paolocontedi VALERIA ROSSI – Il tema di questo articolo sono i  paroloni astrusi (a volte tratti dal linguaggio scientifico, in particolare quello che riguarda la psicologia umana, altre volte inventati di sana pianta) che vengono utilizzati sempre più spesso per complicare la vita dei cinofili.
La definizione di “cinoegizio” mi piace molto e per questo l’ho usata nel titolo: tengo però a sottolineare che non è mia, l’ho rubata… solo che non mi ricordo a chi, quindi non lo posso citare.
Cito invece Francesco Polidori, che nel suo gruppo di FB “Solo amici cinofili” ha proposto di costruire tutti insieme un dizionarietto di termini tecnici.
Mi è sembrata subito un’ottima idea, perché ce ne sarebbe bisogno… ma la domanda che mi sono fatta immediatamente dopo (e che in realtà mi faccio da parecchi anni) è stata: “Perché ce n’è bisogno?”
Ovvero: com’è che ci siamo ridotti a dover fare uso di dizionari tecnici per parlare di cani?
Il cane è un essere semplice, che ha bisogni semplici e ragiona in modo semplice: è la sua fortuna, la sua bellezza, uno dei motivi per cui lo amiamo tanto.
Perché rendere questi suoi semplici bisogni così astrusi da renderli accessibili solo ad un numero limitato di proprietari, con l’ovvio risultato che un numero limitato di cani li vedrà soddisfatti?
La risposta io l’ho trovata in Paolo Conte (che ritengo un grandissimo poeta contemporaneo, non certo “solo un cantante”).
Non so se conoscete un suo pezzo che si intitola “Pesce veloce del Baltico”; se non lo conosceste, vi riporto qui sotto la strofa che per me risponde alla domanda di cui sopra:

“Pesce Veloce Del Baltico”, dice il menu.
Che contorno ha?
“Torta Di Mais”
e poi servono polenta e baccalà….
Cucina povera e umile, fatta d’ingenuità
caduta nel gorgo perfido della celebrità

perplesso1Eccola qui, la risposta: “il gorgo perfido della celebrità”.
Perché i paroloni sono nati con i “guru” cinofili del gentilismo e del post-gentilismo.
Quelli che hanno cercato di elevarsi al di sopra degli addestratori tradizionali mostrandosi non soltanto più gentili ma anche più intelligenti, più colti, più preparati.
Insomma, l’addestratore medio (che  loro consideravano – e in molti casi considerano ancora, facendomi saltare un intero sciame di mosche al naso – un macellaio per definizione) doveva essere visto non solo come uno che maltrattava i cani, ma come un tamarrone ignorante ed incapace di esprimersi se non a grugniti.
Così hanno cominciato a criptare i termini.
La normale “attenzione sul conduttore” è diventata “centripetazione” (parola, peraltro, inesistente nella lingua italiana); l’utilizzo del cibo o del gioco per richiamare l’attenzione di cui sopra si è trasformato in “luring” (se non c’è un termine italiano abbastanza difficile per esprimere un concetto facile, e non riusciamo a inventarne uno, ci fiondiamo sull’inglese); il plebeo “ammucchiare oggetti per portarseli nella cuccia” è oggi una “motivazione sillegica”… eccetera, eccetera, ecceterissima (lasciate massacrare un po’ di italiano pure a me, suvvia).
Il tutto rivolto a gente che poi su Facebook scrive cose come: “Zitto tu ke non ai ancora capito ke non devi farti tirare dal cane quando lo scendi per pisciarlo, anke se te lo spiegato come faccio io”.
Ma proprio per questo, forse, il giochetto funziona da dio: soprattutto in Italia, dove un livello decente di alfabetizzazione si è raggiunto solo negli anni ’60. Prima di allora il 50% degli italiani non sapeva leggere e scrivere… e non è che oggi stiamo messi molto meglio (come FB dimostra ampiamente): secondo uno studio internazionale soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. Se volete la fonte, la trovate qui.

ignorantiIl motivo, credo sia chiaro a tutti, è sempre stato soprattutto politico: una popolazione acculturata è più difficile da manipolare ed è quasi impossibile “intortarla” in massa con vane ed irrealizzabili promesse elettorali.
Per questo politici di ogni forma e colore hanno cercato di mantenere il popolo nell’ignoranza il più a lungo possibile (ci provano costantemente anche oggi… e ci riescono pure: i risultati li abbiamo tutti sotto gli occhi): ma non solo per questo.
Infatti c’è un effetto collaterale che i furbetti di ogni tipo conoscono perfettamente: c’è il fatto che chi “parla difficile”, almeno in Italia, viene automaticamente considerato superiore alla media.
Viene considerato un “grande”, o almeno “uno che conta”: viene rispettato e seguito con un interesse che sfiora la deferenza… anche quando, tra voli pindarici, anglicismi e neologismi, spara sostanzialmente cazzate.
Nel mio lessico familiare tutto questo è noto come  “effetto Luigina”: ora vi spiego il perché.
Quand’ero bambina, in casa mia avevamo una colf (all’epoca si chiamava “governante”): la mitica Luigina, appunto. Che sapeva scrivere solo il suo nome, leggeva solo lo stampatello (a fatica) e parlava quasi esclusivamente in dialetto savonese.
Bene: spesso la Luigina si fermava incantata ad ascoltare mio padre quando parlava con mia madre… e lui, gentilmente, a volte le chiedeva se tutto quello che aveva detto le era chiaro.
La risposta, immancabilmente, era: “Na, mègu, nu gò capiu un belin… ma lé a parla cuscì ben!”.
Ovvero: “No, dottore, non ho capito un… (vabbe’, “belin” ormai è internazionale, non credo serva la traduzione)… ma lei parla così bene!”
Insomma, non le importava niente di quello che veniva detto: ma le piaceva lo stesso sentir parlare “bene”, con proprietà e ricchezza di termini che per lei suonavano esotici e affascinanti anche se non ne capiva mezzo.

perplessoL'”effetto Luigina” si può applicare tranquillamente anche alla cinofilia moderna: ma con una differenza sostanziale.
La Luigina, infatti, poteva pure bearsi di ascoltare suoni a lei  incomprensibili: la cosa non comportava alcun problema pratico, visto che di solito si parlava di argomenti che non avrebbero mai sfiorato la sua vita quotidiana.
Invece, quando si parla in cinoegizio a persone che poi dovrebbero mettere in pratica con il loro cane ciò che gli è stato spiegato… embe’, come minimo si ottiene che non riescano a farlo.
E indovinate un po’, alla fine, chi ci rimette?
Bravi: proprio il cane.
Il solito, povero cane che non può dirci “Ma abbaia come mangi!”, ma deve limitarsi a subire le conseguenze del “gorgo perfido della celebrità”.
Celebrità, certamente: perché, proprio a causa dell’effetto Luigina, molti cinoegizi sono diventati famosi.
Che poi si tratti davvero di persone che meritano cotanta fama, è tutto da stabilire.
Che capiscano davvero qualcosa di cani, è ancor più da stabilire.
Sta di fatto che oggi sono considerati – non tutti, ma molti – dei veri e propri “guru”: non solo per la loro abilità linguistica, certo (hanno altre doti, soprattutto un innato carisma), ma anche grazie ad essa.

