sabato 11 Luglio 2020

Perché un cane

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Valeria Rossi
Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

di VALERIA ROSSI – Ho promesso ad un lettore che avrei scritto questo articolo. E il lettore – che è una persona ironica e simpaticissima –  mi ha risposto con il testo che copincollo precisamente qui sotto:
“DA NOI, IN SICILIA, LA PAROLA E’ PAROLA… SPIEGATO MI SOOOONO?”
Spiegato si è. Perfettamente.
Solo che… non so mica se lo so fare. Non so se sono capace.
Un articolo di cui sento  la mancanza – mi aveva chiesto  –  è quello in cui tu  “confidi” a noi avidi internauti i PERCHE’  e i VANTAGGI di condividere un pezzo della propria vita con un cane“.
Ora… chissà cosa si aspetta, ‘sto pover’uomo. Temo davvero di deluderlo, perché io non riesco a pensare a veri e propri “motivi per cui prendersi assolutamente un cane“.
Diciamola tutta: non ce ne sono!  Si sopravvive tranquillamente anche senza.
Di prendersi un cane, lo scrivo spesso e volentieri, non ce lo ordina il dottore: e non ce lo ordina proprio perché è tutt’altro che indispensabile. Lo dimostrano i milioni di famiglie che il cane non ce l’hanno e che non pensano neppure lontanamente di prenderne uno.
Le cose cambiano solo quando il cane, per un motivo o per l’altro, ti capita.
Magari perché l’hai scelto tu (spesso senza sapere neanche bene il perché), magari perché l’ha deciso lui. Ma anche  per un  incontro casuale, perché dovevi fare un favore a qualcuno, o perché qualcuno pensava di farne uno a te e ti ha regalato un cucciolo.
Che è una cosa che non bisognerebbe fare MAI, perché è un po’ come regalare un bambino. Perché chi riceve un regalo simile, in un primo momento, si scoccia. Poi si atterrisce. E poi è fregato per sempre, però non lo sa ancora.
Non si rende mica conto di quello che gli è successo.

La Scoperta, quella maiuscola, quella vera, quella che ti invade tutto il cervello e il cuore e l’anima in un colpo solo, ce l’hai – se tutto va bene – una quindicina d’anni dopo, quando il cane ti lascia.
Quando resti senza.
Quando cominci ad aggirarti in una sorta di limbo che pochi capiscono e troppi no, quando hai un clamoroso VUOTO (scritto proprio così, tutto maiuscolo) che ti si espande nello stomaco come un palloncino che però non puoi bucare.
Un vuoto pieno, anche se sembra una cazzata, detta così.
Pieno di un niente che sarà anche niente, ma trova il sistema di farti male in mille modi diversi.
Quando ti volti e ti aspetti di vedere un muso, ma quel muso non c’è. Quando ti alzi precipitosamente per rispondere al telefono e alzi una gamba perché pensi di dover scavalcare qualcuno che ti stava sdraiato sui piedi,  ma quel qualcuno non c’è. Quando pensi “Uh, che tardi, è ora di cena per…” e ti fermi lì, perché no, non è ora di cena per nessuno. Quello a cui stavi per preparare la ciotola non c’è.
Ogni volta lo stomaco ti si contrae, ma non riesce a chiudersi davvero (perché c’è il palloncino): allora ti dà soltanto un colpetto, come uno sgnec.  Che fa male. E  non sempre hai qualcuno con cui parlarne (a volte sì, per fortuna), specie se il vuoto-pieno non sta lì da un giorno o due, ma da una settimana, o da un mese.
Quando è successo ti sembrava che capissero tutti: dopo un mese – o due, o tre – ti sembra che non capisca più nessuno.
Appena succede, se dici che sei triste perché ti è morto il cane, ti guardano tutti con l’aria contrita, e ti accorgi che pensano: “poverina, mi rendo conto”. Dopo due mesi, se dici a qualcuno che sei ancora triste perché ti è morto il cane, ti guardano sempre con l’aria contrita, ma pensando: “poverina, questa è proprio scema”.
E tu lo sai. La vedi la differenza, negli sguardi.
Allora stai zittissima e fai finta di niente, e se qualcuno ti becca con la lacrimuccia sull’orlo della ciglia non confessi MAI che te la sei ritrovata lì perché ti è caduto lo sguardo sull’angolo in cui stava il suo materassino, che adesso è un angolo vuoto (anzi, no: pieno di niente), e lo stomaco ti ha fatto sgnec.
Dici che ti è andato qualcosa in un occhio.

