giovedì , 23 novembre 2017
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Le doti caratteriali naturali del cane

di VALERIA ROSSI – “I cani sono tutti buoni!”
“No, ci sono cani cattivi perché nascono così, un po’ come succede alle persone”
“No, i cani possono diventare solo perché educati male e gestiti peggio!”
“Sì, però conta anche l’allevamento!”

Di discussioni come queste, negli ultimi giorni, credo che tutti ne abbiate lette a bizzeffe: c’è stato il solito caso “estivo” (ribadisco che, quando c’è il campionato di calcio in corso, queste notizie vengono relegate in trafiletti, mentre a luglio e agosto conquistano immancabilmente le prime pagine) e quindi è ripartita la solfa infinita del cane buono/cane cattivo, purtroppo basata, come al solito, una clamorosa – e clamorosamente errata – antropomorfizzazione.
“Buono” e “cattivo”, infatti, sono termini che comportano, per noi, una connotazione morale: ma il cane non ha senso morale, non ha etica, non ha una cultura che gli dica che “questo si può fare” e “questo no”. Come ho scritto nella mia risposta al giornalista di Leggo, non ha senso parlare né di “cani killer”, né di “cani eroi”, perché questi sono termini attribuibili solo a chi conosce le esatte conseguenze delle proprie azioni. Possiamo usare questo tipo di frasi per un titolo giornalistico, o per esternare ad amici e conoscenti la nostra indignazione/ammirazione verso il comportamento di un cane: fin qui mi sta bene. Ma che ci si creda… questo no, non è accettabile.
Perché il cane è una specie diversa dalla nostra, le sue motivazioni (nel bene e nel male) sono diverse dalle nostre e noi, che siamo quelli con la morale e l’etica e la cultura, dobbiamo imparare a rispettare questa alterità e ad osservare con occhio più obiettivo i suoi comportamenti e, in generale, il “carattere” del cane.
Vediamo, allora, se riusciamo a fare un po’ di chiarezza, evitando di antropomorfizzare (per quanto possibile, perché comunque le nostre osservazioni e valutazioni saranno sempre umane e mai canine!) e cercando di non fare troppa confusione almeno sui termini.

Cosa si intende per  “carattere”?

Proprio in due parole velocissime: come nell’uomo, il carattere del cane è strettamente legato all’attività nervosa, regolata dal Sistema Nervoso Centrale. Il carattere è costituito dall’insieme dei  rapporti dell’animale con l’ambiente, dal quale arrivano i cosiddetti “stimoli” (ovvero, tutto ciò che induce una risposta dal SNC).
Il sistema nervoso centrale determina nell’individuo la risposta allo stimolo, che può essere eccitante, inibitoria o neutra.
Stimolo e risposta, ambiente e predisposizione genetica si trovano in un equilibrio costantemente variabile: piú lo stimolo ambientale sarà intenso e durevole, più rimarrà nascosto il bagaglio ereditario (e viceversa).
Ogni comportamento (ovvero, ogni manifestazione esteriore del carattere) è costituito da tre fasi: appetitiva, consumatoria e risolutiva: importante ricordare che ogni intervento educativo/correttivo deve essere forzatamente compiuto nella prima fase, perché nella seconda sarebbe doppiamente difficile (quando non impossibile) e nella terza, per ovvi motivi, inutile.
Molti dei cosiddetti “problemi caratteriali” dei cani esistono solo perché i loro umani sono incapaci di leggere i segnali che il cane invia immancabilmente quando si trova in fase appetitiva di un qualsiasi comportamento.

Quanto incide la razza sul carattere?

Sempre molto, anche se i fattori ambientali possono modificare sensibilmente le reazioni del cane.
Per questo bisognerebbe sempre conoscere lo standard caratteriale del cane che abbiamo di fronte, sempre che sia un cane di razza pura.
Purtroppo la parte dedicata al carattere, negli standard di razza, è sempre limitata a pochissime righe: questo non significa che sia del tutto inutile, ma è sicuramente incompleta e quindi va integrata con conoscenze più approfondite sulle doti caratteriali della razza…e qui casca l’asino, perché di descrizioni veramente sincere se ne trovano molto poche.
Nei libri (monografie di razza) troverete sempre la descrizione di un cane fedelissimo (per forza, è un cane!), dolcissimo con i bambini (immancabile), facilissimo da educare e addestrare. Poi vi portano il primo boxer o il primo beagle… e vi suicidate.
Su Internet, peggio ancora: i cani si educano-addestrano da soli.
Parlare con gli allevatori – con rare eccezioni – è peggio che leggere un libro.
Alla fine gli standard caratteriali sono ancora quelli che danno (o che davano) qualche indicazione corretta, purchè si sappia leggere un po’ tra le righe: in generale, comunque, è meglio ricordare che ogni tipologia canina ha caratteristiche abbastanza costanti, che poi potremo anche misurare con maggiore esattezza nel singolo individuo, conoscendo innanzitutto le esatte definizioni delle varie doti caratteriali (che vedremo tra poco).

