di PASQUALE LANDINETTI – “Quando Dio creò il mondo, deve aver avuto ragioni ben imperscrutabili per dare al cane una vita cinque volta più breve di quella del suo padrone. Nell’esistenza umana si soffre già abbastanza quando si è costretti a dire addio a una persona amata e si vede prossimo il momento del distacco, reso ineluttabile dal semplice fatto che essa è nata una ventina di anni prima di noi. A questo punto ci sarebbe davvero da domandarsi se sia saggio dare una parte del proprio cuore a una creatura che la vecchiaia e la morte coglieranno prima che un essere umano, nato nello stesso giorno, possa dirsi davvero uscito dall’infanzia. E’ ben triste richiamo alla caducità della vita quando il cane che si è conosciuto pochi anni prima – e si direbbe solo mesi – come un cucciolo buffo e commovente, già comincia a mostrare i segni della vecchiaia e si sa che di li a due, massimo tre anni si dovrà vederlo morire. Confesso che veder invecchiare un cane al quale voglio bene ha sempre gettato un’ombra sul mio umore, ha sempre avuto una parte non trascurabile tra le nubi oscure che offuscano la vista che ogni uomo ha sul proprio futuro

Kelso al lavoro in protezione civile

Così scrive Konrad Lorenz nel libro “E l’uomo incontrò il cane”.
Anche a me è capitato di dover ricominciare con un nuovo cucciolo: già diverse volte, e purtroppo due volte per eventi tragici.
Ma si era trattato sempre di inserire un nuovo cucciolo in una famiglia cane-munita. Cioè, avevo avuto un solo cane per volta. Poi le cose sono cambiate e gli ultimi arrivi sono avvenuti avendo in casa già un altro cane.
Il penultimo arrivato è stato un border terrier.
Non ci sono state difficoltà particolari. La coinquilina era una meticcia buona e tranquilla che provenendo dalla strada ha imparato che farsi gli affari propri è un buon modo di non avere rogne. Questa sua tendenza si è acutizzata dopo una grave malattia che l’ha lasciata rigida e dolorante. Quando arrivò Kelso (border terrier) non ci preoccupammo più di tanto.

Puffetta

Sapevamo che Puffetta (la meticcia) avrebbe accettato con nobile distacco il cucciolo c che se questi si sarebbe tenuto lontano dalla sua ciotola avrebbe potuto fare tutto quello che voleva. Difatti così fu. Kelso arrivò in casa, passò il periodo di adattamento tranquillo e sereno., poi tentò una serie di approcci con Puffetta e visto l’inutilità della cosa si rassegnò a considerarla un membro della famiglia, ma senza avere ulteriori contatti.
Purtroppo il destino ha voluto che dei maledetti vicini per risolvere il “problema” dei randagi (un piccolo, innocuo gruppo di 6 cani, accuditi da una ragazza) disseminasse bocconi avvelenati e oltre ad ammazzare le sei bestiole ammazzò anche Kelso che a soli 5 anni dovette avviarsi al “ponte dell’arcobaleno”.
Ancora una volta, inatteso, si presentò il problema di un nuovo arrivo. Stavolta le variabili erano diverse. Puffetta era diventata più anziana e dolorante e il nuovo arrivo era una cucciola di malinois.
Si trattava di proteggere non la cucciolina amoredimamma, ma la povera Puffetta.
E’ noto infatti il carattere tranquillo e pacato dei malinois …

Appena arrivata in casa dopo poche ora già spadroneggiava, e fin qui tutto bene. La povera Puffetta non era coinvolta, anzi non aveva nulla da dire: “prenditi pure tutto quello che vuoi! Tanto la capadicasa mi darà sempre da mangiare” e questo bastava ed avanzava.
I problemi sono incominciati quando Giada (la cucciolina amoredimammma) iniziò gli approcci sociali. Gli inviti al gioco dapprima classici e rituali si trasformarono in “attacchi” repentini e infine… in prese alla coda e conseguente “tiramolla”, sperando che gli inviti fossero accettati! Quando questo diventava troppo per la vecchia e dolorante Puffetta (che guaiva per lo scricchiolare delle giunture), gli interventi su Giada erano tesi a preservare la quiete e le giunture di Puffetta. Bastava offrire alla cucciolina, poi cucciolona, poi adulta qualcosa su cui concentrarsi per le prossime 6/8 ore e la situazione tornava accettabile (avevamo trovato come passare i nostri pomeriggi…).
Le cose sono andate avanti per più di un anno senza grossi problemi, ma … potevamo farci bastare tutto ciò? Ovviamente no. E così quando il nostro amico allevatore (Allevatore con l’A maiuscola, di quelli che piacciono a Valeria) ci telefonò dicendo che aveva un cucciolo per noi, dopo un’ampia e meditata discussione di … 30 secondi accettammo.
Nell’attesa del ritiro del cucciolo, in alcuni momenti di rinsavimento pensavamo a come inserire Silver (border terrier) nel branco.
Puffetta non sarebbe stata un problema, ma la serena e pacata Giada come si sarebbe comportata? Giada è un cane ottimamente socializzato, senza problemi di aggressività verso gli umani e nemmeno verso i cani (è brevettata per cane da soccorso in macerie e superficie), ma è un “filino” possessiva sulla SUA pallina e solo se invitata non disdegna di partecipare a zuffe.
Comportandosi ovviamente da malin.