Perché un cane? Perché gli sgnec allo stomaco, a lungo andare, diventano insopportabili.
Ecco perché.
Perché, semplicemente, cominci a pensare che occuparti di qualcun altro servirà, se non proprio a riempire il vuoto, almeno a svuotare il pieno: quel pieno di angoscia che, non potendo neppure più condividere, sta diventando troppo. Ti sta soffocando.
Pensi che ti sarà di aiuto “occuparti” di un nuovo cane: invece, dopo qualche tempo, scoprirai che è stato lui ad occuparsi di te. Perché è riuscito – non saprai mai come – a fare un buco nel dannato palloncino allo stomaco, che si è svuotato e se n’è andato.
E un po’ alla volta si riempiono anche tutti i vuoti: perché ci sono di nuovo musi da guardare (e che ti guardano), code da non pestare, ciotole da riempire, materassini da scuotere e da pulire. E ci sono anche peli da aspirare con la massima cura: dopodichè, quando pensi di averli tolti proprio tutti, arriva l’amica in visita e appena mette piede nel tuo corridoio le rotola davanti una specie di salsola, avete presente? Gli arbusti che rotolano spinti dal vento del deserto dei film western. Solo che in casa tua non sono arbusti, è pelo.
Allora diventi rossa e pensi “Ma PERCHE’ ho preso di nuovo un cane?”.
Però stai barando: perché in realtà lo sai benissimo, il motivo.
E se l’amica non capisce, fanculo l’amica.
Se andrà dicendo in giro che casa tua sembra una stalla (anche se è assolutamente vero), se ne resti pure nella sua: che sarà pure linda e sterilizzata come uno spot pubblicitario dopo che ci hai passato il Bleng o lo Smick&Smack  (perché prima le case delle pubblicità sono infami tuguri che neanche con una muta intera di cani infangati potresti mai ridurre così),  ma che è piena di un vuoto ancora più drammatico di quello che avevi tu. Perché lei non si accorge neanche che c’è.

Ecco, forse la risposta vera sta qua.
Perchè un cane?  Perchè il primo cane, quando non te ne è morto nessuno e quindi non senti nessun vuoto da riempire?
Proprio per questo: perché forse non lo sai, non consapevolmente, ma il vuoto c’è già. E in qualche misura lo percepisci.
E’ un po’ come quando ti nasce un figlio, no?
Prima stavi benissimo, non è che ti mancasse qualcosa: anzi!  Avevi meno rogne, meno impegni, meno orari da rispettare, meno spese…
Però, quando ti ritrovi con un bambino per casa, scopri che tutti quei “meno” erano “meno” proprio in senso matematico: erano “mancanze di”.  E anche se volessi continuare a vederle come mancanze di cose negative, come un generico “meno rotture di palle”,  scopri che non potresti più farne a meno neanche per un secondo.
La prima volta che tuo figlio esce di casa per passare una mattinata ore alla scuola materna non pensi: “Ahhh! Finalmente libera”.
Pensi: “Oddio, e adesso cosa faccio?”.
Ti MANCA! Ti manca tanto che lo urleresti, se non ti sentissi assolutamente cretina perché sai che starà via tre ore e poi sarete di nuovo insieme.  Ma intanto ti senti come se fossero entrati i ladri e ti avessero svuotato la casa e, già che c’erano, avessero svuotato anche te.
E… no!  Col cavolo, che è istinto materno.
E’ semplicemente “mancanza di”.
Perché l’istinto materno serve ad amare e a proteggere, non a sentire vuoti dentro.
Il fatto è che noi abbiamo bisogno di cose che ci riempiano la vita: anche di seccature e di rogne, okay?
Anche di palloncini nello stomaco, quando proprio deve andare storto qualcosa.
Però la vita dev’essere piena, altrimenti è una vita incompiuta come l’ottava sinfonia di Schubert. Che non è mica brutta, eh? Ha un suono  fantastico. Però ne manca un pezzo.

