di VALERIA ROSSI – Io a volte dovrei starmene un po’ più zittina… ieri ho scritto che al seminario di Torino ho parlato dei “dieci comandamenti” che si dovrebbero seguire per creare un rapporto corretto con il cane, e con stamattina siamo arrivati a dieci email (una datata ore 6,25… scommetto che qualche cinofilo è stato svegliato da un cane che aveva urgenza di uscire!) che mi chiedono di pubblicarli su Ti presento il cane.
E i seminari, poi, che li faccio a fa’?
Comunque…oooooookay! Vaaaaaaaaaa bene!, come dice il Ranzani. Li pubblico, premettendo però che non troverete nessuna bacchetta magica. Non è che leggendo questo articolo (e neanche seguendo un seminario) improvvisamente riuscirete ad avere un rapporto perfetto col cane: queste sono semplici linee guida, insomma è soltanto l’ABC (o forse solo la A): il resto, come sempre, dovrete mettercelo voi cercando di capire meglio possibile “quel” singolo cane, perché la primissima regola è sempre la stessa. Osservare, osservare, osservare e imparare a leggere i suoi atteggiamenti, le sue reazioni, i suoi sguardi che saranno solo “suoi”, diversi da quelli di qualsiasi altro cane. Perché non stiamo parlando di oggetti fatti in serie, ma di individui con la propria personalità e intelligenza.
Premesso questo, ecco i primi cinque dei miei “dieci comandamenti” (gli altri cinque a domani, altrimenti l’articolo diventerebbe troppo lungo e noioso) :

PRIMO: non avrai altro Dio all’infuori di me (però sono ammessi diversi sotto-dei: i familiari, gli amici, il veterinario, il toelettatore…)

Con questo si intende che sì, è vero, il cane deve considerarci come il suo Dio personale (chiamatelo capobranco, leader, compagno a due zampe, partner non peloso….quello che volete. L’importante è che si stia parlando di una figura-guida a cui affidarsi con fiducia, amore e rispetto): però è una grandissima cretinata (per quanto diffusissima) quella che vorrebbe vedere il cane legato ad UNA e ad una sola figura umana.
Non ha nessunissimo senso neppure per i cani da guardia, visto che il cane teme ciò che non conosce e che la reazione più spontanea di qualsiasi essere vivente non è l’attacco, ma la fuga. Quindi, il cane che conosce un solo padrone (qui mi sembra il termine giusto: padrone di uno schiavetto a quattro zampe) rischierà di scappare a zampe levate di fronte a qualsiasi estraneo, compreso magari il ladro che vuole entrare in casa sua. Può darsi che la territorialità lo spinga ad aggredirlo, ma non è così scontato: tant’è che spesso si sente parlare di “quel deficiente di un cane, che ha lasciato entrare i ladri senza dirgli neanche BAU!”. I fautori del “padrone unico” si chiedano perchè.
Al contrario, un cane ben socializzato, che quindi non teme gli umani, imparerà facilmente a distinguere tra umani “buoni” e “cattivi” e, se ne incontra uno del secondo tipo, non avrà alcun timore nell’affrontarlo.
Alcuni cani si legano già spontaneamente ad una sola persona (o almeno, ci si legano più che agli altri membri della famiglia): questo va bene, a meno che non diventi un’ossessione. Ma costringere il cane a “conoscere un solo padrone” è una cavolata immane, che purtroppo mi è capitato di leggere recentemente sul sito dell’allevatore di una razza da guardia.

