PREMESSA:  non posso fare “il vero Standard” dell’American Pit bull terrier, perché l’APBT  non ha uno Standard.
ALT! Maligni, a cuccia!
Non è che non abbia uno Standard “perché non è una razza riconosciuta”, “perché è un meticcione” e per tutte le cugginate che si sentono in giro.
Il pit bull non ha uno Standard perché ne ha DUE: quello UKC (United Kennel Club) e quello ADBA (American pit bull association), che sono le due associazioni americane che riconoscono la razza.
La terza associazione americana è l’AKC (American Kennel Club), che invece non riconosce la razza (e di conseguenza non la riconoscono l’FCI e quindi l’ENCI, perché l’FCI è politicamente legato all’AKC) per un motivo molto semplice e – almeno a mio avviso – molto cretino: quando in America vennero vietati i combattimenti tra cani, l’AKC decise che “non era carino” mantenere il termine “pit” nel nome di una razza, perché il pit è proprio  il recinto in cui si svolgono i combattimenti.
Quindi, solo per motivi di immagine, pensò bene di cambiare il nome del pit bull in “Staffordshire terrier” (che poi sarebbe diventato “American Staffordshire terrier” per non confonderlo con lo Staffordshire Bull terrier).

A quel punto alcuni allevatori – soprattutto quelli che ci tenevano ad andare in expo –  dissero “Vabbe’, chissenefrega, chiamiamoli un po’ come vi pare”, e iscrissero i loro cani all’AKC; altri, invece, rifiutarono di tradire le origini, la storia e tutto il lavoro che gli allevatori avevano fatto fino a quel momento.  E si fecero un club per conto loro, mantenendo il nome originario ed infischiandosene dello show, ma trasformando i loro ex cani da combattimento in cani da lavoro, da adibire alle più svariate discipline (qualcuno, ovviamente, continuò pure a farli combattere, in clandestinità: ma questi lasciamoli perdere perché non ci interessano).
L’UKC (United Kennel Club) scelse invece la mediazione: per loro andava bene tutto, sia “American pit bull terrier” che “Staffordshire terrier”. Pur di raccattare iscrizioni  (tutto il mondo è paese, eh!) avrebbero accettato anche che la razza si chiamasse Topo gigio.

Accettarono quindi i cani già iscritti all’AKC, mentre l’AKC non accettava quelli iscritti all’UKC se si chiamavano “pit bull”, ma li acccettava se venivano iscritti come “Staffordshire terrier”.
Bel casino, vero? Ma è  semplice cinopolitica, purtroppo in balia della razza più pericolosa e più scema del mondo: quella umana.
Comunque: chi sostiene, oggi, che l’APBT “non sia una razza” (invece  l’Amstaff sì, come no, altroché! La riconosce l’ENCI, vuoi mettere?) dimostra di non conoscere la storia.
Infatti i  primi cani iscritti come Amstaff erano Pit bull fatti e finiti, a cui venne semplicemente cambiato il nome!

La storia moderna ha poi visto prendere due strade diverse ai due Club che avevano deciso di riconoscere il pit bull come tale: l’UKC privilegiò un tipo di morfologia “da show”, più appariscente e “palestrata” (e quasi sempre con le orecchie tagliate, perché venivano considerate esteticamente più “belle”), mentre l’ADBA mantenne uno Standard che descriveva un cane da lavoro (e non “da combattimento”, come sostengono i maligni: il fatto è che la struttura ideale di un cane da combattimento è anche quella che permette le più grandi performance sportive e utilitaristiche). Anche l’ADBA, ovviamente, ha sempre fatto le sue esposizioni di bellezza (intesa però SOLO come bellezza funzionale):  anche in questo caso, ad avere (talvolta) le orecchie tagliate sono stati i cani da show e non quelli da combattimento, a cui sono sempre state lasciate integre.

NOTA: se sento dire a qualcuno che un cane con due standard diversi “non può essere considerato una razza” lo spernacchio sonoramente. Il Collie è una razza o no? Eppure lo Standard americano è completamente diverso da quello FCI.
Il Setter è una razza? Anche il suo standard AKC si prende a pugni con quello FCI.
E potrei andare avanti a lungo, ma mi fermo qui perché spero che il concetto si sia capito.

