Ebbene sì, lo confesso: sono una volontaria pentita. Nel senso che mi sono pentita di aver pensato di fare volontariato in un canile.
La storia non è recente: si parla di una trentina d’anni fa.
Ma siccome sono immensamente tardona, ahimè, si parla ugualmente di tempi in cui non ero una ragazzina, ma una donna – e soprattutto una cinofila – adulta.
Allevavo e addestravo già da diversi anni quando mi recai piena di sacro ardore al canile della mia città, offrendo la mia opera molto umilmente, ma non nascondendo la mia esperienza cinofila.
E perché avrei dovuto?
Immaginavo che ai gestori del canile fosse utile sapere se ero in grado, che so, di fare un’iniezione…o semplicemente di distinguere un cucciolo maschio da una femmina.
I gestori, in realtà, mi fecero molte feste quando spiegai che avevo studiato veterinaria per cinque anni (anche se avevo già mollato senza laurearmi, ero relativamente fresca di studi), mentre storsero leggermente il naso quando seppero che ero un’allevatrice.
Vabbe’ – pensai – saranno i classici animalisti che pensano che gli allevatori detestino i bastardini di default.
Ma pensai anche che avrebbero cambiato subito opinione sul mio conto, scoprendo che amavo tutti i cani con identica intensità e che avevo – allora come oggi – il mio meticcio a casa insieme ai cani di razza.
E poi il fatto che volessi fare volontariato doveva pur significare qualcosa, no?