tristeA questo punto, però, a me sorge la domanda numero due. E cioé: “Assodato che questo meccanismo funziona, siamo sicuri che sia anche onesto e corretto?”
E stavolta non intendo solo nei confronti dei cani, ma anche dei clienti umani che spesso pagano fior di quattrini per ascoltare i guru, per seguire i loro corsi e/o potersi fregiare delle loro sigle.
La risposta a questa seconda domanda è complessa: perché è indubbio che, in alcuni casi, un termine “facile” per esprimere il concetto cinofilo X o Y non c’è.
Se traduciamo letteralmente “luring” in italiano, otteniamo un “adescamento” che può far pensare al cliente di doversi mettere minigonna, tacchi a spillo e trucco pesante prima di scendere in campo ad addestrare il cane.
E insomma, non è carino.
Altre volte il concetto che la scienza ha concentrato in un solo termine o in una breve frase (tipo, che so: “impulso epimeletico”), a voler usare termini accessibili a tutti diventa un poema (tipo: “Quell’impulso che soprattutto i mammiferi sociali provano trovandosi di fronte ad un essere vivente, anche di specie diversa, che in qualche modo riproduce le fattezze del neonato e che li induce a non attaccarlo, anzi a prendersene cura”… e blablabla).
Però, se vogliamo spiegare alla Sciuramaria il motivo recondito per cui bambinizza il suo cane, non è che possiamo dirle tout court “lei dovrebbe controllare di più il suo impulso epimeletico”.
Perché se le diciamo così, la Sciuramaria fa gli occhi da Carfagna… dopodiché, i casi sono due:
a) dice “EHHHH?!?” … e allora le devi comunque spiegare cosa significa “impulso epimeletico” in termini comprensibili, e hai perso del tempo inutile che potevi dedicare al cane;
b) pensa “EHHHH?!?” ma ti dice “Ah, ecco!”, perché non vuole mostrarsi ignorante… e allora tu penserai che abbia capito, ma in realtà lei non avrà capito un belin… e non smetterà mai di bambinizzare il cane.
Dunque, il cinoegizio è sostanzialmente inutile e serve solo a far pensare all’interlocutore: “Però,  come parla bene questo! Non ho capito una parola di quello che ha detto, ma è evidente che sa proprio tutto sui cani!”.
Effetto Luigina fatto e finito.

geroglifici1Ci sono casi in cui il cinoegizio è accettabile?
Ma sì. Tra “addetti ai lavori”, per esempio, va benissimo.
Ma anche col neofita… se chi vuole ottenere l’effetto Luigina sfodera il parolone difficile, ma poi lo spiega (e magari sa anche di cosa sta parlando), non c’è nulla di male. Resta una perdita di tempo, ma se serve a catturare un cliente lo si può anche giustificare.
Quand’è che, invece, l’uso del cinoegizio diventa proprio scorretto?
Quando, di fronte alla Sciuramaria con gli occhi carfagnati, si fa un sorrisetto di superiorità e le si dice: “Ehhh… vede, questo non è un concetto che si può spiegare in quattro parole. Se vuole davvero capire dove sbaglia con il suo cane, deve (a scelta): comprare il pacchetto di millemila lezioni – fare il nostro corso per educatore cinofilo – fare il livello successivo del corso – fare il livello successivo al livello successivo del corso…” e proseguite pure ad libitum, perché in cinofilia gli “esami che che non finiscono mai” sono una realtà diffusissima.
Una volta che ti hanno intruppato sotto la sigla X o Y, ci resti a vita (certi guru devono aver preso esempio dai testimoni di Geova, o da Scientology) e fai millemila corsi, di millemila livelli, nella speranza di scoprire che caspita significano i paroloni sempre più misteriosi che ti vengono presentati come nozioni assolutamente in-di-spen-sa-bi-li (che però verranno spiegate nel corso successivo).
Se non sai cosa sono la prossemica o il coping, non devi neppure sognarti di prendere un guinzaglio in mano.
Se per caso fai notare al guru di turno che il mondo è pieno di gente che, senza aver mai sentito parlare di coping, ha vinto i mondiali (di qualsiasi disciplina), il guru ti risponderà scandalizzato che le discipline sportive sono bieco sfruttamento, robotizzazione del cane eccetera eccetera.
Se osi obiettare che “magari anche no“, sei cacciato con somma ignominia (manca solo la fustigazione sulla pubblica piazza).
Devi star lì, da bravo discepolo: anche se ovviamente non verrai chiamato così, ma “membro di una grande famiglia” composta dai soli, veri amanti dei cani (e tu ti senti un eletto: non ti passa neppure per l’anticamera del cervello di essere entrato a far parte di una vera e propria setta).
Devi tacere, annuire e soprattutto pagare, salendo immaginari livelli che non portano da nessuna parte. Funziona un po’ come i sistemi di vendita piramidali di buona memoria, dove tu ottenevi cariche fittizie dai nomi sempre più altisonanti ma restavi sempre lo stesso poveraccio, intanto che arricchivi chi stava in cima alla piramide.
Esagero?
Direi proprio di no, visto che conosco decine di persone che, dopo aver pagato una cifra di tutto rispetto per il corso X, hanno osato fare una domanda al proprio docente e si sono sentiti dire: “Ehhhh, no! Se vuoi la risposta devi fare il corso di secondo (o terzo, quarto, quinto, ennesimo) livello”.
E qui non c’è più soltanto il desiderio di sfruttare l'”effetto Luigina”: no, qui c’è proprio il dolo.
C’è “la magniloquenza criptica, ampollosa, superflua, che camuffa intenzionalmente la sostanza” (questa frase, guarda un po’, l’ho trovata in un articolo che criticava proprio i menu di certi ristoranti).
Io posso anche accettare che si parli di “classi di socializzazione” o di “puppy class” anziché di “incontri tra cuccioli”: chissenefrega, dopotutto. Siccome è di gran moda, le chiamiamo così anche noi.
Quello che non si può accettare è che il guru di turno, sul suo sito, sostenga di averle inventate, quando si fanno da tempi in cui lui non era nemmeno nato; né si può accettare che si faccia pagare una cifra spropositata per due ore di supercazzole sulla socializzazione, quando la si potrebbe spiegare in cinque minuti e in un umanese comprensibile.