Detto questo, bisogna anche dire che “conoscere” e “amare” non sono sinonimi: il cane deve conoscere più persone possibile e più tipologie di persone possibile (compresi bambini, anziani, persone sulla sedia a rotelle, in divisa, di colore diverso ecc.ecc.), ma non è che debba per forza amarli tutti. Invece ci sono alcune categorie che devono essere proprio amate, o almeno trovate molto simpatiche e rispettate: tutti i membri della famiglia, ovviamente, ma anche le figure professionali che avranno spesso a che fare con il cane, e che magari gli faranno anche cose che non lo entusiasmano.
Veterinario e toelettatore sono i tipici personaggi che andrebbero sempre conosciuti fin da cuccioli, in condizioni di assoluto divertimento e relax (quindi, niente visite e niente bagni, ma solo “andiamo a trovare un amico” in ambulatorio o in negozio), ottenendone qualche coccola e magari un bocconcino, cosicché il cane abbini quei luoghi a sensazioni piacevoli prima di scoprire che c’è anche il lato meno piacevole. Ma se la prima impressione è stata positiva, questo “lato oscuro” verrà accettato con maggiore serenità ed eviteremo di trasformare ogni visita medica ed ogni toelettatura in una guerra.

SECONDO: io sono più figo di te (ma tu puoi diventarlo, se segui le mie indicazioni)

Chi ha seguito la storia di Raùl, il bull terrier che vedete nelle foto, dovrebbe aver capito che il primo modo con cui Claudio Mangini ha ottenuto la fiducia e il rispetto del cane è stato proprio questo: farlo trovare in difficoltà e mostrargli la via per risolvere il problema.
Questo si ottiene presentando al cucciolo normalissime situazioni che però lo mettano un po’ a disagio (scale, tribune – come quella nella foto – impalcature cittadine sotto le quali passare, griglie per terra eccetera eccetera), dimostrandogli che non c’è nulla da temere, perché basta seguire noi (che infatti affronteremo baldanzosamente tutte queste “incredibili” difficoltà, mostrandogli la giusta via).
Il cucciolo, in questo modo, comincerà a pensare che noi siamo dei Superman e che meritiamo il massimo rispetto.
Ovviamente lo stesso si può fare con un cane adulto (Raùl docet), ma non è altrettanto semplice perché ovviamente non basterà più una serie di scalini, che il cane adulto – a differenza del cucciolo – conosce già perfettamente e sale con la massima disinvoltura: bisognerà trovare qualcosa di più complicato. Sempre nei video di Raùl  (se non conosceste la storia, trattandosi di undici puntate che non posso linkarvi tutte, vi suggerisco di cercare “Quel pasticciaccio Bruto” nel motore di ricerca del sito: vi appariranno tutte) abbiamo visto Mangini saltellare su e giù da muri di tre metri:e tante grazie, lui fa lo stunt man! Per una persona normale, magari col fisico un po’ andato come il mio, questo è improponibile: però qualcosa si trova sempre. Per esempio io ho fatto un figurone con la Bisturi passando sotto una terribile impalcatura con un terribile tubo di scarico nel quale gli operai buttavano giù detriti, facendo un rumore assordante. Dopo che le ho fatto vedere come si poteva passare indenni, la Bisturi mi ha proprio guardato con la faccia da “WOW, che figa che sei!”.
Ovviamente tutto questo, intanto che fa pensare al cane che noi abbiamo quattro palle, aiuta anche lui ad accrescere la propria autostima.