Quanto incide l’allevamento sul carattere?

Sempre molto. Innanzitutto, incide la scelta dei riproduttori, perché accoppiando cani equilibrati e dotati caratterialmente si potranno trasmettere le caratteristiche tipiche della razza, mentre gli accoppiamenti ad capocchiam non danno alcuna garanzia in questo senso.
Lo si fa? Nei migliori allevamenti, certamente sì. Purtroppo i “migliori allevamenti” sono veramente pochi rispetto alla produzione cinofila non solo italiana, ma anche mondiale.
Questo è un dato di fatto a cui si potrà anche cercare di porre rimedio in diversi modi: ma al momento storico si può solo prendere atto dell’esistenza dei cagnari (alcuni dei quali sono titolari di prestigiosi affissi e hanno le vetrinette piene di coppe…) e comportarsi di conseguenza, informandosi SEMPRE sulla provenienza del cane (se di razza pura) e cercando di verificare prima possibile se le doti caratteriali della razza sono/non sono rispettate in quel soggetto.
Ovviamente non è soltanto la selezione iniziale a poter modificare il carattere di un cane: l’influsso della famiglia umana potrà incoraggiare moltissimo lo sviluppo di alcune doti, così come potrà inibirne altre.
Per questo motivo sarebbe veramente importante diffondere la cultura cinofila e spiegare al grande pubblico che il cane va educato fin dai primissimi mesi di età (con l’aiuto di un BRAVO professionista, se non sappiamo fare da soli), perché in questo modo le sue doti potranno essere incanalate, incoraggiate e tenute sotto controllo.

MA QUALI SONO, QUESTE BENEDETTE DOTI?

Sono quelle che ogni cane possiede naturalmente, in misura più o meno elevata, e che l’uomo può soltanto cercare di evidenziare (o di inibire) attraverso l’educazione/addestramento. Sono state codificate da moltissimi anni e solo negli ultimi tempi, sull’onda di un diffuso buonismo che tende (tra le altre cose) ad “appiattire” tutti i cani facendo credere che siano tutti uguali e tutti ugualmente gestibili, sono state un po’ dimenticate. C’è chi evita addirittura di parlarne, come se si trattasse di qualcosa di obsoleto: ma ai cani non importa un bel nulla del marketing buonista. Si potranno anche condizionare le Sciuremarie a ritenere che i cani siano “tutti ugualmente buoni” (salvo poi rifiutare di accettare sul proprio campo il rottweiler o il dogo: come mai, se sono “tutti uguali”?), ma non si potrà cambiare la realtà. E la realtà è che ogni cane possiede:

