martedì 11 Agosto 2020

Il LAVORO del cane… da compagnia

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Fabiana Buoncuore è la sciurallevatrice per eccellenza. Nasce a Carmagnola da suo padre e sua madre (ma più da sua madre) il 17/09/1987, da allora il 17 settembre è anche noto come "San Morbidino". Appassionata di tutte le razze canine e indicativamente di tutti gli animali esistenti sul pianeta, ha una particolare predilezione per il rottweiler, che ha le sue stesse esigenze primarie: mangiare, dormire, muovere poco le chiappe. Collabora ormai da alcuni anni con "Ti presento il cane" con le sue storie di vita vissuta tra allevamento e morbidinosità.

di FABIANA BUONCUORE – Correva l’anno… non lo so, di preciso. Ma potevo avere poco più di vent’anni, quindi parliamo del 2008 o giù di lì. Avevo una cavalla meravigliosa con cui facevo lunghissime escursioni. Andavo ovunque, dai boschi alle stradine di campagna agli acquitrini melmosi che Atreiu levati. Chimera era una cavalla da tiro, quindi era piuttosto imponente, e quando, anziché scegliere i percorsi sperduti, passavo per le vie abitate, suscitavo spesso stupore; ma capitava anche che qualcuno fosse spaventato da cotale bestia di 600 chili. Ecco, c’è una scena che non riesco a dimenticare: una signora anziana sul marciapiede davanti casa sua che mi vede passare, spalanca gli occhi, fa un passo indietro spaventata; il suo cagnolino di pura razza meticcia la osserva, comprende al volo la situazione e si impenna poggiandole delicatamente le zampine anteriori su una gamba. Lei sussulta, lo guarda e, senza esitazione, lo prende in braccio abbracciandolo forte. Restano così, abbracciati strettissimi, aspettando che il mostro (no, non io, l’equino. Capisco sia facile fare confusione) passi oltre. Lei fa un respiro profondo, alza di nuovo lo sguardo ma la sua espressione è completamente cambiata: ora non ha più paura, perché c’è il suo cagnolino con lei, ed è la donna più forte del mondo.

Io ero quella che stava pianificando da due anni di iniziare ad allevare rottweiler (sarebbe arrivata nel 2009 la mia prima cucciola). Ero quella che aveva imparato che i cani seri sono quelli da lavoro, e che i cani da lavoro sono quelli che fanno qualcosa di utile per l’uomo.
Per me c’erano due versanti opposti: “cane utile” e “cane da compagnia”, ed essendo opposti, veniva da sé che l’opposto di “utile” fosse da definire “inutile”.
Credo che in tanti ridacchino ripensando a certe idee che si avevano a vent’anni, perché spesso a quell’età si ha ancora la testa calda dell’adolescenza, ma con in più la presunzione di sapere già tutto, freschi di diploma e con in mano le redini della propria vita (o di una cavalla da tiro, nel mio caso).
Però, quel particolare giorno, guarda un po’, mi misi in discussione, ed il merito fu di un cagnolino “inutile” che aveva capito al volo che la situazione richiedeva il suo intervento. Proprio come un cane da difesa interviene in caso di pericolo, o un cane da pet therapy sa rimanere immobile e fluffoso se si rende conto che qualcuno ha bisogno della sua stabilità. Cominciai, insomma, a soppesare l’ipotesi che mi fossi sbagliata (Davide, leggendo questo testo, dirà “peccato che ti sia successo solo una volta nella vita!”, ma i mariti, si sa, sono str… ehm, monelli).
Sono passati gli anni, e che ti scopro, vagando sui social (mannaggiammé che continuo ad entrarci ogni tanto)? Che in realtà è ancora diffusissima l’idea che il cane da compagnia sia l’opposto del cane da lavoro; tanto che, se in un allevamento di rottweiler (cito questa razza perché più vicina a me, ma non è certo l’unica) nasce un cucciolo con qualche difettuccio che gli impedirà di essere performante nel lavoro o nelle expo, allora viene svenduto con l’etichetta “solo compagnia”.
Ecco, siccome siamo nel 2020, che è un anno un pelo sfigatello ma per lo meno dovrebbe rappresentare il fatto che ormai, di fatto, siamo nel futuro (abbiamo persino sorpassato l’anno del “strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!“) sarebbe carino se cominciassimo un po’ tutti, noi cinofili, ad annoverare tra i “lavori” dal cane proprio la compagnia.

