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Cani dei coniugi separati: la legge non li capisce

E’ di qualche giorno fa la  notizia di due coniugi separati che discutono sull’affido del cane.
Non è la prima volta e non sarà l’ultima:  lui  fa valere il suo diritto di “padrone” (sono l’intestatario del microchip, quindi il cane è mio!), lei  fa valere le ragioni del cuore (mi sono sempre occupata io del cane, vuole più bene a me!).
I media  l’hanno passata come notizia comica o quasi: ma che si trovi un lato umoristico nella sofferenza di un essere senziente e capace di provare emozioni come amore, paura, solitudine, senso di abbandono è l’ ennesima dimostrazione del fatto che in Italia la cultura cinofila sia a livelli terzomondistici.
Non c’è proprio niente da ridere: è come se si trovasse comico un litigio per l’affidamento dei figli. E infatti  la legge italiana, che forse pensava di mostrare così un atteggiamento rispettoso,  si comporta esattamente come per i figli: il cane va in affido come se fosse un bambino, può stare alternativamente con i due proprietari e il coniuge non affidatario deve avvisare l’affidatario quando va a prendere il cane per i suoi quindici giorni, o per i suoi sei mesi.
Peccato che un cane NON sia un bambino; se è giusto il concetto di rispettarne la sensibilità come se fosse quella di un piccolo umano, non è altrettanto giusto che vengano equiparate due menti diverse, con esigenze  e desideri diversi.
Un bambino ha l’esigenza (e solitamente anche il desiderio) di vedere entrambi i genitori, di rapportarsi con loro, di parlare con loro: ma il cane no. Il cane è un animale sociale che ha bisogno di punti di riferimento: un ambiente stabile, una figura-guida umana, abitudini regolari e immutabili. Il cane è un abitudinario a cui servono, innanzitutto, certezze.
Se un bambino è in grado di capire che ogni tanto cambia casa, ambiente e famiglia per andare a trovare il genitore che non sta più con lui, per il cane lo spostamento è, ogni volta, uno choc: il cane non è in grado di capire il motivo del cambiamento, non sa che rivedrà la persona con cui viveva fino al giorno prima e ogni volta, più che “accolto” da uno dei due coniugi, si sente abbandonato dall’altro.
Quella che per un bambino che ama entrambi i genitori può essere un’occasione allegra (“vado a trovare papà!”), per il cane è un  trauma (“il mio umano/la mia umana mi manda via!”) che può essere piccolo o grande a seconda delle abitudini che aveva in precedenza: se per lui era normale passare un po’ di tempo con ognuno dei coniugi, è probabile che si adatti più facilmente a saltare da una casa all’altra, ma se passava tutto il suo tempo con uno solo dei due e considerava l’altro come un membro “di passaggio” nel suo branco (come spesso avviene quando uno dei due lavora fuori casa e passa col cane solo poche ore al giorno), allora andare da lui/lei non sarà una festa ma un motivo di grave preoccupazione (“dov’è finita la mia figura-guida? Questo/a qui lo/a conosco, mi è simpatico, ma io ho bisogno di lui/lei! Dov’è andato/a? Mi ha lasciato per sempre?”).
I cani dei separati, purtroppo, finiscono per  stressarsi molto più dei figli umani: semplicemente perché questi ultimi capiscono quello che succede (anche se non ne sono mai felici) e i cani no.
Concludendo: per quanto la legge si sia sforzata di essere “umana” nel suo atteggiamento verso i cani dei separati, in realtà è stata  solo –  perdonate il bisticcio – “umana verso gli umani”: perché i diritti del cane non sono stati presi in alcuna considerazione.
Passare da una mano all’altra, da una casa all’altra, magari addirittura da una città all’altra, per lui è traumatico: rassegnamoci all’idea e non illudiamoci che possa “fargli piacere” vedere entrambi i padroni. Proprio come al bambino, a lui faceva piacere che la famiglia stesse unita: ma una volta che si divide, la pratica dell’affido congiunto è – dal punto di vista della psicologia canina – una tortura inutile.
I coniugi separati dovrebbero pensarci prima di rivolgersi al tribunale, cercando tra loro, con onestà intellettuale e morale,  la soluzione migliore per l’amico a quattro zampe che avrà sicuramente “una” figura più importante per lui (e lo si può capire chiaramente dai suoi atteggiamenti… ma se proprio non ci si arriva, allora si può fare la classica scenetta da film con i proprietari che  liberano il cane in un prato e poi vanno in direzioni opposte, senza chiamarlo: lui ne seguirà uno solo, e quella sarà la sua scelta).
Il coniuge che non è stato “scelto” , a differenza di quanto accade con i bambini, potrà prendersi un altro cane e impostare un nuovo rapporto davvero esclusivo con lui: è normale che soffra per non poter più vedere il suo amico a quattro zampe…ma si presume che questo, dopotutto, NON sia il dolore maggiore, in una separazione. Spesso le discussioni che riguardano i cani sono più che altro ripicche e tentativi di ferire il coniuge, più che reali manifestazioni di attaccamento all’animale:  non è giusto che questo accada sulla pelle di qualcuno che sicuramente non ha alcuna colpa e che non dovrebbe soffrire per gli errori altrui.
I cani non sono bambini, che si possono tenere “un po’ per uno”, ma neppure televisori che “appartengono” a chi li ha pagati o a chi si è intestato il pedigree: i cani sono esseri senzienti e sensibili e vanno rispettati per quello che SONO, non per quello che “noi”  vorremmo che fossero (e che questo significhi “un bambino” o “un’arma contro il coniuge”, poco importa: un cane non è nessuna di queste cose).
Se amate davvero il vostro cane, in caso di separazione, fate in modo che continui a vivere con la figura più importante per lui: va benissimo che “veda” anche l’altro, ma sarà lui  (o lei) a doverlo andare a trovare a casa sua, dove sarà accolto da feste interminabili e da esplosioni di gioia. Certo, gli/le toccherà anche vedere l’ex marito o moglie: ma per amore (verso il proprio cane) si sopporta questo ed altro…e se non siamo in grando di sopportarlo, significa che il cane non lo amavamo poi tanto; quindi è giusto che stia dove sta.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto e tiene diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI). Da settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) è tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO).