di VALERIA ROSSI –  Riporto qui, testualmente, questa storia, così come l’ho letta sulla pagina FB “Contro gli abbandoni degli animali”:

canefedele

Una storia molto toccante, un caso si lealtà incondizionata che ha travolto migliaia di persone. Per diverse settimane, a una temperatura di circa 50° sotto zero, un cane è rimasto accanto alla sua compagna morta senza muoversi di un centimetro.
Alcuni dicono che non poteva lasciarla perché era incinta, altri sostengono che l’animale stava aspettando che lei tornasse in vita. La verità è che i due cani sono cresciuti insieme e non sono mai stati separati. Questo fatto toccante ha avuto luogo in Russia qualche mese fa, ma ha raggiunto l’attenzione della stampa solo da qualche giorno.
I vicini, notando l’insistenza del cane nel rimanere al freddo e senza cibo, hanno iniziato a preoccuparsi. Hanno cominciato a fare a turni per portargli cibo caldo finché una coppia dell’Animal Aid Foundation ha deciso di portarselo a casa.
La nobile intenzione non ha comunque funzionato, un vero caso de “l’amore è più forte”. Il cane ha abbaiato e ululato per tutta la notte e nel mattino è scappato dall’abitazione e ha fatto ritorno dalla sua amata. Poco dopo lo hanno ritorvato nello stesso posto in cui la sua compagna è stata uccisa.
Il corpo dell’animale è stato sotterrato e lui l’ha fiutato.
“Gli ci è voluta un’ora e mezza per rompere la gabbia e un’altra ora per tornare sul posto… dista quasi sette miglia e non conosceva la strada” – ha detto il direttore dell’organizzazione.
Nonostante le svariate proposte di adozione ricevute per questo cane – molti tedeschi hanno inoltre offerto di pagare l’eventuale staffetta – i vicini hanno deciso di rispettare la decisione dell’animale di restare sul posto e stanno pianificando di costruirgli in riparo così che possa continuare a restare vicino alla compagna per il resto della sua vita

La storia è indubbiamente commovente: ma non si dovrebbe mai cedere alla tentazione di passare dalla commozione alla retorica, specie quando questo comporta una decisione che definire “scellerata” è dir poco.
Rispettare la decisione del cane“?!?
Ma di quale decisione stiamo parlando?
Qui si attribuiscono ad un animale pensieri, astrazioni, addirittura speculazioni che lui non può assolutamente possedere. Negarne l’adozione significa obbligare quel cane a rimanere per chissà quanto tempo in una condizione di assoluto disagio… per cosa?
Per poter scrivere la storia di un altro Fido o Hachiko, solo in versione cane-cane anziché cane-uomo?
Per avere l’ennesimo testimonial della bontà e dell'”amore infinito” dei cani?
Quando un cane resta “ancorato” alla tomba del suo umano, o al corpo di un suo conspecifico, non è per amore: è perché non sa dove andare né cosa fare.
Non ha altri punti di riferimento, non ha un altro gruppo sociale, o non ne ha uno di cui potersi fidare. Non ha un altro “capobranco” inteso come lo intendono loro (e non noi, in molti casi): ovvero una guida, un leader che sappia dargli la cosa a cui il cane tiene forse di più al mondo. La sicurezza.

