediante contenzione fisica.
Durante il consulto, scoprii che lo spaniel era dotato di senso dell’umorismo.
Scodinzolava ogni volta che i proprietari ridevano. Inoltre, il cane si divertiva a rincorrere e afferrare le palline da tennis.
ll suono del campanello dava inizio allo stato di ansia del cane, prima ancora della com­parsa degli ospiti. Ai clienti fu consigliato di chiedere la collaborazione di alcuni amici di famiglia e vicini di casa coraggiosi e comprensivi per mettere in atto la seguente rou­tine quotidiana per almeno quattro giorni:
1. Gli ospiti suonano il campanello.
2. Tutti i membri della famiglia ridono e si rivolgono allegramente al cane evitando qualsiasi tipo di atteggiamento di “rassicurazione empatica”. I punti 1 e 2 proseguono fino a quando il cane non manifesta un’ansia allegra anziché aggressiva.
3. La porta viene aperta e gli ospiti entrano salutando allegramente i padroni di casa.
4. Gli ospiti lanciano la palla da tennis in modo che il cane la rincorra e la riporti. Ogni ospite lancia a turno la palla finché il cane non si rilassa, dopo di che gli ospiti e i pro­prietari si siedono e restano seduti per il resto della visita.
Se il cane mostra un qualsiasi segno di aggressività, tutti ridono e si rivolgono al cane allegramente.

Questa procedura non solo è efficace se ripetuta quotidianamente per qualche giorno, ma può anche fornire un intrattenimento ilare per tutti i membri coinvolti. Nel caso summenzionato, il cliente riferì che dopo qualche risatina strozzata e artificiosa da parte dei loro ospiti agitati, la scena sembrò a tutti gli astanti talmente grottesca da risultare in definitiva ridicola ed estremamente comica. Il resto della serata fu trascorso tra spon­tanei scoppi di risate, durante le quali lo spaniel prima iperprotettivo, ora appisolato in un angolo, si risvegliava per sollevare la testa e scodinzolare sommessamente.

Detto così, sembra tutto facile. In realtà le cose non sono così scontate, perché la routine prevede due condizioni imprescindibili: a) che il cane sia molto empatico con i proprietari (e se l’Autore dice di non averne mai visto uno che non lo fosse, purtroppo io devo invece smentirlo: di cani che hanno rapporto zero ed empatia sottozero – sempre e solo per colpa degli umani, ovviamente – ne ho visti anche troppi); b) che gli umani sappiano essere almeno dei passabili attori. E anche qui… nel corso della mia “carriera” ho trovato intere famiglie che avrebbero messo il sale sulla coda e De Niro e Al Pacino, ma anche personaggi per i quali il concetto di “fai finta di divertirti un sacco, ridi, fai capire al cane che sei felicissimo!” si traduceva in un imbarazzatissimo: “Ah. Ah-ah. Ah.”, a volte profferito pure con la faccia da funerale. Se fossi stata il cane di quel signore lì, quando lui “rideva” mi sarei depressa fino al suicidio.
Se però sussistono queste condizioni imprescindibili, la routine del buonumore può essere di immenso aiuto nello spegnere i fenomeni di tensione, eccessiva nevrilità, iperpossessività, aggressività verso persone o altri cani.
L’importante è: a) che non ci si aspettino i miracoli in due o tre giorni. Il caso citato dal Campbell si è risolto praticamente alla prima seduta, ma non fila sempre tutto così liscio. In media ci vogliono un paio di settimane prima che la routine cominci a mostrare i suoi effetti, specie quando si parla di aggressività intraspecifica; b) che non si ritenga la routine come una sorta di panacea adatta ad ogni caso del mondo, perché così non è. Se funziona, lo si vede quasi subito: non funziona “subito e per sempre”, ma il cane, fin dalle prime sedute, ci dimostra abbastanza chiaramente se abbiamo qualche possibilità con questo metodo. Se non sembra cogliere per nulla la nostra improvvisa allegria, se non se ne interessa affatto, è altamente probabile che con quel cane (o in quello specifico caso) la routine non sia la risposta giusta; c) che la routine venga utilizzata solo nei casi in cui ha un’effettiva logica. Se il nostro cane odia il cane del vicino, per esempio, imbastire la sceneggiata ogni volta che appare l’altro cane può portare al risultato sperato. Se il nostro cane invece odia il gatto del vicino, la routine potrebbe servire solo ad aumentare la sua eccitazione e a fargli pensare “Sìsìsì, anche i miei umani vogliono mangiarselo! Guarda come sono eccitati e su di giri! Magari stavolta gli diamo la caccia tutti insieme, così non riuscirà più a sfuggirmi salendo su quel dannato albero!”.
Insomma, la routine del buonumore è solo uno dei possibili metodi per affrontare alcuni problemi comportamentali: può funzionare, ma anche no. E se non funziona, è inutile insistere.

Però vale sempre la pena di provarci, un po’ perché è comunque un metodo che non può fare alcun danno e un po’ perché è verissimo che spesso si instaura il meccanismo descritto dal Campbell: si comincia un po’ tirati e imbarazzati, ma poi è lo nostra stessa imbranataggine a sembrarci comica e a consentirci di diventare molto più credibili agli occhi del cane. Ma non solo: bisogna anche tener presente che molto spesso le reazioni aggressive del nostro cane sono a loro volta empatiche. Infatti, se è accaduto in passato che lui mostrasse aggressività verso una persona o un animale, è abbastanza scontato che, alla successiva apparizione della stessa persona o animale, siamo NOI i primi ad innervosirci, per paura della reazione che potrebbe avere il cane. Dopodiché lui capta questo nervosismo…e diventa – letteralmente – un cane che si morde la coda. Un circolo chiuso. Ci innervosiamo noi, così facendo innervosiamo lui e lui se la prende con il primo che vede (ovvero la persona/animale che NON vorremmo che aggredisse). Ecco, la routine del buonumore spesso è capace di spezzare questo circolo vizioso, eliminando il nostro influsso negativo sui sentimenti del cane: e a noi sembra di aver “curato” lui, quando in realtà ci siamo curati da soli.
Ma che ci importa? In fondo è il risultato che conta!

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2 Commenti

  1. Ma che bello! Adesso devo solo aspettare che Axel smetta di slinguazzare il mondo umano e animale, senza distinzioni, per provarlo

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.