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“Nooooooooo! – commentò invece una simpatica ragazza, già volontaria da un anno allo stesso rifugio, che conobbi il mio primo giorno di “lavoro” – Non dovevi dirgli che allevi! Qui vogliono gente che faccia tutto quello che dicono loro e che possibilmente non capisca niente di cani. I cinofili “veri” finiscono sempre per litigare: quello che ha resistito di più è rimasto un mese”.
Io no.
Io durai meno di dieci giorni.
E pensare che, dopo aver parlato con quella ragazza, avevo deciso di mettercela tutta per non dar fastidio a nessuno.
Avevo pensato che i precedenti cinofili “veri” fossero andati lì a fare i saputelli, magari a infondere scienza dall’alto anziché a dare una mano concreta.
Ma io non mi sarei comportata così: io non volevo “tirarmela”, volevo solo aiutare i randagi.
Poiché la mia prima settimana di volontariato coincideva con l’inizio delle mie ferie (scelta voluta), in quel periodo avevo deciso di andare al rifugio ogni giorno, per prenderci un po’ la mano e capire l’andazzo.
Mi misi quindi di buzzo buono a pulire cacche e preparare pappe, con la ferma intenzione di starmene zittina e di non rompere.
Ma accidenti, se era dura!
Tanto per cominciare, nelle ciotole finiva di tutto: e pazienza il mangime da tanto al mucchio (dopotutto si viveva di beneficenza); pazienza il pane secco a carrettate.
Ma arrivavano anche intingoli di dubbia provenienza, pieni di misteriose salse e sughi letteralmente puzzolenti (un ristoratore “di buon cuore” ci portava gli avanzi del suo locale: ma quali? A giudicare dall’odore, quelli della settimana prima!).
Il terzo giorno, di fronte a un paio di chili di salame evidentemente rancido, osai la mia prima obiezione: “Scusate, ma…non credo che questa roba faccia molto bene ai cani”.
Venni raggelata da un: “Benissimo: allora domani ci porta lei la carne fresca per tutti e settanta?”
Chiusi il becco.
In realtà avevo già portato in canile tre sacchi di mangime (quello che davo ai miei cani), sperando che mescolato a quello in uso al canile apportasse un po’ di proteine aggiuntive: ma era vero, non bastava per tutti e settanta.
O meglio…forse bastava, ma per un giorno.
Io avevo intenzione di ripetere l’offerta una volta al mese, ma era già un sacrificio non indifferente: di più non potevo proprio fare.
Quindi chiusi il becco e lo tenni chiuso fino a pochi giorni dopo…quando una cagna in VISTOSISSIMO estro (bastava farle un grattino dietro un orecchio perché spostasse la coda con aria languida e col fumetto sulla testa che diceva “prendimi-prendimi”) venne allegramente infilata nel box di un maschio.
“No, no, aspettate! E’ in calore!” urlacchiai, pensando a una svista.
E invece, per la seconda volta, venni presa di petto dalla moglie del gestore, che mi rifilò un’irritatissima filippica sul fatto che la cagna aveva sicuramente finito il calore, perché erano già due giorni che non perdeva più sangue; e sul fatto che loro non avevano bisogno di professori e soprattutto non avevano niente da imparare da una che allevava (tono schifato-che-più-schifato-non-si-può) cani di razza (ovvero: merde).
Ora, io ero andata lì per fare la volontaria, non il capro espiatorio: a pesci in faccia, l’egregia signora poteva prenderci sua sorella.
Le risposi quindi di tutto e di più, mentre nel box accanto a noi cominciava un corteggiamento serrato che sarebbe sfociato due mesi dopo in una bella cucciolata di meticci (da aggiungere agli altri settanta infelici).
Indicai alla gentil madama i cani ormai belli che attacati, e lei sbottò in savonese: “Ma mìa che bagascia…nu lè ciù in calur, ma ghe sta!” (traduzione: “Ma guarda che cagna di facili costumi…non è più in calore, ma accetta ugualmente il maschio”).
Poi alzò le spalle, disse che comunque “i cuccioli erano facili da sistemare” e concluse che io ero una rompipalle e lei l’aveva capito fin dal primo momento: quindi, se non mi piaceva il modo in cui veniva gestito il rifugio, potevo tornarmene da dove ero venuta.
Non me lo feci ripetere due volte: anche perché, essendo lì da poco più di una settimana, non avevo avuto il tempo di affezionarmi in modo irreversibile a tutti i settanta ospiti del canile.
Gli volevo già abbastanza bene da piangere mentre me ne andavo (ma forse era soprattutto rabbia), ma non li sentivo ancora come “miei” cani: non so cosa sarebbe successo, né come avrei reagito, se fossi stata lì da un mese.
Col mio carattere dubito che sarei riuscita a sopportare quel tipo di atteggiamento, neppure per amore dei cani: ma sarebbe stata sicuramente più dura.
Comunque il problema non si poneva: avendo appunto il carattere che ho, misi fine seduta stante alla mia carriera di volontaria.
E non ebbi mai più il coraggio di riprovarci.

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Sono passati trent’anni, l’ho detto. E pensavo che da allora qualcosa fosse cambiato.
Invece no: molti racconti degli attuali volontari (non tutti, grazie al cielo: ma molti) sono raccapriccianti come i miei ricordi.
L’ignoranza regna sempre sovrana, l’arroganza è sempre diffusa, i cani continuano a mangiare porcherie…e i volontari con cui ho avuto modo di parlare in questi ultimi tempi si dividono in tre categorie:
a) quelli che si accorgono che le cose non vanno come dovrebbero andare ma resistono per tempi più o meno lunghi solo perché non sono scappati in tempo, si sono innamorati dei cani e per amor loro sopportano, pur sbuffando e tirando moccoli;
b) quelli che, non capendo molto di cani, hanno cieca fiducia nei gestori che “hanno un sacco di esperienza e quindi fanno sicuramente le cose giuste”;
c) quelli che si accorgono che qualcosa non va…ma in fondo sono contenti così.
Sotto sotto sono quasi gratificati dalla vista di box fatiscenti, cibo scadente e cani malaticci, perché questo li fa sentire molto martiri: e a differenza di me, loro il martirio se lo godono.
Se per caso arrivasse la fatina con la bacchetta magica a trasformare il rifugio in una pensione a cinque stelle, probabilmente smetterebbero di andarci. Non ci sarebbe più gusto nell’assistere cani che stanno bene.
Vuoi mettere la soddisfazione di raccontare che si è passata una notte di bufera a mettere teloni di fortuna sulle gabbie, bagnandosi come pulcini, perché altrimenti i cani sguazzavano nel fango? Se si fossero state delle belle tettoie prefabbricate…dove sarebbe finito il sottile piacere del martirio?