ORIGINI E STORIA
La storia dell’APBT è lunghissima e complicatissima, anche perché si sviluppa contemporaneamente, ma in modi diversi, in tre diverse nazioni: Irlanda, Inghilterra e Scozia.
Ma l’America, allora, che c’entra? C’entra perché,  tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, ci fu una fortissima immigrazione  in America partendo dalla Gran Bretagna: gli inglesi portando con sè i propri cani e – purtroppo – anche il loro “sport nazionale”, ovvero il combattimento tra cani, retaggio dell’antico “bull fighting” (combattimento di cani contro i tori) che era stato proibito dopo essere stato particolarmente amato per secoli (lo utilizzavano addirittura come metodo di macellazione, perché pare che la carne del toro ucciso in combattimento, carica di adrenalina, avesse un sapore più intenso!).
Il termine “bull” (toro, in inglese) che si trova nei nomi di tante razze (bulldog, pit bull, bull terrier ecc.) e che identifica un’intera sezione del gruppo terrier (terrier di tipo bull) deriva proprio da questa pratica, e non è certo legato, come molte Sciuremarie credono, all’aspetto fisico di un cane “che sembra proprio un torello”.

L’iconografia storica dimostra che i campioni del passato (intesi come campioni di combattimento…) erano tutt’altro che taurini: si guardi la foto a destra, che ritrae un grande protagonista dell’epoca, per farsi un’idea.
Per creare cani particolarmente adatti al fighting dog erano stati incrociati terrier (diversi a seconda delle regioni geografiche) con molossoidi (anch’essi diversi, ma riferibili più o meno tutti all’antico bulldog inglese): da qui l’iniziale definizione di “half ‘nd half” (mezzo e mezzo: mezzo terrier e mezzo molosso), poi divenuta “bull ‘nd terrier” e infine “terrier di tipo bull”. C’erano cani di tipo decisamente più terrier ed altri di tipo più “bull”, ma non c’erano cagnoni immani, perché per combattere era indispensabile una grandissima agilità: quindi fisici leggeri e asciutti.

Blue Paul

Dicevamo che, quando il bull  fighting venne proibito in Gran Bretagna, inglesi, irlandesi e scozzesi videro bene di far combattere i cani tra loro. Che ideona, eh?
Però bisogna anche capire un attimino l’ambiente in cui si diffuse questa pratica, che era quello dei minatori, dei contadini, perfino dei pirati (la linea scozzese deriva dal “Blue Paul terrier”, una razza allevata in purezza in Scozia ed arrivato in America al seguito di un pirata di nome Paul Jones).
Gente che nasceva e cresceva nel culto e nella “cultura” (se così possiamo definirla…) della violenza e della legge del più forte.
Non è che facessero combattere solo i cani: si scannavano regolarmente anche tra di loro senza porsi il minimo problema etico. C’è però da dire che una certa etica, nei confronti dei cani, la utilizzavano eccome.
Infatti selezionavano i cani in base alla loro attitudine al combattimento, oltre che alle doti fisiche, alla tempra, alla soglia del dolore (che doveva essere altissima) e così via.
Nessun pit bull dell’epoca veniva “costretto” a combattere e tantomeno veniva maltrattato affinché combattesse: lo faceva perché gli piaceva. Perché non vedeva l’ora. Perché – esattamente come gli umani dell’epoca, quando si menavano tra di loro – ci godeva come un riccio.
Inoltre c’erano regole severissime sui pesi e sulle taglie, che dovevano essere rigorosamente uguali per i due contendenti: mettere, che so, un pit bull contro un rottweiler, come succede nei combattimenti clandestini di oggi, sarebbe stato un vero sacrilegio.
Per capire un po’ la mentalità dell’epoca può essere utile questa frase di Louis Colby, figlio del celeberrimo John (entrambi grandissimi allevatori di pit bull), in merito al fatto che qualcuno avesse fatto combattere i suoi cani contro i maiali: “E’ spregevole e disumano mettere un pit contro un maiale, perché il maiale non partecipa per sua scelta!”.

