nochaindi VALERIA ROSSI – Ci risiamo. E lo so che sarete voi i primi a pensare “che palle”, visto che torno sull’argomento “strumenti di lavoro” (e relativi scanni), già affrontato pochi giorni fa.
Ma il fatto è che ripartita l'(ennesima) campagna anti-collare a strangolo (o a scorrimento, o come lo volete chiamare), stavolta al grido di “No chain, no pain“.
Ognuno è libero di fare le campagne che più gli aggradano? Certo che sì. E’ un po’ meno libero, però, di fare disinformazione cinofila; e non è libero per nulla di fare opera di sputtanamento nei confronti di chi il collare lo usa (quando e se serve), come la sottoscritta.
Invece, pur di riuscire a gettar fango, si rinvangano post e articoli preistorici, estrapolando o interpretando in modo moooolto personale singole frasi.
Nel mio caso si è arrivati a sostenere che, già che ci sono, amo follemente il collare elettrico.
E questa storia non è neanche originale, sia ben chiaro. Un colorito personaggio, del quale tempo fa ho smascherato le innumerevoli bufale, era già arrivato alla stessa conclusione: anzi, ci aveva aggiunto pure la frusta. Io userei quotidianamente strangoli, teletac e fruste, tant’è che mi ha definito “torturatrice di cani” e ha millantato – come sempre e solo fa – di avermi denunciato per questo.
Quasi mi sarebbe piaciuto che fosse vero: almeno qualcuno sarebbe venuto – forse – a controllare e lui avrebbe fatto una clamorosa figuradimmé.
Ma questa è storia vecchia, mentre Alexa Capra (giusto per non far nomi) mi rinfaccia lo stesso invaghimento per vari strumenti di tortura proprio in questi giorni: lei non ha menzionato la frusta, ma mi ha accusato più o meno velatamente di passare le mie giornate a lanciare catene ai cani che non tornano al richiamo.
Io mo’ mi vedo i seguaci di cotanta Guru che mi immaginano a tirare catene da àncora contro il povero chihuahua indifeso: e scusate, ma mi capotto dalla sedia dal ridere.
Perché… sapete da dov’è saltato fuori questo nuovissimo exploit?
Da una frase tratta dalla “Posta dei lettori” di un numero di “Ti presento il cane” cartaceo del 2005.  Esattamente dieci anni fa.
In quell’occasione ho scritto: “Se ai tempi in cui ho cominciato ad addestrare (quindi parliamo di quaranta anni fa, NdR) avessi avuto a disposizione un collare che mi avesse permesso di infliggere una piccola scossa al cane fuggiasco, non più dolorosa del lancio della catenella… l’avrei usato eccome!”
Il tutto faceva riferimento a cani che scappavano fuori dai cancelli di casa per andare a morire ammazzati sotto le macchine: non certo a cani in addestramento sportivo (ma questo ovviamente non lo diciamo, anche la signora in questione lo sa benissimo perché è un argomento su cui ci siamo scannate a sangue per anni su un NG. Ci sono ancora le prove immortalate sul web!).

scanzianiQuanto alla catenella… è verissimo che l’ho usata (sempre quarant’anni fa!), perché quarant’anni fa l’unico testo sull’addestramento che avevo a disposizione – non perché non volessi procurarmene altri, ma perché non ne esistevano altri! E ovviamente non c’erano corsi, stage, seminari né altro –  era “Il cane utile” di Piero Scanziani.
In questo libro (dopo aver spiegato per millemila pagine come ottenere un richiamo perfetto con il cucciolo premiandolo e rinforzandolo), l’Autore, per la correzione dell’errore, dava il seguente consiglio: “Chiamate l’alunno mentre sta trastullandosi distratto, chiamatelo con la speranza che non venga. Proprio allora l’aiutante gli lancerà contro a parabola una catenella, o un rumoroso mazzo di chiavi”.
Il “rumoroso mazzo di chiavi” era l’antesignano dei dischi di Fisher: il cane avrebbe dovuto spaventarsi per il rumore.
La catenella, invece, si doveva lanciare proprio addosso al cane (specificando “a parabola!”: quindi immaginate che dolore folle… tanto che lo Scanziani, che pure chiedeva di non usare mai un collare a strangolo con i cuccioli,  invitava ad usare questo metodo a 120 giorni di vita!).