Il fatto che esistano le categorie b) e c) – e che siano in assoluto le più numerose – la dice molto lunga sulla situazione di canili e rifugi.
Infatti, quando io cerco di spiegare i motivi per cui non solo me ne sono andata, ma vorrei che se ne andassero TUTTI i volontari che si trovano in situazioni come quella che ho vissuto io, mi sento immancabilmente rispondere: “Sì, ma poi ai cani chi ci pensa? Se i volontari andassero via tutti i canili dovrebbero chiudere: e dei cani che ne facciamo?”
I volontari più “estremisti” (leggi animalisti) arrivano ad accusarmi di crudeltà mentale; mi vedono come una che spera nell’estinzione di tutti i bastardini perché voglio solo i cani di razza su cui speculare.
Il dialogo è difficilissimo, quasi impossibile: perché loro si sentono santi...e in effetti lo sono!
Ma non si accorgono che così fanno il gioco di chi specula sul vero e proprio business del randagismo.

Signori, guardiamo in faccia la realtà.
Ma proviamo a guardarla da fuori, in modo distaccato, dimenticando gli adorabili musetti di Fuffi, Bubi e Frida e cercando di essere freddamente obiettivi.
Finché ci saranno volontari-martiri, disposti a sopportare ignoranza ed arroganza solo perché l’alternativa è drammatica (eutanasia oppure rimessa in strada dei cani stessi), gli speculatori faranno i salti di gioia.
E devo dire che in fondo io potrei anche infischiarmene (cavoli loro, se vogliono farsi sfruttare): ma il fatto è le angherie non sono rivolte solo ai volontari-martiri.
Sono rivolte anche ai CANI.
E questo non mi sta più bene.
Sentire che ancora oggi, a distanza di trent’anni dalla mia disavventura, c’è gente che non sterilizza, che mescola maschi e femmine a casaccio e che mette le COZZE nella pappa perché c’è un altro “ristoratore di buon cuore” che ne scarica camionate davanti al rifugio…be’, mi fa rizzare i capelli.
Perché trent’anni fa ancora non si sapeva…ma oggi si sa benissimo, con prove e controprove alla mano, che la stragrande maggioranza delle associazioni protezionistiche è ricca.
Purtroppo, però, i soldi non sempre finiscono ai cani. Anzi.
L’esempio più eclatante è stato quello del presidente di una notissima associazione: per dieci anni i lasciti, gli immobili, le vere e proprie VAGONATE DI SOLDI che la gente di buon cuore si illudeva di lasciare in eredità ai cani e ai gatti randagi… in realtà finivano nelle tasche di chi deteneva il potere a capo di questa associazione.
Non sono tutti così, certamente: il presidente di cui sopra venne sospeso dal suo incarico e sostituito da persona di tutt’altro spessore morale.
Però, se non è il presidente, è il vice…e se non è il vice è magari il capetto della delegazione locale.
C’è sempre – o quasi sempre – qualcuno che allunga le mani interrompendo la catena gentedibuoncuore-animali, e trasformandola in gentedibuoncuore-taschesue.
E intanto gli animali continuano a mangiare cozze e salame rancido…perché “si vive di beneficenza” e non ci sono soldi per un vitto decente, ma neppure per le vaccinazioni o – cosa ancora più importante – per le sterilizzazioni.
E non ci sono no, i soldi!