Invece mettere un cane contro un altro cane lo trovavano normalissimo… e questo suona sicuramente assurdo per il nostro modo moderno di vedere il cane: però bisogna riuscire a capire che, pur usando e sicuramente sfruttando gli animali per i loro scopi, i pit men di quei tempi , a modo loro, li rispettavano. Intanto gli stessi cani che combattevano alla sera passavano la giornata in famiglia, tra qualche allenamento e molte coccole: vivevano in casa con i bambini, stavano nei campi con i loro umani (quant’è carino il pit bull “pioniere” col cappellone in testa?); ma soprattutto, anche quando si passava alle vie di fatto, i pit men avevano un certo senso della lealtà e dell’etica “sportiva” (per quanto sia raccapricciante pensare ad uno “sport” in cui due cani si sbranano reciprocamente) che invece è andato completamente perduto in chi fa combattere i cani oggi.
Quella moderna (che vede cani buttati allo sbaraglio contro avversari di peso e taglia diversa, senza preparazione atletica ma a volte con maltrattamenti assurdi) è barbarie allo stato puro – anche  considerando quanto la civiltà e il senso morale siano cambiati nel frattempo –  se paragonata a quella di allora, che vedeva i contendenti partecipare non solo per libera per scelta, ma anche con il massimo entusiasmo.
Certo, si può trovare MOLTO da ridire su una selezione tesa a creare cani che non vedevano l’ora di scannarsi: però, se vogliamo chiudere un attimo gli occhi sul passato e guardare solo ai risultati, bisogna ammettere che questa selezione ha avuto risultati veramente eclatanti.
Grazie a quella selezione oggi abbiamo a disposizione un vero “superdog” capace di performance sportive e  utilitaristiche inarrivabili. L’importante è capirlo e saper sfruttare queste doti in modo civile e rispettoso dei cani, scondandosi questo passato increscioso e guardando solo ad un futuro che, se la razza riuscisse a liberarsi dai pregiudizi, potrebbe essere davvero grandioso.

MORFOLOGIA:  ci sono due diversi Standard, l’abbiamo detto: ora aggiungiamo che nessuno dei due descrive il pit bull che hanno in mente la Sciuramaria (perdonabile), i giornalisti e i politici (NON perdonabili, visto che chi deve legiferare e chi deve fare informazione ha il preciso dovere di informarsi a sua volta).
Il pit bull, infatti, è un terrier di tipo bull e non certo “un bull di tipo Hulk”.
Lo Standard UKC prescrive un peso non superiore ai 27,2 kg per i maschi. Quello ADBA non cita  il peso, ma la media va dai 16 ai 18 kg, con diversi soggetti assai più piccoli e leggeri (12-13 kg).
E i “pit bull alti così, che pesano 80 kg?”
Molto semplice: non sono american pit bull terrier.
Sono – quasi immacabilmente – paciughi canini sfornati dai cagnari truzzi per la loro ancor più truzza clientela, che vuole il cane “grande, grosso e tosto”.
Purtroppo, a volte, hanno anche un pedigree (di solito UKC): ma sono ipertipici e quindi, se pit bull sono, devono essere considerati pit bull brutti, che stanno a un cane da lavoro come un culturista sta ad un ginnasta.
Nella stragrande maggioranza dei casi, comunque, il pedigree questi cani non ce l’hanno affatto:  e soprattutto non hanno alle spalle alcuna selezione, né morfologica né caratteriale.
Questi sì, possono essere davvero “cani pericolosi”, che mordono anche le persone (infatti sono  incrociati con altri cani da presa e molossi vari che non hanno la stessa inibizione del pit bull nei confronti degli umani): il termine giusto per definirli sarebbe quello di “ban-dogs”, nome con il quale vengono effettivamente chiamati in America i meticcioni  usati dalle bande di strada.
Ma i giornalisti (e i politici) nostrani non sanno cosa sia un ban-dog, perché si sono ben guardati dall’informarsi: e se qualcuno di questi paciughi a quattro zampe (abbastanza diffusi, soprattutto al Sud) fa qualche danno, lo chiamano immancabilmente “pit bull” (facendo incazzare come iene – e giustamente – gli allevatori seri di questa razza).

Tipico esempio di giornalismo italiano: quanti erano ‘sti alani?

NOTA: Il fatto che il pit bull non sia riconosciuto in Italia, ovviamente, aiuta la confusione: ma il giornalismo nostrano, quando si tratta di cani, non ha scusanti, perché intanto fa casino anche con le razze riconosciute.
I cronisti in cerca di sensazionalismo hanno imparato i nomi di due o tre razze (pit bull, rottweiler e ultimamente anche dogo argentino) e li attribuiscono, random, a tutti i cani che mordono. A volte, subdolamente, corredano anche l’articolo con una foto della razza (quella vera): poi magari capita di vedere in TV il vero protagonista dell’episodio di cronaca, e perfino la Sciuramaria si accorge che ad un pit bull, un rott o un dogo somiglia quanto io somiglio alla Canalis. Ma ormai l’articolo è uscito, il nome “da kanekattivo” ha fatto vendere qualche copia in più e il giornalista è contento. Di aver contribuito a sputtanare una razza non gliene può fregar di meno.
La foto a destra mi sembra piuttosto esplicativa dell’attendibilità dei nostri cronisti, quando si tratta di episodi di aggressioni canine.

