Il line-breeding è una forma di accoppiamento in consanguineità meno stretta rispetto all’in-breeding.
Consiste cioè nell’accoppiare parenti con un grado di parentela di terzo/quarto grado (es. accoppiamento tra cugini,  nipoti con zii o nonni ecc.).
All’alba della creazione delle razze, il line-breeding è stato il primo passo per allontanarsi dalla consanguineità strettissima e dai problemi connessi al suo uso ripetuto e perpetuato.
Secondo i genetisti più autorevoli, infatti, dopo un inizio di ovvia consanguineità strettissima tra i soggetti provenienti dai capostipiti, la linea guida del programma di allevamento dovrebbe essere caratterizzata da una progressiva ricerca di una parentela sempre più lontana.
Di fatto, però, molti allevatori di molte razze non si sono ancora distaccati dallo stadio intermedio.  Anche tra le razze più diffuse e ben fissate che contano migliaia di esemplari in diversi Paesi, ancora oggi c’è chi sistematicamente ricerca accoppiamenti in consanguineità, magari cercando un ascendente comune di spicco, tra i cani più premiati o con particolari pregi.
Il motivo di questa scelta particolare è spesso dovuto principalmente alle convinzioni radicate negli allevatori.
Per anni i “testi sacri” e i grandi maestri della cinofilia sono stati univoci nell’affermare quanto una consanguineità oculata fosse il metodo migliore per ottenere soggetti di pregio; ora molti allevatori guardano agli outcross con le stesse paure e lo stesso scetticismo con cui i loro bisnonni, cresciuti col tabù dell’incesto, guardavano all’inbreeding.

La consanguineità è diventata spesso un “dogma” e molti temono chissà quali sorprese a seguito di un eventuale allontanamento dalla propria “linea di sangue” (termine sempre più spesso usato impropriamente).
Va anche detto che al giorno d’oggi prevalgono accoppiamenti in consanguineità di grado superiore al quarto, spesso con un solo antenato in comune che ha avuto discendenti da più partner.
Quello che oggi molti allevatori continuano a chiamare “line-breeding”, applicando la terminologia coniata dai precursori della cinofilia, sarebbe da considerarsi quasi un out-cross… ma non lo è del tutto.
Un coefficiente di consanguineità molto basso finisce per essere quasi irrilevante per fissare un tipo o perpetuare pregi, se questo è l’obiettivo che si vuole perseguire.
Se si pensa che già due fratelli (almeno teoricamente) potrebbero essere geneticamente diversissimi, è facile immaginare quanto possa essere rischioso puntare sul fatto che parenti lontani possano condividere materiale genetico.
Non dimentichiamo che il coefficiente di consanguineità esprime pur sempre una probabilità.
L’utilizzo del line breeding perciò non può prescindere da una valutazione morfologica e da un accertamento attraverso la valutazione dei riproduttori, di quanto possano effettivamente trasmettere i genitori alla prole.
Se scegliamo di accoppiare due discendenti di un soggetto di particolare pregio perché vogliamo fissare alcune caratteristiche di nostro interesse, dobbiamo innanzitutto verificare che queste caratteristiche siano (o almeno possano essere) realmente trasmissibili alla prole e che non si siano…perse per strada.
Quest’ultima sorte tocca, per esempio, a tutte le caratteristiche dominanti che non vengono trasmesse ai discendenti.
Se miriamo a perpetuare una costruzione particolarmente attraente presente in un riproduttore che mostra appiombi corretti, gomiti ben aderenti e collo ben inserito, non basta accoppiare due lontani discendenti di questo cane tra loro per sperare di vedere apparire queste caratteristiche nei cuccioli. I difetti di “costituzione” solitamente sono recessivi: se i genitori sono mancini o cagnoli o hanno gomiti scollati, poco importa se un bisnonno comune aveva una costruzione da manuale. Questi pregi si sono evidentemente persi con il passare delle generazioni.


I pregi di “tipo” sono invece più  spesso recessivi. La presenza nel pedigree di un antenato comune a entrambi i riproduttori può quindi far ben sperare di veder riapparire caratteristiche interessanti anche se queste non si sono evidenziate in tutte le generazioni. Ricordiamo però che ad ogni accoppiamento con un soggetto che non presenta la caratteristica desiderata, la probabilità che questa possa essere portata avanti allo stato latente si dimezza. La ricerca di una caratteristica rara, che non compare da tempo, attraverso l’accoppiamento in line-breeding è paragonabile a un terno al lotto.
Purtroppo per molti allevatori il line-breeding è un modo per sentirsi rassicurati, non lasciando un metodo di allevamento che è divenuto una “atto di fede”, quando sarebbe invece meglio concentrarsi sull’analisi della morfologia piuttosto che sui pedigree.

Lo studio della genealogia è indubbiamente importante, ma non dovrebbe prescindere dalla valutazione morfologica dei riproduttori, mentre in alcuni casi c’è chi arriva a decidere gli accoppiamenti “a tavolino”, magari contando il numero di campioni, ma prescindendo dalla morfologia e (di fatto) dalla reale genetica dei riproduttori.
Lavorando in questo modo, il line-breeding non comporta alcuna “garanzia”, ma semmai costituisce un “rischio” (seppure basso) di comparsa di problemi legati all’eccessiva consanguineità.
Tanto varrebbe accoppiare in outcross e avvalersi dei tanto declamati benefici della “diversità genetica”.
Dal punto di vista morfologico-caratteriale si sarebbe allo stesso modo nelle mani delle leggi probabilistiche.
Una leggera consanguineità, comunque, a prescindere dai piani operativi di accoppiamento scelti dagli allevatori, risulta essere in molti casi imprescindibile, se si vuole fare una certa selezione, in quanto i soggetti veramente selezionati disponibili per la riproduzione risultano essere in numero relativamente limitato.
Non dimentichiamo che le iscrizioni ai libri genealogici non si riferiscono solamente ai cani di qualità che frequentano expo o prove di lavoro o che in ogni caso sono frutto di confronto tra allevatori diversi.
In questi numeri sono compresi i famigerati cani dell’Est e le cucciolate degli allevamenti intensivi che puntano più sul numero di cani venduti che sulla loro qualità.
Ancora troviamo le cucciolate dei privati che accoppiano col cane più vicino o che rispondono ad annunci per “cuori solitari” con criteri di scelta del partner che si discostano dai dettami canonici della cinofilia ufficiale.
Dopo una scrematura dei cani non selezionati e di tutti quei soggetti che risultano essere appartenenti alla propria razza solo “sulla carta”, di fatto, per molte razze mediamente rappresentate, la scelta degli allevatori di qualità si riduce a una cerchia ristretta di cani quasi sempre imparentati tra loro.
Così come è riduttivo ricercare la consanguineità a prescindere dalla qualità, allo stesso modo sarebbe irresponsabile accoppiare con un cane di scarsa qualità per cercare “sangue nuovo”.
E’ ovvio che, se l’alternativa è l’impiego di un cane mediocre, è sicuramente preferibile restare “in famiglia”.
L’importante è capire che non è la consanguineità a dare particolari garanzie, ma la discriminante è piuttosto la qualità dei soggetti e il modo serio di lavorare degli allevatori.

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