Insomma:

SI ai termini tecnici/scientifici quando il contesto è quello degli addetti ai lavori (e quando proprio non esiste un modo più semplice per definire lo stesso concetto: perché non sta neanche scritto da nessuna parte che gli addetti ai lavori cinofili debbano essere per forza membri dell’Accademia della Crusca);
NI ai termini astrusi se servono ad ottenere un “effetto Luigina”, ma poi sono seguiti da spiegazioni chiare, fornite da persone che almeno sanno che cos’è un cane;
NO ai termini astrusi quando servono solo a camuffarsi da grandi esperti cinofili, quando in realtà si è soltanto degli ottimi affabulatori.

No, non “comunicatori”: perché i bravi comunicatori si fanno capire.
Invece in cinofilia circola ormai uno sproposito di affabulatori, ovvero di persone capaci di esprimere in modo affascinante e coinvolgente concetti quantomeno discutibili, se non direttamente falsi come una moneta da dieci euro.
Perché… finché si tratta solo di concetti triti e ritriti,  rivisitati in cinoegizio ma sostanzialmente corretti, il danno è minimo. Il problema è che spesso si propinano ai neofiti vere e proprie assurdità cinofile ed etologiche. E questo i danni li fa. Pure grossi.
A pagarne lo scotto, ancora una volta, sono i cani: che nel gorgo perfido della celebrità restano intrappolati e finiscono per affogare.
E i proprietari (pardon, i care giver)?
Quelli neppure se ne accorgono: consci, sì, di venire lentamente ma inesorabilmente dissanguati… ma convinti anche che ne valga la pena, pur di entrare a far parte dell’eletta schiera.

 

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32 Commenti

  1. La standing ovation (và come parlo forbito!) è obbligatoria!!!!

    P.S.
    La prima volta che mi sono sentito dire che “il cane non è centripetato ma è centrifugato” mi sono chiesto se e dove dovessi mettere l’ammorbidente! 😉

  2. Bell’articolo, come sempre, anche se incornicia un panorama piuttosto inquietante. Ma è così acile fare il avaggio del cervello? Ormai sono nati anche gruppi di rescue che danno in adozione i cani solo a proprietari che s’impegnano a seguire un corso di educazione col cino-guro stabilito da loro, lo trovo vergognoso e proprio discutendo con una di queste persone che gli ho fatto notare quanto questo modus operandi, non sia nè da volontari nè da cinofili ma da setta o, come dicevi tu da testimoni di Geova, o da Scientology.
    Raccapricciante.

    • Elena… ogni volta che entri al supermercato e compri l’articolo che hai visto la sera prima in TV, rifatti la domanda: “E’ così facile fare il lavaggio del cervello?” 🙂

  3. Io ho delle riserve anche quando prendono di sana pianta nozioni dalla medicina e psicologia umana e le infilano di forza nei concetti di educazione e addestramento cinofili. Aspettano/scoprono o rispolverano il best seller di questo e quello, prendono i concetti più intriganti e li appiccicano, senza filtri, al cane come se tra me e il mio cane non ci fosse un abisso di specie oltre la comune socialità. Gli addestratori vecchia maniera hanno un glossario povero e risicatissimo, eppure risolvono gli stessi problemi dei “whisperer” di nuova generazione. Come mai? D’altro canto per farsi pubblicare un libro bisogna accettare le nuove tendenze che, in un modo o nell’altro, si rifanno al gentilismo o ai suoi sottoprodotti o sottocorrenti. Ma si sa: la moda è sovrana. Il gentilismo è un biglietto da visita potente. Ai clienti piace da morire. Gli editori osservano il mercato e se ne sono accorti: se vuoi pubblicare, guai solo a scrivere di sgridare il cane o scatta la censura. Ben che vada, sei un str**Da che esistono i “gentilisti “, esistono anche i “brutalisti” ovvero i tradizionalisti, quelli che il metodo non lo usano. Il “care giver” è l’apice di questo teatro dell’assurdo: la decenza ha perso la via di casa o è andata a farsi benedire. Ma il risultato non cambia. Quale mente maligna può inventarsi il “care giver”? I termini sofisticati possono servire in fase di insegnamento quando un neologismo, anche se cacofonico, può servire a illustrare un concetto che altrimenti richiede l’uso di 5 o 6 parole. Ma rincoglionire deliberatamente la gente con parolone vuote e altisonanti è deontologicamente deprimente. Piuttosto è meglio rinunciare al mestiere o fornire assistenza a titolo gratuito. La scienza vuole i suoi termini di precisione, non si nega, ma in cinofilia mi pare che si usino più termini gergali come se fossero termini scientifici che nessuna ricerca seria ha convalidato.

  4. “Care giver”?!? Non c’è limite al populismo benpensante del polically correct. Rivendico la mia identità di conduttrice e proprietaria di cani. Mi viene in mente quella ragazza, in una vecchia discussione sui cani barbone, proprio su questo sito, che, alla correzione di una persona esperta della razza, che le faceva notare che il nome corretto e’ barbone nano, replicava che a lei il nome esatto non piaceva, la inorridiva proprio, e preferiva chiamarlo barboncino. Ora, io capisco che barbone ti faccia venire in mente anche tutto il mondo dei senzatetto, ma se il nome della tua razza e’ quello non significa che devi mandarlo per strada con un collare sdrucito a chiedere l’elemosina. Le parole possono avere più significati, sta alla nostra intelligenza comtestualizzarle e capire quando significano una cosa o un’altra. Cambiarle perché ci spaventano denota solo il grande limite della nostra ignoranza.