CARATTERE ED ATTITUDINI: l’American pit bull terrier sa fare e può fare TUTTO.
E ci si potrebbe pure fermare qui.
Io, quando penso a lui, me lo vedo immancabilmente con la tuta e il mantello e la S di “Superdog”, proprio perché gli ho visto fare cose che voi umani non potreste mai immaginare.
Scherzi a parte…il pit bull è un cane di 20 chili che batte quelli da 50 nel weight pulling, gare di traino di pesi esorbitanti, molto diffuse negli Stati Uniti: e non lasciatevi impressionare dalla foto, non è un maltrattamento. Mi rendo conto che potrà sembrare strano, ma ai cani piace! (ricordiamo che i pesi devono essere spostati per una lunghezza minima, un metro o due: i fans dello “show dei record” ricorderanno di aver visto umani che fanno la stessa cosa…ed evidentemente piace pure a loro, visto che nessuno li obbliga a farlo. Il fatto è che non siamo tutti uguali! L’importante, nei cani come negli umani, è che si tratti di libera scelta e non di coercizione).

Il pit bull è un cane che sa arrampicarsi sugli alberi.
E’ un cane che può cercare una persona scomparsa per 20 ore di fila, quando tutti gli altri cominciano a dire ai conduttori “ma cercatevelo un po’ voi, ‘sto qua, che io sono stanco”.
E’ un cane che può fare ricerca in superficie al mattino e esercizi di difesa alla sera (visto fare: dallo stesso cane, eh… non da cani diversi della stessa razza), quando tutti gli istruttori del mondo si sgolano a dire “noooo!!! Se fai protezione civile non puoi fare altro

E’ perfetto come cane da pet therapy, è affidabilissimo con i bambini.
In famiglia è uno dei cani più teneri, dolci e coccoloni che si possano immaginare: e non è colpa sua se “lo disegnano così” e se ha la faccia da bullo.
Il cuore è un’altra cosa.

Ma in tutto questo…l’unica cosa che pensano le Sciuremarie è che il pit bull sia un kattivissimo kane da kombattimento, di cui avere una gran paura (anche quando NON si tratta di pit bull: le Sciuremarie scappavano come lepri anche di fronte al mio staffordshire bull terrier, cane da compagnia, che mi guadava col fumetto che diceva:  “Perché se ne va? Io voglio baciarla, voglio farle tante feste, voglio darle una leccatona in bocca… perché scappa? Richiamala!”. Tu vagli a spiegare che aveva la faccia simile a quella del pit bull, e che i giornalisti cretini avevano messo paura alle Sciuremarie trasformando questa razza in una sorta di spauracchio a quattro zampe).

Gioco tra cuccioloni: il gioco del pit bull è sempre molto fisico, simile a quello del boxer

Il pit bull è aggressivo con gli altri cani?
Sì, spesso lo è.
Così come spessissimo lo sono pastori tedeschi, bassotti e yorkshire. Ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che i cani NON sono animali fatti per andare d’amore e d’accordo con altri cani dello stesso sesso, almeno da adulti (da cuccioli e cuccioloni giocano tutti, pit bull compresi): ci si può arrivare con la socializzazione, con l’abitudine a frequentare campi e parchetti, con il controllo da parte degli umani. Però, in linea di massima, i cani adulti, tra loro, litigano assai più spesso di quanto non facciano amicizia.
Certo, il pit bull è un cane selezionato per combattere con gli altri cani (ma non “in laboratorio”! Mi piacerebbe proprio sapere quanti laoratori di biogenetica c’erano nel ‘700…il pit bull è stato selezionato in base a caratteristiche che esistono in ogni cane!), quindi con lui è un pochino più difficile ottenere che diventi “amico di tutti”: però può benissimo diventare amico di “qualcuno”, per esempio dei cani che vivono con lui, ed è abbastanza agevole ottenere che non sia un attaccabrighe… anche perché un pit bull  ben selezionato NON è un “cane da rissa”.
Il cane da combattimento è una cosa totalmente diversa: senza voler parlare ancora di qualcosa che non approvo e non accetto,  ribadisco comunque che i combattimenti, così come erano concepiti dagli allevatori e dai “pit men” americani, erano qualcosa che si avvicinava molto più al pugilato (inteso come “nobile sport”, anche se io non concepisco neanche quello) che alla rissa di strada.