Ora, la nostra cultura si è resa conto che il figlio, in casa, ci vuole. Anche più di uno. Anche più di due, che sarebbero il numero eticamente accettabile per mantenere in vita la specie senza invadere la Terra peggio degli alieni.
Con varie scuse che vanno dal religioso all’economico, la nostra società ci spinge a fare figli a raffica anche se siamo in troppi, se stiamo per soffocare il pianeta, se ci comportiamo come i ratti chiusi sperimentalmente in spazi troppo angusti, che per un po’ vanno d’accordo e poi cominciano a scannarsi l’un l’altro. Lo facciamo anche noi, preciso identico: ci facciamo le guerre.
Quale stracazzo di motivo dovremmo avere, per moltiplicarci ancora?
Il motivo è che dobbiamo compensare le “mancanze di”. E lo sa anche la società nel suo insieme, quindi ci spinge a proliferare.
Nessuna cultura e nessuna religione, al contrario, ci spinge ancora a prendere un cane.
Eppure sono già diventati troppi anche loro (e sono diventati un problema fatto di abbandoni, randagismo, canili pieni…) perché la “mancanza di” la sentiamo anche da soli. E compensiamo anche senza che ci invitino a farlo.
Gli scienziati dicono che è per via dell'”epimeletica” (forse ne ho già parlato in qualche altro articolo): che sarebbe l’ancestrale ed istintivo desiderio di occuparsi, di accudire chi è piccolo, indifeso ed apparentemente bisognoso di cure. Dicono che è per questo, che ci riempiamo di cani.
Sarà.
Però c’è anche il bisogno opposto: il desiderio di riempire la nostra “mancanza di” con qualcuno da accudire, ma anche da cui essere accuditi. Il bisogno di scambio, di reciprocità, di “fare cose insieme”, di sentirsi sempre “con” qualcuno.
E qui qualcuno potrebbe obiettare: vabbe’, non ti basta il figlio, per questo?
Sì, buonasera. Queste cose, col figlio, le hai fino al giorno di cui sopra, quello in cui esce per andare alla scuola materna: dopodiché, in pratica, è già finito tutto.
Da quel momento in poi il figlio scopre che c’è un mondo fuori dalle mura di casa e passerà il resto della sua vita ad esplorarlo (o a cercare di farlo). Chi più, chi meno: si sa. C’è quello che a sedici anni parte già per l’India e quello che a trent’anni vive ancora in casa con te.
Però ci sta fisicamente (spesso per comodo): non è che la sua mente e i suoi pensieri e il suo cuore siano sempre e solo con te.
Per avere questo, serve un cane.
Un cane, e nient’altro al mondo.

Poi lo sappiamo, gli studiosi cinici e pure un po’ stronzi (perché non c’è niente come la scienza per ammazzare la poesia) ce l’hanno detto, che pure lui sta qui perché gli fa comodo. Però, a differenza del figlio, lui è capacissimo di non farcelo MAI capire.
Lui ti guarda come Bernadette deve aver guardato la Madonna quando le è apparsa la prima volta: solo che il cane, quella faccia lì, te la fa ogni volta che ti vede.
Non è per essere blasfemi, eh: ma anche nei film, c’è ‘sta pastorella che ha la prima visione e SBANG, resta lì paralizzata ed estatica. Poi, però, torna per le altre apparizioni e comincia ad avere la faccia molto più normale. All’ultima apparizione della serie, si avvicina alla grotta con l’aria da: “Abbonato…”.
Il cane no. Lui si estasia ogni santissima volta che ti guarda, per tutta la durata della sua vita.
E non solo: a differenza di Bernadette, che era estatica e basta, il cane ti dimostra in millemila modi (e millemila volte al giorno) quanto sia felice di aver incontrato la sua Madonna personale. Fa salti alti così, ti bacia, ti abbraccia, ti corca di affetto.
Se sei stata assente per il tempo di andare in bagno a fare la pipì, al tuo ritorno sembra che non ti veda da dodici anni… sempre che tu sia riuscita a chiudere la porta, altrimenti è entrato anche lui e ti ha guardato adorante mentre pisciavi (cosa che penso non sarebbe riuscita neppure a Bernadette, ammesso e non concesso che la Madonna avesse avuto bisogni corporali e che lei avesse sentito il desiderio di assistervi).
Ma vogliamo lasciar perdere Lourdes e tornare al figlio? Che finché è neonato ti fa i sorrisoni estatici pure lui, come no… ma a dieci anni, quando entri in camera sua, fa già la faccia da “che cazzo vuoi”? E a quindici, magari, te lo dice proprio?
Non c’è storia. Ammettiamolo.
Se vuoi sentirti davvero qualcuno, se vuoi sentirti il centro della vita di qualcuno, non ci sono mariti (figuriamoci…) né figli che tengano. Il cane è l’unica risposta.
Quindi è una risposta egoistica? SI. Assolutamente sì, se vogliamo darne una sincera. Il motivo per cui lo prendi è sempre e solo egoistico. Poi ci sono, ovviamente, varie sfumature: c’è quello che va a prendersi il cane griffato e ipertitolato (o figlio di genitori con tali requisiti) perché vuole sentirsi strafigo. C’è quello che va in canile a raccattarsi il poveraccio più sfigato che trova, perché vuole sentirsi un santo. C’è quello che il cane lo prende “per i bambini”, perché si augura che il cane faccia le veci un po’ più sane della playstation e gli faccia tirare il fiato per qualche minuto al giorno. Ma sempre egoisticamente si agisce, in un primo momento: anche quando non ce ne rendiamo minimamente conto.