Il concetto era il seguente: “il cane resta spiazzato (per il rumore o per aver sentito qualcosa che gli cade addosso dall’alto), quindi corre da voi a cercare protezione e capisce che, quando viene richiamato, deve arrivare di corsa, altrimenti gli arriva “qualcosa di sgradito dal cielo”. Che è poi il concetto base di “punizione remota”.
Lo Scanziani  raccomandava anche di non ripetere questo esercizio per più di due o tre volte: questo perché, per i suoi tempi – e sicuramente non potrà che concordare chiunque l’abbia letto – lui era un gentilista estremo!
Ho seguito il suo consiglio? Ma certo che sì!
Piero Scanziani è stato forse il più grande cinologo italiano (cioè: svizzero, ma residente a Roma!) negli anni ’50/’70, e quando ho iniziato a lavorare mi sarei inginocchiata a baciare la terra su cui camminava. Figuriamoci se non seguivo le sue direttive.
Lancio ancora catenelle sui cani, quarant’anni dopo?
Ma fatemi il piacere. O qualcuno pensa davvero che solo i “gentilisti” abbiano cambiato il loro modo di lavorare col cane, da quarant’anni a questa parte?
Forse sì, visto che  qualcuno ha visto bene di aggredirmi verbalmente anche quando ho confessato che ad uno dei miei primissimi allievi, un alano arlecchino mordace che veniva confermato dal proprietario a suon di carezze, avevo mollato “un pugno in testa tipo Bud Spencer“. A parte il fatto che io non sono Bud Spencer e che a quei tempi pesavo quarantacinque chili (e l’allievo una settantina…), stavo parlando dei primi tentativi di insegnare qualcosa ai cani da parte di una ragazzina che aveva letto un paio di libri e poco più. Tant’è che ho raccontato l’aneddoto come una cosa buffa, frutto della totale improvvisazione. Ha anche funzionato, perché il cane ha scoperto per la prima volta, e con grande sorpresa, che non era gradito che addentasse la gente per strada…  ma non è certo un metodo che consiglierei, né che continuo ad usare! Credevo fosse chiaro, e invece no: qualcuno si è attaccato anche a quello.
Ma torniamo alla Frase Storica: “se avessi avuto un collare che mi permetteva di dare una leggera punizione remota anziché usare la catenella, l’avrei usato eccome”.
Sì, è vero, l’avrei usato… ma sempre quarant’anni fa! E sempre parlando di cani che rischiavano la pelle disobbedendo al richiamo.
Tant’è che solo in casi come questi ho usato davvero la famigerata catenella (che era poi un collarino a strangolo… guarda un po’ che grandiosa combinata di strumenti di tortura!): perché già la vedevo come una “extrema ratio”. E  sicuramente non l’avrei mai usata con un cucciolo, checché ne dicesse Scanziani (anche da giovane, pur ammirando i miei miti dell’epoca, non li prendevo per oro colato. L'”ipse dixit” per me non è mai esistito ed ho sempre cercato di adattare qualsiasi insegnamento, da chiunque venisse, alla mia personale sensibilità e alla mia visione del rapporto col cane).
Non ho mai usato neppure le chiavi, perché avevo il sacro terrore di tirarle in testa, anziché “vicino” al cane, e con quelle avrei potuto fargli male sul serio: ma la cosa più buffa è che il motivo per cui ho detto che avrei preferito avere un collare è che, con la dannata catenella… il cane non lo beccavo quasi mai!
Ho passato anni ad invidiare la mira di Scanziani e dei suoi aiutanti (aiutanti che io, peraltro, non avevo – così come non avevo ‘sta gran mira: quindi dovevo ingegnarmi a cercare di lanciare il collarino e di farlo cadere sul cane senza fargli capire che ero io a tirarlo), prima di imparare che c’erano altri mezzi e altri metodi per ottenere un buon richiamo e abbandonare per sempre quei penosi tentativi di lancio.
Che oggi mi si rinfacci una cosa scritta dieci anni fa e riferita a ciò che facevo negli anni ’70, è davvero comico.