  5. Ieri ho scritto un post su facebook che diceva “chi parla come mangia ha l’obbligo di scrivere come caga”. Era una frase ironica messa lì per caso e non era affatto rivolta all’articolo di cui sopra, che non avevo ancora visto. Poi qualcuno mi ha avvisato e mi sono detto che o io e Valeria Rossi siamo in contatto telepatico come negli stage di telepatia per cani o il caso ha la potenza che giustamente i greci gli avevano attribuito. Ma se facebook crea nessi casuali come lo sviluppo delle sinapsi in un cervello neonatale (esempio messo apposta per la sciuramaria) a volte è utile riunire i puntini a posteriori, come ci ha detto Steve Jobs. Cosa penso dell’articolo? Ci sono delle ragioni che condivido, ci sono dei punti da cui dissento. Che il professionista nell’esercizio della sua funzione di servizio per il pubblico debba evitare le parole tecniche, su questo non ci piove. Parlare di centripetazione o di altro con un proprietario è una cosa stupida o nel peggiore dei casi da furbetti, perché si utilizza male il tempo di consulenza. Detto questo non sempre – perlomeno non è il mio caso – si utilizzano parole nuove solo per confezionare bene il nulla o per meravigliare con effetti speciali o tanto meno fidelizzare con parole da adepti la propria setta. L’utilizzo di termini nuovi – non necessariamente tecnici – segue bisogni che hanno a che fare con i concetti più che con le definizioni. Quando si parla di “epimelesi” ci si riferisce a qualcosa che riguarda anche il comportamento parentale ma non solo (non lo “sussume” per tradurlo alla sciuramaria) ovvero che presenta altre componenti, per cui definire l’epimelesi è utile per comprendere più aspetti e i rapporti che ci sono per esempio tra comportamenti parentali e comportamenti d’aiuto o comunicazioni di ingaggio. Il lavoro sul comportamento sillegico, che solo in piccola parte coinvolge il cane, che ho sviluppato soprattutto per comprendere molti degli orientamenti dell’essere umano, hanno l’obiettivo di dare una spiegazione unitaria ad aspetti molto differenti nel comportamento umano, come la raccolta di francobolli o la catalogazione dei fossili. Ma c’è un aspetto che vorrei rimarcare – a parte il fatto che solo il tempo può dire se chi formula concetti o teorie sia un grande teorico o un ciarlatano – è che quando scrivo per antropologia, pedagogia umana o filosofia nessuno ha mai nulla da dire circa la difficoltà dei termini… quando si parla di cani sembra che si sia commessa una colpa capitale. Non è forse perché l’argomento è volutamente banalizzato? Non è un caso se i libri sui cani sono essi nello stesso comparto in libreria delle barzellette di Totti e dei libri su come giocare a bridge… cioè nel tempo libero. Io scrivo e continuerò a farlo nello stesso modo sui cani come sulla filosofia di Heidegger: non faccio il professionista, perlomeno non lo faccio più da anni, e penso che sia molto più complessa l’etologia del cane dell’esistenzialismo. Non obbligo nessuno a comprare i miei libri, ma sottolineo sempre nei miei corsi che chi cerca di scimmiottarmi o non capisce – come giustamente scrive Valeria – la differenza tra un consesso di professionisti e una consulenza è semplicemente un coglione. D’altro canto anche le parole “rinforzo”, “condizionamento operante”, “segnale chiave”, “pattern”… solo per citarne alcuni, al loro primo apparire erano paroloni astrusi, ma nessuno oggi si sogna di metterli in discussione. Pensiamo solo all’evoluzione del linguaggio a seguito dell’informatica e del web. L’errore a mio avviso è credere che facebook voglia/debba sostituire la televisione, oppure credere che l’una sia la forma evolutiva dell’altra. Sono due cose differenti che hanno entrambe un loro perché ovvero presentano dettagli differenti, come un obiettivo macro o grandangolo ti dà dello stesso paesaggio un’inquadratura differente rispetto a un tele. Se uno poi è interessato solo agli insetti o ai panorami vasti può anche fare a meno del tele e – vorrei sottolineare – non è corretto da parte di chi usa il tele affermare che chi fotografa in grandangolo è antiquato. Forse è questo il vero problema… dovremmo imparare a rispettarci di più reciprocamente e capire che il panorama è tutt’altro che semplice e che pertanto non può essere interamente colto da nessuno dei tre obiettivi e forse da nessun obiettivo. Questa consapevolezza dovrebbe peraltro aiutarci a capire che abbiamo bisogno gli uni degli altri, perché io so d’avere molto da imparare a addestratori, comportamentisti e da altri… ma forse, penso che anche loro abbiano qualcosa da imparare da me.

    • Che ogni disciplina abbia il suo linguaggio tecnico e’ indiscusso ed è giusto che sia così, quello che viene messo in dubbio e’ che molti nuovi termini siano davvero necessario o non siano piuttosto creati per gettare fumo negli occhi alla gente. Da profana e semplice appassionata mi va benissimo che “impulso epimeletico” sia all’occorrenza usato (e spiegato), “care giver” e’ una sciocchezza inventata appunto per accalappiare i boccaloni, che fra l’altro non si può proprio sentire (da amante della lingua italiana sono contraria anche alle inutili ed eccessive ingerenze della lingua inglese, e il fatto che non si sia usato l’italiano per creare questa espressione e’ che la sua ridicolaggine sarebbe stata palese anche all’ultimo degli analfabeti).

    • Forse, e dico forse, chi introduce nuovi termini collocandoli in un nuovo approccio, creando anche una scuola di successo e piuttosto ramificata, ha almeno un pochettino il dovere – per quanto difficile, per carità! – di spiegare le cose da Lei qui scritte ai discenti di suddetta scuola. No, perché alcune scene non si posso proprio vedere né sentire! Un esempio? Naturalmente realmente accaduto: un neo-educatore che ironizza (alle spalle, manco a dirlo) su un addestratore con quasi 20 anni di esperienza e che ritengo molto in gamba perché, a detta sua, ha fatto la faccia da punto interrogativo quando lui ha parlato, a proposito di un binomio, di “relazione sbilanciata rispetto ai parametri di adeguatezza e con una evidente ipertrofia della dimensione epimeletica”; altro esempio? Sempre vero, si intende: altro addestratore (che però non so se è bravo o no) che parla di tempra riferendosi ad un cane e l’educatore (ospite…) che lo interrompe per dire che ormai il concetto ti tempra è superato e si parla di resilienza (cosa, tra l’altro, assolutamente falsa: i due concetti sono perfettamente compatibili). Ecco…dal mio punto di vista la conoscenza di paroloni sofisticati è utilizzata TROPPO spesso per prendere le distanze, naturalmente non in modo orizzontale ma verticale, dagli “altri”, dal “vecchio”. Questo credo sia frutto di messaggi sbagliati che vengono dati ai discenti o travisati dagli stessi, ma qualcuno deve pur assumersene la responsabilità.
      Questo è un punto della questione, ma ce n’è un altro che vorrei toccare. Se dice che motivazione sillegica o impulso epimeletico sono termini che servono a spiegare concetti più ampi di quelli già noti, mi sta benissimo, ben vengano. Ma dare nomi nuovi a cose esistenti da sempre (mi riferisco soprattutto agli esercizi), che senso ha? E’ come creare un marchio di fabbrica. La start line, il luring (che è una rivisitazione di un termine già esistente ed avente un altro significato, creando solo ulteriore confusione), la centripetazione con stimolo cinetico e così via, sono cose che ho visto fare anni e anni fa. Capisco che si voglia dare un nome ad un esercizio anche per senso pratico, ma bisognerebbe spiegare ai discenti della Sua scuola che NON DEVONO SGRANARE GLI OCCHI se ne parlano e un altro collega non li capisce: o conosce altri esercizi o conosce gli stessi ma li chiama in modo diverso. Il punto è che la start line andrebbe fatta da ogni educatore che troppo in fretta vuole raggiungere la ciotola dell’arrivato, dimenticandosi che è al guinzaglio e che i suoi educator-owners sono il signor Rispetto, la signora Umiltà e, soprattutto, la signora Esperienza.