Ritorno al futuro

Ad oggi, ancora in tantissimi affermano che la compagnia non sia un lavoro.
Perché? Perché il cane da compagnia si “limita” a far felici i proprietari.
E questo è considerato insufficiente?
Ma scherziamo?
Proviamo a pensare a quale moltitudine di problematiche psicologiche e psichiche possono originarsi dall’infelicità. Sì, vi possiamo annoverare anche alcune di quelle che poi andiamo a curare con la pet therapy. Quella però è un lavoro, eh. Perché cura la gente.
Ma agli zucconi che ancora non l’hanno capito, qualcuno ha mai spiegato che prevenire è meglio che curare? Cos’è, loro i vaccini non li fan… ah, no. Lasciamo perdere il ginepraio dei vaccini, che è meglio.

Non voglio fare un minestrone: cominciamo a discernere: vi sono i cani da compagnia, perché tali sono definiti dalla classificazione FCI in vigore, e quindi parliamo di specifiche razze nate e selezionate per questo; e poi ci sono i cani che fanno compagnia, indipendentemente dalla razza o tipologia di appartenenza.

Razze da compagnia

Il fatto che la classificazione FCI raggruppi i cani in base all’utilità; il fatto che fra le suddette utilità vi sia la selezione di razze da compagnia; il fatto che la selezione per sola compagnia sia, sì, più recente di quelle “da sopravvivenza” come la caccia, che ha visto gli albori ai tempi della domesticazione del lupo, ma sia comunque una situazione millenaria; tutto questo dovrebbe per lo meno accendere un campanello nella nostra mente (no, Pavlov, stai buono. Non adesso. Vai a giocare col citofono).
Se l’uomo ha selezionato delle razze perché il loro compito fosse la compagnia, è perché l’uomo ha bisogno della compagnia del cane. E non solo, come malignano in molti, per sopperire alla mancanza di affetti umani. Perché la compagnia che dà un cane è diversa (lasciamo perdere i vari “sono meglio delle personeeee!”, rigorosamente arricchiti di cuoricini e vocali strascicate) e ha una funzione quindi differente.
Vi sono razze selezionate perché amino stare in grembo, addirittura razze che si ipotizza fossero selezionate con le zampe storte perché fossero poco inclini al movimento e rimanessero accanto alle persone. Alcune razze da compagnia non perdono il pelo, in modo da non sporcare i vestiti e la tappezzeria, perché possano essere presi in braccio e tenuti su letti e divani senza cambiarne il colore (lo so, lo so. Molti di voi NON hanno cani di questo tipo. Nemmeno noi, tranquilli; eppure sacrifichiamo l’igiene dei nostri vestiti, pur di ricevere la compagnia del nostro cane, vero?).

Cani da compagnia

Quasi qualunque cane può essere un cane da compagnia. Specie i meticci, che di solito “non sappiamo a cosa servano” e li consideriamo “da compagnia” di default (anche se in realtà sarebbe utile esplorare un po’ le attitudini e la tipologia del nostro meticcio per permettergli di fare la vita più consona alla sua indole, ma questa è un’altra storia). Quello che deprezza un sacco la compagnia del cane è quando un cane “è inadatto a fare altro, allora è da compagnia”. Io ne so qualcosa, eh. Ricordo, a chi non lo sapesse, che ne abbiamo in casa uno così. Un rottweiler. Un rottweiler di cui ho detto, con superficialità, che non sarebbe diventato uno stallone o un cane da expo o da UD, e QUINDI sarebbe stato da compagnia. Ma mi rendo conto che quando noi allevatori facciamo così passiamo il messaggio che la compagnia sia lo scarto delle funzioni che ha il cane per l’uomo.