Finché qualcuno se li metterà in tasca prima che arrivino davvero agli animali, non ci saranno MAI!
Ma cosa si potrebbe fare per metter fine a questo circolo vizioso, tenendo ben presenti i diritti dei cani (e gatti, non dimentichiamoci che ci sono anche loro) ma impedendo che si continui a speculare sulla loro pelle?
Innanzitutto, una buona legge. Che non c’è, o meglio c’è ma non è sufficiente.
E poi bisognerebbe pure smetterla con questo “volontariato obbligato”: i cani  possono essere anche seguiti e curati da professionisti, pagati per farlo e obbligati a tenere gli animali in modo impeccabile, altrimenti perdono il lavoro e vengono pure denunciati.

Solo che non si farà mai niente di tutto questo.
E non si farà perché, sotto sotto, non c’è AFFATTO la volontà di far sparire il randagismo, che arricchisce chi ci specula e fa sentire tanto “santo inside” chi, per buon cuore e amore per gli animali, fa sfruttare se stesso e loro.
Ma se “santi” va bene, “martiri” non funziona:  perché in tal modo, per amore dei cani, si diventa complici di chi vuole continuare a vedere i rifugi pieni.
Anche a me si scioglie il cuore quando vedo un cane che mi guarda attraverso le sbarre: ma bisogna imparare a vedere la cosa da un punto di vista più ampio, se vogliamo evitare che i cani continuino a finirci, dietro a quelle sbarre.

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20 Commenti

  1. oh valeria. questo tuo arriva come cacio sui maccheroni.. e io che vorrei andare a conoscere i volontari dei canili che gravitano intorno al mio comune… mi fai passar la voglia .. anche se un po’ me l’han già fatta passar loro quando mi han detto che non si fanno lasciare neppure un contributo minimo quando danno il cane in adozione xkè ‘i cani non si pagano’ . alla mia obiezione: le spese che avete fatto per nutrirli, vaccinarli sterlizzarli ecc è giusto che l’adottante partecipi, che possa ‘dare un valore’ al vs lavoro, mi sono vista arrivare uno sguardo del tipo ‘poverasceminachesei—‘

    • @Dani: i volontari, nove volte su dieci, sono animalisti. Gli animalisti, purtroppo, nove volte su dieci sono: a) ignoranti (in senso buono: cioè “ignorano” letteralmente cos’è un cane e tutto ciò che comporta l’allevare bene un cane); b) indottrinati dai furbetti del quartiere che con tanta demagogia e poca-niente logica li fanno sentire santi&martiri. Purtroppo, molto spesso, in questo ruolo i volontari ci sguazzano, senza capire che fanno il male dei cani.
      L’unica alternativa sarebbe un po’ di sana cultura cinofila… che però passa molto difficilmente quando il fanciullo di turno ha già subito il suo bel lavaggio del cervello 🙁

    • C’è anche chi i contrbuti se li fa dare. E’ una scelta dell’associazione o dell’ente pubblico che gestisce il rifugio. Comunqe non è solo perché i cani che non si pagano…. con tutte le voci che circolano e le malignità che si dicono (grazie a qualche subdolo individuo che avvalora le tesi), ci manca solo che gente si metta a dire che i canili intascano altro denaro per i cani adottati! Nel rifugio dove faccio volontariato io i cani adottati non si pagano… e quando un cane è adottato il contributo arriva lo stesso, in altra forma. Nel senso che almeno per quel cane non si dovrà piu’ spendere per cibo, vaccinazioni e cure. Non puoi usare lo stesso metro di misura che hai in allevamento. Sarebbbe come se ti rimanessero tutti i cuccioli sul groppone per due anni… non per qualche mese. Arrivi a un punto che non hai piu’ la pretesa di andare in pareggio, ma ti darebbero già una grossa mano togliendoti quello che per te ormai è solo un costo.
      Tieni conto poi che il mondo fuori è pieno di privati con cucciolate da piazzare… farsi pagare i cani significa di fatto decidere di non fare uscire neanche un cane… che alla fine è anche economicamente svantaggioso oltre che brutto per i cani stessi.