      Con assoluto rispetto, un Suo lettore e “quasi estimatore” 🙂

    • Roberto, dopo questa tua risposta credo che andrò sicuramente a seguire un seminario di telepatia canina… perché comincio a crederci! 🙂
      No, non è vero: non ci credo. E non credo neppure alla casualità della frase che hai postato, a dire il vero: però posso dirti che quando me l’hanno segnalata (perché il mondo virtuale è pieno di uccellini virtuali che svolazzano da un profilo all’altro, si sa…) la mia risposta è stata una risata di cuore. La battuta è carina, tant’è che ci ho scherzato sopra anche oggi: quindi non c’è bisogno di giustificazioni, fosse o non fosse una risposta al mio articolo.
      Chiusa questa parentesi, ti dirò che neanch’io pensavo propriamente a te quando ho scritto il pezzo sul cinoegizio: o meglio, è ovvio che pensavo “anche” a te perché il linguaggio astruso evidentemente ti appartiene… ma soprattutto avevo in mente certi personaggini che si illudono di diventare “guru” solo perché, appunto, scimmiottano. In particolare, in una recente conversazione su FB, ho letto una frase che mi ha fatto piegare in due, perché l’autrice (ricordo solo che era femmina) contestava l’uso del termine “imprinting” definendolo obsoleto… e poi piazzava la più classica delle dimenticanze di “h” del verbo avere, oltre a fare ampio uso delle dannatissime “k” che personalmente abolirei dal vocabolario italiano, se non fosse per il fatto che non ci sono mai entrate.
      Tipo: “non ai ancora kapito ke si dice impregnazione e non imprinting?” (non era esattamente così, ma ci picchia sicuramente vicino).
      Insomma, il cinoegizio bisogna anche saperlo parlare/scrivere in un contesto grammaticale decente, perché altrimenti, giusto per restare in tema, si fanno figure di merda.
      Tu almeno hai evidentemente un’ottima cultura: forse non cinofila, ma generale sì. Quindi il cinoegizio lo “indossi” con disinvoltura.
      Altri (compresi alcuni dei tuoi allievi, ahimè) lo portano come un paio di scarpe di Prada sotto la tuta da sci. E a questo punto la presa in giro diventa quasi d’obbligo.
      Per quanto riguarda i neologismi, infine…io ne sono una grande fautrice, quando servono. Dopotutto anch’io ho cominciato a scrivere “Sciuramaria” anziché “neofita provvista di tanto amore ma di poche conoscenze tecniche”, e la definizione ha “attecchito” tanto che ormai la sento ripetere un po’ ovunque: però il punto è proprio questo… se servono, ben vengono. Se aiutano a definire con un solo termine un concetto che altrimenti richiederebbe un tomo, sono la prima ad ammirarli (lo stesso vale per inglesismi e francesismi).
      Però il concetto di “centripetazione”, per esempio, mi sembrava già perfettamente espresso dal termine “ingaggio”, che esiste da sempre.
      Poi la sua applicazione pratica resta difficile da spiegare e anche da capire, ma almeno “ingaggio” è un termine comprensibile ai più… anche alle Sciuremarie :-).
      Per quanto riguarda il rispetto reciproco sono d’accordo, e lo sai: anche per quanto riguarda la collaborazione. Però nessuna delle due cose comporta che non si possa anche scherzare gli uni sugli altri (e quando dico “scherzare” non intendo, possibilmente, “fare battute pesanti e cafone”, ma fare uso di uno sfottò che può tranquillamente comprendere la stima reciproca. Spero che questo fosse tautologico).

    • Il problema è che termini come rinforzo, condizionamento operante e compagnia bella hanno dei chiari riferimenti scientifici universalmente riconosciuti (non dico condivisi ma riconosciuti, quando conosciuti, si…) e hanno dei risvolti tecnici e pratici di immediato riscontro nel lavoro con il cane, UTILI per capire di cosa si parla in modo chiaro e univoco, cosa difficile con un linguaggio non tecnico.
      […questi esempi sono limitati a certi contesti del lavoro in apprendimento, aspetto circoscritto e limitato del lavoro globale con un cane… so benissimo che c’è altro oltre allo stimolo-risposta]

      INVECE centripetare, ingaggiare e aprire le euristiche, quando si lavora in concreto col bocconcino e tecniche dell’educazione gentile di una quindicina di anni fa almeno, sono fumo negli occhi.
      Ma però (!) se si parla di apprendimento solutivo o “pippo” a volerlo chiamare arbitrariamente e liberamente in un altro modo, quando si alza o si abbassa una ciotola o quando si apre e chiude una porta, bisognerebbe invece parlare semplicemente di alzare o abbassare la ciotola e di aprire e chiudere la porta. Ovverosia, usando termini corretti, di rinforzo positivo e punizione negativa. Perchè quello si fa quando si lavora in modo assolutamente meccanico e analogo al comportamentismo più becero, nonostante l’abbondante indoratura di neologismi più fashion.

      Ugh. L’ho detto. Si capisce?

      • Quel che intendo dire è che se un educatore cinofilo fa un lavoro sulla calma (orrore) indirizzato ad abbassare il livello d’arousal (orrore! come parlare del livello di carburazione di un auto…) aumentando il piano esperienziale, pensando di lavorare a livello solutivo quando si fanno banalissimi lavori di controllo basati sul bocconcino (opps, ingaggio, sorry…) stiamo facendo:
        a) cazzate
        b) con risultati opposti a quando declamato
        c) con un linguaggio scorretto.

        Scorretto perchè basato non su presupposti scientifici, ma su un modello speculativo e in ogni caso che non ha riscontro nel vocabolario tecnico cinofilo.
        Parlo di un linguaggio autoreferenziale, inutilmente complesso e che non permette di valutare in concreto quello che nella pratica si fa.

        • Ma cosa dico che non hanno riscontro nel vocabolario tecnico cinofilo…
          Nel vocabolario tecnico dell’addestramento.
          Dell’etologia.
          Della scienza.

          Termini autoreferenziali, appunto.