hachiko_tristeHachiko e Fido – forse ne avevo già parlato in passato – non erano “cani fedeli”, ma cani disperati perché avevano perso chi questa sicurezza aveva saputo offrirgliela: entrambi avevano a disposizione una famiglia, ma in quelle famiglie, evidentemente, non c’era nessuno che potesse rappresentare per loro una guida, un maestro, un punto di riferimento.
Se questi cani fossero stati presi in mano da qualcuno che avesse dato loro delle certezze e avesse risposto alle famose domande della socioreferenza (chi sono io? Chi è il mio branco? Qual è il mio ruolo all’interno di questo branco?), sia Fido che Hachiko avrebbero sicuramente ricominciato a vivere una vita normale… esattamente come questo cane russo, nel caso venisse adottato.
Si dirà: ma ci hanno provato, ad adottarlo, e lui è scappato.
Ma per forza!  Lo credo bene, che è scappato!
Non conosceva ancora gli adottanti, per lui non significavano nulla.
Non conosceva la casa in cui è stato tenuto, che per lui non era “la tana” ma un posto sconosciuto ed estraneo.
Perché sarebbe dovuto restare? Che senso aveva, per lui?
Adottare un cane non significa “aspettarsi che lui ringrazi perché è stato salvato e cominci subito ad amarci”: anche questa è retorica (e pure stupida: aspettarsi “riconoscenza” da chi non può conoscere il significato morale e culturale di questo termine è davvero una cosa poco intelligente).
Adottare un cane significa cominciare a conquistarsi la sua fiducia e il suo rispetto, non darli per scontati.
Significa spiegare al cane che è al sicuro, che non è più solo, che con noi si può essere felici.
Tutto questo richiede tempo e non si ottiene di certo in una notte: tantomeno con un cane traumatizzato da un’esperienza choccante come quella di perdere il proprio compagno di tanti anni.
Certo che questo cane “è in lutto”: proprio come noi umani, sente un vuoto dentro, sente l’insicurezza. In più, non avendo probabilmente una concezione molto precisa della morte, rimane lì per vedere “se succede qualcosa”, perché magari pensa che la morte sia una situazione temporanea e che possa “passare”.
Lasciarlo lì, costruirgli una casetta sulla tomba della sua compagna è una vera e propria forma di maltrattamento causato da questa dannatissima retorica della fedeltà che sicuramente soddisfa il nostro bisogno di aggrapparci a sentimenti positivi… ma di sicuro non fa e non farà mai il bene di nessun cane.
Per l’ennesima volta: amare davvero i cani significa rispettarli per quello che sono. Non antropomorfizzarli, non attribuire loro reazioni, pensieri e sentimenti umani. Non “rispettare decisioni” che loro non hanno mai preso.
Se vogliamo elogiare bontà, fedeltà e lealtà possiamo prendere spunto da tutti i nostri cani, anche quelli più felici e sereni: non c’è bisogno di sfruttare l’immagine di un povero disgraziato. E soprattutto non c’è alcun bisogno di farlo restare un povero disgraziato solo perché  l’immagine gratifica noi:  questo è sciacallaggio allo stato puro.

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13 Commenti

  1. La storia di questo cane russo di tanto in tanto sbuca di nuovo fuori, io l’avevo letta un paio di anni fa.. Nel frattempo chissà che fine ha fatto!
    Cmq brava Valeria, le tue riflessioni sono sempre efficaci e aiutano un po’ tutti ad aprire gli occhi!

  2. Concordo assolutamente con la frase “adottare un cane non significa aspettare che lui ci ringrazi perchè è stato salvato e cominci subito ad amarci”.
    Sono adottante di una greyhound ex racer. I primi periodi (circa due settimane), lei era disorientata, spaventata, insicura, nonostante il cibo, il divano, la cuccia morbida che probabilmente non aveva mai avuto. Era contenta solo quando aveva vicino l’altro nostro cane: con lui giocava, lo coccolava lo seguiva in ogni dove.. Col tempo (sono trascorsi solo 4 mesi) ha iniziato ad interagire con noi, ha perso lo sguardo intimorito e pauroso che la accompagnava per i primi giorni. Ora è felice quando la coccoliamo, acconsente al contatto fisico, cerca le carezze…e ha ritagliato in casa un posto suo. La mattina ci viene a salutare con baci sulle mani, scodinzola ogni volta che le parliamo…la strada da fare è ancora tanta per conquistare la sua massima fiducia, ma siamo sulla buona strada…in questo periodo abbiamo sempre cercato di non forzarla. Certo, a noi sarebbe piaciuto da subito riempirla di abbracci, ma l’abbiamo rispettata, abbiamo capito che non era ancora pronta. Abbiamo cercato di non pensare a quale fosse il suo passato, per non farci intenerire e per non vivere di compassione. Non è stato facile e non lo è nemmeno ora.