CORAGGIO – significa che il cane è in grado di agire senza preoccuparsi della propria integrità fisica;
IMPULSO DI DIFESA – è la capacità del cane di intervenire prontamente in difesa del suo umano o di un altro animale che lui ritiene essere sotto la sua custodia;
IMPULSO DI LOTTA – più è elevato, più il cane mostra piacere ed eccitazione nella lotta (sviluppo dell’impulso di gioco)
IMPULSO PREDATORIO – è la capacità del cane di sentirsi stimolato ad inseguire una preda: la preda-animale può anche essere rappsentata in modo fittizio da un oggetto in movimento (in campo sportivo l’impulso predatorio è quello che spinge il cane ad inseguire una pallina, così come ad afferrare il salamotto o la manica).
RESISTENZA – capacità e desiderio di trovare nuove forze per proseguire il lavoro o fronteggiare nuove situazioni
AGGRESSIVITA’ – di questo termine è veramente arduo parlare, perché l’essere umano tende sempre e comunque a dargli una connotazione violenta: in realtà l’aggressività è una dote caratteriale – e sottolineo: DOTE! – che permette ad un essere vivente di mostrare una reazione oppositiva di fronte a uno stimolo negativo. Chi non disponesse di aggressività, di fronte a uno stimolo negativo, avrebbe solo due alternative: il comportamento neutro o la fuga. Inutile dire che il primo farebbe scomparire rapidamente qualsiasi specie, perché se si rimane neutri di fronte – per esempio – a un predatore che vuole mangiarti, l’unica conseguenza possibile è l’essere mangiati. La fuga è un’alternativa più “sana” dal punto di vista della conservazione di una specie, ed è effettivamente quella più utilizzata dai lupi (dimenticando Cappuccetto Rosso): ma siamo stati noi a preferire, nel cane domestico, la reazione oppositiva, perché un cane che fuggisse di fronte al ladro (o allo stesso lupo che voleva mangiarsi le nostre pecore) non ci sarebbe stato di molta utilità. L’aggressività è comunque indispensabile alla sopravvivenza in tutti gli animali sociali (uomo in primis) le cui società sono caratterizzate dalla possibilità di conflitti intraspecifici.
MORDACITA’ – questa è la capacità di utilizzare l’unica arma di difesa del cane, e cioè il morso, appunto, come reazione ad uno stimolo negativo.
TEMPERAMENTO – è l’insieme di diverse componenti: la capacità, la prontezza, la velocità di reazione agli stimoli. Quella che oggi viene definita “arousal”.
DOCILITA’ – non ha niente a che vedere con la “bontà” di un cane: è solo la sua tendenza a collaborare con l’uomo e ad obbedirgli.
TEMPRA – è la capacità di sopportare gli stimoli esterni negativi (dolore). Si deduce facilmente che più è alta la tempra, più si abbassa la mordacità, perché lo stimolo negativo per un cane di tempra dura deve essere molto più intenso, per provocare una reazione, di quello che invece la provoca in un cane di tempra molle.
VIGILANZA – è la capacità di reazione ad uno stimolo visivo, olfattivo o uditivo causata dall’avvicinamento di un estraneo

In tutto questo, come si può facilmente intuire, di “buono” e “cattivo” non c’è proprio nulla. Il senso di un’analisi caratteriale SERIA sta nel valutare la presenza, l’intensità e la qualità delle doti naturali, per poi lavorare di conseguenza affinché il soggetto interessato possa svilupparle nel migliore dei modi per arrivare al massimo della propria gratificazione, oltre che della nostra.
Senza una corretta valutazione delle doti caratteriali potremmo compiere errori gravissimi (per esempio essere troppo permissivi con un cane o troppo coercitivi con un altro), vanificando qualsiasi lavoro di educazione/addestramento e rischiando di rovinare il soggetto stesso (nonché di essere morsi).
Peggio ancora, rischieremmo di spegnere (inibire, in termine tecnico) una o più di queste doti che fanno parte dell'”essere cane” e che quindi sono parte integrante della sua natura.
Per ogni tipologia canina esiste una tabella ideale delle doti caratteriali e un cane allevato in modo corretto dovrebbe aderire il più possibile a questa configurazione. Le doti caratteriali NON SONO UGUALI in ogni cane: ma anche se le differenze individuali potranno essere sostanziali (e se l’influsso ambientale sarà sempre significativo), la base da cui partire è sempre la valutazione delle doti tipiche della razza, che andrà poi confrontata con ciò che si riscontra nel singolo soggetto.
Pensare ad un unico “cane” generico è assolutamente deleterio per la cinofilia.

