sabato , 18 novembre 2017
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La teoria del branco, la dominanza e la gerarchia: riflettiamoci

Fossile di lupo:Età: 120 milioni di anni; Periodo: Cretaceo; Luogo: Qing Hai, China

di CARLO COLAFRANCESCHI – Attualmente, sulla base dei reperti archeologici ritrovati, si pensa che la domesticazione del cane sia avvenuta circa 14/16.000 anni fa, anche se l’analisi del DNA rivela  origini ben più antiche (40/50.000 anni).
Il lupo suo progenitore ha una storia molto più antica anche se quasi totalmente sconosciuta. Ossa  di uomini e di ominidi risalenti a 150.000 anni fa  sono state ritrovate vicino alla grotta di Lazaret (Nizza FR.); in Cina negli scavi di Zhoukoudian i reperti datano 300.000 anni; nel Kent in Inghilterra sono stati trovati reperti che arrivano addirittura a 400.000 anni.
L’uomo era appena nato e già condivideva questa terra con  il lupo!
Durante gli anni trenta in Europa nacque una nuova scienza: l’etologia. Padri fondatori: Konrad Lorenz, Karl von Frisch and Niko Tinbergen.
L’etologia si basa sull’osservazione di una specie in natura. Il metodo di questi padri dell’etologia in contrasto con quello americano (che premiava il lavoro con animali tenuti in cattività), arrivò fino nella lontana America dove venne adottato da biologi come ad esempio David Mech.
Durante gli anni 30,40,50,60, l’interesse per l’organizzazione sociale degli animali ebbe grande attenzione da parte degli addetti ai lavori.
I primi ricercatori che descrissero le dinamiche di branco furono Schenkel 1947; Rabb e al. 1967; Fox 1971b; Zimen 1975, 1982 Murie 1944; Mech 1966, 1970; Haber 1977; Peterson 1977. Questi studi vedevano la coppia dominante avere assoluta egemonia sul resto del branco ed erano stati effettuati prevalentemente  su animali in condizioni innaturali.

Nei branchi tenuti in stato di  cattività, che sono tra loro sconosciuti, si formano gerarchie strutturate con individui alfa, beta, fino ad arrivare all’omega e questo potrebbe suggerire che il nostro cane di casa veda la sua convivenza con l’uomo allo stesso modo.
L’etologia ad ogni buon conto ci insegna che spesso diverse specie quando tenute in cattività formano appunto una gerarchia strutturata.
Questa però non è stata l’unica scuola di pensiero: altri hanno sostenuto che in natura il branco non si sviluppa casualmente (come succede in cattività) ma forma una vera e propria famiglia (Murie 1944; Giovani e Goldman 1944; Mech 1970, 1988; Clark 1971; Haber 1977) che include la coppia di genitori  e la loro progenie ( Murie 1944; Haber 1977; Mech e al. 1998).
Oltre a quanto esposto questi studi erano viziati da:
1- Portati a termine in tempi brevi, focalizzavano quasi esclusivamente sulle attività di caccia: le più scontate. Arrivando a conclusioni basate sull’1% dei comportamenti dei lupi osservati.
2- I ricercatori osservarono comportamenti rituali misinterpretandoli. E’ da queste errate osservazioni che nacque il grosso della mitologia della dominanza.
3- Le estrapolazioni fatte dai loro dati erano piuttosto  ardite per non dire campate in aria. Immaginate che come prima conclusione logica allargarono ai cani le loro conclusioni e successivamente al rapporto uomo-cane.

Nel frattempo, in Europa, Konrad Lorenz descrisse le differenze tra dominanza e sottomissione nel famoso libro pubblicato nel 1949 King’s Solomon Ring interamente basato sulle osservazioni dell’etologo (vincitore del premio Nobel) sui propri cani.
La scuola cinofila di quei tempi era capitanata dal colonnello tedesco  Konrad Most, Lorenz era anche lui austriaco e la scuola “germanica” di quei tempi vedeva il cane come un animale da dominare e sottomettere alla propria volontà.
Il cane maschio, specialmente per gli esperti dell’epoca, era in continua competizione con l’uomo e qualsiasi segnale di ribellione (dominanza) era da contrastare con fermezza (una bella parola che troppo spesso è usata al posto di crudeltà, prevaricazione o violenza). Curiosamente né allora né oggi nessuno si è mai posto il problema conseguente all’utilizzo del cane per una monta: “capobranco” ruffiano? Bisogna ammettere che per un cane sottomesso ricevere una femmina in calore proprio dal suo capobranco dovrebbe risultare quantomeno strano, per non parlare della conseguente riduzione di rango che ne avrebbe a soffrire quel leader che si preoccupa di passare per primo attraverso la porta di casa, che guai a te se sali sul divano e poi sta li a guardare il suo sottoposto che si monta una femmina! Inaudito!
Così nel dopoguerra la cultura tedesca fu esportata sui campi di addestramento americani ad opera di quei militari, costretti ad allontanarsi dall’Europa. Lorenz influenzò anche Mech che negli anni 70 coniò il termine Alfa.

I monaci di New Skete

Negli USA nello stesso periodo vissero un momento di grande popolarità i Monks of New Skete, un gruppo di francescani aderenti al rito bizantino che avocavano la scrollata, lo schienamento ed il pugno sotto il mento dei cuccioli, come tecniche efficaci per ridurli a miti consigli.
Nello stesso periodo furoreggiava Bill Khoeler un addestratore che faceva della compulsione, punizione e rinforzo negativo il suo pane quotidiano.