      • verissimo Denis, compresa la parte della cucciolata che ti resta invenduta; nello stesso tempo sono dell’opinione che il cane ‘gratis’ è quello che rischia maggiormente proprio perchè non gli viene dato un ‘valore’ .. lo so che è ‘na brutta rrrobba, ma così è..

  2. E poi magari fanno mille storie per affidarti un cane perchè non gli darai il mangime costosissimo o non lo fai dormire sul divano…

  3. io penso comunque che sei stata perticolarmente sfortunata. E vero che è un ambiente che pullula di personalità sospette, di pazzi, di idealisti di incompetenti… ma ci sono anche persone veramente in gamba e veramente, motivate da una passione pura senza nessun tipo di tornaconto. Soprattutto ai livello prettamente operativo e non ideologico. Cioè tra quelli che spalano la cacca e si alzano ogni tre ore ad allattare i cuccioli raccolti nei cassonetti, non tra quelli che fanno i banchetti in piazza, i poster e i volantini e stanno tutto il giorno al computer a predicare. E’ un po’ la storia degli allevatori di cui parlavi negli articoli precedenti, dove sostieni che quelli seri e competenti ci sono ma non sono visibili. Secondo me nel caso dei canili è ancora piu’ vero… perché in questo caso chi è poco visibile fa tanto, anche se spesso non ha tempo per stampare riviste e volantini per farsi pubblicità perché il tempo lo deve impiegare diversamente.
    Gli allevatori che allevano bene invece fanno pochi numeri… ed è logico che sia cosi’.
    Ci sono tante strutture dove non si sbattono maschi e femmine a caso nello stesso recinto, ma tutti i cani sono sterilizzati, ben nutriti e curati meglio di tanti cani di proprietà. Per me sbagli a prenderla cosi’ drasticamente… anche perché poi di fatto i cani abbandonati sono una dato reale da cui non puoi prescindere. Io mi sono scazzato col mondo dell’allevamento, gli ho detto addio.. o forse ci vediamo tra qualche decennio, ma per adesso stop. Ma fare questo non comporta niente di drammatico per i cani… non ne comprerò (se tanti faranno come me calerà la domanda e se ne faranno meno). Non ne produrrò (e non cambia assolutamente nulla a livello di popolazione.. una goccia nel mare). Basta. Se mi scazzo con gli “animalisti” (anch’io odio questo termine… e pensa che è pure nel logo dell’associazione che sostiene il canile dove vado… quando hanno scelto il nome non mi hanno interpellato :)) ennesima pugnalata nella schiena).. dicevo.. se mi scazzo con gli animalisti non è cosi’ semplice dire, bastao ok non faccio piu’ niente. Perché i cani comunque ci sono… significa non fare nulla ma nulla nulla per quei cani che sai benissimo che ci sono (e chi sono e cosa provano). Ovvio che in una situazione di totale incompatibilità o in presenza di episodi di corruzione, mi taglierei fuori completamente. Ma se è solo una questione di qualche divergenza di gestione e di sopportare la vecia che da troppo cibo o che mette le coperte di lana in giungno o il giovinastro che lascia la scopa fuori posto o pensa che se un cane non mangia oggi mangerà domani, insomma per fare qualcosa di concreto penso che sia opportuno cercare qualche compromesso. E se proprio si valuta che non ci sono possibilità, vale la pena cercare altrove e guardarsi intorno perché in questo caso non è che se noi smettiamo, cala l’offerta di volontari e la gente smette di abbandonare i cani. Anzi.. le cose andranno sempre peggio.