Il fatto è che, DOPO, è lui che ti cambia.
Il cane, dico.
Non è che ci riesca proprio sempre e proprio con tutti… ma diciamo che ci sono buone probabilità che il tuo cane abbia su di te lo stesso effetto del proverbiale zoppo. Chi va con lui impara a zoppicare: chi va col cane impara – molto spesso – ad amare.
Purtroppo io penso che qualcuno, a questo punto, si spaventi a morte: noooo! Amare nooooo!!! E’ pericolosissimo, ti mette ad altissimo rischio di soffrire!
E si spaventa tanto che magari il cane lo abbandona. O gli fa del male, o addirittura lo uccide.
Succede, lo sappiamo.
Succede perché non viviamo in un mondo d’amore come quello che ci sta scartabellando le palle ogni sera dal palco dell’Ariston. Viviamo in un mondo sempre più cinico nel quale i “buoni” sono diventati “gli scemi” (tipo quelli che pagano le tasse, non so se avete presente),  un uomo capace di emozionarsi è “un frocio”, una donna capace di sacrificio e di abnegazione “ha qualche problema psichiatrico”. E così via.
In un mondo cinico, l’idea di imparare ad amare può sicuramente terrorizzare qualcuno. Ma qualcun altro, fortunatamente, no.
Qualcun altro si lascia prendere, si lascia invadere da quel “qualcosa” che i cani conoscono e gli umani stanno – forse – dimenticando: la capacità di provare sentimenti fine a se stessi.
Che magari lo stesso cane NON prova, eh? Non voglio mettere in dubbio la visione scientifica opportunistica dell’incontro della sua specie con la nostra. Però, quando guardo in faccia il mio cane, io vedo solo un distillato di amore purissimo, DOC, DOP e quant’altro.
Se è tutta una finta, è un attore talmente bravo che ci casco con tutte le scarpe. Peraltro, io piango anche davanti ai film: e quelli lo SO che sono finti, ma piango lo stesso (ovviamente solo quando muore qualche cane,  anche lì: però piango come una fontana).

Perché un cane? Prima di tutto, per avere amore. E per imparare ad amare, sempre se non ce la facciamo troppo sotto all’idea.
Sì, d’accordo, poi ci sono un sacco di altre cose: c’è tutto quello che si può fare insieme, dalla caccia alla pet therapy alla protezione civile. Dal togliere una vita al migliorarne una, o addirittura a salvarla.
Col cane si può andare da un estremo all’altro, tanto a lui va bene tutto quello che decidiamo noi (bello non sentirsi mai giudicati, eh? Mettete in conto anche questo).
Si può giocare, si può litigare, si può stare in silenzio a guardarsi in faccia, si può saltellare come scemi su un campo pieno di ostacoli o starsene su una spiaggia e spedire il cane a tirar fuori qualcuno dall’acqua  (in ognuno di questi casi è lui che si fa il mazzo, ma quelli strafighi ci sentiamo noi. Per fortuna lui pensa sempre di giocare, si diverte e quindi non ci manda mai a quel paese).
Si può correre e ci si può fermare. S può ridere e piangere con un muso sulle ginocchia, che non so per quale motivo, ma ti fa stare meglio di un Valium.
Si può scoprire che la fettina di carne che avevamo lasciato sul tavolo è misteriosamente sparita e ci si può incazzare come iene. Ci si può vendicare mangiando le sue crocchette e scoprire che lui non si incazza neanche un po’, anzi se ne infischia altamente.
Si può scoprire che certe crocchette, dopotutto, non sono mica male.
Si può andare a dormire dicendo: “A cuccia! E che non ti senta!” e risvegliarsi al mattino col cane sdraiato accanto, sotto le coperte, testa sul cuscino e marito sul pavimento, che ronfa sul tappetino del cane.
Però, in effetti, non l’hai sentito. E non l’ha sentito neanche il marito, che si è lasciato scatafasciare giù dal letto senza svegliarsi (peraltro, il tappetino era morbidissimo).