Carlo Colafranceschi con Carl K. Herkstroeter

A riprova dell’influenza “germanica” sulla cinofilia USA, un paio di anni fa ero negli USA per seguire un corso sui test comportamentali ATTS (American Temperament Test Society ) fondata dal tedesco Alfons Ertel nel 1977 e il caso ha voluto che conoscessi Carl K. Herkstroeter (Austriaco emigrato durante la guerra) attuale presidente dell’associazione.
Torniamo a David Mech che oggigiorno, dopo circa 40 anni di ricerca sui lupi allo stato naturale, ha ritrattato le sue conclusioni risalenti agli anni settanta ribattezzando la coppia alfa o coppia dominante “coppia riproduttrice” (Mech 2008) mettendo il capo-branco nel cassetto. Tutte le congetture sugli scontri tra maschi per la supremazia del branco all’evidenza dei fatti, nella stragrande maggioranza dei casi si “risolvono” con  i lupi che a partire dall’anno di età in poi lasciano il branco per formarsene uno proprio altrove (meccanismo che previene quegli scontri invece inevitabili in cattività) e di grande importanza, per mantenere quella diversità genetica necessaria per perpetuare la propria specie
Naturalmente nel prendere ad esempio i lupi l’assunto era ed è che essendo il cane suo discendente, il suo comportamento non potesse non derivare dal suo progenitore.
Così un po’ tutti ci siamo sentiti in dovere di proferire la frase magica che non può mancare quando si cerca di spiegare il perché di un certo comportamento del cane: “Il cane in natura…”.
Il fatto è che di cani in natura ve ne sono davvero pochi. Non mi riferisco ai Dingo (Canis Lupus Dingo) ne all’African Painted/Wild Dog (Lycaon Pyctus) ancora osservabili allo stato naturale, ma al nostro amatissimo Canis Lupus Familiaris.
Un altro impedimento non da poco, quello di non potere studiare la versione domestica del lupo…versione domestica?
I lupi che abbiamo studiato sono i Timber Wolf a causa della quasi estinzione del Lupo Artico progenitore del cane, con il quale è al limite per essere definito come appartenete alla stessa specie (John Bradshaw 2009).
Quindi per tutti questi anni abbiamo fatto riferimento a studi compiuti in prevalenza su lupi che avevano ben poco da spartire con il progenitore del lupo?
La risposta è si, anche per chi volesse erroneamente attribuire l’origine al lupo asiatico. Un altro problema!
Non solo manca il cane in natura, mancano anche il suo progenitore e i suoi discendenti in ambiente naturale! Così l’esempio più vicino al “modello naturale” del cane è il cane che troviamo nei villaggi (village dogs) ad esempio sull’isola di Phemba; studiati dal Prof. Raymond Coppinger, biologo e consumato praticante dello sleddog: questi cani non formano il branco, la loro sopravvivenza è legata a doppio filo con quella degli abitanti dei villaggi e con i loro rifiuti. Lo stesso comportamento è stato osservato in Kenya, Tanzania e Sud America su altrettanti “village dogs”.

Colafranceschi con Johan Galant e i suoi canis africanis

Altro cane dei villaggi è il Canis Africanis scoperto dal mio amico Johan Galant (giudice/figurante e handler IPO) in quel del Sud Africa. Anche qui stessa storia, i cani vivono nei villaggi e non hanno bisogno di formare un branco anche se occasionalmente formano gruppi di caccia. Ricapitolando la teoria del branco così come popolarmente divulgata si basa su  lupi tenuti in cattività, molto diversi da quelli da cui discende il cane i cui possibili antenati non formano il branco!
C’è da dire che per quanto questi cani si siano auto-selezionati (land race)  una selezione vi è stata: nei villaggi i cani aggressivi non sono visti di buon occhio, sono eliminati non appena dovessero mostrare questo tratto…avessimo fatto fuori tutti gli alfa? Anche per quello che riguarda il Cane Indiano Americano la storia é la stessa: cani che seguivano gli indiani
La loro sopravvivenza sembra essere legata alla continua immissione di nuovi soggetti riproduttori nel gruppo. Cibo in abbondanza e nessuna interferenza da parte dell’uomo e il cane ferale riesce a proliferare. Ancora una volta sono segnalati gruppi amorfi di pochi elementi e non strutture che possano assomigliare ad un branco.
Vi sono invece altri ricercatori (Macdonald and Carr 1995, Pal et al., 1998) che riportano l’organizzazione sociale ruotante attorno ad una coppia monogama (come nei lupi) e i membri del gruppo sembrano essere tolleranti tra di loro.
Rispetto al lupo nei cani ferali la presenza in contemporanea di più cucciolate è più marcata. Infine è riportata la dispersione dei giovani al compimento dell’anno di età (Pal et al. 1998).
E questo è quanto; non esistono esempi o studi che dimostrino che il cane sia un animale di branco se per branco si intende quella unità di sopravvivenza  appartenente al lupo.
Cerchiamo di  approfondire l’argomento mettendo a fuoco alcune contraddizioni conseguenti alla divulgazione popolare della teoria del branco e conseguentemente, la gerarchia e  la dominanza cercando di ristabilire la versione scientificamente accreditata. Consideriamo tre tipi di ordinamento gerarchico:

1. Nel primo modello (quello più diffuso nell’immaginario comune) vediamo un cane saldamente al comando questo tipo di gerarchia si mantiene per effetto della sottomissione di tutti nei confronti del despota.
2. Il secondo modello (triangolare) può comprendere un numero pressoché illimitato di componenti. Questo modello è estremamente instabile i componenti competono per le risorse e a volte tende a trasformarsi nel modello 3.
3.  Questo modello si mantiene attraverso una sottomissione via via a scalare