          • Uh, con scienza faccio riferimento a pubblicazioni scientifiche o perlomeno con carattere di scientificità.

            A buon intenditor… a buon intenditor, come direbbe il mio Maestro Paolo Bitta.

  6. Io penso che sempre ed in ogni situazione la scelta del linguaggio non sia mai neutra ma sia invece in stretta correlazione con l’obiettivo che si pone chi parla. Se l’intento è quello di comunicare e trasmettere cultura e sapere il linguaggio sarà necessariamente semplice e facile. Siamo davvero certi di dover ricorrere a termini stranieri o inventati ad hoc noi che parliamo la lingua di Dante? Ma via! E’ chiaro che se l’obiettivo è altro, il linguaggio sarà tanto astruso quanto serve per sostenere l’obiettivo (non dichiarato) di chi parla.
    Personalmente mi attengo da sempre ad uno dei principi fondanti del ’68 (e non me ne sono mai pentita) che è il seguente: se leggi un libro, se ascolti una persona e non capisci, tranquillo, non c’è niente da capire.

  7. Che dire? Concordo con i vostri commenti, come peraltro ero d’accordo sul significato intrinseco dell’articolo di Valeria. Certo esistono differenze di situazioni e di attribuzioni. Per prima cosa le parole vanno sempre calibrate rispetto al pubblico che hai davanti, per cui parlare di epimelesi – come peraltro di pattern o segnale-chiave – in consulenza o in un corso per operatore di canile è un comportamento inadeguato e scorretto, dove “scorretto” penso faccia la parte del leone. Come secondo aspetto, chi propone qualcosa deve sempre avere l’umiltà nei confronti degli altri perché altrimenti la sua proposta non ha fondamenti, giacché ogni proposta deve necessariamente fondarsi su altri riscontri. Io insegno sempre l’umiltà e chi va in giro a fare il tracotante con professionisti che hanno alle spalle anni di esperienza non ha capito nulla del mio insegnamento ma non mi ha mai seguito nemmeno su facebook, per dire un’inezia, perché tutto mi si può dire ma non che sia impermeabile al dialogo e rispettoso degli altri. Purtroppo è difficile far capire l’importanza dell’umiltà, ma non solo in cinofilia e comunque in questi ultimi anni ho accentuato tale insegnamento… sono certo che in un prossimo futuro se ne vedranno i frutti. Per quanto concerne il nome degli esercizi è solo una questione pratica… anche perché io non ho mai registrato nulla… li si potrebbe chiamare anche pippo o pluto, è solo una questione interna per facilitare la didattica, ma non c’entrano nulla coi concetti, quali per esempio quelli di epimelesi o sillegia, per restare sulle parole utilizzate come esempio. Che dire poi dell’utilizzo dell’inglese? Io non esagero perché non sono un fan dell’anglomania e tuttavia questo è il nostro tempo e temo che per alcuni anni il fenomeno peggiorerà semmai… ma non c’entra nulla con i termini tecnici. Dietro un termine tecnico c’è un concetto, non si tratta di semplice traduzione. Anche per questo motivo non ritengo corretto sostenere che altri termini siano superati… essi continuano a dirci qualcosa di importante sul cane.

  8. Infine cosa vuol dire “facile” o “astruso”? Cosa significa “farsi capire”? Facile è tutto ciò che è in linea con le conoscenze che possediamo, ovvero che introduce pochi elementi di novità. Ecco allora che il “facile” ha più a che fare con i concetti che con le parole. Se sei completamente dentro un paradigma di pensiero talvolta ti è difficile capirne un altro perché cambiano le coordinate concettuali di riferimento (la struttura epistemologica, per dirlo alla sciuramaria). Ovvio che anche le parole possono essere facili o difficili e tuttavia non esiste un “facile” come elemento oggettivo e assoluto. Per un ornitologo è facile distinguere il canto di un fringuello da uno di capinera, un’altra persona che ha altre competenze non solo non li distingue ma non li sente nemmeno. Sono d’accordo che è importante “farsi capire” ma se non è riferito a qualcuno il “farsi capire” non vuol dire nulla. Farsi capire da un bambino è diverso dal farsi capire da un adulto, da una persona di una certa cultura rispetto a un’altra, da un tecnico da un non-tecnico. E’ importante farsi capire dal proprio destinatorio. E qui si evidenzia il problema già detto: non si parla di eccesso epimeletico in una consulenza, perché il tuo destinatario non può capirti. D’altro canto metterei più di una riserva sull’idea che se uno non capisce non ci sia nulla da capire… provarsi a leggere la teoria della relatività ristretta di Einstein o Essere e tempo di Heidegger.

    • Dottor Marchesini,
      mi permetto di risponderle. Le premetto che ho letto il suo manifesto della zooantropologia e che ne ho condiviso profondamente l’impostazione filosofica. Le parlo quindi con tutto il rispetto e la considerazione per il suo lavoro e per lei.
      Vorrei però analizzare la sua risposta alla mia provocazione “se non capisci non c’è niente da capire” perchè temo che lei mi abbia dato straordinariamente ragione.
      Il punto non è ovviamente il valore della conoscenza e della ricerca della conoscenza. E non è nemmeno una messa in discussione del ruolo del “maestro”, anzi.
      Il punto è quando del sapere se ne fa un uso strumentale per l’esercizio di una qualsivoglia forma di potere, fosse anche la banale affermazione di una superiorità culturale.
      Nella sua risposta lei non spiega perchè non è d’accordo con quanto ho affermato ma mi invita alla lettura di Einstein e di Heidegger.
      E’ difficile non rilevare in primo luogo una sostanziale contraddizione rispetto a quanto da lei affermato nella prima parte della sua risposta laddove sottolinea la necessità di calibrare la comunicazione a seconda dell’interlocutore che si ha davanti.
      E’ stata mi permetta, una scelta un po’ al buio, io potrei essere, per esempio, una che questi testi li ha letti ed in grado quindi di argomentare al livello da lei scelto.
      Ma se invece sono una qualunque sciuramaria, magari con la scuola dell’obbligo, il suo invito è, di nuovo mi permetta, proprio da sciamano, antropologicamente inteso, ovviamente.
      Nella sua risposta lei non ha esposto un suo pensiero sull’argomento, lei ha semplicemente affermato una superiorità culturale come se questa potesse convalidare a prescindere la sua non espressa opinione.
      Mi rendo conto che se si è un “maestro” è difficile resistere a volte alla tentazione di fare lo “sciamano” ma forse può aiutare la lettura di una vecchia canzone di Francesco Guccini “Libera nos Domine” che resta, nonostante sia ormai di tanto tempo fa, molto attuale.
      Per quello che mi riguarda temo che passerò questo resto d’estate a ricercare nelle pagine di Einstein (e di Heidegger) i perchè delle sue riserve. Cordialmente Donatella Ferraris