Ebbene, no; che sia selezionato per tale compito, o “lanciato nel calderone” per mancanza d’alternative, il cane da compagnia, per quanto mi riguarda, DEVE essere considerato un cane da lavoro.
Il cane da compagnia dà sicurezza: può essere di ogni forma e dimensione, ma in generale avrà facilmente un qualche tipo di reazione all’avvicinarsi di persone alla propria abitazione: questo consente anche al più sciancato di essi di segnalarci un estraneo prima che possiamo percepirlo coi nostri sensi meno acuti; questo ci dà un senso di protezione in più, anche con quei cani per nulla inclini alla difesa che semplicemente scodinzolano alla porta festanti, facendoci comunque capire che si avvicina qualcuno.
Il cane da compagnia dà anche sicurezza in se stessi, perché spesso l’umano si sente responsabile della sua cura e protezione, sviluppando per forza di cose senso del dovere e della tutela (non per nulla, fatto nei dovuti modi, è anche un buon espediente per responsabilizzare e rendere più maturi gli adolescenti di casa).
Il cane da compagnia c’è sempre: non va al lavoro, non esce a comprare le sigarette, non deve fare una telefonata di lavoro. In questo caso sì, forse sopperisce un po’ alla mancanza di contatto umano: però consente a chiunque di sapere di non essere MAI solo. E ci sono persone per le quali sapere di non essere sole è una fondamentale ancora di salvezza per non perdere la serenità (non come me, che non sopporto neanche la mia immagine allo specchio. E qui, Terence Hill risponderebbe “ah, beh, questo lo posso capire”).
Il cane da compagnia fa bene alla salute: come ogni cane, ovviamente. Ci costringe ad uscire a passeggiare, inoltre i benefici psicofisici portati dalla manipolazione dell’animale sono ormai scientificamente provati. E se anche un cane facesse “solo” questo, cioè farsi coccolare e portare a spasso, stiamo già parlando di migliorare la qualità della vita di una persona.

Infine, aggiungerei che il cane che si occupa della compagnia del proprietario non è un pupazzo messo lì per nostra unica soddisfazione (come non lo è nessun altro cane da lavoro, sebbene qualcuno pensi che il cane che lavora sia considerato alla stregua di uno strumento): se sapremo comunicargli quanto sia importante il suo ruolo, vivrà appagato e felice, perché conscio di essere fondamentale per il suo branco; esattamente come il cane da pastore che si occupa del bestiame della famiglia o il cane da ferma che individua la beccaccia tra i canneti (a me la caccia in sé non piace e non piacerà mai: ma non posso non ammirare l’espressione soddisfatta di un breton che riporta felice il piumato, consapevole di aver fatto un buon lavoro).

Quindi, per favore, quando parliamo di un cane da compagnia, leviamoci dalla testa l’idea antiquata che si tratti di un povero mentecatto buono a nulla. Pensiamo invece al cane che sta facendo il lavoro della compagnia, al cane che sta avendo un ruolo fondamentale nella vita del suo umano (o della sua famiglia) e che non ha nulla da invidiare a tutte le altre mansioni per le quali il Canis lupus familiaris è al nostro fianco da migliaia e migliaia di anni.

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2 Commenti

  1. Purtroppo talvolta quello che fa comprendere appieno il valore dei cani da compagnia è il vuoto che lasciano quando non ci sono più. E si può solo sperare di essere riusciti a restituirgli anche solo una piccola parte di tutto questo.

  2. Non so perché, ma ad ogni caratteristica enunciata sul cane da compagnia io ho associato immediatamente il mio amstaff. Troppo killah.

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