    • @Denis: che io sia stata sfortunata è certo: purtroppo, però, nel corso degli anni ho sentito fin troppe testimonianze di altra gente altrettanto sfortunata, un po’ in tutta Italia… e non ho pensato “mal comune mezzo gaudio”, ma “mal comune, che disastro per i cani”! Poi è chiaro che c’è anche l’altra faccia della medaglia: però, in fondo, ci vorrebbe poco per far sì che quella buona fosse l'”unica” faccia. Perché tu mi fai il paragone con gli allevatori… ma l’allevatore che cagnareggia lo fa con uno scopo preciso: far soldi. I volontari che fanno le ammucchiate, che non capiscono che le cozze non sono esattamente il top dell’alimentazione e così via, non ci guadagnano un tubo. Quindi non sarebbe poi così difficile far stare meglio sia i cani che loro stessi: basterebbe qualche corso preparatorio in più, basterebbe instillare un po’ di “cinofilia” al posto dell'”animalismo”: non ci vuole poi tanto!

        • i volontari che non capiscono che non si danno le cozze, fortunatamente, non sono la maggioranza. E sono in diminuzione… per dati prettamente anagrafici… perchè molto spesso è solo una questione di cultura.
          Per tutto il resto… penso che sia una questione di percesioni personali. Se lavori con gli altri è molto difficile che tu possa trovare chi fa esattamente tutto quello che tu ritieini giusto. Succederebbe anche se dovessi collaborare con un altro allevatore… uno farebbe cosi’ l’altro cosà. Uno tiene piu’ a una certa cosa e l’altro ha priorità opposte.
          Personalmente la cosa che mi ha piu’ turbato in generale non è stato il discorso alimentazione, ma piuttosto molti episodi che a mio avviso sconfinano nell’accanimento terapeutico… a mio avviso già difficilmente giustificabile in un cane di casa, ma con la prospettiva di una via in un box in attesta di una persona “di turno” che fa la terapia…. Vabbeh…
          Il discorso alimentazione invece….. mah.. tu, provendendo dalla scuola “allevatori” sei convinta di avere la verità in tasca, come tanti tuoi colleghi e come tanti veterinari che invece *a mio avviso* al pari di quanto subiscono gli animalisti per altri aspetti, sono indottrinati da una “scuola” che prende le direttive dalle multinazionali produttrici di mangimi. Sul piano pratico… (impepata di cozze a parte) è tutto da verificare se la carne del ristorante vecchia di tre giorni (che un lupo mangerebbe) sia poi tanto peggio di un piatto di croccantini di sei mesi, che si è però conservato grazie al grande miracolo della chimica… e che un lupo non troverebbe. Chissà. Intanto in canile mi capita di vedere sempre piu’ spesso cani ultrasedicenni. Provataemnte ultrasedicenni. All’inzio pensavo che i volontari gonfiassero un po’ la cosa per far vedere che li trattavano bene… ma col passere degli anni posso ormai ahimé avere la prova certa. Il che da un lato è drammatico perché significa che in sedici anni è stati capaci di piazzare un cane giovane e sano. Ma dall’altro vuol dire che … forse le cognizioni cinotecniche dei volontari non sono poi tutto questo disastro. E quanto potrò vantare di aver visto anche a casa degli allevatori altrettanti cani raggiungere questi traguardi, allora ne riparleremo. Per adesso, mi risulta che le cose vadano diversamente.

          • @Denis: quella che ha la verità in tasca sull’alimentazione non sono io :-)! A dire il vero io, dopo trent’anni, non ho ancora deciso se sia meglio il mangime o la pappa casalinga. Di mangimi ne ho provati a carrettate, e la mia ultima cana è stata biecamente alimentata anche con tutto quel che arrivava dalla tavola degli umani, sfiorando il traguardo dei 18 anni. Quindi, sull’alimentazione non mi sento esattamente un guru… però le cozze mi paiono un po’ eccessive! 🙂
            In ogni caso, la goccia che ha fatto traboccare il mio personale vaso è stato veder mettere una cagna in calore insieme ai maschi. E questo NON è stato un caso singolo, perché basta guardare i siti dei vari rifugi per trovare cucciolate a tutto spiano…spesso “nate sul posto” per ammissione degli stessi volontari. Un incidente qua, un “mi è scappato là”…ma porcapaletta, non bastano tutti i cani di cui i canili già strabordano? Farne nascere altri mi sembra proprio una bestemmia cinofila.

