venerdì 10 Luglio 2020

Le avventure di Duccio – Le scelte consapevoli

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di PAOLA CANZONETTA – Introdurre un secondo cane in casa. Perché?
È come quando stai verniciando una ringhiera, la guardi, si sta asciugando… e vuoi dare un’altra passata con il pennello per fare un ritocco. Sai che non lo puoi fare… la vernice sta diventando appiccicosa, ormai puoi solo aspettare.
Ma tu ci provi lo stesso.
E infatti i peli del pennello rimangono lì, sul corrimano. Allora lo fissi per un secondo, sai che dovresti smettere.
E invece no, vai col dito per staccare i peli.
E lasci le impronte digitali stampate.
Ad imperitura testimonianza della tua stupidità, e manco puoi dire che è stato qualcun altro, perché i Ris ti smentirebbero subito.

Ecco, insomma… ci sono delle volte che sai che dovresti fermarti, ma le cose le fai lo stesso.
Noi avevamo un cane, e oggi sono due.
Duccio è la nostra ditata sulla vernice fresca.
Prima del suo arrivo la situazione in casa era idilliaca, un bilanciamento perfetto fra umani (pochi a dire il vero, io e il mio compagno Emiliano) e animali (un cane, Arale, due gatte da interno e due gatti da esterno, 6 galline e Giangallo, il casanova del pollaio). Tutto in qualche modo funzionava, tutto si era plasmato nel tempo e aveva preso da sé una piega funzionale e armoniosa. Un bilanciamento perfetto.
Mi viene in mente quando andavo al liceo, che all’ora di chimica ci toccava bilanciare le reazioni. Nulla si crea, nulla si distrugge. Bisognava spostare sti benedetti atomi per conservare la massa. Metti un po’ di idrogeno di qua, togli un po’ di ossigeno di là.
Sì, ma io sono dislessica.
Io, quando prendevo 5‐ in chimica, tornavo a casa con il petto gonfio di fierezza e mia madre attaccava il compito al frigorifero, consapevole che tanto non si sarebbe potuto ostentare di meglio.
Io non so bilanciare un bel niente, questa è la realtà dei fatti.

E difatti, nella nostra reazione abbiamo aggiunto un atomo di cane.
In realtà non è stato un processo così veloce, come un’esplosione in un laboratorio di chimica (che per fortuna al liceo non avevamo… oppure me lo hanno tenuto ben nascosto per 5 anni). Ci abbiamo rimuginato a lungo, prima di fare la scelta più ardita della nostra vita. Eh sì, perché fondamentalmente quello che volevamo fare era dare un compagno di branco ad Arale. Noi siamo i suoi umani, l’abbiamo accolta e coccolata per anni (viene da una situazione difficile, adottata a un anno e 7 mesi, dopo una storia di abbandono/adozione/maltrattamento/abbandono… insomma i suoi primi mesi sono stati una pacchia…).
Ci rendevamo conto che, all’età di 8 anni suonati, se avessimo voluto darle un compagno di giochi, di branco, qualcuno che la facesse sentire un cane vero… dovevamo farlo subito, e forse avevamo aspettato pure troppo.
Da una parte mi sentivo quasi in colpa con lei, mi dispiaceva pensare che uno sconosciuto (scelto e imposto da noi, peraltro!) entrasse nella sua vita e le prendesse parte dei suoi spazi, delle sue cose, delle nostre attenzioni.
Dall’altra sentivo che le stavamo facendo mancare qualcosa, una figura di riferimento diversa dai suoi umani, più vicina a lei… un conspecifico, insomma.

Cosa era meglio per lei? Rimanere la cocca di casa, o allargare il suo branco? Di cosa ha realmente bisogno un cane?
Attenzione, non un cane qualunque, non avrei dubbi sulla risposta, ma un cane che ha subito maltrattamenti e abbandoni, che piano piano ha trovato la sua dimensione ma che ha ancora delle criticità nel suo carattere, delle ombre, nonostante abbia fatto passi da gigante dal giorno in cui è arrivata a casa nostra, accompagnata dalle volontarie del rifugio (e già loro avevano fatto un lavoro incredibile su di lei)… c’era ancora margine di miglioramento, oppure a un certo punto, avvicinandosi l’anzianità, è più giusto “tirare i remi in barca” e accontentarsi della sua condizione di cane sereno, un po’ scorbutico con alcuni conspecifici, viziato (mea culpa), ma comunque tranquillissimo e felice nella sua routine quotidiana?
Insomma, poteva essere più felice di quello che era? O con questa mossa l’avremmo fatta sprofondare nella disperazione più nera?