Specie se a rinfacciarmelo è una persona che scrive:

“Frequentavo un campo dove era d’obbligo il collare a strangolo, come nel 100% dei campi, allora. Io ci sono arrivata con il mio terrierino, e gli ho messo un collare a strangolo. E ho imparato a dare strattoni, come tutti. Ho fatto esattamente quello che mi hanno insegnato, e l’ho fatto pure bene. Sono decisamente brava, nel dare strattoni. So usare perfettamente quei metodi. Non sono andata oltre, anche se ho visto ben di peggio. Quello che è successo è che sono passata dall’essere una perfetta ignorante a capirci qualcosa di più. Poi ancora di più. Poi, un bel mattino mi sono svegliata (bella ciao!), e ho deciso che non avrei MAI PIU’ usato un guinzaglio per “convincere” o costringere un cane a fare qualcosa. Perché a quel punto avevo una alternativa”.

Sì: bella ciao, davvero.
Primo, perché neppure vent’anni fa era “d’obbligo” dare strattoni nel 100% dei campi: tra l’altro mi chiedo se la signora Capra li abbia visitati tutti, per esserne così certa (sul mio, di certo, non si è mai affacciata. Quindi posso dire con assoluta certezza che tutti non li ha visti).
Io dai campi in cui “si insegnava a dare strattoni” sono scappata alla seconda lezione (sempre quarant’anni fa), e mai più ci ho messo piede: e le alternative me le sono cercate da sola, scoprendo così (sempre da sola) che il collare a strangolo si può utilizzare in modo assolutamente NON coercitivo e rispettoso del cane.
Si vede che sono un genio.
Si vede, anche, che chi fa le campagne “no chain, no pain” non l’ha ancora capito adesso, come si usa un collare a strangolo: è rimasta a quello che ha visto agli albori della sua carriera cinofila (che non è lunga come la mia, ma è pur sempre ventennale) ed è rimasta fissata lì, dando per scontato che tutti gli addestratori cosiddetti “tradizionali” lavorino ancora così.
E infatti, ecco cosa scriveva commentando quella mia vecchia lettera:

Ma davvero è ancora possibile andare avanti con questa litania del sichiamacosìmanonserveastrangolareilcane? Ma c’è una sola persona che ci crede? Perché tutti quelli che conosco io, si spanciano dalle risate quando leggono una frase del genere. A cosa serve un collare a strangolo? A punire e inibire il cane quando tira, dandogli uno strattone. A punire e inibire il cane quando avanza, dandogli uno strattone. A punire e inibire il cane quando guarda un altro cane, dandogli uno strattone. A punire e inibire il cane quando abbassa o gira la testa, dandogli uno strattone. A punire e punire il cane quando non fa quello che gli viene ordinato. Indovinate? Con uno strattone. Sono così curiosa di leggere per ore esempi dell’uso corretto di collare a strangolo, collare a punte, collare elettrico.

Io non posso portare esempi di uso corretto di collari a punte ed elettrici, perché non ne faccio uso.
Li ho visti usare entrambi, in video di famosi professionisti, in modi che sicuramente non torturavano nessun cane, ma continuo a non gradirli e quindi non li utilizzo perché non mi limito ad essere contro le torture: se posso cerco di evitare anche i disagi, specie quando il cane sta imparando qualcosa.
Però di spiegazioni su come uso il collare a strangolo ne ho scritte a decine, e continuo ad invitare chiunque sia interessato a venire a vedere “dal vivo” quello che faccio. Anche in incognito, anche sbirciando da lontano (tanto il nostro campo si affaccia su una strada provinciale!): ma ovviamente nessun “gentilista esagitato” si è mai sognato di avvicinarsi.
In realtà anche il mio modo di utilizzare il collare è cambiato nel tempo: non ho mai strangolato né impiccato nessuno, sia ben chiaro… ma oggi lavoro in modo diverso e lo dico senza la minima vergogna, perché imparare nuove tecniche, ovvero aggiornarsi, mi sembra l’unico modo possibile di lavorare in modo professionale. E come è cambiato il mio, di modo, è cambiato anche quello di decine di altri colleghi: ma la signora lo ignora, o finge di ignorarlo.
Lei la pensa ancora esattamente come vent’anni fa
e porta avanti le stesse trite e ritrite campagne rivolte – ovviamente – al pubblico dei non addetti ai lavori, quello che non sa distinguere un addestratore da un domatore e che, se gli racconti che noi addestratori strozziamo cani dal mattino alla sera, ci crede. D’altro canto, si continua a sostenere… se si chiama “collare a strozzo”, è perché strozza!