L’inibizione delle doti caratteriali

Le doti naturali di un cane si possono stimolare, esaltare, tenere sotto controllo… ma anche inibire: e questa è una responsabilità esclusivamente umana, sia in allevamento (parzialmente) che durante le fasi di educazione/addestramento (in modo molto più sensibile).
Purtroppo devo – ancora una volta – sottolineare come alcune delle recenti culture “buoniste”, nell’intento di creare cani “facili” che sicuramente riempiranno di gioia le Sciuremarie, ma che NON fanno per niente felici i cani, tendano ad approfittare di questa possibilità inibendo, a volte anche in modo irreversibile o quasi, le doti più “scomode” come  temperamento, vigilanza (perché un cane molto vigile, di solito, abbaia!) e, ovviamente, mordacità.
A mio avviso questa tendenza andrebbe inquadrata sotto il settore “maltrattamento”, perchè è davvero crudele e inumano costringere, che so, un cane da difesa a comportarsi come un barboncino, o un cane da caccia a diventare cane da divano.
“Controllare” non è la stessa cosa che “inibire”: controllare è esattamente quello che l’uomo dovrebbe sempre fare, specie nei confronti delle manifestazioni che possono rappresentare un fastidio o un pericolo per gli altri.
E’ corretto, per esempio,  indirizzare l’impulso predatorio di un cane sulla pallina o sul manicotto, impedendogli invece di manifestarlo verso i gatti o i bambini che corrono… ma è assolutamente crudele e inumano inibirlo fino al punto di farlo sparire.
Questo significa tarpare le ali intellettive del cane (magari raccontando contemporaneamente ai suoi proprietari che invece “lo rendiamo capace di ragionare e di fare uso di autocontrollo”) e ai miei occhi non c’è nessuna differenza tra il tagliare le orecchie di un cucciolo (pratica che tutti i buonisti condannano, e con ragione!) e il “tagliare via” una o più delle sue doti naturali.

Ho conosciuto un terranova al quale era stato inibito il morso al punto tale che non era più possibile addestrarlo al soccorso in acqua (come i suoi proprietari avrebbero voluto fare) perché rifiutava di prendere con i denti anche una cima, e se proprio gliela mettevi in bocca la lasciava immediatamente cadere.
Ecco: io ritengo che chiunque pensi di ridurre il cane a un’ameba capace solo di scondinzolare e di giocare con le palline (sempre che non le afferri con troppa veemenza, perché altrimenti inibiamo pure quel gioco lì!) sia un potenziale maltrattatore che dovrebbe essere inibito – lui sì – dall’idea di prendere un cucciolo. 
I cani sono cani e non bambini, i cani sono cani e non peluches, i cani hanno doti caratteriali proprie, diverse dalle nostre perché diverse sono le rispettive esigenze  (noi discendiamo dalle scimmie che il cibo lo trovavano sugli alberi, loro discendono al lupo che il cibo devono inseguirlo e ucciderlo); i cani NON sono tutti uguali ed è un gravissimo errore pensarlo, ma è un errore decisamente più grave (e tragico per la cinofilia) cercare di farlo diventare vero a botte di inibizioni, castrazioni (sia metaforiche che letterali), telecomandi di vario genere e teorie-metodi-approcci-strumenti che con la cinofilia poco hanno da spartire.

RISPETTO dovrebbe essere sempre la parola d’ordine: ma rispetto per il cane “come è”, e non come ci farebbe comodo che diventasse. Perché, stringi stringi, il punto chiave è sempre lo stesso: si sta cercando di creare cani-ameba perché gestire un cane-cane è impegnativo. Perché richiede senso di responsabilità ma anche ore di lavoro, spostamenti, a volte impegno economico.
Avere un cane-cane, insomma, è fatica!
E allora ecco saltar fuori i furbetti del quartierino che ti insegnano come rendere il tuo cane amorfo, spento, con poche richieste facili da accontentare (passeggiatina, pappina, due coccoline, il  kong o affini con cui “stancarsi mentalmente” perché di portarlo a correre fisicamente non abbiamo tempo/voglia).
Peccato che in questo modo si annullino non soltanto millenni di selezione (che gridano vendetta!), ma anche gran parte della gioia di vivere di un animale che, pur avendo accettato di accompagnarsi a noi,  fino ad oggi era ancora riuscito a  mantenere tutta la nobiltà e la dignità che il suo status di animale senziente e raziocinante gli conferivano. E attenzione… non è neppure giusto che tutti questi cani-ameba (non potendo ormai servire a nient’altro) vengano indirizzati alla pet-therapy, specie a quella rivolta all’infanzia, convincendo così anche i bambini che “tutti i cani sono buoni” e che “c’è un unico cane”… fino al giorno in cui la realtà li convincerà, magari in modo traumatico, del  contrario.
Se avessero potuto vedere nel futuro, i primi lupi che si sono avvicinati agli stanziamenti umani avrebbero lasciato perdere qualsiasi idea di collaborare con noi. Oggi tocca ai veri cinofili far sì che non debbano pentirsene troppo, contestando con forza chiunque confonda il termine “educare” con quelli di  “inibire, castrare, annullare”.
E se questo dovrà portare (come sta già succedendo) a guerre di religione… vorrà dire che si combatteranno.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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