Nessuno dei sopra elencati ordinamenti necessita di un capo-branco! Uno dei maggiori problemi conseguente alla distorsione della etologia ufficiale è nel comprendere che i cani stabiliscono il loro ordine gerarchico attraverso la sottomissione che viene manifestata attraverso il giuoco  aggressivo, i rituali con subdoli segnali  e minacce  e non   l’obliterazione dalla faccia della terra dell’avversario. Non serve anzi sarebbe controproducente è documentato che  il despota di turno è regolarmente deposto dai suoi “sottoposti”. Sono quegli elementi naturalmente non aggressivi, per niente  prepotenti ad evitare di sfidare quelli che invece lo sono.
Un animale costantemente assoggettato ad un regime di sottomissione vede i suoi livelli di cortisolo (ormone dello stress) elevarsi permanentemente, in questo modo le femmine inibiscono l’ovulazione all’interno di una comunità.
Anche il termine Capo Branco è fuorviante.
Il capo è colui che comanda, cosa che nessun cane è in grado di fare: un cane prepotente difende le sue risorse (se lo ritiene necessario), il suo territorio, ma comandare? Direi proprio di no.
E’ un po’ come in una squadra di calcio, vi sono 11 giocatori che giocano insieme, ognuno in piena autonomia agisce per il bene di tutti: nel lupo gli schemi si sviluppano grazie agli istinti e all’esperienza.

Un cane non insegna nulla per definizione, nel caso sono gli altri ad imparare da lui imitandolo. Conseguentemente all’enfasi posta sulla aggressività, pochi sono consapevoli che una relazione di sottomissione può esistere soltanto se uno dei due soggetti si sottomette in maniera consistente.
Roger Abrantes distingue la dominanza dalla aggressività in base all’esito dell’interazione; il cane “dominante” non provoca danni, quello aggressivo lo fa per definizione. Questo si sposa alla perfezione con quel morso singolo dispensato, per mantenere una risorsa, normalmente senza conseguenze degne di nota per chi lo riceve del cane dominante.
Stabilita la relazione questa è mantenuta attraverso una serie di avvertimenti o forme ritualizzate di aggressività. Il soggetto subordinato è quello che scatena la reazione dell’altro e non viceversa.
Riflettiamo: anche negli uomini sono i sottoposti a scattare sull’attenti per salutare il generale, non è il generale a legnare tutto il plotone per essere salutato!
Tra le differenze più significative in contesto sociale tra lupo e cane c’è quella riguardante la rimozione di un soggetto dal suo gruppo: nei lupi è quasi certo che anche dopo poche ore di assenza sarà necessario riguadagnarsi la posizione; nei cani invece anche a distanza di mesi si sono osservati reinserimenti del tutto pacifici.

Ovvio che affinché ciò accada non debbono verificarsi cambiamenti importanti come ad esempio  l’introduzione di un nuovo adulto nel gruppo. Il termine dominanza è stato largamente abusato per descrivere comportamenti che con la dominanza poco avevano a che vedere. Il cane ringhia quando ci si avvicina alla sua ciotola DOMINANTE! Il cane ringhia quando gli si chiede di scendere dal letto DOMINANTE! Il cane salta addosso alle persone DOMINANTE! Il cane ringhia quando lo si vuole far uscire da sotto il letto DOMINANTE!
La lista è pressoché infinita una volta sentii ascrivere alla dominanza anche un episodio di coprofagia!
Ma cos’è questa benedetta dominanza? Beh, per prima cosa non è un tratto genetico: il gene della dominanza non esiste, se esistesse i problemi di dominanza non si risolverebbero tramite tecniche ispirate al condizionamento operante.
La dominanza di cui si conoscono almeno 13 definizioni diverse (Carlos Drews) è una relazione variabile che intercorre tra due individui, ma non è l’inizio e la fine dell’interazione lupo>lupo; cane>cane; la riduzione degli spazi sembra aumentarne la frequenza ma questo lo sanno tutti quelli che hanno fatto una vacanza in barca.
La dominanza, stabilire un ordine sociale (gerarchia) non garantisce stabilità eterna: le “gerarchie” cambiano asseconda delle situazioni, non durano in eterno, sono mutevoli come le variabili che delineano il rapporto tra cane e cane.
La dominanza non si trasmette geneticamente perché non è un tratto genetico: prendiamo un numero X di cani dominanti, mettiamoli insieme ed essi formeranno un ordine sociale.
Vorrei sottolineare che quei cani (a volte molto simpatici ed equilibrati con le persone), appartenenti a  razze nelle quali  la selezione fatta dall’uomo ne ha modificato il naturale comportamento sociale intraspecifico, possono, in taluni soggetti, esibire comportamenti esagerati e/o mancanti dei necessari freni inibitori o più in generale difettare quelle caratteristiche necessarie per la sopravvivenza di una specie, resistenti a qualsiasi socializzazione (per mancanza di caratteristiche), esulano da quei discorsi inerenti a temi legati alla normale comunicazione tra cani.

