lunedì , 20 novembre 2017
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Quelli che… col cane ci parlano e lui capisce tutto

di VALERIA ROSSI – “Guardi, è un amore, un tesoro, gli manca proprio solo la parola, sa come si dice?”
(lo so, lo sooo… altroché, se lo soooo!)
“Però, guardi: anche se non parla, capisce tutto, eh! Ma proprio tutto quello che gli dico! Io gli parlo e lui mi sta a sentire, mi guarda tutto attento, proprio come un bambino…”
(come un cane no, eh?)
“… e lo so che capisce tutto, anche se non può rispondere!”

Al termine di questa conversazione-tipo (anche se per ovvi motivi non lo facevo, o almeno non in modo così diretto) io avrei dovuto rispondere: “Bene, signora: son contenta per lei. Ma allora che cavolo ci fa qui?”
Perché la Sciuramaria col cane che capiva perfettamente l’italiano era approdata al mio campo, ovvero a un campo di addestramento. E dopo avermi sciorinato tutta la manfrina di cui sopra concludeva con l’ immancabile: “…SOLO CHE… ”
Solo che tira al guinzaglio stile panzer.  Solo che scappa, morde, distrugge casa, mi piscia sulle gardenie, si tromba tutte le cagnette del vicinato…
Scegliete voi. Almeno un problema c’era sempre, a volte anche più di uno. A volte c’era un’intera compilation di problemi più o meno seri.
Insomma, questo genio di cane che stava attentissimo a tutte le spiegazioni e capiva ogni parola, alla fine dei conti, faceva esattamente il contrario di quello che la Sciura gli diceva.
Quindi, o non era proprio che capisse tutto-tutto-tutto, oppure capiva tutto e poi la prendeva per il culo. In entrambi i casi, qualcosa non funzionava.

Quelli che col cane ci parlano, però, non si rendono praticamente mai conto dell’incongruenza di cui sopra.
Quelli che col cane ci parlano sono davvero convinti che il modo migliore di comunicare con un animale sia quello di mettersi lì e “raccontargli quella dell’uva”, come diceva mia nonna: ovvero blaterare a tutto spiano, fare discorsi lunghissimi e ben articolati, spiegargli le cose come se fosse realmente un bambino, solo casualmente dotato di coda e ricoperto di pelo.
Un discorso-tipo della Sciuramaria col cane bambinizzato è, per esempio, il seguente: “Quante volte ti ho detto che non devi scendere dalla macchina finché non te lo dico io? Lo vedi quanto traffico c’è? CATTIVO! Devi aspettare, porca miseria, che altrimenti rischi di finire stirato! E poi la mamma come fa, senza di te? Lo sai quanto bene ti voglio… e allora perché fai così? EH? Perché non mi dai retta, una buona volta?”
In tutto questo… il cane la guarda attento? Ma certo che sì!
Quando un umano lo guarda dritto in faccia e comincia a raccontargli quella dell’uva, magari accompagnando il tutto con ampi gesti, il cane – se ha anche solo un minimo di rapporto affettivo con lui – lo segue attentissimo, nel disperato tentativo di capirci qualcosa.
E capisce davvero qualcosa? Certo che no.
O meglio, può capire qualche parola random, senza essere minimamente in grado di collegarla al resto del discorso e soprattutto al concetto che l’umano vorrebbe inculcargli.