Una speranza con la SUA pallina la tenevamo, in genere alle colleghe di gruppo la concede (a chi non è del gruppo lancia gioiosi “sorrisi” ammonitori). Quindi pensavamo che Silver una volta accettato nel branco avrebbe concesso (forse) la SUA pallina, ma se Silver avesse tenuto fede all’indole terrier? Come si sarebbe evoluta la situazione? E’ vero che erano di sesso opposto, ma gli esiti non erano certi.
Arrivò infine il grande giorno (o meglio notte).
A casa il piccolo Silver trovò oltre a Puffetta e Giada anche Brezza (una Cao de Agua del nostro gruppo). Provenendo da un branco Silver già sapeva come comportarsi e si inserì tranquillamente senza destare preoccupazioni. Il branco lo accettò abbastanza bene.
Credo, (ma qui umanizzo) ognuno pensasse “vabbè, questo se ne va appena finito di giocare”. Invece restò. Vale la pena ripeterlo, da qui in poi nulla di scientifico, solo osservazioni estemporanee e deduzioni personali e antropomorfe.
Il gelo calò in casa. Il cucciolo, con cui avevano giocato, appena capirono che sarebbe restato fu oggetto di un isolamento, un mobbing ferreo.

Giada

Divenne praticamente trasparente, ignorato sia da Puffetta che da Giada.
E mò? Che si fa? Decidemmo di lasciar fare a loro, senza intervenire se non in caso di reale pericolo. Dopo il primo giorno il piccolo iniziò ad ambientarsi e ad esplorare la nuova casa.
Giada decise di mettere subito in chiaro le cose. Questo è mio! Fu il messaggio reiterato per ogni cosa il piccolo anche solo con il pensiero pensava di avvicinare. L’osso, la pallina, il topo di pezza, divennero più sacre del Sacro Graal. Guai ad avvicinarsi!
Dapprima un ringhio e un “sorriso” inibivamo Silver ad ogni passo, poi Giada capì che non era necessario sfoderare tutto l’armamentario e lo spingeva più in là con decise musate.
Il problema nacque quando si trattava di far mangiare il cucciolo.
Ovviamente per Giada il concetto era: questa ciotola è mia (e vabbè), ma anche quest’ altra è mia, è anche quella di Puffetta è mia (solo che lei può mangiare e tu no!), e il silos dell’acqua? E’ mio! Quindi non mangi e non bevi!
Come fare? Per non intervenire abbiamo deciso di lasciar credere a Giada di essere la padrona assoluta di tutto e Silver lo accettava.
Poi, però, appena finito di mangiare Giada, la si portava giù a spasso lei sola (quindi caro piccolo fottiti! Tiè! Io vado a spasso e tu resti qui, Io vado a giocare e tu resti qui, Io sono con il mio capo e tu resti qui…) …e mentre Giada era fuori chi restava in casa faceva mangiare il piccolo, lo faceva bere e lo faceva giocare.
Quindi la situazione che si è creata era la seguente: Puffetta felice e serena perché nessuno minacciava la sua ciotola, Giada felice e serena, convinta di essere la padrona e il boss della situazione, Silver felice e sereno perché sapeva che aspettando un po’avrebbe avuto tutto senza sprecare energie.