L’unico modo per scoprirlo era provarci, e per provare non intendo !prendiamo un cagnolino per 2 settimane e poi vediamo come va, al limite lo rimandiamo al mittente”.
Principalmente per due motivi:
1) perché in due settimane non si vede proprio un bel niente di come va, l’inserimento di un altro cane può essere un processo lunghissimo, che dura mesi, e manco è detto che riesca.
2) perché se io prendo in braccio un cane/gatto/armadillo/ragnetto rosso pensando “tu vieni con me, da oggi ti chiami Fuffettino, io sarò la tua mamma, ti curerò e amerò finché morte non ci separi” poi non ci sono storie, non esistono ripensamenti, non ci sono resi gratuiti. Nemmeno se la mattina dopo Fuffettino è lievitato e mi ritrovo Godzilla dentro casa (che poi con Duccio effettivamente è andata un po’ così). Ho uno spiccato senso di responsabilità che sfocia nel patologico, custodisco gelosamente anche le matite spuntate, figuriamoci se do indietro un cane.

Comunque, nonostante fossimo giunti alla conclusione che prima o poi avremmo preso un altro cane, anche per una serie di condizioni che stavano variando in casa e ci avrebbero permesso di avere più tempo
per i nostri animali (almeno sulla carta, eh…), per tempo quasi non se ne è più parlato. Poi un giorno Emiliano torna a casa, esaltato: “ho visto i cuccioli di Eva e Rocco, devi vedere che belli” e io ridendo “si,
come no… mettiamoci uno pseudo‐maremmano da 50 kg in casa, bella mossa”.
E il giorno dopo “te lo figuri a prenderlo per davvero…”, e poi ancora “e te l’immagini…” eh sì, si fa per ridere.
Mica te lo prendi un cane così.
Un bel cane da guardiania preso in mezzo alla campagna, selezionato dall’entropia, di cui non si sa nulla sui suoi avi, a parte che sono grossi tanto e, dalla parte del papà, a macchie nere (border collie? Malamute? Setter? Zebra?).
Eheheheheh, che ridere. Con tanti meticci in giro, fare una scelta del genere.

Due settimane dopo eravamo lì, a prendere Duccio.
Ma seriamente, quali valutazioni abbiamo fatto, per scegliere proprio lui?
In primis, ok… questa è facile: Arale è femmina, ci serve un cucciolo del sesso opposto. Fin qui, tutto ok.
Poi… ci piacciono i cani grossi. E prendendo lui abbiamo sicuramente soddisfatto ogni forma di feticismo per le prossime 4 generazioni.

Secondo punto: è bello. Ebbene sì.
Per una volta nella vita, mi sono scelta il cane. Ho sempre avuto cani scartati, abbandonati, capitati per caso, assegnati dal canile o dalla sorte, e sempre tutti rigorosamente adulti. Questa volta io PRETENDEVO un cucciolo strafigo, e lui lo era in una maniera micidiale. Anche su questo punto, il mio feticismo era stato appagato totalmente. Peccato che il suo essere un pallottino di pelo tenerello fosse durato sì e no 30, 40 minuti al massimo.
Dov’era quell’amabile batuffolo lanuginosoche ci aveva rapito il cuore? E chi era il fetido bastardo che ora ci stava impestando il giardino, la casa e l’anima?
Ma soprattutto: avevamo fatto veramente il bene di Arale introducendo un impiastro simile nella nostra famiglia?

Duccio, il maremmhusky

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4 Commenti

  1. Bellissimo!!! Grazie per aver migliorato la mia giornata. Ho un problema similare, peccato che non lo ho neanche scelto, anzi scelta perché è femmina e
    la ha portata a casa mia figlia. Non vedo l’ora di leggere la prossima puntata.

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