giovedì , 30 ottobre 2014
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Addestramento: conta di più il metodo o la “mano”?

Sono, sinceramente, arcistufa delle infinite polemiche tra “gentilisti” e “tradizionalisti”, che già fiorivano dieci anni fa, quando vide la luce per la prima volta “Ti presento il cane”, e che continuano imperterrite ancora oggi.
Sono arcistufa di sentir definire i gentilisti come imbonitori di folle che – a forza di belle parole – spillano soldi alla gente facendo leva sul loro affetto per il cane, senza peraltro ottenere risultati più che mediocri; e  anche di sentir definire i “tradizionalisti” come nazisti e/o mostri torturatori che usano strumenti dai nomi sinistri come “collare a strozzo” o “collare a punte” (per non parlare poi del famigerato “collare elettrico”).
Non ne posso più di sentir dire che l’agility è uno sport “buono”, mentre le prove di utilità sono “cattive”…o di leggere, come ho letto pochi giorni fa, che usare il collare elettrico è normalissimo, mentre i veri maltrattatori sono gli appassionati di disc dog perché i cani, saltando, si scatafasciano i legamenti.
Sappiamo tutti benissimo (e dico proprio TUTTI… anche chi finge di ignorarlo) che si può addestrare un cane da utilità con estremo amore e rispetto, e si può fare violenza anche su un cane da agility o da freestyle.

Collari a strozzo. Questo è uno degli strumenti su cui maggiormente si accentrano le polemiche tra “gentilisti” e “tradizionalisti”

Non esiste, secondo me, alcuna lavagna su cui scrivere “buoni” o “cattivi” basandosi sul metodo o sulla disciplina scelta; mentre dovrebbe esistere – eccome, se dovrebbe! – una bella lavagnona su cui andrebbero scritti singoli nomi di persone che lavorano bene o male, indipendemente dal metodo e dallo sport a cui si applicano (tanto per dirne una, il celebre Cesar Millan, tanto osannato in TV, per me andrebbe dritto nei “cattivi”).

Alcune riflessioni:

a) “addestramento gentile” e “addestramento tradizionale” sono semplici etichette. In realtà esiste solo un “fine”, l’educazione-addestramento-controllo del cane, che si può raggiungere con mezzi diversi.
Questi mezzi non possono mai prescindere dall’assoluto rispetto per l’animale, e questa è l’unica vera condicio sine qua non: in cinofilia il fine non giustifica mai certi mezzi. Ma i mezzi vanno sempre adeguati all’età, al sesso, alla razza, alla taglia e soprattutto alle caratteristiche psichiche del singolo cane, studiandolo il più possibile prima del lavoro e soprattutto “durante” il lavoro, captando i suoi stati d’animo e adeguando le nostre azioni alle sue reazioni (e viceversa!).
Nei percorsi di agility non è ammesso l’uso di alcun collare, neppure di quello antipulci. Eppure, anche nell’ addestramento a questo sport “gentile”, c’è chi fa violenza sui cani pur di vincere ad ogni costo. Sono sempre le singole persone a sbagliare, non esistono metodi (o sport) da applaudire o condannare in assoluto.
Applicare un solo metodo con cieco fanatismo, ripudiando per principio qualsiasi suggerimento possa venire dall’ “altro versante”, per me è segno non solo di arroganza, ma anche di scarsa preparazione e conoscenza cinofila.
Chiunque ne sappia “davvero” di cani, chiunque abbia lavorato per un po’ di anni con un po’ di cani diversi (e intendo diversi anche per razza-taglia-peso-età, non “con centodue border collie” o “duecento labrador” diversi), non può non rendersi conto che non esiste la ricetta infallibile e non esistono bacchette magiche.
Ogni cane è un individuo a sé, così come ogni bambino ha una propria personalità e un proprio modo di reagire agli stimoli.
Ci sono cani (e bambini) con cui basta “spiegarsi gentilmente”, ma ci sono anche cani (e bambini) che ogni tanto hanno bisogno di un intervento di polso (il che non significa affatto che devono essere massacrati di botte).
Ignorare questa esigenza “perché non è gentile” significa ignorare una verità fondamentale in qualsiasi tipo di educazione: gli esseri viventi e pensanti (come cani e bambini) NON SONO TUTTI UGUALI.
Non tutti rispondono positivamente alla gentilezza, come non tutti rispondono positivamente alla forza. Certamente, se si lavora sempre e solo con un certo tipo di cane o con una sola razza, potranno esserci metodi “quasi” universali (quasi, perché l’eccezione salterà sempre fuori, prima o poi): per questo io vorrei che tutti gli educatori/addestratori facessero un percorso più ampio possibile, lavorando con cani che vanno da un estremo all’altro: dal piccoletto al gigante, dall’adorabile batuffolino tutto coccole e scodinzolii a quello che, appena ti vede, tenta di staccarti un braccio. Purtroppo, specie in alcune discipline che vedono protagonisti cani abbastanza “uniformi”  (vedi l’agility in cui c’è uno sproposito di border collie e in cui non si vedrà mai, che so, un mastiff o un cane corso), gli istruttori hanno l’impressione di lavorare con molti cani, quando in realtà lavorano con diverse sfumature dello stesso modello.