  9. A Valerio ripeto in tutta sincerità – e non è una giustificazione – che ho scritto quella frase senza aver letto l’articolo e nemmeno io credo alla telepatia… l’ho scritta così, di getto, prendendomi una pausa tra una lettura e l’altra. Però è divertente la coincidenza e posso capire se non ci credi, ma io sono una persona diretta e sincera e non avrei avuto problemi a dirti che era rivolta al tuo scritto. Anche perché mi piace l’ironia e lo sfottersi convivialmente è la cosa più divertente che c’è. Per anni mi sono divertito con le prese per il culo che mi faceva Claudio Mangini e non mi sono mai offeso. Come ben sai anche molti altri lo hanno fatto e poi ci siamo incontrati piacevolmente. Sfottersi non è mai grave, come peraltro non è criticarsi: ho imparato molto sia delle critiche che dalla satira. Sulla centripetazione dovremmo discuterne perché per me è qualcosa di diverso dall’orientamento o dall’ingaggio, che peraltro utilizzo entrambi. Sulla chiosa “non di cinofilia” non ti smentisci, anche se non in cauda qualche dose non ti sfugge. Comunque così dovrebbero essere i rapporti in cinofilia.

  10. Quando Ale parla di termini corretti rinforzo positivo o negativo oppure di punizione positiva o negativa parla all’interno di un paradigma di pensiero ovvero di una cornice teorica che si chiama behaviorismo e che non è un dogma ma un’ipotesi interpretativa del comportamento. Non sto a cavillare sul modo di esprimersi che ho trovato poco dialogico per cui non voglio e in quei toni non mi è permesso entrare in dialogo. Voglio solo sottolineare che il behaviorismo non è una religione e che ogni ipotesi – anche l’universo tolemaico o la teoria del flogisto – si sono basati su riscontri. La scienza è problematica e si avvale di riscontri, ma le ipotesi non sono mai perfette, presentano punti deboli e il behaviorismo fin dagli anni ’40 ha mostrato i suoi punti deboli – si veda il dibattito interno di Tolman. Non parliamo poi a partire dagli anni ’60 quando sono stati introdotti il concetto di euristica – molto più produttivo del comportamentista tentativo casuale – e di molti altri che Ale mette alla berlina come se fossero nati da un gruppo di matti o di cialtroni. Sono modelli applicati sui processi di apprendimento e di comportamento animale e hanno risolte molte incongruenze che il comportamentismo non era in grado di spiegare, come il perché del rinforzo variabile, il perché dei comportamenti molari, il perché dell’insight, il perché dell’apprendimento latente, il perché dell’overshadowing, etc, dal momento che non voglio annoiare. Orbene uno può continuare a essere comportamentista, può rimanere all’interno di quella didattica, può ottenere piccoli e grandi risultati, e non sarò io a dire che è un sorpassato, perché comunque sotto tanti aspetti la didattica comportamentista ha dato risultati importanti. Ma – anche questo lo affermo chiaramente – nessuno può rompermi i coglioni se ho un’impostazione interpretativa non-behaviorista, sulla base di altri riscontri, altre formulazioni teoriche, altri matrici esplicative. Sia chiaro chi interpreta il comportamento alla luce della teoria behaviorista ha un modello che è totalmente diverso da quello cognitivo, direi quasi opposto, tipo universo tolemaico e universo copernicano. Dire che parlare di obiettivo è un modo furbesco-cialtrone per parlare di rinforzo, parlare di euristica è un modo furbesco per dire tentativi casuali, parlare di conoscenze è un modo furbesco per dire condizionamenti… significa non aver capito un acca. E questo è a discapito di chi pratica questo modo di interloquire: perché io conosco molto bene il behaviorismo, molti che invece sparlano dell’approccio cognitivo non sanno nulla ma proprio nulla di questo modello.

    • No no, io non difendo il comportamentismo, sto contestando il paragone tra i termini comporamentisti citati, che hanno una base scientifica riconosciuta, e altri, il cui utilizzo cozza con la descrizione pratica e concreta di certi protocolli.

  11. Al caro Ale – visto che non si è presentato con nome e cognome come sarebbe buona creanza quando si esprimono concetti forti – voglio inoltre ricordare qualche spicciolo di epistemologia. Gli atteggiamenti dogmatici sono facilmente disvelabili: 1) ci si pone nei confronti dei non-allineati con lo stile del grande inquisitore che pone in risalto come le loro parole non trovino riscontro nelle sacre scritture; 2) si ritiene che l’evidenza o il riscontro corrisponda interamente al reale e non sia un aspetto del reale; 3) si confondono i costrutti interpretativi, ossia i concetti chiamati a spiegare, con ciò che tentano di spiegare; 4) si interpella una teoria scientifica per avere un giudizio ultimativo e non un riscontro di plausibilità, del tipo “lo dice la scienza”; 5) si ritiene che il riscontro sia una verifica ultimativa non un traguardo lungo un tragitto che può vedere persino inversioni di rotta; 6) ci si arrocca dietro i recinti delle teorie vigenti ovvero si utilizzano le teorie come castelli per difendere lo status-quo; 7) ci si elegge a guardiani dell’ortodossia; 8) si deride chi la pensa in modo differente nei primi tempi, si diffama o si combatte ferocemente in seguito, come se fosse una guerra di religione. Ma questi personaggi dimenticano che tutti i grandi scienziati all’inizio subirono il medesimo trattamento, furono dei distruttori dello status quo e non dei sacri guardiani dell’ortodossia.

    • Vaboh, che famo, chiediamo nome e cognome a tutti i Marcello, Antonella, Alice eccetera che hanno scritto?
      Centra niente. In privato ti do pure il cellulare se vuoi, pubblicamente se scelgo di scrivere il cognome o meno son fatti miei.

      Caro Marchesini, mi si può parlare di insight quanto si vuole ma per me non è l’argomento.
      L’argomento è l’utilizzo di un certo linguaggio e il rapporto tra teoria e pratica.

      Sto parlando di un linguaggio non adeguato e fuorviante applicato ad esercizi/protocolli/quel che l’è che conosco benissimo (so di cosa parlo.) Punto.

      Sto sostenendo che si può pure condire di cognitivismo e di termini cognitivisti quel che si fa, ma se si usano termini più adeguati, riconoscibili, riconosciuti e, alla fine, corretti si capisce meglio la possibile differenza tra il fare concreto rispetto a quel che fare si vorrebbe.