Ma questo fa parte del passato, fermo restando che qualche delinquente che fa combattere i cani esiste ancora (così come c’è ancora gente che si accoltella e si ammazza per un parcheggio: ma per fortuna NON è la norma).
Però non basta dire “pit bull” per pensare a un cane pronto a sbranare qualsiasi avversario che gli passi nei dintorni: anzi, un pit bull ben selezionato (e ovviamente anche socializzato) non cercherà la rissa, a meno che non venga sfidato (esattamente come un pugile, che non è che passi la vita a prendersi a pugni con tutti).
Purtroppo è un dato di fatto che molti cani, oggigiorno, non vengano socializzati in modo corretto (specie se sono di piccola taglia): quindi può succedere che lo yorkie della Sciuramaria, magari senza guinzaglio (“tanto è piccolo…”) e senza controllo (“Educarlo? Ma va’…è così piccolo…”)  vada effettivamente a sfidare il pit bull, con risultati facilmente immaginabili. In questo caso la colpa non è certo dei cani (nessuno dei due): ma saperlo non rende più gradevole l’immagine del cagnetto diviso a metà.
Buon senso vuole, dunque, che il pit bull adulto NON sia il miglior “cane da parchetto” possibile: vista l’alta percentuale di delinquentelli a quattro zampe che frequentano questi posti, personalmente li sconsiglio vivamente ai possessori di terrier di tipo bull e di qualsiasi altra razza tosta.

Eh, ma poverino, allora non potrà mai giocare con gli altri, correre, divertirsi, fare una vita “da cane”?
Non è così: un pit bull può tranquillamente vivere, giocare, correre e divertirsi con altri cani conosciuti (meglio se conviventi) e gestiti in modo corretto.
Che al parchetto non si trova, ma spesso al campo di educazione/addestramento sì.
Io che sono cresciuta (in senso cinofilo) a pane e pastori tedeschi, ho sempre in mente la Germania in cui i “parchetti” non esistono proprio: anche le Sciuremarie, con i loro cani, vanno “al campo”. In posti dove c’è modo di gestire le situazioni, di selezionare i cani che possono giocare tra loro e quelli che invece è meglio di no, di insegnare a tutti i cani le basi dell’educazione e dell’obbedienza e di farli lavorare – divertendosi come matti – sempre sotto controllo. Ho scoperto più di recente che in Lituania, per esempio (Paese considerato molto meno “sviluppato” del nostro) c’è un campo da agility ogni chilometro, con personale qualificato che assiste cani e proprietari.
Nei Paesi evoluti in senso cinofilo il “parchetto” fuori controllo, in cui i cani vengono buttati allo sbaraglio, non esiste proprio. Impariamo anche noi…e la vita diventerà più facile anche per chi possiede cani “tosti”.

Vi ricordate Pete, il cane di “Simpatiche canaglie”? Era un pit bull purissimo.

Il pit bull è aggressivo con gli umani?
No, no e poi NO!
E più si parla di “cani da combattimento” con una lunga selezione alle spalle, meno probabilità ci sono che attacchino l’uomo: perché la selezione del pit bull era particolarmente mirata alla NON-aggressività verso gli umani (pensiamo solo che il pit men, in caso di necessità,  doveva infilarsi in mezzo a due cani che stavano sbranandosi…e non intendeva certo rischiare di lasciarci una mano!). La selezione in tal senso era MOLTO spiccia: mi ringhi, o cerchi di mordermi? E io ti sopprimo, ciao ciao.
Un APBT ben selezionato è il cane MENO aggressivo del mondo nei confronti dell’uomo: anche se lo si addestra alla difesa bisogna lavorare esclusivamente sul predatorio, perché lui l’aggressività non la concepisce proprio.
Ovviamente, se il suo umano ci si mette d’impegno ad insegnargli a mordere la gente, il pit bull lo farà (fa qualsiasi cosa gli si chieda): ma in questo caso quello da sopprimere è l’umano.
Purtroppo sia la verità che le leggende sul pit bull – tipo quelle secondo cui ha una presa “da tot chili” (nessuno al mondo l’ha mai misurata!), o peggio, quelle secondo cui “se chiude la bocca poi bisogna riaprirgliela col cric”, e altre belinate del genere) hanno fatto sì che alla razza si avvicinasse un gran numero di deficienti. Di quelli che si possono condensare in una frase poco elegante, ma molto significativa: “Siccome ce l’ho piccolo, le gratificazioni alla mia virilità le cerco nel cane”.