b) se si disponesse sempre e solo di cuccioli di due mesi con cui iniziare il lavoro, probabilmente non sarebbe mai nata alcuna diatriba tra le diverse scuole di pensiero. Infatti, con i cuccioli, la gentilezza (che non si identifica solo col “metodo” gentile) è l’unica strada percorribile.
Non esiste alcuna scuola al mondo che insegni ad imporsi con la violenza su un cucciolo: perfino sui libri tedeschi degli anni ’30 (quella tedesca è la scuola di addestramento più dura che si conosca) già si parla di “convincere con dolcezza” i cuccioli ad eseguire gli esercizi.
Poco importa, poi, che il “seduto” si insegnasse mettendo loro una mano sulla groppa del cane anziché facendogli vedere un bocconcino…e a mio avviso importa poco ancora oggi, perché si può mettere seduto un cucciolo con le mani usando la massima gentilezza possibile (io ho usato questo metodo per decenni e – giuro – non ho mai traumatizzato nessuno. Quanto al metodo del bocconcino alzato sopra la testa, lo suggeriva già Campbell negli anni ’70 e non è certo un’invenzione dei “gentilisti”).
Toccare il cane NON significa seviziarlo o fargli violenza: anche una carezza è “toccare il cane”.
Ancora una volta, ci sono “singoli” cani che vanno toccati meno possibile, perché vanno in eccessiva sottomissione o perché di fronte all’ imposizione entrano in conflitto: in questi casi anch’io, che sono di scuola “tradizionalista”, ho sempre cercato soluzioni alternative.
Non per questo ho dovuto decretare tout court che il metodo del “seduto” con la mano sulla groppa era sorpassato e/o nefando.
E’ un sistema che – se eseguito correttamente, ovvero appoggiando la mano in modo che il cane incontri un ostacolo se cerca di alzare il sedere, e NON spingendo giù la groppa, che è semplicemente una cretinata perché il cane reagisce spingendo in direzione opposta  – funziona alla grande, rapidamente e allegramente, con nove cuccioli su dieci.
Se il decimo ha bisogno di un metodo diverso, non vedo alcun motivo di applicarlo anche agli altri nove.
Qualcuno obietterà: “eh, ma anche le botte funzionano! Allora trovi lecito applicarle?”
Ovviamente no, ma non solo per una questione etica: perché in realtà le botte NON funzionano affatto, o almeno non nel senso che intendo io per “funzionare”. Un metodo funziona quando il cane è felice di svolgere il proprio lavoro, quando non vede l’ora di andare al campo, quando ha gli occhi sorridenti e la coda alta e le orecchie allegramente attente. Questo non sarà solo un cane rispettato dal punto di vista etico/morale, ma sarà anche un cane che darà il massimo, che si impegnerà per fare meglio che può, che ce la metterà davvero tutta per compiacere il suo conduttore. La differenza con un cane che lavora in sottomissione, con le orecchie basse, non scattando felicemente al richiamo ma raggiungendo il conduttore perchè “tocca farlo, altrimenti son guai” è talmente eclatante che dovrebbe saltare agli occhi di qualsiasi giudice. Purtroppo a volte non salta (oppure salta, ma viene ignorata): la maggior parte delle volte, però, fa davvero la differenza. Quindi, anche da un punto di vista utilitaristico, il rispetto “paga” sempre più della coercizione e della violenza.