      Mi si può dir quel che si vuole sull’insight, sull’epistemologia e sui costrutti interpretativi, magari non capisco al volo ma non mi impressiono.

      Quel che è davvero importante è spostare l’attenzione dalla teoria alla concreta valutazione di quello che prova il cane, altrimenti i modelli teorici vanno in malora.

      Tipo… Capito i pipponi cognitivi sugli obiettivi e sugli aspetti solutivi dell’apprendimento e che tutto il resto è sorpassato e puzza, ma se mi si dice di lavorare sugli stati emotivi livellando la calma a livello ottimale per creare uno stato più efficace all’apprendimento come manco l’olio della macchina forse forse non si riesce a valutare gli aspetti assolutamente meccanicistici del proprio approccio.

      Un po’ più di arousal… No, un po’ più di meno…

      Dico che se si parte coi pipponi sulla diversità tra stimolo e ingaggio ma si rompe le balle ai cani con la gestione degli ingressi e della ciotola si possono aprire le euristiche quanto stracazzo si vuole, ma se ci si concentra sul lavoro pratico e si esce un po’ dall’orticello magari magari ci si rende conto che un cane considerato calmo può essere, invece, semplicemente inibito e poco propositivo, altro che calmo, a furia di doggy zen e altre pratiche che, a cambiare nome, si scopre come non siano così rivoluzionarie rispetto alla prassi quanto sostenuto.

      Bisognerebbe partire dalla lettura del cane e da un linguaggio sincero ed efficace.
      Altrimenti un collare a strangolo diventa uno strumento tampone, di cui un cane magari può anche fare a meno e ci si piglia francamente per il culo.

      Non è questione di ortodossia caro Marchesini, ma di concretezza.

      • Ribadisco e sottolineo.

        Ad un cane gliene frega una pippa se un boccone lo si definisce in un modo o in un altro.
        Se i protocolli e la listarella di esercizi propinati in un corso per educatori son quelli dell’educazione gentile di quindici anni fa gli si può cambiare nome/definizione/interpretazione quanto si vuole, ma quella resta.
        Roba vecchia che fa danni.

  12. Va beh, chiudo questa discussione perché è al tra l’insulto e il demenziale. Io non ho alcuna intenzione di impressionare nessuno e ho ribadito che chi fa consulenza e parla con termini tecnici è un coglione. Detto questo chi fa didattica si appoggia sempre a una teoria di sfondo – al di là di quello che pensa un cane, un gatto, un cavallo o un bambino – e la teoria behaviorista è diversa da quella cognitiva pertanto la struttura di didattica è differente. Questo è il punto e su questo è ovvio occorre il riscontro dei fatti. Si applica un modello e poi è il tuo destinatario che ti dà o meno ragione: questo è il banco di prova. Ma è innegabile che ogni didattica è applicativa di un modello teorico – consapevole o meno ch’esso sia – anche se poi l’applicazione retroagisce sulla teoria per modificarla o falsificarla. Rispetto ai termini, il concetto di euristica, di schema, di insight o di altri costrutti cognitivi – e sia chiaro anche i concetti di rinforzo o condizionamento sono costrutti – hanno la loro base scientifica da almeno 50 anni di lavoro e non appartengono alla psicologia umana. Lo dimostra il fatto che Tolman lavorava coi topi a partire dagli anni ’40 e poi l’etologia cognitiva si sviluppa a partire dalla metà degli anni ’60. Se per alcuni le teorie cognitive sono “pipponi” per me lo sono i controcondizionamenti, il chaining, il rinforzo variabile e via dicendo. Ma non è insultando o squalificando chi non la pensa al proprio modo che si dialoga. Per questo lascio il buon Ale – che vuole mantenere l’anonimato – alle sue idee e al suo modo dogmatico di affrontare le questioni.

    • Non è questione di dogma, ma di lettura della pratica e dei suoi effetti partento, appunto, dalla pratica e non da un diverso modello interpretativo altrettando dogmatico rispetto a quello vituperato.
      Non ci siamo capiti, forse, ma pace e bene.
      A casa mia comunque uno strangolo resta uno strangolo e non tampona una fava.

  13. Ok ho visto il nome e ti ringrazio Ale per esserti presentato. Altra risposta. Io non credo che il sapere sia potere, l’ho scritto in molti saggi, credo che il sapere dia responsabilità. Non amo la parola maestro perché nell’esercizio della docenza imparo sempre di più di ciò che insegno. Mi si può credere o meno. Ma non posso essere d’accordo che il non capire corrisponda al non c’è nulla da capire, proprio perché non sono idealista ma realista. Dal mio punto di vista il non capire dovrebbe aprire la voglia di capire non chiudere questa porta. Spesso dietro parole che non capiamo c’è il lavoro di una vita, c’è il bisogno di superare certe convinzioni. Come ho detto, diversi sono i livelli di comunicazione, ma ogni livello ha i suoi crismi e vanno rispettati. Non posso presentarmi a un seminario di filosofia con lo stesso registro che utilizzerei in televisione o a un convegno. Questo è ciò che peraltro anche Valeria ha detto, i momenti sono diversi. Ma se sfortunatamente finisco in un incontro tra tecnici e mi trovo ad assistere a linguaggi che non capisco perché non sono i miei argomenti, è forviante pensare che non ci sia nulla da capire o che chi sta parlando abbia una volontà occulta di plagio.

    • Mmm… Si, ma io il problema l’avevo spostato…

      Ho sostenuto con degli esempi come la pratica possa rivelare un approccio nel concreto meccanicistico quando una certa terminologia e l’applicazione di un semplicemente diverso costrutto dogmatico contribuiscono a fallire i propri obiettivi pretendendo di applicare il modello senza partire dalla lettura del cane.

      Chissenefrega se un linguaggio è complesso, lo si impara.
      I problemi sono ben altri e tolto il velo dato dal problema della comunicazione e della descrizione di quello che si fa questi si svelano. Ma bisogna partire da lì, dal lavoro col cane, non dalla teoria.

      Amen, chiudo.

  14. Alessandro Fausto Gentle Team, ora capisco l’infervero. Scusa sai, ma cerco sempre di capire da cosa derivi tanta astiosità. Ribadisco: la pratica è teoria applicata come la teoria è retroazione della pratica. Ma quando non ci sono altri motivi di mezzo le discussioni assumono tutt’altro tono.

    • Roberto Marchesini Siua, io scrivo sempre e solo a titolo personale e la mia posizione deriva dalle differenze sul campo perchè a me interessano i cani e quello che ci si fa.
      L’interesse per la teoria per me è dato dal poterla utilizzare nel concreto e il concreto valuto.
      Li stanno i motivi di mezzo, non altrove.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.