Non è che pit bull, rottweiler, dogo eccetera siano “cani truzzi” (e tantomeno cani killer): ma purtroppo è indiscutibilmente vero che “attirano” i truzzi come mosche sul miele.
Un barboncino allevato dal punkabbestia o dal tamarro di turno diventerebbe un cane ringhioso e magari pericoloso come un pit bull…ma il fatto è che il punkabbestia NON sceglie il barboncino: e così le limitazioni mentali degli umani vengono scaricate sui cani. Ma bisognerebbe imparare a fare la considerazione contraria: non “quel cane ce l’hanno i tamarri, QUINDI è cattivo”, “quel cane ha la fama di cattivo perché ce l’hanno i tamarri”.
Se però cambiamo registro e andiamo a conoscere chi lavora con i pit bull per passione e per amore, e non per compensare i propri limiti… allora scopriamo un mondo completamente diverso.
E scopriamo anche un cane  dalle doti talmente elevate da averne quasi paura, sì: ma paura di non essere all’altezza!
Avete presente la classica mappa caratteriale dei cani, quella che comprende tempra, temperamento, docilità, sociabilità eccetera eccetera?
Bene: il pit bull va praticamente “fuori scala” in tutto… escluso forse il temperamento (inteso in senso tecnico, ovvero come rapidità di reazione agli stimoli), perché spesso ci pensa un attimo prima di reagire: ci ragiona sopra, difficilmente è “solo” istintivo.
In compenso, quando lo è, è un fulmine di guerra. Vi ricordate i cani di UP? Ecco, nel tempo in cui “voi” pensate SCOIATTOLO!, il pit bull è già lì con un sorrisone beato e  la coda dello scoiattolo che gli spunta dalle fauci. Però, ripeto, è difficile che agisca d’impulso, specie se ha un buon rapporto con il suo umano: di solito prima ci pensa e controlla anche cosa ne pensi lui.

“Vabbe’, abbiamo capito, questa è innamorata persa dei pit bull, non gli trova neanche il minimo difetto”… vero che lo state pensando?
Ma non è così, dai: cioè, è verissimo che sono innamorata dei pit bull (e un po’ di tutti i terrier di tipo bull…ma è indubbio che lui è “il” terrier di tipo bull per eccellenza): però i suoi difettini li ha pure lui.
Per esempio, è profondamente convinto di essere un bulldozer.
Se pensate di punirlo per qualche marachella chiudendolo fuori dalla porta, è altamente probabile che la porta la sfondi (ci sono altri cani che ci “provano”: la differenza sta nel fatto che lui, in molti casi, ci riesce).
Lo mettete in gabbia?  Si mangia la rete di acciaio, e buona che è.
Lo lasciate chiuso in macchina e lui invece vorrebbe venire con voi? Potrebbe decidere di demolire sistematicamente la macchina, lamiere comprese  (e anche qui, a volte, riesce nell’intento) per poi raggiungervi tutto felice e festante. E così via.
Però, con una buona educazione, tutto questo NON succede. Lui è un cane forte e potente, certo: ma è anche un cane estremamente desideroso di compiacervi. Se gli dite che una cosa non si fa, non la fa.

Un altro difettino, se così vogliamo chiamarlo, sta nel fatto che è un cane impunibile: nel senso che, se lo sgridi, lui ti fa la faccia da poker.
Magari ha capito perfettamente e recepito benissimo il concetto, ma non ti darà MAI la soddisfazione di un gesto di sottomissione.
Al massimo qualche calming signal, ma proprio impercettibile, eh… UNA singola leccata di naso, UN rapido socchiudersi delle palpebre: e se hai capito, bene. Se continui a insistere e a sgridarlo, si offende. E quando si offende, si chiude a riccio.
Diventa un cane autistico. Puoi coccolarlo, urlarli addosso o riempirlo di sberle, lui avrà la stessa reattività di una statua di sale.
Idem se provi ad alzare le mani, sbraitare, a fare piazzate: statua a tutti gli effetti.
Sguardo fisso nel vuoto (oppure occhi chiusi: per la serie “puoi uccidermi, se vuoi, ma non mi piegherai” e reazioni ZERO.
Ha una tempra talmente alta che lo potresti fare davvero a pezzi senza avere la minima reazione: cosa, che presa per il verso giusto, lo rende particolarmente indicato per qualsiasi attività sportiva e anche per la pet therapy, disciplina di cui si cantano immense lodi dimenticando, talvolta, che è una delle attività più stressanti a cui si può sottoporre un cane.
Per questo gli operatori bravi – che lo sanno – stanno attentissimi a dosare gli interventi, a non permettere mai che il cane si stanchi, a metterlo a riposo al primo segnale di stress o di nervosisimo.