    • Brava Missi è il metodo giusto e con il tempo conquisterete del tutto il levriere,ma spero che gli abbracci siano solo metaforici perche per un cane abbracciarlo è un segno di dominanza e lo destabilizzi per niente conducibile con quello che intendiamo noi umani maglio una sana grattatina sotto il collo ciao con simpatia Aquila della notte

  3. Se accadesse a una persona (di perdere qualcuno, magari rimanendo sola) e cominciasse a passare le giornate al cimitero a nessuno verrebbe in mente di incoraggiarla ma si cercherebbe di aiutarla e offrirle alternative e sostegno a una vita del genere. Quel cane ha smesso di vivere e nessuno gli offre un alternativa.

  4. Credo e spero di non sbagliarmi perche la storia è di almeno 2 anni e mezzo fà che il povero cane sia poi stato preso e portato a casa da un allevatore di ovini (volgarmente chiamati pecorai)e messo insieme ai suoi cani che lo hanno accettato ed è diventato un cane da protezione pecore,se è andata veramente cosi la cosa non fa che valorizzare la tesi di pensiero della Rossi con la quale io concordo ciao e saluti Aquila della notte PS spero proprio che chi mi ha dato l’informazione abbia detto il vero

  5. Ottimo articolo!
    Che ancora una volta – purtroppo ce ne è sempre bisogno – mette in guardia contro i pericoli dell’antropizzazione e sottolinea l’importanza di rispettare la natura del cane.

  6. Invito la sig. Valeria a informarsi e leggere qualcosa riguardante Hachiko in quanto, dalle sue parole di questo articolo e di altri presenti su questo sito, non ha la più pallida idea della storia di questo cane nè del suo percorso di vita.
    Hachiko, al contrario di ciò che lei afferma, aveva si un alternativa e poteva tranquillamente rifarsi una vita, ma ha preferito l’essere maltrattato dai pendolari della stazione di Shibuya per anni pur di attendere il padrone piuttosto che il pasto facile. Non era un cane che ( citandola ) ” non ha saputo o potuto trovare un’alternativa “.

    Hachiko ha avuto tutte e ripeto, tutte le occasioni per rifarsi una vita, ma ha scelto di passare la sua esistenza davanti ai tornelli della stazione, in condizioni disagiate.

    Questo significa che il cane è fedele fino alla morte in ogni caso e in ogni circostanza !? No, ma sicuramente esistono eccezioni dovute al carattere, alla razza, al rapporto col proprio padrone defunto e al tempo speso insieme.
    So benissimo che in italia è praticamente impossibile trovare informazioni precise e storiche riguardante questa storia, ma esiste materiale storico ( non romanzato per farla sembrare una favoletta, ma STORICO ) in lingua inglese per comprendere la storia di questo cane e la fedeltà assoluta che ha riposto nei confronti del suo maestro. Le consiglio la lettura per cambiare un pò questa mentalità e smettere di infangare un essere che ha compiuto un gesto profondo e di incredibile fedeltà nei confronti di chi lo ha amato e accolto.

    Saluti.

    • “Infangare”? Il fatto stesso che tu abbia usato questo termine significa che parti da un punto di vista antropomorfo e, come tale, assolutamente inadatto a parlare di un cane.
      Hachiko ha avuto alternative, certo: alternative che non gli sono interessate perché non gli sono state proposte nel modo giusto. A un cane non frega nulla di trovare “una nuova famiglia che lo sfami e lo coccoli”: un cane ha bisogno di un leader, di un punto di riferimento che lui aveva trovato e che nessun altro è stato capace di proporgli in modo sufficientemente affidabile.
      Mi dispiace, ma non esistono “cani fedeli fino alla morte”: esistono cani disperati a cui nessun umano riesce a ridare serenità, certezze, sicurezza. E’ un po’ diverso. Ma per capirlo non serve conoscere una storia (romanzata o meno): serve conoscere i cani.