Giada e Silver

Dopo qualche giorno privo di conflitti, con Giada sempre più convinta di essere la regina assoluta e senza che Silver minacciasse in alcun modo il suo rango, ha iniziato a concedere, per sua regale benevolenza, al piccolo Silver di mangiare, non nella sua ciotola, ma nella piccola due metri più in là, sempre che lei potesse interrompere la concessione (e lo faceva) e potesse decidere di magiare anche lei nella piccola (e lo faceva … con nostra gioia di dover saziare un malin adulto con cibo per cuccioli).
Poi ha concesso al piccolo di sgranocchiare l’osso, sempre agli stessi patti e condizioni e cioè: io ti dico quando puoi e se lo rivoglio me lo dai, e infine hanno iniziato a giocare insieme.
Oggi Giada, dopo un mese, si lascia atterrare e afferrare alla gola sottomettendosi allo scricchiolo e dandogli la vittoria. Silver le lancia delle ardite sfide senza nefaste conseguenze, le ruba gli oggetti e scappa via sotto il letto (luogo irraggiungibile ad un malin) oppure dopo averle abbaiato la costringe alla resa schierandola, oppure si rincorrono per casa facendo ognuno ora la lepre ora il cacciatore.
La vita scorre “tranquilla” senza zuffe o risse.  Speriamo che continui così… vi terremo aggiornati.

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11 Commenti

  1. :D:D:D Capisco bene la “lettura” “Ma questa va casa sua, vero? VERO???”.
    O anche “Io chiudo gli occhi, Signore ti prego, quando li riapro, fa che non si sia più!” 😀

  2. Gradevole il racconto, però da neofita (sono al mio primo cane), vorrei chiedere una cosa:

    Non è sbagliato che sia un cane a considerare sua la ciotola, sue le palline etc?
    Non è che la ciotola, le palline e l’osso non dovrebbero essere ne di Giada, ne di Silver e neanche della dolce Puffetta, ma doverebbero essere mie (il padrone)?

    • Infatti in linea gerarchica è così. Come leader del branco “misto” io ho la disponibilità delle risorse e quindi ho l’accesso alla ciotola, alla pallina, all’osso etc. Spesso dopo aver dato, riprendo deliberatamente il cibo, il gioco etc. tranquillamente e senza costrizioni e/o conflitti, anzi, spesso, Giada mi “offre” quello che ha e lo condivide con me, così come io condivido con lei. Ma rispetto al branco “canino” esiste una loro gerarchia. Anche all’interno del gruppo associativo vi è questa situazione. Ogni conduttore è leader del suo cane e, quindi, quando si lavora, ogni cane è concentrato solo sul suo conduttore. Questo lo proviamo, ad esempio, negli esercizi di obbedienza collettiva. Quando non si lavora, nel nostro gruppo lasciamo i cani socializzare tra di loro e “imbrancarsi” liberamente. Così si creerà una mappa relazionale tra i membri “canini” del gruppo che dovendo condividere spazi e risorse si autogestiscono e si autoregolano le gerarchie. Abbiamo (tra il gruppo canino) i “colleghi”, gli “amici” , i “competitor” etc. I conduttori intervengono solo se le relazioni diventano realmente pericolose, ma in genere dopo un pò di tempo e qualche “scazzottata” rituale le cose filano abbastanza bene. Ognuno si trova un suo posto nel branco e si regola di conseguenza. Si gioca, si divide la ciotola dell’acqua, si fa a tiramolla etc. etc. con gli “amici” e con i “colleghi” evitando i “competitor”, oppure ogni tanto si riprova a “chiarirsi” il rango. Tutto questo fino a quando non si inizia a lavorare. Quando inizia il lavoro ogni cane sa che da quel momento decide il conduttore qual’è l’attività da svolgere. E quindi terminano tutte le altre. Finito il lavoro ogni conduttore “libera” sia fisicamente che “mentalmente” il proprio cane e ricomincia la fase di “ricreazione”.

  3. Salve!
    Mi ha fatto veramente piacere leggere il suo articolo, dato che è da qualche giorno che io e il mio staffy condividiamo gli spazi con un piccolo Border terrier (preso dallo stesso allevatore, che debbo confermare avere la A maiuscola!) e in vari atteggiamenti di Giada e Silver ci rivedo i miei due!

    Mi farebbe piacere poterle chiedere più avanti qualche consiglio o aggiornamenti sul suo branco!

  4. Mi è capitato questo articolo spulciando sul forum (come se Valeria non aggiornasse in modo esaustivo AKA sono io la non normale che vuole 392748364162 articoli al giorno .. quindi mi vado a cercare quelli vecchi XD) .. articolo molto simpatico e coinvolgente maaaaaaaa.. gli aggiornamenti??? XD

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