E infatti ci sono i bambini che hanno paura della “drogheria”, perché pensano che lì si venda la droga. Poi, però, crescono e capiscono. Loro.
Con questo non voglio assolutamente negare che esistano ancora addestratori “macellai”, violenti e coercitivi:  purtroppo mi piacerebbe molto poter dire che sono scomparsi del tutto, ma non posso.
Quello che posso dire, e che ho già ripetuto fino alla nausea, è che ci sono anche “gentilisti” (o sedicenti tali) che danneggiano i cani in modo irreparabile; che se non riescono ad ottenere risultati con l’Unico e Solo Metodo che hanno scelto di seguire, spediscono il cane da altri personaggi che sanno solo rifilargli farmaci ad capocchiam; che nonostante tutti i proclami buonisti consigliano soppressioni con grande nonchalance… e potrei andare avanti all’infinito, senza però concludere niente perché “qualcuno” non può significare “tutti”.
Né in un campo, né nell’altro.
Fare di tutta l’erba un fascio è SEMPRE una cavolata galattica, capace solo di creare fazioni, di far incazzare di brutto chi non si riconosce nel “personaggio” descritto (e quindi si sente diffamato) e di confondere le idee alla gente “normale”… gente che peraltro, nella stragrande maggioranza dei casi, non si avvicina neppure più ai campi cinofili perché se solo legge due o tre gruppi di FB pensa che siamo tutti dei pazzi furiosi che invece di pensare al bene dei cani passano il tempo a spalarsi merda addosso l’uno con l’altro.
Gente che, sempre nella stragrande maggioranza dei casi, non dà retta né al guru del metodo gentile, né a quello del metodo tradizionale, perché neppure sa che esistano dei metodi e l’unico punto di riferimento lo trova in suocuggino, o nella sciuramaria che incontra ai giardinetti.

stupidoSto facendo anch’io “la pazza furiosa”, con questo e con altri articoli?
MA CERTO CHE SI’!
Però lo faccio – come sempre – per legittima difesa: non soltanto perché vengo (spesso) attaccata personalmente da persone che non hanno mai messo piede sul mio campo (e che poi sul loro profilo postano l’immagine che vedete qui a sinistra: la risataccia sorge spontanea), ma anche perché non se ne può più di mezzucci come questa ennesima campagna anti-collare che perdono di vista l’unica, vera realtà: e cioè che di cani si può capire qualcosa oppure no, li si può rispettare oppure no, ci si può lavorare benissimo o fare danni enormi indipendentemente dagli strumenti che si usano.
Cosa sulla quale tutti gli “addestratori kattivissimi” sembrano concordare (non è mai partita alcuna campagna “uniti contro la pettorina”, né ci sono siti “no metodo gentile”, mentre dall’altro versante continuano a partire gli attacchi all’arma bianca).
Il “No chain, no pain” consiste poi nell’inviare foto di cani felici con la pettorina (e con il tag #nostrangolo). Ovviamente sarebbe altrettanto facile pubblicare millemila foto di cani con collare a strangolo che vivono felici e sereni, magari col tag #meglio avere una catenina al collo che stare imbragati come una salamella… ma non servirebbe a niente, perché queste campagne mediatiche ottengono esclusivamente lo scopo di creare fazioni, sette e ovviamente furiosi litigi: nel frattempo chi sa usare gli strumenti continua ad usarli in modo efficace (e rispettoso del cane, se è una persona per bene, oppure violento se è un macellaio) e chi non ne è capace continua a far danni, anche quando è in buona fede.
Il giorno in cui vedrò una campagna contro gli incapaci, i macellai, i veri maltrattatori di cani… allora aderirò con tutta l’entusiasmo possibile e con tutte le mie forze.
Ma confondere le capacità e la sensibilità di un addestratore con gli strumenti che usa significa solo una cosa: non avere la più pallida idea di ciò di cui si sta parlando.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l’affisso “di Ferranietta”) e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività).
E’ autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva “I fedeli amici dell’uomo” ed è stata conduttrice del programma TV “Ti presento il cane”, che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online.
Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC.
A settembre 2013, non resistendo al “richiamo della foresta” (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO).
CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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