c) purtroppo la stragrande maggioranza dei proprietari non arriva al campo col cucciolo di due mesi, ma con un cane di un anno-un anno e mezzo che ha già acquisito e consolidato certi comportamenti (la maggior parte dei quali, solitamente, sgraditi al padrone: altrimenti sul campo non ci sarebbe arrivato mai).
A maggior ragione, con cani adulti o “adolescenti”, è indispensabile abbinare tutti i metodi conosciuti per cercare di correggere i problemi, e trovo assolutamente lecito utilizzare qualsiasi strumento che si adatti alla specifica esigenza, specie se il problema in oggetto può mettere a repentaglio la salute (o la vita stessa) del cane, o delle persone e degli altri animali con cui il cane interagisce.
Anche in questo caso il rispetto è prioritario: ma la prima cosa da rispettare è l’integrità del cane!
Io non condanno neppure l’uso di uno strumento fortemente coercitivo – come per esempio il collare elettrico – se il suo uso corretto (che non significa “inutilmente sadico”) mi permette di salvare la pellaccia di un cane che ha preso – e consolidato – il vizio di attraversare di corsa una strada trafficata. Durate una terapia comportamentale, pur di salvare un cane, trovo che quasi tutto sia lecito (sempre se il “tutto” ha una logica precisa, sempre che siano già state tentate tutte le alternative meno violente, sempre che la scelta venga effettuata da una persona competente che sa quello che fa). Invece condanno ferocemente l’uso dello stesso strumento qualora venga impiegato per educare o addestrare un cane (è una follia vera e propria) o addirittura per  “costruire” doti caratteriali che il cane non ha: per esempio aggressività o combattività.

Le prove di lavoro dovrebbero permettere la valutazione del carattere dei riproduttori: ma una prestazione “costruita” con mezzi artificiali non darà mai alcuna valida indicazione zootecnica.

I cani “da lavoro” – che oggi sono in realtà “cani da sport” – dovrebbero mettere in luce le proprie doti naturali, ampliate ed esaltate da un buon addestramento.
Ma le doti non si possono creare artificialmente, perché questo non è solo irrispettoso verso il cane: è irrispettoso verso tutta la cinofilia!
Le prove di lavoro, esattamente come le esposizioni di bellezza, non dovrebbero essere un momento di esaltazione agonistica del conduttore o dell’allevatore, ma un momento di confronto cinotecnico.
Sui risultati (in bellezza come in lavoro) ci si dovrebbe poter basare per la scelta dei soggetti più adatti alla riproduzione in vista del miglioramento di una razza.
Ora… mi piacerebbe proprio sapere che cavolo di informazioni genetiche posso trarre assistendo al lavoro di un cane “costruito” con strumenti meccanici.
Lui potrà anche fare un lanciato a trecento all’ora, ma i suoi figli evidenzieranno solo le lacune che si è cercato di “tappare” alla bell’e meglio con i suddetti strumenti.
Se la cinofilia ufficiale fosse davvero interessata al miglioramento delle razze, e non solo alla distribuzione di coppette (e ai giri di soldi), i campi in cui vengono utilizzati mezzi violenti a fini sportivi (ma possiamo ancora usare il termine “sportivi”?) dovrebbero essere bollati con un bel marchio d’infamia, anziché consigliati dai gruppi cinofili targati ENCI (e/o relative società specializzate);

d) rovescio della medaglia: voler applicare a tutti i costi, e per principio, il metodo gentile a cani adulti che hanno già manifestato seri problemi di conflittualità con il conduttore è spesso causa di cocenti insuccessi. Purtroppo esistono (anche se quasi mai per colpa loro!) cani con cui solo il confronto diretto è davvero risolutivo: confronto che non deve significare “violenza fine a se stessa”, ma che può richiedere un intervento drastico, nei tempi e nei modi più corretti, per il bene del cane.
Personalmente non sono affatto interessata all’utilizzo della “gentilezza a tutti i costi” se mi accorgo che il cane non reagisce positivamente a questo approccio. Continuare ottusamente sulla stessa strada per voler avere ragione a tutti i costi può significare giocarsi il cane: e questo è indice di imbecillità allo stato puro.
Se mi accorgo che è necessario, preferisco dire al proprietario del cane di tirargli un urlaccio  (perché non c’è alcun bisogno di massacrarlo: la voce incazzata è sufficiente nella stragrande maggioranza dei casi) piuttosto che girare intorno al problema per mesi, evitando tutte le situazioni di conflitto…e poi magari scoprire che il cane è stato soppresso perché, appena si è ritrovato lontano dal campo e dai consigli dell’addestratore, ha mandato il padrone all’ospedale.
Sono convinta che sia sempre possibile impostare un rapporto “gentile” con il cucciolo, dominandolo senza mai ricorrere alla forza: ma non credo che sia sempre possibile risolvere con lo stesso metodo tutti i problemi di tutti i cani adulti…a meno di non adottare il cane e tutta la sua famiglia e di tenerseli costantemente sotto controllo, spiegando ogni volta al padrone come deve comportarsi. Il che, purtroppo, risulta un po’ scomodo;