Osservando i cani ferali ci accorgiamo che durante il periodo della riproduzione è possibile che più elementi trasmettano i propri geni, come è possibile che si crei una coppia stabile; la ricerca di una risposta univoca quando si parla di cani o peggio di lupi è spesso una chimera.
E’ importante accettare che possono esserci delle eccezioni e non usarle per smentire le regola.
Dominanza significa anche “potere ed influenza sugli altri” significa supremazia, superiorità, controllo, autorità tali e tanti sono i significati da renderne difficile l’uso preciso in termini scientifici (Roger Abrantes).
La dominanza può essere misurata in termini quantitativi e serve alla funzione di difendere, acquisire o mantenere temporaneamente una determinata risorsa, in una determinata circostanza, nei confronti di un determinato individuo.
La dominanza può essere manifestata da un soggetto in un determinato contesto e non in un altro. Il rapporto tra due soggetti può variare al mutare della situazione o della risorsa.
La differenza tra aggressività e dominanza è nell’obbiettivo: il primo è mirato alla eliminazione della competizione, il secondo serve lo stesso scopo ma nei confronti di compagno, di un amico (Roger Abrantes).
Abbiamo visto che gruppi stabili tenuti in ambienti chiusi (cattività) sviluppano più facilmente un ordine sociale, mentre gruppi instabili soggetti al cambiamento di ambiente  non sviluppano un ordinamento sociale. La dominanza ha le sue “ stranezze” ad esempio un elemento sottomesso può facilmente rifiutare di perdere possesso del cibo nei confronti di altri normalmente “superiori in rango” in situazioni diverse.

Mark Bekof sottolinea la diversità con la quale la dominanza può essere espressa tra la stessa specie e specie diverse le eccezioni; i cuccioli di lupo sono certamente subordinati ai genitori e ai fratelli più grandi eppure ricevono il cibo per primi dai genitori e talvolta dai fratelli (Mech 1999). Peter Neville testimonia l’avere visto un giovane lupo trasportare per oltre un chilometro un coscio di “antilope” (non ricordo esattamente la specie) per consegnarlo al vecchio omega!
A mio avviso il concetto di dominanza intraspecifica non è così chiaro e semplice come lo si racconta sui campi di addestramento.
Fin qui abbiamo accennato a ciò che ci insegna l’etologia, che però non è certamente l’unica scienza ad occuparsi del comportamento del cane. Prima di passare ad altre osservazioni permettetemi di ricordare che per quanto non tutti  gli etologi e i biologi non abbiano esperienza di lavoro (Coppinger e Abrantes ne hanno), quello che è stato trasportato sui campi di addestramento di tutto il mondo, quella logica perversa che riduceva tutto a “ Il cane lo deve fare perché lo dico io” ha causato soltanto inutili sofferenze.
Tecniche di elicotteraggio, di impiccagione, cani affogati nell’acqua, collari elettrici usati con il solo principio: “Aumento l’intensità fino a quando non decidi di obbedire”… credo si sia tutti concordi che la teoria del branco e la dominanza hanno creato prevalentemente sofferenze inutili permettendo a molti di “qualificarsi” come esperti, snocciolando fesserie a volte molto pericolose.
Ancora oggi mi capitano, e anche spesso, CUCCIOLI presi a giornalate da rispettabilissime persone che candidamente ti dicono: “Non gli faccio mica male! Serve solo per spaventarlo!”
E tu stai li e vedi il cucciolo in evidente stato di stress, vedi l’insicurezza e non puoi dirlo, perché ti  trovi davanti ad anni di disinformazione provenienti dalle sciuremarie, da cuggini, da addestratori improvvisati, da veterinari fermi ad un approccio barbaro al cucciolo, dalla televisione che sembra selezionare i propri big in base alla loro incompetenza e assenza di una qualsiasi preparazione degna del nome, ad includere noti “scollaratori” (l’uso dello strangolo per ridurre il cane all’obbedienza).
Abbiamo anche autori più o meno importanti a divulgare colossali castronerie: The Monks of New Skete. “…. grabbing the dog by the throat, throwing him down on his back and screaming “No!” in his face. “ (“prendendo il cane per la gola e sbattendolo/gettandolo a terra sulla schiena urlandogli in faccia NO!”)

Nel libro The Intelligence of Dogs, Stanley Coren descrive una versione più gentile: “You should deliberately manipulate and restrain your dog on a regular basis, placing it in a position that, for wild canids, signifies submission to the authority of a dominant member of the pack.” “Il cucciolo regolarmente  manipolato e contenuto posizionandolo in una posizione che per i canidi allo stato brado significa sottomissione all’autorità di un soggetto dominante del branco.
Complimenti, un altro professore del nulla.
Tecniche che servono nel migliore dei casi a minare fin dall’inizio quel rapporto di fiducia imprescindibile se si vuole ambire a creare una simbiosi tra uomo e cane, unico modo per garantire la proficua convivenza di entrambi.
Quante volte ho visto una madre giocare con i cuccioli e mettersi a pancia all’aria permettendogli di saltarle sopra, come interpretare questa postura… sottomissione?!
La verità è che troppo spesso in cinofilia si fa delle proprie opinioni, maturate per sentito dire, il verbo.
Qualche anno fa parlando dell’argomento mi venne detto: “Si ok, ma che facciamo ci rimangiamo tutto quello che abbiamo detto fino ad oggi?”
Beh, cosa ci sarebbe di male?
Se la storia sui neutrini fosse stata dimostrata vera, la scienza si sarebbe rimangiata la teoria della relatività e Albert Einstein sarebbe rimasto comunque un genio di incommensurata grandezza.
Ah, so benissimo che ammettere certe cose darebbe il la a tanta gente le cui opinioni esistono esclusivamente come critica delle idee degli altri, opinioni che trovano terreno fertile nella generale confusione alla quale rimarremo condannati se chi sa non si decida ad ammettere la necessità di una cambiamento di rotta.
Rendiamoci conto di come è sprofondato l’intero paese  per dire o non dire e fare o non fare  ciò che era  politicamente corretto o scorretto.