          • @redattrice,
            le nascite che avvengono all’interno del canile sono anche per me le cose che reputo piu’ gravi. Però per fortuna non sono episodi tra i piu’ frequenti… almeno qui da me le femmine che entrano in rifugio vengono TUTTE sterilizzate. Forse altrove la realtà è diversa… e in effetti in passato non è sempre stato cosi’. Qualche episodio increscioso dovuto a leggerezze che non dovrebbero essere tollerate è successo persino nel canile dove faccio volontariato io. Tanti anni fa però. Anche se i cuccioli nati oggi ultratredicenni li abbiamo ancora… perché come tutti i cuccioli nati in canile, crescono timidi, un po’ selvatici, con pochi stimoli e poca socializzazione. Un caso fu di una cagna che per anni e anni non era rimasta gravida pur condividendo il recinto con un maschio che poi mori’. I volontari credendola sterilizzata introdussero un secondo maschio nel recinto. E patatrak. Del resto nessuno sospettava ci fossero “ancora” femmine non sterilizzate nel rifugio….. anche se penso che se ci fosse stata un minimo di competenza da parte di chi tutti i giorni pulisce i recinti e dà da mangiare….. un calore non è che può sfuggire. Un altro episodio analogo con una femmina che ha avuoto la sfortuna di andare in calore proprio poco dopo il suo arrivo…. era già in previsione la sterilizzazione ma non si è fatto in tempo. Entrambe sono state sterilizzate in seguito….. e anche all’interno del rifugio ci sono state un po’ di discussioni, gente che si è giustamente arrabbiata. Però la reazione “basta, vado via, non voglio piu’ avere a che fare con il mondo dei rifugi” è eccessiva e … soprattutto non porta da nessuna parte. Nel senso che questi episodi continuano ad accadere e…. le tristi conseguenze ricadono sulla cinofilia in generale. Mentre invece se c’è qualucuno che pur criticando, facendo casino ecc. non se ne va e sprona a migliorare… poi col tempo le cose possono cambiare ed evolversi in meglio.

  4. “molti episodi che a mio avviso sconfinano nell’accanimento terapeutico… a mio avviso già difficilmente giustificabile in un cane di casa, ma con la prospettiva di una via in un box in attesta di una persona “di turno” che fa la terapia…. Vabbeh…”
    cito questa tua frase per rispondere al tuo dubbio: personalmente – ossia vale solo per me – non mi accanisco per voler far arrivare un mio cane, palesemente malato e sofferente, ad un traguardo da vegliardo. sia pure con estremo dolore lo accompagno dal veterinario per l’eutanasia quando è necessario. Avessi potuto fare lo stesso regalo a mio padre quando – per + di un anno – è stato ostaggio di medici, medicinali e operazioni, tutti assolutamente i.n.u.t.i.l.i a migliorare la sua condizione di sofferenza…

    • @dani per me è lo stesso. Ma l’accanimento terapeutico di cui parlo non riguarda cani da portare al traguardo da vegliardo. Quelli solitamente ci arrivano da soli e in gamba senza accanimenti… mi riferisco invece a cani piu’ giovani con gravi problemi, a volte addirittura cuccioli… cani con malattie incurabili o curabili con cure non risolutive che ne prolungano la vita in un eterna convalescenza senza reali prospettive di adozione.
      Anche in questo caso è questione di punti di vista…. probabilmente qualcuno mi definirebbe come persona “dalla sopressione facile” che vuole bene ai cani finché sono sani e perfetti. In realtà non è certo cosi’, ma ovviamente ognuno percepisce le cose a modo suo.