Se però hai un pit bull, potresti – teoricamente –  piazzarlo al mattino in mezzo a un gruppo di bambini urlanti, tiratori di code e di orecchie, dispensatori di pacche selvagge e così via, e andarlo a riprendere alla sera senza che lui mostri il minimo segno di stress. Ma non è che “non mostri” i segni perché li maschera: no, è proprio che non si stressa!  Almeno, non per così poco.
Un cane capace di continuare a combattere dopo che l’avversario gli ha staccato via mezza testa (e purtroppo succedeva, a volte), secondo voi si turba per un umano che dà un po’ in escandescenze?
Per questo il pit bull è l’unica razza al mondo abilitata per le terapie assistite nei manicomi criminali americani, dove può capitare, purtroppo, che i pazienti manifestino improvvisa aggressività o abbiano crisi di violenza.
Il pit bull, in questi casi, è il cane più affidabile in assoluto, perché semplicemente non fa una piega, mentre altre razze potrebbero diventare aggressive per autodifesa e/o choccarsi e chiudere per sempre la loro carriera di cani da AATT.
Qualcuno, quando ho parlato di questo argomento,  ha risposto: “AHHH!!! Ma che diciiiiii??? Poveri cani, li mandano in balia di mostri umani che potrebbero far loro del male?!? Ma non si faaaaa!”
Questo significa non aver capito nulla dell’APBT.
Sia chiaro: in realtà non si lasciano i cani in balia di nessuno.
Le attività assistite sono sempre iper-controllate, i pet-partner umani sono sempre presenti e si fa in modo che nessun cane debba ricevere maltrattamenti gratuiti… ma nel caso di attività svolte in ambienti particolari, PUO’ capitare che un paziente perda il controllo.
La differenza sta nel fatto che un cane “normale”, se subisce (per pochi secondi, ovvio, perché l’intervento umano è immediato) un’aggressione, può essere rovinato per sempre e dover cambiare mestiere: un pit bull no.
La sua tempra è talmente alta che lui prende la cosa come un piccolissimo ed insignificante incidente di percorso: qualcosa che può capitare, pazienza, amen. Il dolore fisico, per lui, è sempre e solo “una cosa che può capitare” e a cui non dà il minimo peso.

Si diceva, dunque, che il pit bull è un cane “impunibile”: ma allora, come lo si educa?
COME SI DOVREBBE FARE CON QUALSIASI ALTRO CANE:
con fermezza, coerenza, gentilezza, costruendo un rapporto di collaborazione e di fiducia reciproca (che lui è prontissimo a darci, perché è un cane estremamente collaborativo).
Non è e non sarà mai un cane docilissimo: intelligente, dignitoso e conscio delle sue possibilità, ha troppa autostima per abbassarsi ad obbedire “perché sì”.
Però, se gli facciamo capire l’utilità di ciò che gli chiediamo, obbedirà non solo prontamente, ma con vero entusiasmo: anche perché è un cane felice di vivere, e soprattutto di “fare cose” con noi.

Abramo Calini fa l'”uomo aggressivo e pericoloso” davanti al murale dipinto sulla facciata del Pit bull museum, a Marano Ticino

Concludendo: il pit è un supercane e sarebbe veramente auspicabile che finisse in mano, se non proprio a “super-umani”, almeno a persone in grado di metterne in evidenza le doti, anziché alimentare i pregiudizi.
Purtroppo le leggi del mercato sono quelle che sono, quindi capita che personaggi senza troppi scrupoli allevno questa razza per destinarla proprio agli umani che NON dovrebbero mai possederla: truzzi, tamarri & Co.
Fortunatamente, in Italia, c’è almeno un allevatore, Abramo Calini (quello che fa lo scemo nella foto a sinistra) che ha preso a cuore – sul serio – il VERO benessere e l’immagine giusta della razza. A prima vista è un bel po’ grezzo pure lui  (tanto è un amico e glielo posso dire, anzi già lo sa: la prima volta che l’ho incontrato sono stata tentata di scappare sollevando la polvere come nei fumetti…), ma conoscendolo meglio rivela una cultura, una sensibilità e una passione per la razza che posso solo definire “di primissima qualità”.
Calini ha creato un’associazione, che si chiama Working pit bull club Italia e che prepara soprattutto cani da protezione civile e da pet therapy (pur non tralasciando però il settore sportivo).