TERZO: l’umano non è un dispenser di coccole

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma siamo noi ad obbedire agli ordini del cane quando ci dice “coccolare, pleaseeee!”.
Ovviamente lui non ce lo dice in tono autoritario: viene a posarci il musone sulle ginocchia e ci fa gli occhi da cane ENPA, dopodichè noi ci precipitiamo ad obbedire accarezzandolo (la mia personale cagna, se non bastano gli occhi da cane ENPA, mi salta direttamente in braccio).
Che ci ispiri tenerezza o che ci strappi un sorriso, bisogna assolutamente resistere!
Perché non ci sono cinofilosofie che tengano: noi possiamo essere profondamente convinti della necessità di stabilire un rapporto equo, paritario, cooperativo, collaborativo e MAI coercitivo… ma il cane non la pensa affatto così!
Il cane è un animale gerarchico (chi più, chi meno…dipende dalla razza e dalla storia personale di ognuno: ma di base lo sono tutti, perché così dice il loro DNA) per il quale esistono figure dominanti (seeeempre nel senso di figure che guidano, che comandano perché meritano rispetto eccetera eccetera…non che “menano!”) e figure sottomesse: che non sono affatto considerate mezze calzette (tra i cani non esiste proprio il concetto di “individui inferiori”, ma solo quello di “individui con ruoli diversi”), ma che sono comunque tenute ad obbedire alle figure dominanti.
Se noi ci mostriamo disposti ad obbedire all’ordine “coccolami”, ai suoi occhi appariremo come figure sottomesse. E un giorno saranno le coccole (che non ammazzano nessuno), il giorno dopo potrebbe essere “dammi subito un pezzo di quel panino” (e anche qui, spesso, obbediamo…), il terzo giorno potrebbe essere “scendi da quel divano che voglio salirci io”. E se stavolta non obbediamo, potrebbe anche partire un bel ringhio… dopodiché ce la faremo sotto: oddio, il mio cane è diventato aggressivo!
Ma neanche un po’: il tuo cane sta comportandosi semplicemente da bravo cane dominante. Se tu, sottoposto, non obbedisci quando te lo chiede con le buone, passa a maniere più forti (ricordiamo che in natura infischiarsene di quello che dice il capo può significare morire di fame,  o essere attaccati da un predatore, o mettere comunque a rischio la vita del branco. Quindi è anche normale che l’obbedienza venga pretesa). E’ molto meglio che ci mettiamo noi, fin dal primo giorno, in condizione di essere considerati “quelli che danno le regole”, e non “quelli che obbediscono”.
Tutto questo non ha NULLA a che vedere con violenza e coercizione, ma solo con chiarezza, fermezza e coerenza.

Quarto: l’umano non è un’enorme ciotola animata

Il cibo è una risorsa primaria e come tale va gestita: con molto rispetto, considerandola (e facendola considerare dal cane) come qualcosa di prezioso che condividiamo con lui perché siamo amici, perché apparteniamo allo stesso gruppo sociale, perché vogliamo collaborare insieme e dobbiamo essere in forza e salute.
Non posso darvi regole precise da seguire, se non quella di creare una “routine” precisa in cui dovremo dare al cane l’impressione che ci “procuriamo” il cibo (per esempio prendendolo da un armadietto chiuso, e non da un sacco aperto e sempre in bella vista) e che lo analizziamo con cura (i lupi scelgono parti diverse delle preda da destinare ai diversi membri del branco, a seconda dei ruoli: si dice sempre che il capobranco “mangia per primo”, ma quasi nessuno sa che le parti migliori della preda, quelle più proteiche, vengono destinate ai cacciatori – che hanno bisogno di più energie – e non ai lupi alpha). Dopo questa piccola pantomima iniziale (non è che si debba fare una sceneggiata, è solo questione di “atteggiamenti”) daremo la ciotola al cane, chiedendogli di aspettare il nostro ordine prima di mangiare. Tutto questo “da’ importanza” al rituale del cibo e fa pensare al cane che noi ci impegnamo nella gestione di una risorsa così importante.
Se continuiamo a pasturare il cane dal mattino alla sera, distrattamente, come se il cibo fosse una cosa qualsiasi, il cane stesso perderà il rispetto per la risorsa…e conseguentemente per noi.
Oltre a questo, ricordiamo le regolette fondamentali:

 – ORARI PRECISI e REGOLE per i pasti
– VIETATO MENDICARE
– IN ADDESTRAMENTO il cibo dovrebbe essere sempre un “superpremio”, mai una routine banale e scontata

QUINTO: si gioca a modo mio, quando lo decido io (e si smette quando lo dico io)