Non ho ancora parlato di gerarchia tra uomo e cane, registro soltanto che i sottoprodotti della teoria del branco, i capo-branco, la dominanza, la gerarchia hanno causato in tutto il mondo danni e sofferenze incalcolabili. Il lupo impara a cacciare attraverso il gioco, il lupo impara ad essere lupo attraverso il gioco… il lupo impara a sopravvivere attraverso il gioco!
Ancora oggi per far scendere dal divano di casa il cane “dominante” lo si sgrida, lo si minaccia, lo si attacca con la scopa e quando arrivi tu con il tuo bocconcino e il cane dimentica tutta la sua “dominanza”, improvvisamente se ne fotte altamente del suo rango e del tuo, scende dal divano per ottemperare al suo istinto di sopravvivenza che con qualche lezione, fa si che quando arrivi a casa ti accolga come un vecchio amico, improvvisamente puoi sederti vicino al lui sul  “SUO” divano. Il  cane oramai ignaro di avere una gerarchia da difendere nei confronti di un quasi sconosciuto, che vede  per la terza volta in tre settimane, un estraneo che invade il suo territorio, minacciando la sua supremazia e chi più ne ha più ne metta!
L’obiezione che ricevo più frequentemente è rivolta verso il bocconcino: “Il cane mi deve ubbidire, non lo deve fare per il bocconcino!”; ma, se il cane deve scendere dal divano per quale motivo anche l’eventuale utilizzo della forza (e a volte i clienti è proprio quello che si aspettano) è accettabile e il bocconcino no?
Il cane deve ubbidire, mi viene detto, io propenderei più per:  il cane deve scendere dal divano quando gli viene chiesto o non salirci e se mettiamo via  tutte le nostre velleità di sergenti di ferro occorre necessariamente renderglielo conveniente.
Occorre che il cane veda conveniente non salire o scendere!

Il cane ruota intorno a questo semplice principio: fa tutto ciò che gli conviene e evita tutto ciò che non gli conviene, il gioco sta nel rendergli conveniente quello che per noi è accettabile.
Quando il cane si trova a confronto con una situazione specifica, ogni divario tra il risultato atteso dal sistema limbico é inviato attraverso i collegamenti con i centri di apprendimento alla corteccia cerebrale e altri collegamenti all’ipotalamo, la parte del cervello che a sua volta alimenta il sistema ormonale del corpo. Se la ricompensa che noi offriamo è meno allettante di quella che potrebbe attrarre il cane è il sistema limbico che  decide di non “ obbedire” al comando.” (Bruce Fogle) La mente del cane p.51.
Sembrerebbe proprio che il nostro amico Fido sia forzatamente costretto ad agire diversamente dalle nostre aspettative.
Vediamo se affrontando il problema da un’altra angolazione riusciamo a trovare delle risposte alla vera natura del rapporto uomo-cane.
Oggi si fa un gran parlare dei processi cognitivi del cane: la scienza nega che il cane abbia coscienza di se stesso, mentre quelli che gli riconoscono la capacità di avere delle emozioni aumentano giorno dopo giorno.
Questa nuova scuola di pensiero però sembra esagerare nel volere attribuire a tutti i costi al cane capacità cognitive DIVERSE da quelle che gli appartengono.
Prima di dare conto di questa affermazione vorrei chiarire il significato di due termini spesso fraintesi:

1. Cognitivo – In psicologia, processo cognitivo: quello mediante il quale un organismo acquisisce informazioni sull’ambiente e le elabora a livello di conoscenze in funzione del proprio comportamento (percezione, soluzione di problemi).
2. Coscienza – Consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori.

Ora che il cane abbia delle capacità cognitive credo sia indubbio: è meno certo che sia consapevole di se stesso, anche se ci va molto vicino.
A volte vengono riportati i risultati di ricerche “scientifiche” che di scientifico hanno poco o nulla e che sono, assieme alle sciuremarie, responsabili della grande confusione che regna tra tante persone che in buona fede credono a capacità che il cane proprio non ha, o se le avesse sarebbero tutte da dimostrare.
Nel 2008 (USA) su un campione di 907 proprietari di cani, il 74% ha attribuito al cane la capacità di sentire rimorso, emozione non dimostrata nel cane (Secondary emotions in non-primate species? Behavioural reports and subjective claims by animal owners Paul H. Morris, Christine Doe & Emma Godsell).
Il cane ha cognizione degli spazi e si muove attraverso ambienti diversi con una motivazione precisa  suggerendo la presenza di una mappa cognitiva del mondo esterno.
Il cane ha cognizione dell’esistenza di un oggetto anche se nascosto alla propria vista: a questo arrivarono i ricercatori  (Triana & Pasnak, 1981; Gagnon & Dori, 1992, 1993) utilizzando i test di Jean Piaget originariamente concepiti per bambini di 2-3 anni. Collier-Baker et al., 2004  sostengono che il cane associ il luogo dove si trova l’oggetto nascosto con uno o più dettagli nell’ambiente.
Friederike Range un ricercatore all’ University of Vienna in Austria ha portato avanti una serie di esperimenti con dei cani capaci di eseguire il segnale “Dai la zampa”.
I cani sono descritti normalmente contenti di dare la zampa a prescindere dall’elargizione del premio o meno. E questo suona strano.
I ricercatori hanno  segnalato che quando i cani vedevano un altro cane premiato e loro non ricevevano nulla il loro comportamento era diverso. “Abbiamo scoperto che i cani esitavano significativamente più a lungo quando ricevevano il segnale “Dai la zampa” per eventualmente smettere di offrire quel comportamento.
Conclusione?  Il cane non rispondeva più al segnale a causa dell’ingiustizia subita!!