Per esempio, in tutta la blaterata di cui sopra, è probabile che il cane abbia recepito il CATTIVO!;  un po’ perché è stato pronunciato con maggiore enfasi e un po’ perché è un suono (non “parola“, ma “suono“: i cani non comunicano con il linguaggio parlato e quindi sfugge loro anche solo il concetto di “parola”… ed è per questo che non sanno leggere) che ha imparato, nel tempo, ad abbinare all’immagine dell’umano incavolato con lui.
Quindi il cane, sentendo dire CATTIVO!, probabilmente reagirà abbassando le orecchie, leccandosi il naso e mandando altri segnali di pacificazione: e la Sciuramaria magari non ha la più pallida idea di cosa sia un segnale di pacificazione, però una “faccia colpevole” la sa riconoscere. Ergo, deduce che il cane abbia capito perfettamente tutto quello che gli ha detto e si aspetta che la volta successiva lui attenda l’ordine prima di scendere dalla macchina.
In realtà il cane ha capito che la Sciuramaria è incavolata con lui per qualcosa, ma non sa per cosa.
Anche con tutta la buona volontà del mondo, anche impegnandosi proprio al massimo per farla contenta, lui potrà solo abbinare il concetto di “canecattivo” a ciò che stava facendo nel preciso momento in cui sentito quel suono: magari si stava grattando un orecchio e pensa che per la sua umana sia una bruttisima cosa grattarsi le orecchie. Magari stava seduto di traverso e pensa che avrebbe dovuto sedersi più dritto. Di sicuro non può intuire, ma neanche lontanamente, che il CATTIVO! fosse riferito alla sua abitudine di saltar giù dalla macchina senza attendere l’ordine: e la volta dopo, naturalmente, si fionderà giù come ha sempre fatto (e come sempre farà, se la Siuramaria continua a raccontargli quella dell’uva).
Se la Sciuramaria si fosse limitata a un semplice, chiaro e netto NO! nel preciso istante in cui il cane balzava fuori dall’auto, per il cane sarebbe stato tutto più semplice. Tanto per cominciare, avrebbe capito cos’era la cosa che faceva incavolare l’umana.
Se poi la sciura gli  avesse pre-insegnato gli ordini “Resta!” e “Scendi!” e gli avesse dato il primo mentre apriva il portellone, e il secondo quando gli aveva agganciato il guinzaglio, accompagnando il tutto con relativi gesti sempre uguali, forse non ci sarebbe neppure mai stato bisogno di dirgli NO. Ma questo elementare procedimento, che appare assolutamente scontato a chiunque abbia un minimo di conoscenza cinofila, per la Sciuramaria è una cosa totalmente aliena. E quando le fai vedere come si fa, ottenendo in due o tre lezioni al massimo che il cane attenda effettivamente l’ordine prima di scapicollarsi in mezzo alla strada, ti guarda come se fossi dotato di bacchetta magica. Ci manca solo che gridi:  “Grandemagoooooooo!”
Dopodiché prende il cane al guinzaglio, lo guarda e gli esprime questo elementare concetto: “Ecco, lo vedi che con la maestra fai tutto per benino e ti comporti da bravo cagnolino educato? Perchè con la mamma no? Perché la mamma ti vizia troppo, perché ti vuole troppo bene: io lo so! E tu, per tutto ringraziamento, le fai i dispetti!”.
Al che il cane ricomincia a guardare attentissimo la mamma,  mentre il  Grandemago tenta il suicidio.

Io lo so che tutti gli educatori, addestratori e istruttori che stanno leggendo questo articolo stanno facendo grandi cenni di SI, SI, SI! con la testa. Perché “quelli che col cane ci parlano e lui capisce tutto” sono un vero esercito: prima o poi li becchiamo tutti, a volte anche in quantità industriale.
E non è che basti spiegare loro le cose perché smettano di comportarsi così: anche loro, spesso, fanno come il cane.
Ti guardano attentissimi e sembra che abbiano capito tutto.
Sembra, appunto.
Però, diciamolo, non è neppure tutta colpa loro.
Fare lunghi discorsi al cane è un chiaro sintomo di quella che io chiamo “bambinizzazione”, ma che ha anche un nome più dotto: epimeletica.
L’epimeletica è la naturale propensione di tutti gli animali adulti, uomo compreso – anzi, uomo in testa, vedremo tra poco il perchè  – a prendersi cura di chi è più piccolo e più indifeso di noi. Propensione “aggravata” dal fatto che il soggetto abbia anche un aspetto infantile o addirittura neonatale.
I cinofilosofi potranno parlarvene per ore: io mi limito a dire che si tratta di un impulso innato, programmato dalla natura per evitare che gli adulti di qualsiasi specie attaccassero i piccoli e che sentissero invece l’impulso di prendersi cura di loro.