  7. Certo, infangare.
    In primis, perchè si tratta di una storia di enorme importanza per il popolo Giapponese, e che ha avuto un impatto culturale molto potente per un popolo che all’epoca era alle prese con la guerra e viveva situazioni di disagio e che lo ha aiutato a distrarsi e trovare del ” buono ” in una situazione difficile, quindi è una questione di rispetto culturale che noi non possiamo nemmeno lontanamente immaginare.
    In secondo luogo, rispettare un cane, preservarne la memoria o ammirarlo per i suoi gesti non è renderlo umano o antropomorfizzarlo, è una mera questione di sensibilita personale. Il fatto che una persona vuole preservare e proteggere la dignità dell’animale dovrebbe farle solo che piacere in quanto allevatrice e esperta del mondo canino, il fatto che si scandalizzi tanto è una cosa che mi fa personalmente storcere il naso.

    Terzo, sta parlando per mere ipotesi, o essendo convinta che il cane non possa compiere gesti simili, attribuisce comportamenti, identità e valutando situazioni del quale ignora totalmente i fatti, per questo la invito a documentarsi meglio.
    In attesa che si informi a riguardo, le posso preventivamente dire che Hachiko, aveva con se una persona chiamata Saito Hirokichi, fondatore della Società di preservazione del cane Giapponese, direttore della Società contro i maltrattamenti animali primo uomo ad aver censito il numero di Akita presenti sul territorio nipponico ( 30, di cui uno era proprio Hachiko ), colui che ha letteralmente salvato questa razza facendone crescere il numero, ormai decimato dalla mescolanza creata al fine di creare migliori cani da combattimento. Insomma, non era il primo scemo che passava per la zona.
    Ma se le piace pensare che un cane non è più di un comando ben eseguito, un avvoltoio che ” viene da noi solo per il cibo “, un approfittatore o storielle simili, liberissima di farlo, magari però prima di parlare di vincende reali, studiate da esperti e riportate sui libri ( basta avere la voglia di informarsi ), si apra un bel libro a riguardo, visto che ha una certa visibilità portare un pò di verità e non menzogne o supposizioni farà solo che bene, e non infangherà la memoria di un bel gesto che ha riunito un popolo in precarie condizioni.
    Saluti.

  8. …..non sono d’accordo. Sarà pur vero che Hachiko aveva perso un leader, un capobranco, un punto di riferimento, però qui stiamo generalizzando. Mettiamo il caso di un gruppo di dieci cani. Tutti hanno un padrone, lo seguono, gli obbediscono, rispondono al richiamo e così via. Il padrone muore. I cani si mettono dove il padrone è morto, e lì stanno. Un giorno, due giorni, tre giorni. Dei passanti prendono tutti questi cani e li portano in un rifugio per “solidarietà”. 8/9 cani restano buoni buonini in rifugio, mentre UNO, riuscendo magari a scappare, torna dove il padrone era morto. Quello è PIU’ di un cane che cerca il suo leader, è un cane che si era affezionato al padrone. Una delle differenze tra gatti e cani, è che i cani si affezionano al padrone, i gatti (non sempre, eh) alla casa. Io così sapevo.
    Altro esempio. Un padrone che deve andare a fare un viaggio per lavoro lascia il suo cane a pensione. Il cane non si strappa il cuore dal petto perchè il padrone è andato via, non va in confusione perchè non vede più il “leader”. Lo cerca. Gli fa le feste quando torna.
    E così Hachiko! Si era affezionato al padrone, non solo al suo capobranco!

    Pensiero del cane X alla morte del padrone:
    “Accipicchia! Dov’è??? Non lo vedo più!! Dove se n’è andato?? Io cosa faccio ora? Non lo so, non ho nessuno che mi dia sicurezza, sono solo al mondo, cosa faccio?? Forse se aspetto qui qualche cosa succederà….”

    Pensiero di Hachiko e di altri cani alla morte del padrone:
    “Accipicchia! Dov’è??? Non lo trovo! Eppure….? Mi manca…io gli volevo bene…mi dava sicurezza ma era anche un compagno per me….dov’è l’ultimo posto dove l’ho visto? Ah, ecco, la stazione! Ora vado lì e, come tutti i giorni, ritornerà!”

    Io credo sia così, altrimenti, se dovessimo contare tutte le centinaia di cani che aspettano il padrone e addirittura PIANGONO quando egli muore, arriveremmo a un numero enorme.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.