Dogs Found to Have Abstract Thinking!   Scoperta la capacità di astrazione nei cani!  E’ di nuovo  Friederike Range ad informarci di questa incredibile scoperta, ovvero che i cani riescono ad assegnare a varie categorie immagini complesse proprio come facciamo noi.
L’hanno dimostrato usando un computer automatizzato dotato di touch screen. Per verificare se essi fossero in grado di classificare delle immagini osservandole e applicando quanto appreso a nuove situazioni, sono state presentate a 4 cani illustrazioni di paesaggi e di cani. Durante la fase di addestramento  i cani hanno visto sia immagini di paesaggi, sia di cani, venendo premiati con una crocchetta ogni volta che sceglievano l’illustrazione del cane.
Dopo il periodo di addestramento ai cani sono state presentate immagini diverse di paesaggi e cani. I cani hanno scelto le immagini dei cani, secondo Friederike Range dimostrando di applicare quanto appreso durante l’addestramento.
C’è poi l’esperimento di Brian Hare and Michael Tomasello Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology nel quale il cane é chiamato a scegliere tra due bicchieri quello contenente cibo seguendo l’indicazione fatta da un assistente.
Francamente vorrei vedere tutti  e due i bicchieri vuoti ed il cane ricompensato per la giusta scelta, con il premio sotto al bicchiere giusto non potrò mai non sospettare che sia il naso a suggerire la risposta.
Sempre dal Max Planck Institute lo studio: Word Learning in a Domestic Dog: Evidence for “Fast Mapping”

Il border collie Rico

All’età di circa 3-4 anni i bambini riescono a formulare ipotesi sul significato di una nuova parola dopo una sola esperienza, questo fenomeno è chiamato fast mapping.
Rico, un  Border Collie, è capace di distinguere 200 oggetti diversi e tra questi identificare un oggetto sconosciuto quando gli viene chiesto di riportarlo, senza averne mai visto ne sentito prima il suo nome. Rico riesce a replicare questa autentica prodezza anche a 4 settimane di distanza dalla prima esposizione!
Quest’ultimo sembra essere il più attendibile tra gli studi sopra descritti anche se come gli altri pecca almeno per il numero esiguo (1) di soggetti testati.
Anche in Italia sono portati avanti degli studi: Do Dogs (Canis lupus familiaris) Make Counterproductive Choices Because They Are Sensitive to Human Ostensive Cues? (Sarah Marshall-Pescini, Chiara Passalacqua, Maria Elena Miletto Petrazzini, Paola Valsecchi, Emanuela Prato-Previde).
Il team di ricercatori sembra avere evidenziato la sensibilità dei cani nei confronti di informazioni che ricevono attraverso i nostri gesti al punto da indurli a commettere degli errori di valutazione come ad esempio perdere la loro naturale preferenza per quantità di cibo più grandi.

Mark Bekoff ha messo in piedi un semplice esperimento durato 5 anni. Durante l’inverno ha raccolto l’urina depositata sulla neve  dal suo cane e da altri cani senza essere visto né prelevare né ricollocare i campioni raccolti. Ebbene il cane di Bekof ha sempre speso più tempo ad odorare le pipì altrui  coprendole con la sua urina e disinteressandosi alle proprie.
Beh, forse non è dimostrato che i cani abbiano coscienza di se stessi, ma che si riconoscano molto meglio con il naso che con gli occhi certamente si!
In generale la ricerca sembra evidenziare che il cane formi delle immagini mentali per associarle con segnali di vario tipo provenienti dall’uomo.
In estrema sintesi i cani apprendono per imitazione, ma questa non è certo una novità. Immagini molto speciali fatte di odori, di suoni, di percezioni tattili e di emozioni, le loro e le nostre, tutto ciò è possibile a patto che l’immagine sia richiamata dalla memoria da un accadimento presente.
Il pensiero astratto di esperienze passate e future avviene in una parte del cervello: i lobi frontali. Essi occupano il 29% del cervello umano e il 7% di quello canino.

Studiando gli effetti dei danni cerebrali, la scienza ha imparato come le dimensioni dei lobi frontali influenzino le capacità di astrazione e programmazione. I lobi del cane hanno una capacità minima per fenomeni complessi come l’astrazione del pensiero o la programmazione.
Le abilità sociali (social skills) non hanno relazione con le abilità cognitive, anche l’uomo può ottenere risultati di eccellenza nei social skills e bassissimi nelle capacità cognitive.
Tuttavia va segnalato che nell’oramai lontano 1973 uno scienziato di nome Rusinov, studiando l’elettrofisiologia del cervello, avendo a disposizione un certo numero di cani collegati via cavo per registrarne le onde cerebrali, fece una scoperta. Quando i cani erano portati nel laboratorio per eseguire i test la macchina per registrare l’encefalogramma era accesa alla stessa ora tutti i giorni per registrare le attività cerebrali dei soggetti. Durante un fine settimana in maniera del tutto fortuita Rusinov portò degli amici nel laboratorio e accese la macchina dopo averla collegata ad un cane per spiegare il suo lavoro agli amici.
Il cane, allo stesso orario  nel quale era testato durante la settimana, mostrò un andamento cerebrale quasi identico a quello registrato nei test. Passato l’orario le onde assumevano il tipico andamento del cane a riposo! Cosa stava succedendo nel cervello di quel cane?
Non lo sappiamo: quello che però possiamo dire è che paragonando l’accaduto  a esperienze con volontari umani negli stessi frangenti, il cane stava rivivendo mentalmente gli esperimenti.
Emozionante! Chissà se l’ostracismo che ricevono i ricercatori non abbia rallentato la scoperta di capacità ancora sconosciute della mente dei nostri cani.