Non c’è alcuna “bontà” in tutto questo: semplicemente, a Madre Natura interessa la conservazione delle specie…e nessuna specie si conserverebbe a lungo se i cuccioli venissero attaccati dagli adulti (a scopo predatorio/alimentare, o semplicemente perché rompono le palle e l’adulto reagisce in modo violento). In natura, ovviamente, la dimensione epimeletica è soprattutto specie-specifica: se un lupo incontra un cucciolo di lepre non si mette lì ad accudirlo, ma lo attacca eccome (d’altronde, i predatori devono pur mangiare). Nell’uomo, invece, all’impulso innato si assommano le imposizioni culturali, etiche e via dicendo: ragion per cui l’uomo tende a proteggere ed accudire tutti i soggetti piccoli ed indifesi (o apparentemente tali). Ogni tanto, come ci insegnano le cronache, qualcosa va storto… ma la norma è questa, e tutte le regole sociali vanno in questa direzione.
Risultato: l’impulso di accudire-coccolare-difendere scatta nell’umano adulto di fronte a qualsiasi bambino, ma anche a qualsiasi cucciolo e a qualsiasi cane di piccola taglia (spesso con grande imbarazzo del cane stesso, che viene aggredito a botte di “checcarinooooo!” e “cheamoriiiiinoooooo!” quando in realtà lui si sente un cane serissimo e pieno di dignità, tant’è che certi approcci lo schifano platealmente): ma non è affatto raro che la visione del cane come cucciolino indifeso si protragga, nella nostra mente, anche quando lui è un mastino napoletano di sei anni e pesa settanta chili.
Una logica c’è, perché il cane effettivamente “è” un eterno bambinone che manifesta spesso atteggiamenti capaci di stimolare tenerezza e voglia di coccole. Però alla propensione epimeletica bisognerebbe anche dare una regolata, ogni tanto, se non si vuole sconfinare nella bambinizzazione più becera: ovvero in una totale mancanza di rispetto verso il cane in quanto cane.

Un altro punto a discolpa delle Sciuremarie bambinizzanti è il disastroso proliferare di VIP, star, divi e divetti vari che trasmettono con inquietante frequenza (da TV, riviste e altri mezzi di comunicazione) proprio l’immagine del cane bambinizzato-che-più-bambinizzato-non-si-può. E un po’ perché l’uomo è un primate (che come tale ha un forte impulso all’imitazione), un po’ perchè anche razionalmente tende a pensare “Se fa così quella lì, che è bella-ricca-famosa-osannata eccetera, allora vorrà dire che è giusto fare così”… ecco che si moltiplicano i cani da borsetta, i passeggini per cani, i vestitini e tutto ciò che di più bambinizzante riuscite ad immaginare.
Dopodiché sfido chiunque a non cedere alla tentazione di parlare al cane come se fosse un bambino. Lo sembra al cento per cento!
Peccato che non lo sia neanche un po’. Ma se farlo capire alle Sciuremarie mastino napoletano-munite può essere una cosa fattibile, spesso convincere le Sciuremarie col chihuahua o col beagle diventa un’impresa epica.
Se non altro, però, quando si tratta di chihuahua (o carlini, o cavalier, o altri cani da compagnia) la cosa è meno tragica: infatti questi cani sono ormai selezionati da secoli per essere impunemente bambinizzati senza subire grossi traumi. Non è che gli faccia proprio benissimo alla salute – specie quando si esagera   – però sopportano ed entro certi limiti apprezzano.
Quando invece parliamo di beagle (o di terrier, o di bassotti, o di altri cani piccoli, sì, ma selezionati per tutt’altro scopo che quello di finire in borsetta) il cane va davvero in crisi, perché viene completamente snaturato: e spesso diventa nervoso, intrattabile, isterico, perfino mordace.

Purtroppo, per l’educatore, farlo capire ai proprietari diventa spesso una vera mission impossible. E se non proprio impossible, almeno un bel po’ difficile: perché si tratta di trasformare una Sciuramaria mammizzata  (o un Sciurmario papizzato: gli uomini non sono certo indenni, anche se – forse per mancanza di istinto materno – sono un filino meno soggetti a quella che definirei “epimeletica patologica”) in normali proprietari di cani intesi come cani, che come cani andrebbero trattati: non nel senso proverbiale del “trattar male” o di essere coercitivi nei loro confronti, ma nel senso di rispettare la loro natura e soprattutto il loro modo di comunicare, dando anche loro modo di capire quello che davvero vogliamo, quando gli diciamo qualcosa.
Sia chiaro: NON E’ VIETATO autodefinirsi “mamme” e “papà”.
Non è una brutta cosaccia cattiva fare le coccole al cane dicendogli “cicciobello” o “tesoro”.  Non è vietato amare e neanche cedere all’epimeletica.
E’ vietato, però, fare le mammine o i papini quando si sta cercando di insegnare qualcosa al cane o di lavorare con lui: le coccole sono una cosa, il lavoro un’altra (tra l’altro il cane, questo, lo capisce benissimo).
E’ vietato non rendersi conto che il cane non può letteralmente capire quello che gli spieghiamo in un linguaggio a lui totalmente alieno.
E’ vietato, insomma, convincersi che il proprio cane sia un genio, una specie di ometto peloso capace di capire perfettamente l’italiano… e poi comportarsi come se i perfetti imbecilli, invece,  fossimo noi.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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