Il gioco non mai è “solo un gioco”: è la principale scuola di vita per il cane. Rispettiamola come tale e non rendiamola mai vuota, sterile, ripetitiva. Se vogliamo annoiarci, giochiamo a carte con gli amici.
Questo era il “sottotitolo” della slide con cui ho affrontato questo argomento: qualcosa che in teoria sappiamo tutti, ma… quante volte diamo un giocattolo al cane giusto “per levarcelo di torno”, perché abbiamo altro da fare?
Quante volte avete sentito umani lamentarsi del loro cane “che non gioca”, quando l’unico gioco che propongono è  un distratto lancio della pallina intanto che loro mandano magari gli sms agli amici?
Mettiamoci bene in testa una cosa che sembra una contraddizione in termini, mentre è una realtà fondamentale: IL GIOCO E’ UNA COSA SERIA!
Il cane, attraverso il gioco, impara tutto quello che gli serve nella vita: impara a cacciare, a lottare, a difendersi. Come si può sottovalutare l’importanza di tutto questo, e ridurlo a un lancio di palline che non porta da nessuna parte, non insegna nulla, non crea nessun legame?
Il gioco va:
a) calibrato a seconda dell’età del cane e di ciò che vogliamo (o vorremo, se è un cucciolo) ottenere da lui in futuro. Per esempio, se pensiamo di farne un cane da riporto, dovremo badare molto all’importanza della “bocca morbida”: quindi, con lui, niente gioco di tira-molla “violento” e competitivo, ma piuttosto un “gioco di società” in cui si tiene uno straccetto o un salamotto uno per parte, magari correndo insieme. Durante questo gioco si insegnerà l’ordine “lascia” (che si ottiene in modo molto semplice: basta presentare al cane un altro giocattolo), che sarà fondamentale per il futuro lavoro del cane.
Vogliamo invece un cane da difesa (o  futuro tale)? Allora il tira-molla sarà competitivo: stavolta vinci tu, ma la volta dopo vinco io…e devi imparare che per vincere devi mordere più forte che puoi, a bocca piena, senza dare strattoni (perché se tu strattoni perdi la presa, e nel momento in cui apri la bocca per riprenderla meglio io ti frego il giocattolo). E in questo caso il “lascia” non si insegnerà con il doppio giocattolo, ma attraverso l’immobilizzazione dell’umano, che non compete più: fine della “lotta” = fine del gioco, devi mollare.
E ancora: non si gioca al tira-molla durante il cambio dei denti (se il cane sente male, potrebbe sviluppare avversione per il manicotto e per la futura manica).
Vogliamo invece un cane da agility? Allora va bene la pallina, perché il cane dovrà abituarsi a lavorare lontano da noi…e così via.
Non c’è “un” gioco, ci sono mille giochi diversi e mille modi diversi di giocare anche con lo stesso oggetto: però una cosa deve essere costante, e cioè il fatto che il gioco sia interattivo. NON si lasciano MAI giocattoli al cane: si gioca con noi, sempre e solo con noi;
b) reso entusiasmante. Il cane deve appassionarsi da morire al gioco, e questo come si ottiene? Come per qualsiasi oggetto dell’attenzione umana, canina o felina: facendolo desiderare. Mai al mondo, per nessunissimo motivo, si deve arrivare al punto in cui sia il cane a stancarsi/stufarsi di giocare: il gioco deve interrompersi nel momento in cui l’appetenza del cane è al massimo livello, quando è iper-eccitato e felice, quando non vuole altro al mondo che continuare a giocare.
E’ un po’ una cattiveria quella di fermarsi lì…ma convince il cane che noi siamo i Signori e Padroni del Gioco (il che aiuta a stringere il rapporto di stima e rispetto), e mantiene alto (anzi, innalza sempre più) il desiderio di giocare del cane: e siccome noi lavoriamo con lui giocando, e lo premiamo col gioco, ecco che questo suo desiderio lo spingerà a lavorare sempre meglio e con maggior entusiasmo, perché sa che alla fine arriverà la cosa che ama di più al mondo.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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