Joseph LeDoux, il ricercatore più finanziato in America nel campo della ricerca sulle emozioni e memoria degli animali, per ricevere l’approvazione per dei finanziamenti è stato costretto a togliere il temine “emozioni” dallo studio del condizionamento classico della paura e sostituirlo con altri termini correlati all’apprendimento!
Eisenberger  e Lieberman (2004) con l’uso dell’MRI  (Magnetic Resonance Imaging ) hanno dimostrato che il dolore fisico e il “social pain” (dolore sociale) condividono sistemi cognitivi e neurali nel cervello, suggerendo che questo adattamento evolutivo serva per assicurare che i cospecifici non si separino rendendosi vulnerabili ai pericoli, nei quali in particolare giovani non ancora indipendenti animali potrebbero incappare. Questo meccanismo è essenziale per la sopravvivenza.
Nonostante queste evidenze con le conoscenze attuali, dobbiamo accettare che  il cane viva nel presente: l’uomo può andare avanti e indietro nel tempo, il cane no.
La scienza continua a progredire: è di Maggio 2012 la notizia che il Prof. George Berns (Emory University in Atlanta, Georgia)  sia riuscito a fare un MRI ad un cane  dopo averlo addestrato a rimanere fermo nella macchina per 10/15 secondi circa.
I ricercatori sono riusciti a vedere le reazioni del cervello alla presentazione di un hotdog e alla negazione dello stesso: un altro passo verso una maggiore comprensione del funzionamento del cervello del cane.

Nonostante tutta la documentazione scientifica oggi disponibile allo stato attuale delle cose dobbiamo concludere che la gerarchia, i ranghi, i ruoli, sono tutti CONCETTI: il cane non può né fiutarli, né sentirli, né vederli, né toccarli e quindi per lui non esistono, almeno questa è la conclusione a cui sono giunto, dovendomi ricredere su convinzioni passate.
Il lupo, il cane ferale sono tenuti insieme da un collante (più o meno forte) completamente superfluo nel rapporto uomo-cane: riprodursi e sopravvivere.
Il branco per il lupo è una unità di sopravvivenza, il cane nemmeno in ambiente naturale “sente” la necessità di organizzarsi in branco.
Il virgolettato sta a sottolineare che il cane non è cosciente della presenza o assenza di una gerarchia: queste sono definizioni che servono a noi per interpretare determinati fenomeni.
I lupi in un certo ambiente agiscono in un certo modo conseguente alla propria genetica e all’ambiente stesso: se cambia l’ambiente la genetica è espressa diversamente, dando luogo ad un adattamento funzionale a quel determinato ambiente.
Il nostro rapporto con il cane non è funzionale a sopravvivere e riprodursi, ma ad una proficua convivenza ad una simbiosi che dovrebbe esaltare le qualità del cane e anche quelle dell’uomo.

Come affrontare correttamente  i problemi di “gerarchia/dominanza” alla luce delle considerazioni fin qui esposte?
Innanzitutto occorre ridefinire cosa s’intende per dominanza. David Appleby lo fa con questa equazione:

(se normalmente ottieni quello che vuoi) + (qualcosa che desideri) – (*il dubbio che un altro individuo che vuole la stessa cosa possa fermarti) = a-*se la risposta è affermativa inibirai i tuoi desideri. b- se invece, sia tu sia l’altro individuo continuate ad avere incidenti al riguardo eventualmente arriverete al punto dove entrambi anticiperete chi di voi due e in che contesto sarà il vincitore.

E’ stata stabilita una “scala gerarchica” e uno dei due è dominante!
Come già  visto in precedenza il cane, per la scienza, non ha coscienza di sé e non riesce a pianificare il futuro: quindi alla luce di ciò sarebbe forse più corretto dire che il cane inibisce o non inibisce un comportamento, più che parlare di dominanza.
Dovremmo spiegare alla sciura Maria che il cane inibisce il suo comportamento in gradi diversi a seconda dell’individuo con il quale sta avendo l’interazione e il valore della risorsa oggetto del contendere. Sostituendo a dominanza e gerarchia la capacità di inibire o meno un comportamento daremmo una valida alternativa per spiegare il comportamento del cane.

Le critiche nei confronti delle tavole dei comandamenti  che riportano le leggi antidominanza sono criticate perché:
•    Spesso inappropriate
•    Spesso le regole sono le stesse ma non applicabili a qualsiasi individuo
•    Spesso non seguire le regole non dà luogo a comportamenti “dominanti”
•    Quando funzionano il cane diventa apatico o esibisce depressione come conseguenza
•   E’ possibile infrangere ogni regola che vieterebbe di far salire il cane sul letto,uscire per primo dalla porta ed avere un cane per niente dominante.

Non osservare determinati modi di agire non sempre previene l’inibizione dei comportamenti “dominanti” ne l’instaurarsi di una “gerarchia” con a capo chi li attua.
E’ mia convinzione che i cosiddetti problemi di dominanza non siano altro che conflitti sull’accesso a risorse che vanno dal cibo, al luogo preferito per riposare, al gioco e persino alla possessività su una o più persone.
Nessuna  regola gerarchica come mangiare prima del cane, passare per primi dalla porta, non permettere al cane di dormire sul letto, divano, sofà, poltrona ha alcun effetto sulla presupposta posizione gerarchica del cane: il cane non ha nessuna cognizione della gerarchia.
Queste tecniche a volte hanno un benefico effetto non perché riducono il rango del cane, ma piuttosto sembrano essere di sollievo a quei cani che vivono in un ambiente senza regole dove le cose non si sa mai come farle.
Dire alla sciura Maria di diventare capobranco condurrà sempre ad un eventuale conflitto.