Quanto al suo allevamento, non solo è gestito in modo super-professionale, ma ha un’attenzione addirittura morbosa alla selezione dei clienti (che vengono addirittura “schedati”, ovviamente con la loro autorizzazione, e fotografati insieme al cane che acquistano).
Il lavoro di questa persona, con la quale litigo in continuazione (siamo di opposte vedute politiche…) ma che stimo davvero molto, ha già fatto fare passi da gigante all’immagine del pit bull in Italia: ma c’è ancora moltissimo da fare e servirebbe davvero la collaborazione di tutti i cinofili per smontare i pregiudizi e per allargare un po’ la mente di certe persone.

Purtroppo resta sempre l’ostacolo della mancanza di riconoscimento da parte dell’FCI, che spesso fa pensare “Eh, il pit bull mi piacerebbe…ma che ci faccio con un cane senza pedigree?”
Premesso che bisogna sempre specificare “senza pedigree ITALIANO”, perché il cani iscritti all’UKC o all’ADBA non solo hanno un regolarissimo pedigree, ma anche un pedigree decisamente più ricco di informazioni di quelli ENCI (c’è la foto del cane, per esempio: e la genealogia è riportata fino alla NONA generazione, mentre i pedigree ENCI si fermano a tre…), ormai con un pit bull, anche nel nostro Paese, si può fare praticamente tutto.

Oltre ad esserci prove di lavoro riservate alla razza, oltre ad esserci ormai (e grazie al cielo) moltissime discipline sportive in cui non è indispensabile avere il pedigree (per esempio Agility e Disc Dog: e della Dog Dance – vedi foto a sinistra – ne vogliamo parlare?), esistono anche associazioni e Club italiani che organizzano mostre di bellezza: quindi è possibilissimo avere ed allevare anche “pit bull da show”, oltre a poter competere in vari sport e – ovviamente – ad utilizzare il cane per fini assistenziali e sociali, che è sempre un gran bel modo di vivere con il proprio cane.
In più – last but assolutamente not least! – ci si può godere il pit bull come il simpaticissimo, dolcissimo, tenerissimo cane da compagnia che sa essere in famiglia:  perché – provare per credere –  perfino in questo campo lui riesce ad avere una marcia in più!

PIT BULL FAQ

1) Come si distingue un pit bull da un Amstaff?
Non si distingue, se il pit bull è in Standard UKC, perché la razza è la stessa e gli Standard sono praticamente identici. L’unica differenza sta nel fatto che non esistono amstaff color cioccolato e col naso color fegato (i cosiddetti “red nose”).

2) Se il pit bull è così “buono”, come mai ci sono tanti episodi di cronaca nera che lo vedono protagonista?
In realtà non sono poi “tanti”, gli episodi: hanno grandissima rilevanza mediatica, ma “tanti” non si possono proprio definire. Se poi pensiamo che 9 volte su 10 i cani interessati NON sono veri pit bull, l’incidenza si abbassa ancora. Però è vero che anche qualche APBT, di tanto in tanto, morde: in questi casi la colpa è sempre e solo degli umani che lo scelgono apposta per farne un killer. E lui fa quello che i suoi umani gli chiedono.

3) E’ un buon cane da guardia?
No, per niente. “Non” è un cane da guardia nel senso più stretto della parola, perché è poco territoriale. Invece “può” essere un cane da difesa personale, addestrandolo (altrimenti farebbe le feste a tutti). Questo gli si addice molto di più, in quanto è un cane che ha un bisogno vitale di contatto umano (è la sua parte “bulla” che lo rende appiccichino). Alcuni soggetti fanno la guardia se vivono in coppia o in gruppo: ma è probabile che tendano a difendere il loro gruppo o il loro compagno, più che il territorio in se stesso.

4) Sono solo i maschi, ad essere aggressivi con gli altri cani?
No. Ci sono state campionesse femmine di combattimento. In generale, tra tutti  i terrier di tipo bull, quelle più “peperine” sono proprio le femmine.

5) E’ vero che il l’american pit bull terrier ha la mascella a scatto che una volta chiusa non si riapre?
Ma per favore. Se così fosse, tutti i cani che afferrano saldamente un pallone per gioco, poi morirebbero di fame! Il pit bull ha una presa forte e salda, su questo non ci piove: ma la bocca la riapre quando e come vuole.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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