  5. Io faccio volontariato, e grazie al cielo situazioni come quelle che hai descritto non mi sono capitate, anzi è un rifugio tenuto bene e ben pulito, c’è da dire che siamo in provincia e abbiamo solo 20 cani di cui una decina sono gli anziani, quelli che difficilmente verranno adottati e gli altri man mano che vengono adottati fanno posto per altri pelosi provenienti dalla Romania o da associazioni italiane in difficoltà! L’unica obiezione che ho fatto una volta è perchè ci sono dei cani obesi, e secondo me un cane obeso non è felice, o perlomeno non è sano, l’obesità fa parte delle problematiche umane… però a quanto pare tanti pensano di “consolare” il cane sfortunato con una valanga di cibo.. ma da quel poco che so, il cibo certo che serve, ma non puoi dare le stesse porzioni a cani di taglie diverse… Poi non lo so, forse devo solo stare zitta e ringraziare che loro ce l’hanno da mangiare e altri poveri cani sono pelle e ossa..

  6. personalmente ho avuto un’esperienza pessima sia nel tentativo di adottare un cane – ma ho già commentato su un altro articolo ;)- sia nel provare a varcare la porta del canile per propormi come volontaria!

    • Mi aggrego! Cercare il secondo cane in canile e’ stato il festival delle cugginate. Ho gia’ una femmina e bisognava darmi per forza un maschio perché se no due femmine litigano (e ovviamente il fatto che la mia femmina sia simpatica come un orso bruno quando un’altro cane entra in casa sua e quindi si debba cercare con cura un cane/cagna capace di sopportarne il carattere lunatico e prepotente e’ del tutto ininfluente…); un cane piccolo no se no la tua grande gli fa male (sempre del tutto ininfluente il fatto che la ‘grande’ al parco giochi con cagnini di 3kg senza neanche sporcarli…); questi setter li hanno abbandonati perche’ non inseguivano le lepri, ma non te li do perche’ hai un gatto e lo inseguirebbero (le lepri no e i gatti si? Cosa sono, setter razzisti?); eccetera eccetera…. Finche’ sono andata all’altro canile dove mi hanno portato davanti alle gabbie dicendomi “scegli pure”. Sono riuscita a trovare il mio cane perfetto (femmina…), ma solo perche’ ho un po’ di esperienza e quindi riesco a valutare un cane abbastanza bene, e comunque avendo tanto tempo libero e passione per i cani potevo anche permettermi di essere abbastanza elastica da adattarmi a un cane… Ma non oso immaginare se ci fosse stata un famiglia alla prima esperienza che non poteva permettersi di adattarsi a un cane problematico preso per la cattiva cura verso le adozioni da parte dei volontari.

  7. Grazie per questo articolo.
    abbiamo dovuto trovare una nuova famiglia per la nostra Welshie due anni fa e da quando e partita, nonostante il ricevere regolarmente foto dalla sua famiglia e il fatto di sapere che sta benissimo, sentiamo un vuoto importante in casa. soprattutto per i bimbi, la sua assenza e difficilissima. purtroppo non ci e possibile vivere con un cane. non a breve. quindi avevo pensato – e mi ero illusa – di poter andare ad aiutare nei canili circostanti. magari portare a passeggio uno o l altro cagnone con i bimbi…. ma dopo aver letto questo articolo, non lo faro. mi rendo conto come sia impossibile non attaccarsi, non voler bene, non voler salvare TUTTI i randagi che incontreremo. non e nella mia natura poter semplicemente aiutare, passeggiare, senza affezionarmi, tanto meno per i miei bimbi. sarebbe una difficoltà emotiva in più per loro. e anche per me.
    pazienza. aspetteremo che le condizioni cambino e di poter finalmente ritrovare la gioia di avere un cagnone in casa nostra.
    grazie

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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