Si può ridere come pazzi ripensando a storie come queste anche trent’anni dopo, anche quando il cane non c’è più da secoli (neanche il marito, a dire il vero, anche se il cane è morto e il marito no).
Personalmente, oltre a quello appena citato (che ovviamente è vero), ho un repertorio di altri cinque, o forse diecimila aneddoti canini che mi basta riportare alla memoria per mettermi a ridere anche quando sto nella sala d’aspetto del dentista o quando mi arriva la bolletta dell’ENEL. Aneddoti con lo stesso potere, ma con umani protagonisti? Boh, forse un paio. Ma ormai già spremuti al punto che non servono più.
Insomma, ce ne sono di cose… però, se le racconti a qualcuno che il cane non ce l’ha, è pure capace di vederle al contrario.
Qualcuno che ti frega la cena e ti butta giù dal letto? Mai più al mondo!
Specie se quel qualcuno devi anche portarlo fuori a pisciare, e poi lo devi sfamare, e poi magari si ammala e lo devi curare, e ti costa quanto un nonno con tutta la badante incorporata, solo che nel testamento il nonno può lasciarti la casa (sempre che non la lasci prima alla badante) e il cane no.
Proprio non ci penso nemmeno! Un cane non lo voglio, non lo vorrò mai e non lo prenderò mai!

Per carità. Liberissimo.
In effetti, io non me la sento di dire che ci sono motivi assolutamente fondamentali e imprescindibili per cui ci si DEBBA prendere un cane.
Quindi, caro lettore, mi sa che l’articolo che volevi, alla fin fine, non te l’ho saputo scrivere.
Perché l’unico vero motivo che a me viene in mente è proprio quello di cui ho parlato finora: il vuoto, la “mancanza di”.
Però non è detto che la sentano tutti. Non siamo mica tutti uguali.
Io ho cominciato a sentirla praticamente a due anni di età (e ho cominciato a rompere perché “volevo un cane”): ma altri non la sentono affatto, e a chi non la sente non c’è modo di farla scoprire. Non si sono pressioni sociali o culturali o religiose che ti facciano sentire in qualche modo “incompleto” se non hai un cane: se non ne senti la mancanza, non la senti. Punto. A meno che non ti  capiti un cane, un giorno o l’altro, per un motivo o per l’altro.
E’ un po’ come un bambino che nasce non vedente, capisci? Lui non sa quello che si perde: non può saperlo.
La vita, per lui, è “quella” e basta. Finché è piccolino, non sa neppure di essere cieco: ma anche quando lo scopre, la cosa per lui non ha un vero significato, perchè non ha idea di come potrebbe essere il suo mondo se avesse modo di scoprire le forme e i colori.
Per fortuna (credo) non esiste un modo realmente efficace per spiegarglielo.
Lui può essere felicissimo anche così: e gli auguro davvero con tutto il cuore di esserlo.
Però quelli che ci vedono, quando pensano a lui, pensano “poverino”.
Esattamente la stessa cosa che penso io di quelli che un cane non lo vogliono e non se lo prenderanno mai.

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70 Commenti

  1. Mi sento quasi stupida (ok, togliamo il quasi) a commentare qualcosa di così vecchio però alla fine, che importa? Per capirci ora ho 16 anni, mia madre portò a casa Dolly (labrador) quando ne avevo due. Che dire, é stata una sorella per me e sinceramente penso che mi abbia rovinato la vita. Ormai non c’é più da due anni ma la mancanza la sento. Quando faccio le mie lunghe camminate senza di lei che scodinzola al mio fianco, quando torno a casa e non ho nessuno a cui raccontare cosa é successo, quando piango e non é lì a sbavarmi tutta la faccia, quando mi sdraio sul divano e lei non é lì ai miei piedi. Una mancanza assurda. Eppure, é sbagliato anche dire che sia così per tutti. Il cane si ama in ogni caso, ma non tutti riescono ad amarlo cosí tanto e sinceramente li invidio un pó. Perché quando il cucciolo (ormai non più tanto cucciolo) se ne va, muori un pó anche tu

