di COSTANZA SAVAIA – L’autismo non è una malattia. È una diversità. La ricerca scientifica guarda in modo pressoché unanime in questa direzione.
Una diversità che spesso rimane sommersa nella necessità di adattarsi, di uniformarsi, di rispondere alle esigenze della società.
Sono stata diagnosticata nello Spettro Autistico Lieve a 19 anni, ma sono sempre stata consapevole di essere diversa.
Il mio modo di pensare, di vivere le emozioni, di muovermi, è evidentemente atipico e questo mi ha causato angoscia e disagio nella mia infanzia e nella mia adolescenza; non avevo idea del perché il mio modo di essere divergesse da quello della maggioranza delle altre persone.

I codici sociali che gli altri paiono elaborare istintivamente ed automaticamente per me richiedono uno sforzo in più.
Priva di schemi attraverso i quali filtrare a priori i comportamenti, finisco talvolta per scontrarmi dolorosamente con le regole del branco. Anche se ho appreso alcune di queste regole, non le ho fatte profondamente mie, non è nella mia natura.
Ogni incontro necessita per me un costante sforzo di osservazione, devo elaborare ex novo le dinamiche che ogni persona manifesta interagendo con me.
Una grande fatica che tuttavia ha avuto sin dalla mia prima infanzia un risvolto che più di una volta mi ha letteralmente salvata dalla depressione: quello stesso sforzo di osservazione che metto in atto con gli altri esseri umani, vale anche nei confronti delle altre specie animali. Ed essendo cresciuta in campagna, circondata da cani, gatti, cavalli, conigli e galline (e da svariate specie di animali selvatici), questo mi ha consentito di apprendere e vivere molti altri modi di comunicare e rapportarsi oltre a quello estremamente complesso e difficoltoso degli esseri umani. Concepire la diversità non come differenza unilaterale fra me e gli altri, ma come diversità molteplice fra tutti gli esseri viventi, è stata per me la chiave di volta che mi ha permesso di entrare in contatto con il mondo.

Fra tutti questi animali, i cani sono sempre stati quelli che mi hanno più incantata ed in loro ho trovato amore, conforto, compagnia. In questi articoli racconterò dei cani che hanno portato gioia nella mia vita. Un racconto di amore e di diversità. Canina e umana.
Quando a sei anni potei finalmente portare a casa il mio primo cucciolo, Attila, avevo già avuto esperienza con le vecchie cagnette dei miei genitori, due meticce di Cirneco dell’Etna e simil-Pinscher, e con il branco dei nostri vicini di casa, sei cani di razze e taglie molto diverse guidati da un Pastore tedesco fiero e caratteriale che mi aveva presa in grande simpatia; ogni volta che mi intravedeva, correva a prendere la propria pallina e me la lasciava sui piedi, aspettando che gliela tirassi, fissandomi con occhi vispi e gioiosi.

In campagna, soprattutto nelle aree a profonda vocazione rurale come quella in cui sono cresciuta, le leggi alle quali cani ed esseri umani si attengono spontaneamente sono molto diverse da quelle che vigono nelle città; lo avrei capito solo quando a quattordici anni mi sarei trasferita in appartamento ed avrei conosciuto il mondo cittadino. I cani di campagna costruiscono comunità animate da un profondo, istintivo spirito di collaborazione, nelle quali essi esprimono appieno le proprie peculiarità, le proprie emozioni, i propri modi di intendere la collaborazione stessa, che mi accorsi essere molto diversa da cane a cane. Avevo quattro anni e non sapevo cosa significassero i rapporti gerarchici nel branco; ma avevo notato con il tempo che i cani dei nostri vicini parevano rispettare codici ben precisi nei confronti del Pastore tedesco che non erano gli stessi che attuavano fra di loro, e che l’interpretazione di quegli stessi codici non era unanime. Il Golden Retriever era tranquillo e docile; l’Australian Shepherd comunicava in modo molto più serrato e pareva sempre intento a mediare i rapporti; idem il Border Collie, ma ancora più intensamente dell’Australian; il piccolo meticcio a pelo corto sembrava non curarsi della tempesta di segnali dei due pastori e si aggirava calmo per il terreno, limitandosi a vedere il Pastore tedesco come un punto di riferimento; infine il meticcio di Bassotto nano a pelo raso era uno smargiasso che usciva continuamente dal terreno dei vicini e scorrazzava in avanscoperta come un instancabile senzaterra, non riusciva ad inserirsi davvero nel branco. Inoltre, l’Australian Shepherd non mi aveva in simpatia a causa della mia abitudine di toccarlo. Intuii così che quel cane preferiva gestire da sé il contatto e che non gli piaceva ricevere carezze senza essersi avvicinato per primo; ma non avrebbe comunque osato pinzarmi perché il Pastore tedesco vegliava costantemente sulla mia interazione con il resto del branco, pronto a proteggermi.