Anche in agility si possono maltrattare i cani, volendo…

e) i normali strumenti di lavoro dell’addestramento tradizionale NON sono strumenti violenti. A volte hanno “nomi” che possono richiamano immagini violente agli occhi del profano, ma in realtà i nomi non hanno alcuna attinenza con l’uso corretto dello strumento stesso.
Il motivo principale per cui si usa il cosiddetto collare “a strozzo”, per esempio, è l’assoluta certezza che il cane non possa sfilarselo a andarsene per i fatti suoi: ma il collare non viene assolutamente usato per strozzare davvero il cane che tira al guinzaglio, perché questa sarebbe follia pura. Il cane, sentendosi soffocare, non si sognerebbe neppure di rallentare il passo, ma tirerebbe ancora più forte per cercare di liberarsi.
Drammatiche scene di questo tipo, con cani dagli occhi strabuzzati che ansimano disperatamente, si vedono purtroppo ogni giorno per le strade cittadine: ma non si vedranno MAI su un campo di addestramento gestito da una persona competente.
Qui si vedranno invece collari “a strozzo” lasciati morbidi come collane, e impiegati con tocchi leggeri per attirare l’attenzione del cane.
Certo, si può ottenere lo stesso risultato con una pallina: è questione di gusti. Personalmente preferisco attirare l’attenzione con l’uso di collare e guinzaglio perché questi, per il cane, devono rappresentare un prolungamento del mio braccio e della mia mano.
La pallina o il bocconcino sono invece strumenti “esterni” che – per come la vedo io – “deviano” l’attenzione dal conduttore agli oggetti.
Altri addestratori sono liberissimi di preferire la pallina per motivi loro (o di alternare i diversi metodi e i diversi strumenti, adeguandoli al soggetto che stanno lavorando): queste sono tutte le scelte rispettabili.
Non trovo rispettabile, invece, che si inveisca contro l’uno o l’altro metodo etichettandolo – a seconda dei casi – come “crudele” o “rammollito”, “da nazisti” o “da signorine”.
Crudeli o rammollite possono essere le persone, non i metodi: un “gentilista” imbecille e un “tradizionalista” imbecille faranno esattamente gli stessi danni, mentre un addestratore competente (e rispettoso, non smetterò mai di ripeterlo) otterrà risultati validi con qualsiasi metodo e qualsiasi strumento.
Mi spingo fino a dichiarare che i migliori addestratori sono proprio quelli che i vari metodi li abbinano…se non altro perché dimostrano di aver avuto abbastanza apertura mentale da volerne imparare diversi, senza arroccarsi su posizioni estremiste che non giovano a nessuno.
Tantomeno ai cani.

 

About Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani da utilità per 16. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di 85 libri cinofili e della serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" , nonché conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto e tiene diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI). Da settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) è tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO).
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5 commenti

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  1. Donatella Tinari

    Quando leggo i tuoi articoli ho la piacevole sensazione che il buon senso riesce a sopravvivere… E’ una bellissima sensazione…


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  2. Vi stimo!!!


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  3. assolutamente d’accordo!! e aggiungo…prima di affidare i vostri cani ad un educatore guardate sempre i SUOI di cani…basta poco a capire se sono educati e felici… troppe volte ho sentito consigli su consigli di come devono stare i cani quando sei al ristorante, quando vai in giro etc etc per poi accorgermi che loro i cani non li hanno mai appresso…sono sempre dentro al kennel…chissà perchè?


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  4. Mi spieghi perchè se cerco di postare il link sulla mia pagina Facebook mi sento dire che “contiene argomenti considerati offensivi” e me lo impedisce? Ma a quanta gente stai sulle balle? :D
    Comunque ho segnalato la segnalazione come sbagliata, vediamo se lo sbloccano


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  5. Ho riportato comunque l’articolo facendo un copia incolla e citando con precisione la fonte, s’impicchi facebook. Sia chiaro che se hai qualcosa in contrario lo elimino al volo! :)
    Ciao


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