  2. leggi questo articolo già la terza volta. da 6 mesi ho perso la mia bullmastiff ed è stato devastante. quando il veterinario è venuto a casa per farle la puntura non ho avuto il coraggio di piangere. l’ho tenuta stretta a me pensando che finalmente aveva smesso di soffrire. mia sorelle le ha chiuso gli occhi. piangevamo tutti tranne me. sono uscita prima di vederla senza respiro e in ascensore è uscito tutto. ho fatto 8 piani su e giù su e giù fin quando non ho smesso di piangere. trudy non c’è più, mi ha cresciuto per 11 anni. l’ho vista nascere e mi ha insegnato l’amore incondizionato verso il mondo. mi ha insegnato tutto. mi ha visto crescere. ora c’è un altro cane che amo alla follia. è venuta poco dopo per sopperire il dolore forse. ora mi riempie il cuore ma trudy è sempre li…la sogno anche la notte. ciao piccolina ti ho voluto un bene dell’anima..grazie per tutto quello che hai fatto per me!!!

  3. tranquilla Noè penso che siamo in molti a pensare come te, io amo i miei cani “quasi come mio figlio”…..e ovviamente mi danno della fanatica…..poi penso che chi non ha figli senta questo sentimento ancora più forte, penso sia normale…..almeno per me 🙂

  4. …avevo una domanda, e questo mi è sembrato l’articolo più adatto in cui formularla, quindi…
    Quanto si può amare un animale?
    Il quesito deriva dal fatto che non riesco a far capire a buona parte delle persone il sentimento che provo per i miei due gatti. Sentimento che, quando viene espresso nella sua sincerità (quindi, con due enormi cuori brillanti negli occhi), mi sembra essere percepito come esagerato. O, meglio, come un sentimento che andrebbe benissimo, se fosse rivolto verso delle persone. Ma verso un cane/gatto…insomma!

    Ho amato degli uomini, ho degli amici cari e una famiglia.
    Ovviamente, i modi in cui tutti questi amori si sono espressi sono stati diversi, perché diversi sono i ruoli delle categorie di persone citate. Ma sono stati tutti sentimenti e legami intensi. E la stessa intensità dei sentimenti, io la provo per i miei gatti. Magari glielo dimostro in modo diverso dal modo in cui lo dimostrerei a un’amica, a un uomo, o a mia madre. E mi aspetto dei feedback diversi da quelli che mi aspetterei da un’amica, da un uomo o da mia madre. Ma l’intensità del sentimento non è diversa da quella che potrei provare per un essere umano.
    Quindi, mi chiedo: sono strana io?
    Quando si dice “Amo il mio cane come un figlio”, se si parla di sentimento e non di modo di trattare l’animale, è possibile? La domanda è rivolta principalmente a Valeria, e ad altre donne che abbiano sia figli che animali.
    Sembra quasi che uno debba giustificarsi, a volte, se perde un animale e soffre, se è in pensiero per il gatto che sta male, se deve cambiare città e invece di lasciarlo, decide di portarselo dietro…
    Capita solo a me?

    p.s. articolo meraviglioso! Da brividi e lacrime.

    • Noè, io non dico di amare i miei animali esattamente come mio figlio…ma ci picchio sicuramente vicino (lui dice che voglio più bene a loro, ma per fortuna non se la prende neppure: probabilmente anche lui vuole più bene a loro che a me, quindi non gli sembra neppure strano).
      Quindi con me (e con moltissimi altri frequentatori di questo sito, penso) sfondi una porta aperta 🙂

      • …io non ho figli, per questo chiedevo!
        :-/
        Comunque, noi figli pensiamo sempre che qualcun altro sia più amato di noi (un fratello, il lavoro, qualunquealtracosa!), credo faccia parte del pacchetto genitore-figli.
        Grazie mille, mi sento meno autistica a non essere l’unica ad amare molto i suoi animali.
        Non che sarebbe cambiato molto, con le mie follie vado d’accordo.
        Ma è sempre bello non essere da soli.

  5. ringrazio Alessia che ha postato il link su fb.. veramente una lettura deliziosa, e – per quanto mi riguarda – condivisa al 100%!
    FANTASTICA!

  6. sono 7 mesi che il mio tatone è sul ponte, e ancora piango ogni volta che vedo una sua foto….e sento quel vuoto orribile, che pochi riescono a capire…perchè un cane? è come chiedersi: perchè rendersi la vita migliore? perchè la vita è una sola, e non voglio privarmi di un motivo di gioia immensa…altrimenti che campo a fà? ancora ciao al mio piccolo gigante Yoshi, che vive sempre nel mio cuore e mi ha insegnato tante cose….se davvero esiste un Dio, ora sei abbracciato al mio papà, che adorava i nasoni umidi…

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