Qualche anno fa arrivai a casa con un osso di stinco di bue fresco di macelleria che fece brillare gli occhi al mio cucciolo di Rottweiler del quale non ricordo esattamente l’età all’epoca, ma non credo di sbagliare di tanto nel dire 4/5 mesi. Dispensai l’osso al cane, che dopo averlo afferrato lo portò in un angolo della cucina procedendo alla sua lenta ma inesorabile distruzione. Poco dopo, senza neanche rendermene conto, avanzai verso di lui che mi accolse ringhiando in maniera inequivocabile: no, non voleva dominarmi, comandarmi, salire di rango, non aveva piani di espansione della propria area d’influenza, semplicemente temeva di perdere l’osso. Così attesi che smettesse di ringhiare ignorandolo completamente e quando tornò a rosicchiare il suo osso uscii dalla cucina, per tornare solo quando il tipico rumore che produce un cane che rosicchia un osso sul pavimento non fu più udibile. Bocconcini in mano, aprri la porta e rimanendo sulla soglia della cucina lo chiamai, allontanandomi per invogliarlo a seguirmi: lui accettò l’invito, io gettai i bocconcini poco più avanti e chiusi la cucina dietro di lui. L’osso fu poco dopo recuperato, messo in una busta di plastica e riposto nel frigo: domani faremo un nuovo gioco, Hogan! Il giorno dopo, calzato un guanto nella mano sinistra per far fronte alle conseguenze di dovere tenere un osso freddo in mano per un periodo del quale non sapevo la durata, produssi l’osso, questa volta tenendolo saldamente nella mia mano, sedendomi in terra con il cane e permettendogli di rosicchiare il MIO osso. Hogan accettò di buon grado la situazione ed iniziò a sgranocchiarlo. Non essendoci stata la benché minima reazione decisi di procedere con l’avvicinamento della mano destra (tenevo l’osso con la sinistra) e quando Hogan ne colse il suo avvicinamento iniziò a ringhiare minacciosamente verso la mano destra tenendo l’osso tra i denti e ignorando la mano sinistra. Trascorsi circa venti minuti, durante i quali mantenni la mano destra in movimento appena prima del punto dove il cane iniziava a ringhiare, mi alzai sempre con l’osso nella sinistra, che sfilai dalla bocca del cane in cambio di un pezzetto di carne. Dopo dieci giorni Hogan mi lasciava l’osso scodinzolando, anticipando l’arrivo del bocconcino o la restituzione dell’osso. Cosa sarebbe successo se – come avrei potuto scegliere di fare – avessi esercitato la mia “dominanza” su quel cucciolo GIUSTAMENTE preoccupato di perdere l’osso? Avrei confermato al cucciolo che tutte le sue paure erano più che giustificate!

La conoscenza del funzionamento del cervello ce lo descrive in maniera inequivocabile.
Nel cervello dei mammiferi, ivi compreso il cane, ci sono due strutture: una è la corteccia cerebrale, l’altra è il sistema limbico.
Queste due strutture hanno un compito molto importante riguardante i comportamenti. Il sistema limbico è coinvolto nell’espressione e percezione delle emozioni. La corteccia cerebrale invece è coinvolta nelle funzioni di apprendimento e di risoluzione dei problemi.
La peculiarità di questi due organi sta nel funzionamento: l’uno inibisce quello dell’altro!
Credo che per spiegare meglio cosa succede nella testa del cane sia opportuno fare un esempio. Immaginate di essere pronti per un esame, non importa quale: quello della patente, quello di maturità, un esame qualsiasi.
Immaginate che pochi secondi prima di entrare vi giunga una telefonata nella quale vi viene comunicato il ricovero di un vostro caro in ospedale in stato di coma a seguito di un incidente d’auto.
Ecco quello che succede nel cervello, la parte emotiva (sistema libico) prende il sopravvento e tutte le funzioni della  corteccia cerebrale sono in parte o del tutto inibite. Risultato: l’esame potete scordarvelo.
Il cervello del cane e di qualsiasi altro mammifero così funziona, ecco perché causare stress (o peggio) ad una cane impedisce qualsiasi apprendimento, piuttosto che favorirlo come vorrebbero i sostenitori delle maniere forti.
Forse la sciura Maria non sarà abbastanza esperta per gestire la situazione dell’osso come feci io; anche volendolo ammettere, parlare di gerarchia, di dominanza non fa che preparare il terreno per futuri conflitti e questo è quello che ci insegnano oltre due lustri di storia.

Quindi per quanto mi riguarda, volersi asserire come capo non può che essere foriero di cattivi auspici ogni qual volta si tenta di affermare la propria “dominanza” su un cane magari anche per nulla remissivo.
Certo è che se tentiamo di abituare un cane a consentire che gli venga toccata la ciotola, dovremo trovare una soluzione per lui vantaggiosa (abituarlo al sopruso è ERRATO), diversamente nella migliore delle ipotesi (quella che siate voi a vincere il confronto) andrete a incrinare quel rapporto di fiducia indispensabile per la serena convivenza tra uomo e cane; nella peggiore, addizionalmente,  finirete all’ospedale.
La soluzione è quella di permettere al cane di uscire fuori “onorevolmente” dalla situazione, senza rimetterci, anzi guadagnandoci, senza perdere fiducia nel suo compagno di vita. Prevenire invece è sempre meglio che curare, quindi se dobbiamo togliere qualcosa dalla bocca del cane diamo qualcosa per cui farlo di buon grado, se vogliamo che il cane scenda dal divano diamo qualcosa per cui farlo di buon grado, insomma evitiamo confronti gerarchici, perché il cane non li capirebbe..
Colgo l’occasione per ribadire che qualsiasi forma di violenza nei confronti del cane è la negazione della conoscenza, del sapere e della professionalità. Il cane per apprendere ha bisogno di divertirsi: solo così riuscirà ad essere un insostituibile ausiliario e fedele compagno al nostro fianco.

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