Non ricordo come avessi fatto a guadagnarmi la fiducia del Pastore, o meglio, del “cane lupo”, come lo chiamavano tutti. Ero troppo piccola. So solo che il rapporto con lui si era rivelato immediatamente più profondo rispetto a quello con gli altri cani del branco, i suoi occhi parevano scrutarmi nel cuore, la sua attenzione nei miei confronti era costante ed era sempre pronto a farsi coinvolgere in una nuova avventura. Anche e forse soprattutto a quell’attenzione costante corrispondeva ancora una volta una differenza nel modo di collaborare che lo contraddistingueva dagli altri cinque cani. Questi riuscivano a gestire tranquillamente i rapporti fra di loro, ma il Pastore tedesco sembrava aver bisogno di qualcosa di più, di un essere umano a cui legarsi in un modo speciale, senza il quale si sarebbe sentito incompleto; si era guadagnato il ruolo di capobranco, ma giunto all’apice della gestione dei rapporti gli mancava ancora qualcosa, e forse non era un caso che di tutti i cani del gruppo fosse l’unico a venirmi puntualmente incontro e a farmi le feste ogni volta che mi vedeva.

Come dicevo, in campagna le leggi che regolano i rapporti fra uomini e cani sono molto diverse da quelle cittadine. Un’abitudine antica dei campagnoli, sulla quale non ho intenzione di esprimere giudizi, è quella di fare ricorso a cani di grande carattere, spesso incroci, che possano svolgere più mansioni contemporaneamente. Mio padre, figlio di generazioni di contadini, non ha mai fatto eccezione; l’idea di incrociare un Cirneco dell’Etna con un simil-Pinscher potrà fare venire i brividi (e per buone ragioni) ad un cinofilo di buon senso, ma l’intenzione di mio padre era quella di ottenere cani coraggiosi e intelligenti, dal fisico agile e prestante, che facessero la guardia, disinfestassero dai topi e sapessero affrontare i selvatici invasivi e pericolosi. Le vecchie Gilda e Margot si erano mostrate più che degne del lavoro che svolsero per tutta la loro lunga vita.

Questa era stata la mia esperienza prima che Attila entrasse a far parte della nostra famiglia. Anche se non ne ero consapevole, ad essa dovevo già moltissimo ed in un certo senso ero già pronta ad incontrare il mio prossimo compagno: un Chewbecca Testadilegno che nulla aveva a che vedere con i cani che avevo conosciuto prima.
Tradotto: il mirabolante frutto dell’unione fra un Bassotto standard a pelo duro e una meticcia nero-focata di Terrier a pelo duro di taglia medio-piccola. Ancora una volta il cinofilo di buon senso potrebbe mettersi le mani nei capelli, ma anche in questo caso la scelta non era stata sconsiderata come potrebbe apparire.
Come Gilda e Margot, Attila era destinato alla guardia e alla disinfestazione. Ma c’era di più: avevo sei anni, ero abbastanza grande per girare da sola per i boschi, e avevo bisogno di un fedele compagno che mi accompagnasse e non avesse paura di niente e nessuno, pronto a proteggermi da ogni pericolo. Ecco dunque la novità del pelo duro: mentre Gilda e Margot erano sempre rimaste nei dintorni della casa, Attila avrebbe dovuto accompagnarmi nel bosco e resistere il più possibile a spine e morsi di animali. Ed ecco perché la novità delle gambe corte: la taglia rimaneva contenuta, ma la testa era più grossa di quella di Gilda e Margot, e se mi fossi imbattuta in un malintenzionato Attila avrebbe potuto dargli molto filo da torcere sgusciando come un’anguilla. Infine, l’incrocio con il Terrier gli avrebbe dato un ulteriore guizzo di tempra, intelligenza e coraggio che lo avrebbe reso più atto allo scopo rispetto ad un classico Bassotto.

Per fortuna non avrei mai incontrato nessun selvatico pericoloso e nessun malintenzionato nelle mie passeggiate nei boschi, ed Attila non dovette mai affrontare alcuna situazione di pericolo. La vera grande avventura è stata l’amicizia con lui e la sua educazione – e di sua sorella Fluke, che invece era divenuta la beniamina di mia madre.
E la scoperta di uno spirito di collaborazione e di un modo di rapportarsi ancora diversi da quelli del Pastore tedesco, dell’Australian Shepherd, del Border Collie, del Golden Retriever, delle meticce di Cirneco e simil-Pinscher.
Di questo scriverò nel prossimo articolo…

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5 Commenti

  1. Bella storia, belle parole che suscitano forti emozioni almeno per chi ha piu’ di 40 anni e ha provato sia la vita rurale descritta così bene sopra, sia la vita attuale di citta’ e aldila’ dei giudizi soggettivi che ognuno puo’ avere su questi 2 mondi, alcuni sono indubbiamente oggettivi e primo fra tutti la meraviglia del poter esprimere laddove si possa vivere una vita secondo natura, le proprie caratteristiche peculiari, tutti uomini e animali..

  2. Bellissima storia di amore tra cani e bambini.
    Un tuffo nel passato che sembra lontanissimo eppure potrebbe essere solo 20 anni fa. il modo di gestire e vivere i cani era molto diverso da oggi, ma non per questo peggiore o migliore.
    Attendo con ansia il seguito.

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Sono nata a Savona nel 1998. Mi occupo di ambiente, ecologia e diversità - ho scritto un articolo per "L'Espresso" in occasione del Fridayforfuture del 19 aprile 2019. I cani mi accompagnano nel mio viaggio da quando sono nata e sono i miei più grandi maestri di comunicazione fra esseri diversi.